Storie di fuga e di ritorno

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Agosto 2013

m. è partito stamattina. Ha salutato tutti, mi ha salutato e poi è partito con uno dei più grandi che lo ha accompagnato al pullman che lo porterà a casa. Torna in quella casa da cui era scappato almeno due anni fa. Poi incontrando un altro ragazzo più grande per strada ha montato con lui una storia credibile, ha commosso il cuore di una suora che lo ha accompagnato – con l’altro ragazzo – nel nostro centro.
Adesso, dopo due anni vissuti con noi, a un certo punto ha deciso ci dirci la verità e ci ha dato anche il numero di telefono di sua madre che – contenta di saperlo in buona salute – ha chiesto di farlo rientrare a casa in un tempo ragionevole. Così dopo qualche tempo di dialogo con la madre, e dopo aver fatto ben maturare in lui il desiderio di casa, abbiamo cominciato a sistemare tutti i suoi documenti per permettergli il viaggio.
Storie quotidiane qui da noi.
Storie di fuga e di ritorno. Fuga da un ambiente famigliare, caloroso, ma che spinge ad una presa di distanza: perché? Più o meno comprensibile quando un ragazzo decide di fuggire di casa perché non vi trova le condizioni per ben vivere (economiche o relazionali), ma quando anche queste richieste sono soddisfatte, cosa spinge ancora a cercare altro?
Intanto C., 16 anni, arriva al centro. Una storia di incomprensioni in famiglia, orfano di entrambi i genitori e mandato via da casa dal nonno con cui viveva finora. D’un tratto tutto ciò che costituiva la normalità della sua vita, è stato ridotto a nulla: avere una casa con delle persone conosciute dove andare a dormire la notte, avere da mangiare ogni giorno, potersi lavare, andare a scuola, avere i propri documenti, essere riconosciuto come membro di una famiglia, il proprio ruolo in parrocchia…tutto questo in un attimo sparisce e si ritrova per strada facendo ancora fatica a crederci del tutto. C. ha l’aria di un bravo ragazzo, è educato e ha dei modi garbati. Continua a dire che non se l’aspettava che suo nonno dicesse sul serio quando gli ha chiesto di prendere le sue cose e andare via.
Intanto siamo affaccendati a causa dei documenti regolari che dobbiamo fare per tutti – stranieri e non – per evitare che i nostri ragazzi abbiano problemi con la polizia. È normale che ci siano controlli e che ognuno abbia i documenti richiesti… solo che tutto questo è arrivato da un giorno all’altro e a dirla tutta… bé forse non è il primo dei problemi di questo paese. È come chiedere di non gettare la carta della caramella per terra passeggiando su una discarica…
E il problema vale dicevo per locali e stranieri: per gli stranieri perché devi dimostrare chi sei, dove vivi, chi ti prende in carico, ecc… ma anche per i locali, perché se non hai i documenti come fai a dimostrare di essere “locale”? e i documenti costano. In realtà una volta i documenti erano a pagamento. Poi, si è deciso di farli gratis per aiutare la gente. Ma evidentemente tra la scelta di chi è a capo e i cittadini esiste una mediazione burocratica che invece vuole profittare di tutto: risultato? È diventato praticamente impossibile avere dei documenti. E in più, se vuoi accelerare le pratiche devi pagare qualcosa sottobanco… insomma paradossalmente era meglio prima.

Cena di beneficenza

 

Il Segretariato Missioni Estere dei Frati Minori di Umbria e Sardegna in collaborazione con l’associazione “Tutti per San Bartolomeo” hanno il piacere di invitarvi alla cena di beneficenza, che si terrà il 12 gennaio 2013 alle ore 20,00 presso la sede dell’Associazione via Paoluccio Trinci Foligno.

L’intero ricavato della serata sarà devoluto a favore del progetto “Qua la mano” che sostiene i bimbi e le famiglie dei villaggi vicino alla parrocchia di Taldykorgan in Kazakistan che vivono in gravi difficoltà economiche e sociali. Inoltre aiuteremo i giovani frati congolesi nell’acquisto dei testi per lo studio della teologia a Brazzaville.

La cena sarà allietata dal gruppo musicale “Perfetta Letizia” dei frati minori e da  testimonianze missionarie.

Il costo della cena è di € 15,00 a persona, i bambini sotto i tre anni gratis, e dai tre anni ai dodici € 10,00.

Per le prenotazioni rivolgersi alla Sig.ra Paola Costa numero telefonico: 338 6782406 entro e non oltre il 09/01/2013.

Vi aspettiamo numerosi per trascorrere insieme una serata piacevole all’insegna della solidarietà.

 

Menù

Antipasto fantasia

Risotto alla zucca mantecato al formaggio

Nidi di carne con purè

Verdura cotta

Coppa di crema bicolore

Acqua Vino

Caffè

 

“Sappiamo bene
che ciò che facciamo
non è che una goccia nell’oceano.
Ma se questa goccia non ci fosse,
all’oceano mancherebbe”
Madre Teresa di Calcutta

Per informazioni:
Segretariato Missioni Estere
Frati Minori di Umbria e Sardegna
Convento Porziuncola, 1
06081 S. Maria degli Angeli (PG)
tel. 075/8051566
cell. 3407161958
www.missioniassisi.it
info@missioniassisi.it

Lettera di fr Rosario dal Burundi

Cari frati e amici,
in questi giorni, scambiando gli ultimi saluti con le persone che ho conosciuto, come un ritornello, ho chiesto cosa dovrò raccontare di questi mesi trascorsi in Burundi.
Un giovane studente mi ha risposto così: “Noi siamo poveri che, con tanta speranza, attendono un cambiamento. È la speranza che ci fa andare avanti, ci permette di sorridere”.
Appena arrivato a Kayongozi, camminando per le strade rosse e polverose, colme di bambini vestiti di stracci, entrando nelle case buie, misere, molte delle quali costruite con mattoni pronti a sciogliersi a causa della pioggia, perché fatti di terra e paglia, riflettendo sulla guerra che ha oppresso il popolo burundese per molti anni, avendo soprattutto davanti agli occhi una povertà davvero insostenibile per noi “occidentali”, mi chiedevo dove la gente potesse trovare la voglia di sorridere e mostrare serenità.
Mi rimangono ancora molte perplessità, perché sono troppi e troppo grandi i problemi che l’Africa deve ancora affrontare. Mi sono accorto però, che la povertà di mezzi non è strettamente legata alle ragioni per vivere, non ha soffocato i valori importanti dell’uomo come il volersi bene, l’amicizia, la capacità di sentire la gioia e la sofferenza altrui, l’aiuto verso chi è ancora più povero, l’accoglienza dei bambini e il rispetto per le persone anziane, il saper “regalare” il proprio tempo a chi ne ha bisogno, la voglia e l’umiltà di imparare, il saper riconoscere e gustare le cose belle, il sentire la vita come un camminare insieme, come una musica per orchestra, più che per strumento solista. (scusate la similitudine musicale).
Che grazia, essere stato accolto da tante persone generose e disponibili, che mi hanno permesso di conoscere più da vicino le consuetudini, le tradizioni e altri aspetti della vita e della cultura burundese!
In particolare i frati, le suore e Justin sono stati i miei ciceroni.
Mi hanno coinvolto in moltissime iniziative. Grazie a loro, ho raggiunto le famiglie più povere che vivono nelle colline circostanti.
Ho conosciuto i pigmei Ba-twa, i quali vivono veramente in uno stato selvaggio e di una vivacità incredibile. Ho partecipato ad una bellissima gita-escursione tra le colline qui intorno, con i bambini del Centro. Indimenticabili i “Venerdì-sport”, con Justin alla guida.
Insieme ai suoi collaboratori e ai ragazzi del Centro, facevamo un po’ di ginnastica e una corsetta, che diventava l’occasione per visitare qualche famiglia povera o gli ammalati.
La musica ha continuato ad essere la mia migliore amica. Ho collaborato con Justin nell’organizzazione della prima competizione delle corali della Parrocchia e delle succursali vicine, mentre con fra Flavio abbiamo preparato per gli ospiti del nostro Centro, un concerto di canti e danze, in cui anche io mi sono esibito suonando il piano e accompagnando il coro dei bambini.
Ho incontrato gli studenti e i professori delle scuole primarie e degli istituti superiori di Kayongozi, i contadini delle cooperative agricole. Ho conosciuto il vescovo Biagio e visitato il Seminario della Diocesi, confrontandomi con molti studenti e sacerdoti.
Ho avuto anche la possibilità di andare a Ruyigy, il capoluogo di provincia, per partecipare alle manifestazioni per il Cinquantesimo Anniversario dell’Indipendenza del Burundi.
Mi sono recato spesso nella capitale, Bujumbura, insieme a fra Flavio, per le spese del Centro, divertendomi nel vederlo contrattare i prezzi al mercato della città.
Ho poi scoperto che gli africani sono peggio dei siciliani, riguardo al grande numero di feste. Potrei a questo punto elencare tutte le celebrazioni alle quali ho preso parte, lunghissime, ricche di canti e danze o altre occasioni meno religiose, in cui è stato difficile non lasciarsi trascinare dall’energia dei loro tamburi. In questi momenti di festa nessuno rimaneva escluso e il tempo sembrava fermarsi.
Il Centro caritativo “San Francesco”, a due passi dal convento, è stato per me un “concentrato di umanità”. Bambini, giovani, adulti, anziani, sono gli ospiti che ogni giorno ricevono tutto ciò che serve per una vita dignitosa.
Come posso esprimere con le parole la meraviglia davanti allo “sciame” di bambini che, ogni mattina dopo la messa, mi correva incontro? Ho avuto l’opportunità di affiancare fra Giuseppe nel suo lavoro di fisioterapista nel reparto dei bambini disabili. Ho ammirato la sua passione e il suo impegno. Ho visto la forza e la fatica delle ragazze che lavorano a tempo pieno e si prendono cura di loro. Ho compreso che la gioia di questi bambini era semplicemente stare con loro, giocare, dargli da mangiare, cambiarli quando erano sporchi, farli sentire puliti.
Ho contemplato la semplicità e purezza dei più piccoli, forse perché sono gli aspetti che tutti vorremmo fare nostri.
Ho chiesto un incontro con gli anziani del Centro. Li ho tartassati di domande. A volte, nella veste di antropologo/etnologo, ho indagato sulle tradizioni locali, sul lavoro e il tempo libero, sulla storia passata, la colonizzazione e il periodo della guerra.
Come ho amato scherzare con “mama” Salome e le altre anziane donne sulle moda di oggi! Non ammettevano che le ragazze portassero i pantaloni. Pensate quando accennavo al modo di vivere e di vestire in Italia…un disastro!
Gli ho chiesto di cantarmi alcune ninna nanne. Lo hanno fatto, con uno sguardo un po’ imbarazzato per la mia richiesta.
Insomma, questa mio “pezzo di vita africana” si è rivelato principalmente un luogo d’’incontro. Quando l’incontro è stato autentico, è diventato per me luogo di conversione. Ancor prima di una conversione “spirituale”, preferirei parlare di una conversione “umana”. Le persone che ho incontrato, hanno “sfidato” la mia maniera europea di vivere e di pensare. Hanno messo in discussione la mia esperienza culturale e di fede. Ciò ha innescato un processo durissimo in cui, spesso, mi sono sentito disorientato, ma contento per aver almeno provato a rompere il mio guscio protettivo, aprendomi alle loro provocazioni. Conversione “umana” perché attraverso le persone ho conosciuto meglio me stesso e un volto sempre più incarnato, sempre più umano di Dio.
Un grazie speciale ai frati di Kayongozi, soprattutto per la loro pazienza. Ringrazio i frati liguri, fra Mario il provinciale, fra Silvio, il responsabile delle missioni, i suoi collaboratori, fra Luca di Pecorile che mi hanno incoraggiato e accompagnato in questo mia esperienza qui in Africa.

Muracoze, Humukama nabahezagire!
(Grazie, il Signore vi benedica!)
fra Rosario

Centro Emisfero

Confezioniamo pacchi regalo per voi

Per raccogliere fondi per le nostre missioni anche quest’anno faremo il servizio confezionamento pacchi al centro commerciale Emisfero di via Settevalli (PG).

Saremo presenti i primi due week-end di dicembre e tutta l’ultima settimana prima di Natale. Venite a trovarci, anche perché non c’è un gazebo più bello e folcloristico del nostro!

Il Signore vi benedica.

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Lettera di fr Rosario da Kayongozi

Cari fratelli e amici: “Hamahoro”!

Significa “Pace” ed è il saluto degli abitanti di Kayongozi.

Vi scrivo dopo circa un mese dal mio arrivo in Burundi. Io sto bene e mi sono inserito abbastanza facilmente. La fraternità che mi ospita è composta da due frati italiani (Flavio e Giuseppe) e due burundesi (Nicodemo e Pelagio). Gli ultimi due non li ho ancora conosciuti perché impegnati al Capitolo provinciale di Nairobi.

La missione in Burundi, inizialmente solo della Provincia ligure, con il passare degli anni ha assunto una forma diversa: l’attività pastorale della Parrocchia oggi è sotto la responsabilità della Provincia di Nairobi, il centro caritativo, “Villaggio San Francesco”, invece della Provincia ligure.

La prima comunità francescana arrivò in Burundi nel 1975, chiedendo al vescovo di Rujgy di affidargli la zona più povera della sua Diocesi. Si stabilirono così a Kayongozi. Insieme alla Chiesa e ai locali adiacenti, i frati decisero di costruire una modesta struttura per ospitare i poveri e i malati delle colline vicine e dare loro assistenza. Nel corso degli anni il centro si è sviluppato ulteriormente con nuove costruzioni: il dormitorio dei bambini, l’infermeria, la casa per gli anziani, la chiesa, i magazzini. Oggi si chiama “Villaggio San Francesco” e ospita circa 250 persone. La maggior parte sono bambini in condizioni di totale abbandono, denutriti e malati. Poi giovani, disabili fisici, anziani, lebbrosi, che ricevono il necessario per quello che penso sia l’elementare diritto dell’uomo: vivere.

Lavorano presso il Villaggio i frati, le suore francescane del Monte (una Congregazione ligure) e diversi collaboratori laici. L’organizzazione è gestita principalmente da fr. Flavio e Justin, un infermiere che si occupa delle cure mediche.

Per la coltivazione della vasta campagna intorno al Villaggio, provvede una squadra di uomini che sono in genere padri di famiglie molto numerose e bisognose. Vengono assunti via via in base alle loro necessità secondo le stagioni dell’anno agricolo.

Le persone, ospiti del Villaggio, conducono una vita abbastanza confortevole, in rapporto alla miseria totale che li circonda che continua a far morire la gente.

Il territorio parrocchiale conta più di diciassettemila persone. Ognuno vive di ciò che coltiva: fagioli, riso, patate. Il raccolto però non riesce a soddisfare il fabbisogno di tutti. Per questo motivo sono molte le famiglie che ricevono dalla missione un aiuto per sopravvivere.

Al mio arrivo, insieme a fr. Flavio, ho visitato il Villaggio. Quando i bambini mi hanno visto spuntare, si sono immediatamente attaccati a me, chiamandomi “Mugiungu”, che vuol dire “Bianco”. Adesso mi chiamano “Rozzario”, pronunciando il mio nome assieme ad un enorme sorriso.

Dopo una settimana, che è stata utile per conoscere le varie attività del Villaggio, ho scelto di collaborare con fr. Giuseppe, fisioterapista, che lavora con i bambini disabili. Ogni mattina vado con lui e cerco di dare una mano in base alle necessità. Per fortuna la mia passione per la musica mi aiuta sempre! I primi giorni, infatti, non conoscevo nessuna parola in kirundi, pertanto ho iniziato a suonare su uno xilofono giocattolo qualche melodia dei canti della messa che mi era rimasta impressa. I bambini erano molto contenti di ascoltare un canto kirundese. Nel frattempo cerco di imparare qualche parola in kirundi, grazie all’aiuto delle persone che lavorano nel Villaggio e alle ragazze che assistono i bambini.

Certamente non mancano le cose da fare. Servono molti strumenti e accessori per la fisioterapia. Pochi giorni fa, io e fr. Giuseppe abbiamo modificato alcune sedie di legno, adattandole per i bambini disabili, così possono stare seduti con un piano di appoggio per mangiare. Sto imparando qualche manovra semplice di fisioterapia per aiutare Giuseppe nel suo lavoro.

Justin invece mi ha affidato i bambini più grandi con i quali mi vedo 2 volte a settimana per un corso elementare di musica. Quasi tutti hanno la musica nel sangue e sono davvero bravi ad improvvisare ritmi e controcanti.

Di solito, il venerdì e la domenica pomeriggio, con Justin vado a visitare le famiglie povere di Kayongozi. È il momento per me più difficile perché non mi aspettavo una povertà così sconcertante! Non immaginavo che oggi fosse ancora possibile vivere nelle condizioni che ho visto! Ho incontrato famiglie che lottano ogni giorno per sopravvivere.

Una signora vedova mi ha portato all’interno della sua casa per farmi vedere quello che possedeva. Vivevano con lei la figlia, anch’essa vedova, tre nipoti più le capre e le galline, tutti sotto lo stesso tetto. Non avevano né acqua, né luce. Attaccata al muro c’era una busta di plastica con dentro qualche vestito insieme a delle ciotole e qualcos’altro.

Dopo esserci presentati,  abbiamo pregato insieme il “Padre nostro”. Sono certo che anche voi, quando abbiamo pronunciato: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”, avreste pensato quello che ho pensato io! Sono parole che rivestono un enorme significato per la dignità di queste persone.

Ho scelto di rileggere, qui in Africa, l’Enciclica “Caritas in Veritate” di Benedetto XVI.

Vi lascio con questa breve riflessione del Papa:

“La carità eccede la giustizia, perché amare è donare, offrire del “mio” all’altro; ma non è mai senza la giustizia, la quale induce a dare all’altro ciò che è “suo”, ciò che gli spetta in ragione del suo essere e del suo operare. Non posso donare all’altro del” mio” senza avergli dato in primo luogo ciò che gli compete secondo giustizia. La giustizia è inseparabile dalla carità. La giustizia è la prima via della carità”.

E ancora:

“Non può avere solide basi una società che – mentre afferma valori quali la dignità della persona, la giustizia e la pace – si contraddice radicalmente accettando e tollerando le più diverse forme di disistima e violazione della vita umana, soprattutto se debole ed emarginata”.

  

Invio alcune foto che ho scattato. (Nella prima si vede il viale principale del Villaggio).

Saluto tutti i frati e amici. In particolar modo ringrazio i frati di Farneto per l’attenzione e la disponibilità che hanno mostrato nei miei confronti, i giorni che ho trascorso con loro, prima della mia partenza per l’Africa,

un abbraccio,

Rosario.

Veglia di preghiera per le Missioni

Al monastero S. Girolamo di Gubbio

Nell’ambito del “Mese missionario” di ottobre, sabato 29 si è tenuta, presso il monastero S. Girolamo di Gubbio, una veglia di preghiera per le missioni, che è stata presieduta da p. Pietro Mechelli e animata dalle nostre sorelle Clarisse.

Basandosi sullo schema dell’Ufficio delle letture, sono stati inseriti alcuni elementi inerenti il tema missionario, tra cui l’accensione simbolica di cinque lampade, a ricordare i cinque continenti, ed il rinnovo delle promesse battesimali, a richiamare l’universale missionarietà di tutta la Chiesa. Ha trovato posto anche una breve testimonianza di fra Iuri Cavallero, concernente le due esperienze da lui vissute presso le nostre fraternità operanti in Kazakhstan.

La veglia ha visto la partecipazione attenta e coinvolta di un gruppo di frati e di alcuni fedeli laici ed è stato un momento bello e importante per sostenere con la preghiera l’intera Chiesa missionaria: in un clima raccolto ma disteso, infatti, ha permesso non solo di incontrare più direttamente esperienze geograficamente lontane, come quella della missio ad gentes, ma anche di richiamare l’attenzione su contesti a noi più vicini ma, spesso, ugualmente “distanti”, ad esempio ricordando l’importanza della “nuova evangelizzazione” in un’Europa sempre più scristianizzata.

Un tempo di preghiera, dunque, «per riscoprire la gioia nel credere e ritrovare l’entusiasmo nel comunicare la fede: che, infatti, cresce quando è vissuta come esperienza di un amore ricevuto e quando viene comunicata come esperienza di grazia e di gioia», come ci ricorda Benedetto XVI nel suo recente motu proprio “Porta fidei”.

Triangolare di calcio

II Memorial Fabrizio-Ivano-Sergio

Sabato 12 maggio 2012, alle ore 15.30, si svolgerà il II Memorial Fabrizio-Ivano-Sergio.

Presso il campo sportivo di Cantalupo di Bevagna avrà luogo un triangolare di calcio tra le squadre:

  • A.N.P.S. sez. di FOLIGNO
  • UMBRIA MOBILITA’ sez. di FOLIGNO-SPOLETO
  • NAZIONALE RELIGIOSI

Il ricavato sarà completamente devoluto in beneficienza a:

  • Missioni Francescane dei Frati Minori dell’Umbria
  • Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII

Segui il link in basso per avere ulteriori informazioni o per metterti in contatto con noi.

 

Lettera di Rosaria e Arne da Islamabad

Carissimi amici, PACE E BENE !

prendo spunto della riflessione che Candido ci ha inviato per farmi viva ed inviarvi i nostri saluti da Islamabad.
Sì, abbiamo dentro di noi questa sete e questa fame insaziabile di Assoluto, di Dio, che ci rende eterni pellegrini dello Spirito.
Nulla ci può appagare veramente poiché siamo impastati di eternità e lo Spirito che è in noi ci richiama sempre alla Verità ..
Se non ci allontaniamo mai dal rumore e dal frastuono del mondo che cerca di convincerci che l’ illusione del benessere materiale basta, non giungeremo mai ad incontrare Dio.
Potremo parlare di Dio, come facevano al tempo di Gesù molti farisei, ma senza conoscerlo…
Speriamo che questa quaresima sia tempo d’Incontro !!

Qui in Pakistan la situazione va di male in peggio. Arne doveva partire per il sud del paese ma poi si è ammalato con una forte febbre. In quei giorni nel sud ne son successe di tutti i colori, per cui nella febbre ho finito per veder la mano della Provvidenza..
Hanno attaccato un ospedale a Karachi,con l’intento di portare via gli stranieri che però non c’erano. In mancanza di stranieri i talebani hanno dovuto accontentarsi di ostaggi cristiani locali.Che ne faranno? In un paese dove il valore della vita umana sembra svalutarsi di giorno in giorno c’è veramente da temere per le vite di quei poveretti..
Intanto sulle strade del sud alcune moto sparano o lanciano ordigni contro le macchine delle organizzazioni umanitarie. L’ambasciata italiana, grazie all’ efficienza del console umbro ( il console italiano ad Islamabad è di Todi), continua ad inviarmi messaggi che riguardano la sicurezza nel Paese. Ieri il primo messaggio era quello di una bomba scoppiata a Peshawar. Il console, al momento,prega i cittadini italiani presenti sul territorio pakistano a non viaggiare per motivi di sicurezza.
Il tempo qui sembra un po’ dilatato e due settimane vengono percepite come due mesi.
Vivo sulla mia pelle la discriminazione nei confronti delle donne che vige in questa realtà strettamente islamica.Mi chiedo come sia avvenuta questa frattura profonda tra i due sessi ,quasi vivessero in due mondi paralleli.
Quando esco sola incontro sguardi maschili inquietanti e pieni di disprezzo.Dopo i primi errori ho capito che in questa parte di mondo una donna non può e non deve salutare un uomo.La gentilezza e l’educazione di donna italiana che mi porto dentro, non ha alcun valore qui anzi è alquanto ridicola ed inaccettabile.Non solo è inaccettabile che una donna ti porga la mano ma anche che ti saluti verbalmente quando entra o quando esce dal tuo ufficio o dal tuo negozio.
Gli uomini siedono a terra a gruppetti e parlano tra loro,le barbe lunghe ed il cappellino talebano sul capo. Non vi sono donne per strada . Quando si vede una donna è accompagnata dal marito o dai famigliari. Le donne vivono nel loro mondo domestico e lasciano la società all’uomo.
Indago nella storia dell’Islam e scopro che la donna beduina dei tempi pre-islamici non era così sfruttata come vogliono farci credere. Anzi allora vigeva un matriarcato, un po’ come nella realtà tuareg che noi abbiamo conosciuto bene in Niger,certo c’erano le caste e la schiavitù ma questa purtroppo esiste ancor oggi in Pakistan..
La testimonianza di due donne qui vale come quella di un uomo, l’uomo è in tutto superiore alla donna, la quale ha poca intelligenza e poca ragione, dice il Corano. Alcuni editti tradizionali hanno indurito ancor di più il sistema giuridico maschilista nel quale la donna è unicamente proprietà dell’uomo e non ha alcun diritto.
Da un lato questo tentativo delle società molto islamiche di annullare la donna dal mondo e dall’altro l’occidente dove la donna sembra esser divenuta così sfacciata, senza modestia e senza pudore.Sembra aver perso la propria femminilità e la propria forza morale.
Quanti estremi, com’è difficile la strada dell’equilibrio.

Cari fratelli e sorelle ricordateci nelle vostre preghiere!

Buona Quaresima e buona penitenza.

Con affetto,

Rosaria e Arne

Gara di briscola

Ci divertiamo per aiutare

Sabato 11 febbraio 2012 – ore 21.00 – presso il Centro Polivalente “CANTALUPO DI BEVAGNA” si è svolta un gara di briscola il cui ricavato sarà devoluto in beneficienza a:

  • Missioni francescane dei Frati minori dell’Umbria
  • Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII

Vendita di dolci ad Umbertide

15 Novembre 2011 – Commento di Giorgia Gabollini

Domenica 30 ottobre, ad Umbertide, ha avuto luogo la prima vendita autunnale di dolci a scopo benefico, per i bambini del Villaggio dell’Arca, in Kazakhstan. La voglia di fare dei volontari e le idee di Fra Manuel, si sono ben amalgamate dando vita al primo di una lunga serie di appuntamenti previsti per l’inverno e oltre.

La Chiesa di San Francesco si è dimostrata il palco perfetto per portare in scena un trionfo di dolci, pasticcini e creme, che hanno impregnato con il loro profumo, ogni singola parete della Chiesa diventando parte della celebrazione, allietandola insieme a cembali e chitarre.

Tutto ciò che sembrava essere destinato a fallire a causa di alcuni problemi tecnici (guasto alla macchina, ritardi, incomprensioni) alla fine si è rivelato un successo incredibile. Sin dalla prima celebrazione del mattino gli umbertidesi hanno contribuito, non solo comprando i prodotti esposti, ma anche chiedendo informazioni per quanto riguarda le attività che sono previste in kazakhstan, che a nostro giudizio si è rivelato il successo maggiore che potessimo avere.

La celebrazione delle 11 ha decisamente realizzato il “tutto esaurito”, dai bambini alle mamme, dai papà ai nonni, dai catechisti agli animatori, tutti hanno portato a casa “un piccolo ponte verso il kazakhstan” perché con quel dolce hanno reso felici non solo loro stessi ma anche i piccoli bambini del villaggio, quali grazie alla loro offerta potranno continuare a sorridere.

Un ringraziamento speciale va a tutti coloro che hanno reso possibile questa giornata, i veri protagonisti di questo trionfo, ovvero tutte le persone che si sono offerte, senza scopo di lucro, di spendere tempo per cucinare e confezionare con amore i dolci senza sapere e senza nemmeno conoscere dal vivo la realtà kazaka ma semplicemente guidati dall’amore verso il prossimo.