Il Papa arabo
“Quando la ricerca della sicurezza prevale sul rischio di apertura le relazioni seguono un corso caotico fatto di coalizioni d’interesse”.
Lo scrive un vescovo di Algeria, Pierre Claverie, morto nel 1996 durante un attentato. In numerosi scritti lui ripete che “l’umanità è plurale” e non va semplificata.
Questa pluralità/complessità è evidente quando si vive da stranieri occidentali in un paese arabo africano. In quest’ultimo mese, oltre ad aver già toccato i 41 gradi, abbiamo chiuso il nostro Centro di lingue per le vacanze estive ed abbiamo festeggiato insieme a tanti amici la festa dell’Aid el-Kebir, la festa del sacrificio dell’agnello. In queste occasioni tutti sfoggiano i vestiti più belli, iniziano le danze, i canti, si mangiano dolci a non finire e soprattutto si percepisce l’enorme distanza che esiste tra noi e il continente africano.
Purtroppo, in molte occasioni, ho riscontrato che nella mentalità comune del Marocco il nostro evoluto e democratico occidente è direttamente collegato a: soldi, colonialismo, lavoro, assenza di fede e tante altre verità che da una parte criticano e dall’altra invidiano.
Tra le varie rappresentazioni dell’occidente c’è anche la Chiesa, vista con le loro categorie ovviamente.
Perciò il giorno della morte di papa Francesco, evento che ha segnato per lo più l’occidente, qualcosa ha toccato anche i nostri musulmani del Marocco. Per la prima volta ho ricevuto le condoglianze per la morte di un papa. Per loro era come se fosse morto qualcuno della nostra famiglia, un amico o quanto meno qualcuno che ci assomigliava. Addirittura un povero della nostra strada qualche giorno dopo la morte di papa Francesco mi ferma e mi dice: “Dove eri? Ho bussato ma non c’era nessuno! Ero passato per farvi le condoglianze!” e poi aggiunge “baraka frassek!”, che letteralmente vuol dire “la benedizione sulla tua testa” ma figuratamente è un’invocazione di benedizione sui pensieri di tristezza causati da una perdita.
Credo che il “rischio di apertura” di cui parlava Pierre Claverie, sia stata la carta d’identità di papa Francesco, e anche grazie a lui possiamo sperimentare in questa terra relazioni più umane, meno caotiche.
E poi è arrivato papa Leone con le sue prime parole: “La pace sia con voi”. Per noi un saluto normalissimo, super cristiano cattolico. Eppure, qualche giorno dopo l’elezione del papa, un amico mi dice: “Allora ho sentito dire che il papa è arabo! Ha usato le nostre parole Assalamu alaikum (la pace sia con voi)!”. Nessuno di noi frati ci aveva pensato ma, effettivamente, le prime parole del nostro papa sono le più usate dai nostri amici musulmani.
Sembra come se l’astuzia di Dio è sempre un passo avanti, come se Lui riuscisse a posizionarsi al di là della frontiera, in modo semplice, naturale e innocuo e far prevalere il “rischio di apertura” che poi diviene il rischio dell’incontro. Come disse Giovanni Paolo II in visita al Marocco: “il mondo è come un organismo, vivente, ciascuno ha qualcosa da ricevere dagli altri e qualcosa da dare loro”.
Perciò anche tra le differenze insormontabili che ci sono tra noi cristiani e questo popolo musulmano a volte pare di vedere la linea di frattura tra noi e loro, spostarsi un po’ più in là. Qual è la formula segreta da imparare? Probabilmente è solo questione di impasto e di lievito: impastati con il popolo utilizzando il lievito delle beatitudini e dell’amore fraterno.
In questa terra del Nord Africa, dove noi cristiani siamo chiamati ad andare all’incontro, a scoprire l’altro, a vivere con l’altro e per certi versi a lasciarsi affascinare dall’altro per non chiuderci in un ghetto occidentale, diventa altrettanto vitale non perdere la propria identità e non rigettare i propri valori, proprio perché l’umanità è plurale non esclusiva. Anche la verità, a questo punto del cammino, non è un possesso ma qualcosa da ricercare continuamente, come con Dio. Anzi, a volte, sembra evidente che in questa terra arida si ha bisogno della verità dell’altro per continuare camminare.
Con il vescovo Pierre Claverie, quel 1° agosto del 1996, muore anche il suo autista, Mohammed. Sua madre, musulmana algerina, in un’intervista disse che loro due, estremamente diversi, erano un segno evidente di pace, che il loro sangue mescolato in quella morte orribile ci ricordava che siamo umani, fatti uguali, figli dello stesso Dio. Forse in questa palpabile pluralità la cosa che ci unisce è proprio Dio.



