Ospiti dell’Islam
Mentre le nostre giornate in missione procedono con quotidiane sorprese, un giorno ho ascoltato una canzone araba il cui testo è simile al Cantico dei Cantici. Il titolo è Lamma Bada Yatathanna e proviene da un’antica raccolta di testi arabi della fine del 1300.
Questa canzone mi fa pensare a come Dio impronti dei cammini ad hoc per l’uomo di ogni tempo per parlargli e rendersi presente. Come attraverso questo testo antico che parla di bellezza, di amore che si perde, di un Re che resta fedele.
Perciò mi chiedo se in questo tempo d’avvento non sia più appassionante rintracciare il modo con cui Dio ci incontra piuttosto che organizzarsi per incontrarlo? Forse così si potrebbe fare l’esperienza di conoscere un Dio che si fa nostro ospite, un po’ come è accaduto a Maria, la quale lo ha conosciuto dentro il suo corpo.
In questo modo, ogni quotidianità acquista valore. Si potrebbe mettere da parte la continua l’ansia di “fare qualcosa per Dio”, di fare sempre la cosa giusta, anche l’ansia di essere bravi, senza troppi peccati, perché come ci racconta Luca nell’Annunciazione, è Lui che fa tutto il viaggio verso di noi senza chiederci niente in cambio. Il Corano per raccontare la vicinanza di Dio dice che “Allah è più vicino a te che la tua vena giugulare”, come dire, è proprio attaccato.
Lasciare a Dio prendere l’iniziativa di incontrarci crea qualcosa di totalmente nuovo, perché si è obbligati ad accettare il suo modo di venirci incontro e lasciar perdere la propria idea di relazione con Dio.
Nella pratica è quello che ci accade di vivere giornalmente con i nostri fratelli musulmani, non cercare di imporre la nostra verità ma lasciare Dio libero di incontrare l’altro come ha già pensato. Probabilmente tra i suoi strumenti per incontrarlo Dio mette in conto anche noi (speriamo), tuttavia è appassionante restare attenti al cammino che lo Spirito fa nell’altro piuttosto che “intrappolarlo”, l’altro, nel mio desiderio di cammino per lui.
Un nostro frate degli anni settanta, Jean Mohammed Abdel Jalil, diceva che occorre farsi ospiti dell’Islam, farsi accogliere dall’altro, per comprenderlo dal di dentro ed evitare di bloccarlo dentro una precomprensione occidentale.
Credo che una parte del nostro Avvento a Meknes, passi proprio da qui, dal farsi piccoli per essere dentro il mondo dell’altro. Questa riduzione non è rinnegazione di quello che siamo, ma rientra piuttosto in quello che dice S. Francesco nella lettera a un ministro: “Non pretendere che l’altro sia un cristiano migliore”. In questa terra la frase possiamo accorciarla, “non pretendere che l’altro sia cristiano”. Suona strano…tuttavia siamo certi che la grazia di Dio è libera di percorrere molteplici vie per raggiungere gli uomini, anche per vie che non sono le nostre (cf. Is 55,9).
C’è un ultimo aspetto della piccolezza che siamo chiamati a vivere in Marocco ed è quello del deserto. In fondo, la vita in questa missione ci abitua a vivere in un deserto a più livelli, dallo spirituale fino a quello culturale, tuttavia la Bibbia ci ricorda che nel deserto, dove il popolo di Israele “non era una grande nazione”, era perciò piccolo, Dio conduceva con premura i suoi figli. Nel deserto Dio faceva Alleanza, faceva regali, si rendeva presente a modo suo. In questo deserto che viviamo, come piccola cosa in una marea musulmana, ci ritroviamo profondamente presi in considerazione da Dio, il quale continua a farci regali, ma per mostrarcelo ha i nostri fratelli dell’Islam.
Penso ad una frase di Sant’Ireneo, il quale diceva che “il Verbo si fece Figlio per abituare l’uomo a Dio e per abituare Dio a mettere la sua dimora nell’uomo”. Io ci vedo tanto rispetto da parte di Dio! Lo immagino nei nostri quartieri insieme a noi che ci abituiamo a uomini e donne di un’altra religione, mentre proviamo a farci piccoli per entrare nella carne di questo Islam che non smette di lasciare delle domande sempre più profonde.
fra Andrea Raponi



