Prima di partire: Silvia

 Silvia

Mi chiamo Silvia, ho 29 anni, all’università ho studiato Arabo e sognavo che da grande avrei lavorato per una ong in un qualche campo rifugiati della Palestina. Poi ho incontrato Stefano e ho scoperto che la mia vocazione era un’altra: siamo sposati da due anni e speriamo che presto il Signore ci conceda la gioia di diventare genitori. Nella vita mi occupo di tutt’altro, ma il mio sogno di sempre non si è mai spento: occorreva solo fare verità sul significato profondo di quella passione che mi spingeva a volere andare. Dovevo incontrare Cristo sulla mia strada per capire che il nome di quel desiderio era amore.

Per quasi dieci anni ho custodito in cuore il sogno di partire, anche se poco alla volta sembrava sbiadire tra le pieghe della quotidianità; poi l’anno scorso, durante il mio primo pellegrinaggio in Terra Santa, ho sentito chiaro che era giunto il momento, perché il Dio delle Beatitudini si è schierato dalla parte dei deboli e degli ultimi e mi chiedeva di prendere posizione.

Il 5 agosto io e Stefano partiremo per l’orfanotrofio La Creche di Betlemme, dove da 127 anni le Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli si prendono cura dei piccoli orfani palestinesi a cui la guerra sta negando un futuro. E mentre lo dico ancora non ne ho piena coscienza.

Quando ho deciso di partecipare agli incontri di formazione missionaria, era perché sentivo forte il desiderio di testimoniare ciò che Dio aveva compiuto nella mia vita, per riconsegnare, almeno in parte, ciò che mi era stato donato. Volevo partire per aiutare i più bisognosi, per toccare e lasciarmi toccare dalla loro povertà, per riscoprire l’essenziale attraverso un’esperienza che non mi offrisse il comodo rifugio di casa mia la sera, ma che mi immergesse totalmente in quella realtà, costringendomi a rimanere presente, a non distrarmi, a non raccontarmi confortevoli bugie per non perdermi. Sentivo il bisogno profondo di pormi di fronte non a parole o categorie, ma a vite concrete, incarnate nel volto, nelle parole, nella storia delle persone.

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Oggi è passato qualche mese da quel primo incontro a Costano, e ho capito che allora il mio desiderio era ancora troppo orgoglioso, troppo gonfio di me. Era ancora troppo grande la mia pretesa di essere “sufficiente”. Tuttavia, mi è difficile dire cosa significhi adesso la partenza per la missione, perché è un continuo divenire di significati che si colorano di nuove sfumature. Di certo, senza il corso oggi non mi sentirei pronta con consapevolezza: gli incontri a Costano mi hanno offerto tante provocazioni, costringendomi a scendere e a far verità; oggi mi sento molto più ricca e sempre di più in cammino.

Partire oggi per me significa prima di tutto toccare la mia povertà, per guardarla negli occhi, senza paura e senza vergogna. Partire oggi significa incontrare la mia codardia, e fare, forse, l’esperienza della mia incapacità di amare fino in fondo; significa creare uni strappo, un distacco, dalle prigioni confortevoli della mia vita.

Quest’esperienza a Betlemme è certamente un’occasione per collocare i miei studi nel mio essere donna e cristiana, per avvicinarmi davvero all’altro non solo fisicamente e spiritualmente, ma anche usando la sua lingua e la sua cultura, con umiltà. Per mettere ciò che ho appreso al servizio dell’altro, senza utilizzarlo come strumento di potere o fonte di guadagno, ma per essere sul suo stesso piano, come sorella, come sorella più piccola. E in quello spazio di comunicazione creare un luogo di incontro e di amicizia disinteressata, capace di fare e farti sentire amato, dall’altro e da Dio in Cristo.

Continuo a pregare: «Signore, dimmi ciò che vuoi che io faccia». Ma la risposta Dio me l’ha già data, è nel Vangelo: Gesù a Betlemme non ha trovato posto, è nato fuori dalle porte della città, eppure la sua mamma, Maria, l’ha partorito e lo ha avvolto in fasce con amore immenso, perché quello era il suo bambino. Unico, bellissimo, un tesoro preziosissimo, il più prezioso. Anche i bambini di La Creche sono nati poveri tra i più poveri, senza nemmeno un nome. Quello che il Signore mi chiede, è semplicemente di amarli come Maria amò Gesù. Con tutta me stessa, senza riserve, senza paura di morire. Mi chiede di essere per loro un po’ mamma, di avventurarmi senza indugio nel viaggio in quell’altrove che porto incisa nel profondo di me stessa, per lasciare spazio a quel vuoto in cui Dio può porre la sua dimora e rendermi più accogliente.

Dio a Betlemme ha scelto di abitare in una casa, in una famiglia, e vuole diventare casa per ognuno di noi, dentro la nostra vita, dentro la nostra famiglia. È anche per sentire sempre più forte questa presenza, in fondo, che sto per camminare sulle strade della Terra Santa. La mia speranza, il mio augurio è di fare sentire a ognuno dei bambini che incontreremo, che li amo in quel qualcosa che loro non amano, nella loro debolezza, in quello che non vedono. È di imparare un po’ di più ad amare come Dio ama.

Subito dopo che ci è stata assegnata la destinazione, ho visto un video in cui una suora di La Creche raccontava di come un bimbo le ha detto: «Io sono povero». Lei gli ha risposto: «Anche Gesù lo era», «Sì, ma lui aveva una mamma». E subito sono stata assalita dall’ansia di trovare una risposta plausibile da dare a quei bambini nel caso in cui avessero fatto anche a me la stessa domanda. Mi ci sono arrovellata per giorni, ho pregato, forse perché volevo una risposta io stessa per prima. Poi ho capito: non serve trovare una spiegazione al dolore, serve che io ascolti ogni singolo dolore rimanendo  presente e onesta in ciò che sono. E se questo implicherà soffrire nel guardare il vuoto in quegli occhi, non importa, perché quel vuoto è pieno del Tutto, del volto di Dio, pronto ad accogliermi e a darmi rifugio tra le ferite del suo costato. Voglio solo fare affidamento sulla realtà di questo amore così concreto, pronta  a mettermi in gioco per gli altri e a cambiare, diventando ciò che riceverò, poco alla volta.

Andare a Betlemme è un’occasione immensa, non soltanto per me come individuo singolo, ma per me e Stefano come famiglia. Nel matrimonio, Dio ci chiede ogni giorno di essere responsabili l’uno dell’altra e di aprirci alla vita, diventando fecondi. Con il matrimonio, il Signore ci ha reso segni del suo amore nella nostra casa, ma anche nella società; ecco perché viviamo questa esperienza a Betlemme anche come un invito a riflettere sul modo in cui Giuseppe e Maria hanno saputo accogliere l’amore di Dio nelle loro vite.

Nella Genesi, Dio ha affidato la sua creazione all’uomo e alla donna perché la custodiscano, e noi vogliamo dirgli il nostro : come potremmo essere una madre e un padre che sanno prendersi cura dei propri bimbi se non sappiamo ascoltare il grido dell’altro, se pensiamo che non sia compito nostro?

Infine, Betlemme e la sua storia mi ricordano che il Verbo si è fatto carne, ma che si è fatto carne anche dentro alle contraddizioni del mondo. Non posso partire per la Palestina senza sapere che per un mese vivrò sulla mia pelle la quotidianità del conflitto che lacera Israele e Palestina con la realtà del muro di separazione, di quegli otto metri di cemento che hanno un impatto pesantissimo per quanti a Betlemme non vengono solo per un giorno o per un mese come noi, ma ci vivono proprio, in primis i bimbi dell’orfanotrofio.

Prego di essere capace di non giudicare, ma semplicemente di provare a immaginare le sofferenze che quel muro divide e amplifica, sia da una parte che dall’altra. Voglio mettere in crisi il mio concetto di giustizia e di ingiustizia per scoprire in tutti, palestinesi e israeliani, cristiani, musulmani ed ebrei, dei compagni di viaggio, tenendo come bussola il Vangelo per essere fedele alla radice della parola solidarietà, che non può accettare e coprire l’assenza di diritti. Per me è importante imparare a non pregare per i palestinesi o per gli israeliani, come i miei studi mi portano a fare alle volte, ma perché siano in grado di perdonare, e perché io per prima sia in grado di farlo, amando anche i nemici, perché solo se mi porrò in questo atteggiamento potrò essere davvero un segno di pace, testimoniando degnamente Cristo.

E mentre le parole continuano a scorrere sul foglio, mi accorgo che ormai manca meno di un mese alla partenza. È tempo di affidarmi a Dio.

Fiera a Pian di Massiano

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Carissimi anche quest’anno siamo stati presenti alla fiera a Pian di Massiano, dal 1 al 5 novembre. Come vedete dalla foto il nostro gazebo era coloratissimo e pieno di tanti begli oggetti africani e non solo!

Ringraziamo di cuore tutti i volontari che si sono resi disponibili per questo servizio e tutti coloro che ci hanno aiutato comprando qualcosa. Abbiamo raccolto 1010,45 euro che serviranno per la costruzione di una cappella per la comunità cristiana del Sud Sudan.

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Prima di partire: Stefano

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Mancano poco più di due settimane alla partenza. Destinazione: l’orfanotrofio La Creche di Betlemme, una terra di missione che mi interroga profondamente sul valore della vita e sul senso della felicità.

Parto con mia moglie Silvia, e questa, per me che ho conosciuto Gesù grazie al suo amore e alla sua testimonianza, è una grazia immensa; il nostro matrimonio è un dono di Dio ed è la forza che mi muove a partire. Gesù disse: “Bussate e vi sarà aperto”; mi piace immaginare allo stesso modo la nostra casa, la nostra famiglia: uno spazio aperto a tutti, sempre, come il cuore del Padre, perché una volta che hai gustato la gioia dell’incontro con Gesù, non puoi fare altro che comunicarla e condividerla.

Mi sento chiamato a testimoniare il Vangelo nella mia famiglia, sul lavoro, tra gli amici. Ma se mi guardo intorno, so che lo spazio che ho a disposizione ogni giorno è ben più ampio: poveri ed emarginati fanno parte integrante della vita di tutti i giorni, ma spesso sfuggono alla mia vista superficiale. Eppure le periferie del nostro mondo sono proprio dietro l’angolo del condominio in cui vivo e forse anche più vicine… Ecco perché desidero partire, per coinvolgermi con l’altro senza il rassicurante rifugio della mia quotidianità.

Da piccolo, mi piaceva il supereroe Capitan Planet; per me era il paladino della giustizia, e immaginavo che anche io da grande avrei lottato per far trionfare il bene. Eppure, quel concetto di Bene e di Giustizia era abbastanza deludente se paragonato a quello del Vangelo, così totale, così rivoluzionario… Non occorre necessariamente partire per maturare la consapevolezza dell’importanza e dell’urgenza di una vera giustizia sociale e di una vera solidarietà, ma partire è per me l’occasione di farne uno degli scopi della mia vita.

Andare incontro al prossimo implica in primis muoversi verso un altro luogo, ma grazie ai weekend di formazione che abbiamo condiviso a Costano, mi sono reso conto che la missione, prima ancora di essere un luogo, è un tempo, un tempo per rinunciare all’ambiente confortevole e rassicurante nel quale vivo, con le sue abitudini e sicurezze, per mettermi in gioco completamente, senza riserve. Mi ha fatto capire che la missione ti porta in un luogo fisico lontano e diverso per obbligarti a toccare un altro luogo, più intimo: te stesso, con il tuo gusto di essere uomo, mettendo a nudo i tuoi limiti e permettendoti di scoprire l’altro come possibilità.

Durante il corso, i frati ci hanno lanciato tante provocazioni, ci hanno suggerito tante domande. Ne porto con me una in particolare: “Cosa mi porto come bagaglio?” Qualche medicinale, pochi vestiti, qualche vestitino per i bimbi di La Creche… ma soprattutto, il Bene di Cristo per non lasciarmi accecare dalla povertà, dalla sofferenza, dal buio e per cogliere la bellezza di ogni gesto di solidarietà, di ogni parola di amicizia e fraternità. Porto con me quell’amore che gratuitamente ho ricevuto e che mai avrei immaginato essere così dolce e capace di riempire la mia vita, e che ora voglio riversare ogni giorno nelle mie azioni per rimetterlo in circolo. Voglio essere attento per l’altro, senza aver paura di sorridere o di dare una carezza. Voglio far sentire a ogni bambino che incontrerò che sono lì proprio per lui.

Parto per vivere il mistero di Dio in ogni esperienza di fraternità, di amicizia, di comunione che questo mese in Terra Santa mi offrirà. Non cambierò il mondo con gesti eclatanti come Capitan Planet, ma cominciando da me stesso: parto non solo e non tanto per sentirmi utile, ma per condividere quell’amore che ho ricevuto; parto con Silvia, luce che illumina le mie giornate, perché solo con lei mi sento completo e capace di donare un amore pieno.

Sto studiando un po’ di arabo per cercare di accorciare almeno un po’ le distanze linguistiche e culturali che inevitabilmente ci saranno, ma sono convinto che proprio in quella diversità di lingua, di modi di fare, di sguardi che mi faranno sentire anche un po’ straniero, incontrerò quell’umanità bella che è ragione di scambio e di rispetto.

Infine, il luogo di missione che ci attende occupa un posto unico nella storia dell’umanità, un luogo dove duemila anni fa il Cielo è sceso per toccare la terra. Una terra che non smette di far parlare di sé per quanto vi avviene. Allora Betlemme era una città povera che fu testimone di un evento eccezionale: Dio che si fa carne, che si fa fragile, manifestando tutta la sua potenza in questa debolezza, un momento di luce e gioia indicibile. Oggi Betlemme è ancora una città povera,  strangolata da un muro che cerca di spegnere luce e gioia, di rendere la vita fragile, precaria. Eppure, i bambini a Betlemme nascono ancora, e proprio come Gesù sono segno di una vita che non ha confini e porta speranza. Condividere un pezzo di vita con questi fratelli più piccoli, privati dei loro diritti fondamentali, mi insegnerà ad essere più umile, a preferire il silenzio agli slogan e alla falsa carità. Prego e pregherò il Signore che la costruzione di questo muro sia presupposto al suo abbattimento. Prego e pregherò il Signore per la pace, perché non ci siano più orfani per questa guerra. Prego e pregherò il Signore perché mi dia la forza e il coraggio di essere strumento vivo del suo amore, disponibile, aperto, accogliente, benefico. Prego e pregherò il Signore perché mi aiuti a farmi piccolo, perché Lui possa trovare posto e ospitalità nella mia vita.

Stefano

Due storie che si ri-incontrano

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Sascia e Grofa avevano vissuto all’Arca alcuni anni insieme coltivando una grande e bella amicizia. Poi Gorfa con la sorellina fu adottato ma l’adozione, per vari motivi, fallì. Dopo tre anni di vagabondaggio è ritornato all’Arca a chiedere aiuto proprio mentre p. Luca si trovava lì in visita. Per vari motivi non era possibile riprendere Grofa all’Arca e così, d’accordo con lui e con Marina, è stato accolto presso il convento a Taldykorgan per un periodo di riposo e progettazione del futuro. Anche Sascia aveva bisogno di “cambiare aria” per un po’ e così è venuto anche lui avivere nella piccola foresteria del convento. Il lavoro non manca ed è sempre un buon maestro. Alla fine dell’estate si sono isciritti alla nona classe serale (corrispondente alla nostra terza media) per poi passare (secondo un suo sogno fin dall’infanzai), Grofa alla scuola per cuochi e Sascia a quella per saldatori (una professione, in questi anni in Kazakhstan, ricercatissima). Nelle foto al loro primo giorno di scuola con gli immancabili regali e fiori per l’insegnate responsabile del corso!

Visto che le figlie di Nadia, la responsabile del progetto “qua la mano”, si sono traferite a Tomsk, in Russia, per studiare, Nadia ha deciso di accoglerli in casa sua.

Accolti anche dalla comunità parrocchiale, hanno fatto subito amicizia con i loro coetanei e con un paio di giovani famiglie che li invitano soprattutto nei fine settimana per trascorrere un po’ di tempo con loro.

Vittorio è nato!

MAMMA E VITTORIO

Da tempo seguiamo mamma X con il progetto “qua la mano” e i suoi tre figli frequentano il progetto “dopo scuola”. Ci chiama disperata perchè è rimasta incinta e non vuole assolutamente portare avanti la gravidanza: già le è quasi impossibile mantenere i tre attuali figli non può assolutamente permettersi un quarto figlio. L’aiuto che ci chiede consiste nei soldi necessari per affrontare l’aborto. Inutile i vari colloqui per dissuaderla, soprattutto di Nadia come donna e madre. Sappiamo benissimo che non dargli i soldi significa, vista la sua determinazione, che si rivolgerà a qualche “praticona” con il rischio anche per la sua vita come spesso succede. La situazione sembra proprio senza uscita. Mamma X sparisce, non si fa trovare, non vuole assolutamente avere contatti con noi. L’unica strada e quella più certa, è rimanere in preghiera. Oggi ci ha chiamato dicendo di avere alcune verdure da regalare ad un’altra mamma che ha appena partorito e che, come lei, è in grave difficoltà (anche lei seguiamo con il progetto “qua la mano”). Non senza timore sono arrivato a casa sua e l’ho trovata sorridente che mi aspettava sul cancello in una bella sera autunnale di sole ancora caldo con….Vittorio in braccio. Con le lacrime agli occhi e il sorriso sulle labbra mi spiega che l’ha chiamato Vittorio perchè ha vinto lui. Non ho chiesto i particolari ma insieme abbiamo gioito per la vita, la presenza di Vittorio e alla fine mi ha persino detto:”Dio la benedica!”: è stato il più bel grazie che poteva dirmi

E insieme ringraziamo il Signore per il dono di Vittorio.

A Lui l’onore, la gloria e la potenza!

fra Luca Baino

E tu cosa c’entri? incontri di formazione di GPIC

locandina incontri GPIC

La Commissione GPIC della famiglia francescana dell’Umbria, formata dai Frati Minori, dalla gioventù francescana e dall’Ordine Francescano secolare, si è riunita ed ha elaborato una proposta di formazione per tutte quelle persone interessate a comprendere sempre meglio quello che stiamo vivendo nel nostro mondo ed in particolare nella società Italiana. Sono moltissime le sfide che la realtà in cui viviamo ci pone davanti e molte volte il nostro approccio è deresponsabilizzante, cioè demandiamo ad altri la soluzione di problemi che ci appaiono molto più grandi di noi. Ma è proprio vero che noi non c’entriamo niente con quello che sta accadendo alla nostra Terra, alla nostra politica, alla nostra economia? E’ proprio vero che possiamo essere al massimo spettatori passivi di scelte perverse che significano povertà per migliaia di famiglie, inquinamento dilagante, e gestione politica che mira solo al bene di pochi?

Il percorso di formazione che vi proponiamo vuole essere l’inizio di un cammino che risponda al desiderio di essere uomini e donne che si interessano al mondo in cui vivono e che si chiedono come poter diventare attori di un cambiamento sociale e non solo spettatori di scelte apparentemente altrui.

10 Novembre 2013

Cristiano e/o politico: realtà inconciliabili?

Luca Diotallevi, professore di Sociologia all’università di Roma 3.

16 Marzo 2014

Come la finanza casinò si sta giocando il pianeta

Andrea Baranes, fondazione culturale di Banca Etica.

27 Aprile 2014

Cristiani perseguitati nel mondo

P.Bernardo Cervellera, direttore di Asia News.

11 Maggio 2014

Risorse ambientali, economia e stili di vita.

Monica De Sisto, docente di ONG e Politiche nazionali presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma e giornalista sociale professionista.

Questi incontri non vogliono essere un esperienza conclusa, ma al contrario è un tentativo di risvegliare le coscienze per avviare nuove iniziativi dei singoli e delle comunità. Il nostro obiettivo è in primo luogo quello di stimolare tutti all’interesse riguardo questi aspetti, in secondo luogo quello di promuovere iniziativi concrete d’impegno e coinvolgimento in relazioni alle esigenze presenti nei nostri territori.

Vorrei che prendessimo tutti il serio impegno di rispettare e custodire il creato, di essere attenti ad ogni persona, di contrastare la cultura dello spreco e dello scarto, per promuovere una cultura della solidarietà e dell’incontro

papa Francesco

Udienza generale di mercoledì 5 giugno 2013 in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente, promossa dalle Nazioni Unite

Convegno Missionario nell’Anno della Fede, 12-13 Ottobre 2013

volantCarissimi, il Signore vi dia pace!

Come sapete il mese di Ottobre è tradizionalmente riconosciuto come il mese missionario per eccellenza.
Vi segnaliamo un iniziativa alla quale siamo tutti invitati a partecipare, si tratta del
Convegno Missionario nell’Anno della Fede “L’Umbria ha un cuore vivo e missionario“, organizzato dalla Commissione regionale per l’evangelizzazione e la cooperazione missionaria tra le chiese della Conferenza Episcopale Umbra, in programma il 12 e 13 ottobre 2013 a Santa Maria degli Angeli. Trovate il programma in allegato QUI.

Sara un momento di formazione per crescere sempre più come cristiani che “rendono ragione della speranza che è in loro” (1Pt 3,15)
Se qualcuno si volesse fermare per il pranzo o il pernottamento ce lo comunichi al più presto all’indirizzo email info@missioniassisi.it

Gli studenti ringraziano

Irina

Salve. Mi chiamo Irina. Studio all’Universtà di  Sichuan che si trova nella città di Chengdu della provincia di Sichuan (nel sud della parte centrale della Cina). La mia specializzazione è la lingua cinese. Sono molto contenta della mia professione e della mia università. Vivere in Cina mi piace molto! Vi ringrazio molto! Mi avete molto aiutato. Tante le volte voleste venire a trovarmi sarò felice di incontrarvi!

Salve! Mi chiamo Pimienof Alessandro. Ho 20 anni e sono nato il 5 aprile 1992 a Taldykorgan. Vivo in Russia a Novosibirsk. Studio all’università statale di tecnologia e sono al terzo corso. La mia è la facoltà di ingegneria elettronica e quando avrò finito sarò un ingegnere elettronico. Per la laurea dovrò studiare ancora tre anni e mezzo.

Grazie dell’aiuto con il quale mi sostenete senza il quale sarebbe veramente difficile proseguire gli studi. L’università ha già deciso di farmi iniziare il mio primo tirocinio che anche se non so ancora dove sarà e in che cosa consista, sono sicuro si svolgerà dal 29 giugno al 25 luglio. Durante il tirocinio dovrò tenere un dettagliato diario su tutte le mie attività che prevedo di spedirvi così che possiate condividere con me i miei progressi.

Dio vi custodisca. Io prego ogni giorno per voi.

Sascia. (diminutivo di Alexander o Alessandro)

Nota di p. Luca: grazie al sostegno del progetto Sascia ha potuto finire anche quest’anno scolastico ma soprattutto avere la possibilità di fare richiesta per partecipare al tirocinio che gli darà una quasi sicura possibilità di trovare un lavoro professionalmente qualificato, al termine degli studi. Io personalmente, sono molto orgoglioso di Sascia per la serietà dell’impegno nell studio.

Pridatko EugeniaSia lodato Gesù Cristo. Mi chiamo Pridatko Eugenia e ho intenzione di frequentare i corsi in preparazione agli esami di ammissione alla filiale dell’Università di psicologia di Pietroburgo ad Almaty. Vi ringrazio sin da adesso del vostro aiuto.

 

 

Salve, mi chiamo Daria Kornieva. Ho 22 anni.Quest’anno ho finito il primo grado di laurea dell’università tecnologica nazionale con la specializzazione “Geologia e esplorazione dei giacimenti minerari”. Quest’anno ho iniziato il secondo livello universitario. Vi ringrazio per il vostro sostegno che mi consente di proseguire i miei studi.ok

 

Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te…

 

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Settembre 2013

La vita con i ragazzi è una continua riscoperta delle parole di Gesù, soprattutto delle sue parabole.

Avantieri, una nostra vecchia conoscenza, J., si è ancora una volta (l’ennesima, da quando era piccolino) presentato al centro e la canzone era sempre la stessa: non ce la faccio più, non so dove andare, non ho un lavoro, mi pento di aver ogni volta scelto la strada, ti chiedo perdono… riprendimi al centro.
Questo mi faceva venire in mente quella parabola del figliol prodigo che, prima sceglie di andarsene per conto suo, abbruttendo la sua vita nel “benessere” e tornando poi da suo Padre quando non ha più altre “chances”.
Certo, di fronte a un ragazzo, ormai quasi uomo fatto, che viene sbrindellato al centro, imbrogliato dalle false luci che ci accecano e ci orientano nelle mille direzioni del nostro benessere, soprattutto quando – da giovani o meno giovani – non abbiamo ancora una capacità di ben scegliere il bene che ci fa bene…, la prima cosa che mi viene da fare, dicevo di fronte a questo “reduce da una ennesima guerra persa”, è quella di rimetterlo in piedi, farlo lavare e rivestirlo in modo decente (la veste migliore, Lc 15,22, che – vista l’età – devo andare a cercarla tra i miei vestiti); farlo sentire di nuovo a casa, senza stare a fargli troppe paternali (l’anello al dito); rendergli la dignità di uomo (i sandali ai piedi, visto che – soprattutto qui – si dice che sono gli animali ad andare scalzi): anche questi evangelici sandali, cercati nell’ultimo paio di ciabatte che mi restano; e poi farlo mangiare (il vitello grasso) per togliergli quella fame di giorni che si è trasportato fin qui chissà da dove…
A quel punto possiamo parlare, mettendo da parte tutti i bla – bla della serie “padre, ho peccato, mi pento ecc., tanto sappiamo tutti che è solo la fame che ti ha spinto ancora una volta qui.
Certo quando meditiamo quella parabola, ci hanno insegnato a fare attenzione soprattutto all’atteggiamento del figlio maggiore, che si sdegna contro suo Padre quando si rende conto delle “musiche e danze” (Lc 15,25) per “il fratello peccatore”, in un atteggiamento farisaico che prima ci riempie di scandalo da perbenista nei suoi confronti e poi, quando capiamo che in fondo quel figlio siamo anche noi, abbiamo difficoltà anche solo a capire perché dovremmo sentire vergogna… Pensiamo a quando per esempio facciamo tanti discorsi sul perdono, ma poi ci sdegniamo se una ex prostituta viene promossa alla carriera politica oppure se un prete dal passato dubbio viene elevato alla dignità episcopale… semplicemente non accettiamo (esattamente come il figlio maggiore).
Ma è vero anche che noi siamo quel figlio minore, che tante volte si allontana dal Padre, ricco di tutti i beni di cui Egli ci colma ogni giorno (la vita, la salute, le amicizie, le persone che ci vogliono bene, le opportunità della vita…) e al quale ritorniamo quando non sappiamo dove altro andare a parare (il figlio minore non torna perché pentito ma perché ha fame e cerca di progettare un dialogo convincente per imbrogliare ancora una volta suo padre con dei buoni propositi, delle frasi imparate a memoria – 15, 17 – un po’ come quelle che diciamo quando andiamo a confessarci…).
Meditavo, a partire dalle situazioni al centro, ma anche dalla mia – e nostra – vita, e riflettevo che è vero che la parabola non dice se il figlio maggiore entrerà alla fine o no al banchetto che il Padre prepara per il figlio minore ritrovato… Ma è anche vero che la parabola non dice se, dopo un iniziale momento di gioia, lo stesso tarlo che ha spinto il figlio minore a partire una volta, lo farà partire ancora.
Parabole, vero, ma da quel poco che conosco di Gesù, quello che dice, lo attinge a piene mani dalla vita vissuta, la sua e quella di chi lo circonda, leggendo il tutto nella chiave della relazione con Dio.
Allora, se l’uomo – come è vero – è sempre lo stesso, sicuramente ci sarà stato un seguito a quella storia che Gesù ha conosciuto ma di cui ha voluto tramandarcene solo la parte che gli serviva per farci passare il messaggio che più gli stava a cuore e che cioè Dio ci ama sempre e comunque, che non conta i nostri peccati su un pallottoliere ma che spera sempre in un nostro ritorno a casa.
Ma la storia resta, quella che Gesù ha conosciuto, quella del nostro J. e quella di ciascuno di noi. E quella “strada di casa” l’abbiamo consumata facendola diventare un solco con i nostri va’ e vieni. Quante volte ritorniamo a lui e quante altre volte ci riallontaniamo. E il dramma per me è proprio lì: se dovessi applicare le regole del buon senso a J. e a tutti i ragazzi che “vanno e vengono”, dovrei dirgli che oramai è grande, che ha fatto le sue scelte – e che io (in un tono falsamente borghese) rispetto – e che quindi oramai non c’è più posto per lui, e che non posso neanche impegnarmi a cercare una soluzione per lui perché devo preoccuparmi di chi è in casa (le 99 pecore che non si sono perse?) ed ha quantomeno la volontà di riscattarsi impegnandosi ogni giorno, facendo quello che bisogna fare, stando alle regole e bla bla bla…
Ma se le stesse regole del buon senso fossero applicate da Dio nei miei confronti, sarei nei guai.
E allora è meglio mettere il “buon senso” da parte e ridare al Vangelo il posto centrale, riformularlo nella nostra vita come criterio fondamentale. Certo, è quasi sicuro che riaccogliere o rioccuparsi di un ragazzo come J. al 99,5% è tempo perso, ma questo solo se ragioniamo in termini umani di efficienza (se alla fine riuscirà o no a diventare responsabile). Ma c’è un altro criterio che ci interpella: J. saprà che comunque vadano le cose, per quanto difficile possa essere la conseguenza della sua scelta, per quanto in basso il peccato lo possa buttare, QUALCUNO (che noi indegnamente rappresentiamo) non lo condannerà mai e sarà sempre disposto a cercare, tra le ultime magliette rimaste nell’armadio, un’altra “veste migliore” da fargli indossare.

 

Storie di fuga e di ritorno

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Agosto 2013

m. è partito stamattina. Ha salutato tutti, mi ha salutato e poi è partito con uno dei più grandi che lo ha accompagnato al pullman che lo porterà a casa. Torna in quella casa da cui era scappato almeno due anni fa. Poi incontrando un altro ragazzo più grande per strada ha montato con lui una storia credibile, ha commosso il cuore di una suora che lo ha accompagnato – con l’altro ragazzo – nel nostro centro.
Adesso, dopo due anni vissuti con noi, a un certo punto ha deciso ci dirci la verità e ci ha dato anche il numero di telefono di sua madre che – contenta di saperlo in buona salute – ha chiesto di farlo rientrare a casa in un tempo ragionevole. Così dopo qualche tempo di dialogo con la madre, e dopo aver fatto ben maturare in lui il desiderio di casa, abbiamo cominciato a sistemare tutti i suoi documenti per permettergli il viaggio.
Storie quotidiane qui da noi.
Storie di fuga e di ritorno. Fuga da un ambiente famigliare, caloroso, ma che spinge ad una presa di distanza: perché? Più o meno comprensibile quando un ragazzo decide di fuggire di casa perché non vi trova le condizioni per ben vivere (economiche o relazionali), ma quando anche queste richieste sono soddisfatte, cosa spinge ancora a cercare altro?
Intanto C., 16 anni, arriva al centro. Una storia di incomprensioni in famiglia, orfano di entrambi i genitori e mandato via da casa dal nonno con cui viveva finora. D’un tratto tutto ciò che costituiva la normalità della sua vita, è stato ridotto a nulla: avere una casa con delle persone conosciute dove andare a dormire la notte, avere da mangiare ogni giorno, potersi lavare, andare a scuola, avere i propri documenti, essere riconosciuto come membro di una famiglia, il proprio ruolo in parrocchia…tutto questo in un attimo sparisce e si ritrova per strada facendo ancora fatica a crederci del tutto. C. ha l’aria di un bravo ragazzo, è educato e ha dei modi garbati. Continua a dire che non se l’aspettava che suo nonno dicesse sul serio quando gli ha chiesto di prendere le sue cose e andare via.
Intanto siamo affaccendati a causa dei documenti regolari che dobbiamo fare per tutti – stranieri e non – per evitare che i nostri ragazzi abbiano problemi con la polizia. È normale che ci siano controlli e che ognuno abbia i documenti richiesti… solo che tutto questo è arrivato da un giorno all’altro e a dirla tutta… bé forse non è il primo dei problemi di questo paese. È come chiedere di non gettare la carta della caramella per terra passeggiando su una discarica…
E il problema vale dicevo per locali e stranieri: per gli stranieri perché devi dimostrare chi sei, dove vivi, chi ti prende in carico, ecc… ma anche per i locali, perché se non hai i documenti come fai a dimostrare di essere “locale”? e i documenti costano. In realtà una volta i documenti erano a pagamento. Poi, si è deciso di farli gratis per aiutare la gente. Ma evidentemente tra la scelta di chi è a capo e i cittadini esiste una mediazione burocratica che invece vuole profittare di tutto: risultato? È diventato praticamente impossibile avere dei documenti. E in più, se vuoi accelerare le pratiche devi pagare qualcosa sottobanco… insomma paradossalmente era meglio prima.