Lui è come noi

Lui è come noi! Lo dice una signora anziana del nostro quartiere, per rispondere alla domanda di un’altra signora che mi chiedeva: “Noi digiuniamo, tu che fai?”.

Quest’anno abbiamo iniziato insieme Quaresima e Ramadan, due modi molto simili di prepararsi ad una festa grande: la Pasqua per noi e l’Aid el Kbir per i musulmani.

Oltre a percepire un’atmosfera diversa in tutto il paese (gli orari cambiano, i tempi di lavoro sono diversi, le stesse parole che si usano sono diverse) si sente un popolo intero che si prepara a qualcosa di grande. Ma soprattutto chi digiuna in questo mese è felice di farlo, o almeno la più parte, perché sente l’importanza di ciò che sta vivendo. Per i più piccoli è la porta nel mondo degli adulti per gli altri è il tempo per dedicare del tempo al Corano, alla preghiera e per sperimentare per un po’, attraverso il digiuno, quello che vivono i poveri. Ciò che mi stupisce è l’attesa e poi la gioia che la gente prova nel vivere questo mese (almeno all’inizio…poi diventa faticoso). Come se fosse chiaro per loro che si tratta di un tempo troppo importante da non perdere.

Subito ho pensato alle mie Quaresime, al modo in cui le ho vissute e alle occasioni perse per vivere questo tempo liturgico come un modo per entrare in profondità nella relazione con Dio.

Per questo ancora una volta, riconosco che la fede dell’altro, seppure così diversa, aiuta a conoscere meglio la mia fede. Non la annulla, semmai la svela. Forse sta qui una parte del senso del nostro vivere come una minoranza in questo paese, senza fare proselitismo, senza fare l’altro uguale a me.

Jean-Paul Vesco, arcivescovo di Algeri, in un’intervista diceva: “Il proselitismo nasce dalla paura che l’altro, così diverso da me, mi provoca. Allora faccio di tutto per renderlo uguale a me senza guardare la parte di verità che lo abita. Una Chiesa missionaria…ha bisogno della verità dell’altro. Come cristiano professo un Cristo vero Dio e vero uomo, ma non posso pretendere di avere l’ultima parola su questo Cristo e sul suo progetto di salvezza per il mondo”.

San Francesco lo diceva già ai suoi frati di non “pretendere che l’altro sia migliore”, dentro quel migliore forse possiamo aggiungerci “come me”.

Credo che possa essere questa una buona chiave per vivere qui, per stare nella Quaresima e nel Ramadan, per confessare di essere Cristiani e non alzare muri, per riconoscere che nell’altro abita una Verità che apre a nuove domande a nuovi cammini… la chiave del NON PRETENDERE.

L’altra sera, tornando a casa dopo un tour da una famiglia, mi sono incontrato con la folla che si dirigeva nelle varie moschee della medina per l’ultima preghiera della sera. Riconosco che alcune parti del nostro cammino di fede le possiamo fare insieme, fianco a fianco, noi cristiani e loro musulmani; altre volte i cammini vanno in direzioni opposte ma non escludono l’incontro, in fondo e proprio lì che ci si può guardare in faccia e riconoscersi uomini liberi, “senza pretendere”.

Buona quaresima

Fra Andrea

Una fraternità in cammino con il suo popolo

La vita della fraternità a Cuba continua a scorrere intensa e concreta, intrecciando momenti di gioia, di servizio e di preoccupazione condivisa con la gente. In questo tempo segnato da molte fragilità, il Signore ci concede di essere presenti là dove la vita quotidiana chiede ascolto, prossimità e speranza.

Abbiamo vissuto momenti di vera festa e comunione, come il Concerto di Natale nella chiesa di Sant’Antonio, animato dal nostro fra Gerardo, e la gioia semplice dello stare insieme come fraternità al completo. Accanto a questi segni di luce, non mancano però le sfide che gravano sulla popolazione: il crescente problema dello smaltimento dei rifiuti favorisce la proliferazione di zanzare e mosche, con il conseguente rischio di diffusione di virus come dengue, chikungunya e oropouche, che impegnano ospedali e studi medici in un costante stato di allerta.

La parrocchia resta un luogo di incontro e di educazione alla fraternità: lo testimoniano i ragazzi della scuola di calcio, coinvolti in una partita simbolica Polonia–Ucraina organizzata dalle rispettive ambasciate, e i numerosi bambini che quest’anno partecipano con entusiasmo agli incontri di catechismo. Anche i tempi forti dell’anno liturgico sono stati vissuti con intensità, attraverso il ritiro di Avvento nella nottata parrocchiale della Santa Cruz de Jerusalén e un ritiro di un’intera giornata con i nostri parrocchiani.

Non manca poi la dimensione più silenziosa e quotidiana della carità. Abbiamo potuto accompagnare una giovane madre sola, Yaismeri, che ha chiesto il battesimo per la sua piccola Ana Cristina; e offrire ospitalità in parrocchia alla terziaria Olivia e a suo fratello Otto, durante la malattia di Olivia e i necessari lavori di manutenzione della loro casa. In questi gesti semplici si rende visibile una Chiesa che cerca di farsi casa, rifugio, famiglia.

Infine, come spesso accade in questa terra, anche la forza della natura si è fatta sentire con il passaggio dell’uragano “Melissa”, ricordandoci quanto sia fragile l’equilibrio in cui vivono tante persone e quanto sia preziosa ogni presenza solidale.

Le immagini che seguono raccontano meglio di ogni parola questo tratto di cammino: volti, eventi, ferite e speranze di una comunità che, pur tra molte difficoltà, continua a vivere e a credere.

fra Matteo Marcheselli

 

Concerto Natale in S. Antonio con il nostro fra Gerardo

La nostra fraternità al completo

Sempre più grande il problema dello smaltimento dei rifiuti, causa della proliferazione di zanzare e mosche, e quindi di virus

Ospedali studi di emergenze per i virus dengue, chikungunya e oropouche

I ragazzi della scuola di calcio della parrocchia in una partita Polonia- Ucraina organizzata dalle rispettive ambasciate

Ritiro di Avvento nella nottata parrocchia della S. Cruz de Jerusalen

Ritiro di un giorno con i nostri parrocchiani

Aiuto ad una giovane madre sola, Yaismeri, che ha anche fatto battezzare la piccola Ana Cristina

La terziaria Olivia ed il fratello Otto ospitato in parrocchia a seguito della infermità di Olivia e della necessità di eseguire una manutenzione indispensabile alla loro casa

I bambini del catechismo! Quest’anno molti che partecipano agli incontri di catechismo

L’uragano “Melissa”

Ospiti dell’Islam

Mentre le nostre giornate in missione procedono con quotidiane sorprese, un giorno ho ascoltato una canzone araba il cui testo è simile al Cantico dei Cantici. Il titolo è Lamma Bada Yatathanna e proviene da un’antica raccolta di testi arabi della fine del 1300.

Questa canzone mi fa pensare a come Dio impronti dei cammini ad hoc per l’uomo di ogni tempo per parlargli e rendersi presente. Come attraverso questo testo antico che parla di bellezza, di amore che si perde, di un Re che resta fedele.

Perciò mi chiedo se in questo tempo d’avvento non sia più appassionante rintracciare il modo con cui Dio ci incontra piuttosto che organizzarsi per incontrarlo? Forse così si potrebbe fare l’esperienza di conoscere un Dio che si fa nostro ospite, un po’ come è accaduto a Maria, la quale lo ha conosciuto dentro il suo corpo.

In questo modo, ogni quotidianità acquista valore. Si potrebbe mettere da parte la continua l’ansia di “fare qualcosa per Dio”, di fare sempre la cosa giusta, anche l’ansia di essere bravi, senza troppi peccati, perché come ci racconta Luca nell’Annunciazione, è Lui che fa tutto il viaggio verso di noi senza chiederci niente in cambio. Il Corano per raccontare la vicinanza di Dio dice che “Allah è più vicino a te che la tua vena giugulare”, come dire, è proprio attaccato.

Lasciare a Dio prendere l’iniziativa di incontrarci crea qualcosa di totalmente nuovo, perché si è obbligati ad accettare il suo modo di venirci incontro e lasciar perdere la propria idea di relazione con Dio.

Nella pratica è quello che ci accade di vivere giornalmente con i nostri fratelli musulmani, non cercare di imporre la nostra verità ma lasciare Dio libero di incontrare l’altro come ha già pensato. Probabilmente tra i suoi strumenti per incontrarlo Dio mette in conto anche noi (speriamo), tuttavia è appassionante restare attenti al cammino che lo Spirito fa nell’altro piuttosto che “intrappolarlo”, l’altro, nel mio desiderio di cammino per lui.

Un nostro frate degli anni settanta, Jean Mohammed Abdel Jalil, diceva che occorre farsi ospiti dell’Islam, farsi accogliere dall’altro, per comprenderlo dal di dentro ed evitare di bloccarlo dentro una precomprensione occidentale.

Credo che una parte del nostro Avvento a Meknes, passi proprio da qui, dal farsi piccoli per essere dentro il mondo dell’altro. Questa riduzione non è rinnegazione di quello che siamo, ma rientra piuttosto in quello che dice S. Francesco nella lettera a un ministro: “Non pretendere che l’altro sia un cristiano migliore”. In questa terra la frase possiamo accorciarla, “non pretendere che l’altro sia cristiano”. Suona strano…tuttavia siamo certi che la grazia di Dio è libera di percorrere molteplici vie per raggiungere gli uomini, anche per vie che non sono le nostre (cf. Is 55,9).

C’è un ultimo aspetto della piccolezza che siamo chiamati a vivere in Marocco ed è quello del deserto. In fondo, la vita in questa missione ci abitua a vivere in un deserto a più livelli, dallo spirituale fino a quello culturale, tuttavia la Bibbia ci ricorda che nel deserto, dove il popolo di Israele “non era una grande nazione”, era perciò piccolo, Dio conduceva con premura i suoi figli. Nel deserto Dio faceva Alleanza, faceva regali, si rendeva presente a modo suo. In questo deserto che viviamo, come piccola cosa in una marea musulmana, ci ritroviamo profondamente presi in considerazione da Dio, il quale continua a farci regali, ma per mostrarcelo ha i nostri fratelli dell’Islam.

Penso ad una frase di Sant’Ireneo, il quale diceva che “il Verbo si fece Figlio per abituare l’uomo a Dio e per abituare Dio a mettere la sua dimora nell’uomo”. Io ci vedo tanto rispetto da parte di Dio! Lo immagino nei nostri quartieri insieme a noi che ci abituiamo a uomini e donne di un’altra religione, mentre proviamo a farci piccoli per entrare nella carne di questo Islam che non smette di lasciare delle domande sempre più profonde.

fra Andrea Raponi

Un Vangelo nel nascondimento

Fra Gianpaolo Fabaro racconta la visita alla comunità francescana di San Pietroburgo

Durante il suo recente viaggio in Russia, fra Gianpaolo Fabaro ha fatto visita a fra Iuri Cavallero, amico e confratello di lunga data: i due frati, legati da oltre vent’anni di vita comunitaria, si sono ritrovati a San Pietroburgo, dove è presente una piccola comunità francescana che, pur nel silenzio, continua a testimoniare il Vangelo con semplicità e perseveranza.

“Fra Iuri lo conosco da vent’anni,” racconta fra Gianpaolo. “Sin dai primi anni di formazione coltivava questo desiderio di andare in missione, di portare la sua vita di fede in terre lontane. È stato in Kazakistan, e da lì ha maturato la passione per la Russia, un sogno che oggi vive concretamente.”

Oggi la comunità dei frati minori a San Pietroburgo conta due presenze: fra Iuri e fra Bernardin – guardiano. A loro si è da poco aggiunto un giovane frate vietnamita, impegnato ad apprendere la lingua. “Una comunità piccola, ma viva,” spiega fra Gianpaolo, “una presenza che non fa rumore, ma che testimonia un Vangelo vissuto quasi nel nascondimento”.

Una fede che resiste nel silenzio

Camminando per le vie di San Pietroburgo, fra Gianpaolo racconta di aver percepito “una tensione palpabile”: “Al di là della bellezza dell’arte e dell’architettura, si respira un’aria pesante: ci sono pannelli che inneggiano alla patria, che invitano i giovani ad arruolarsi. È una propaganda forte, una cultura che mescola fede e ideologia, dove Dio viene invocato come difensore della patria. Questo mi ha molto colpito”.

Durante una visita alla Fortezza dei Santi Pietro e Paolo, i frati si sono trovati per caso ad assistere a una parata militare. “È stato un momento molto forte,” ricorda. “Consegne di onorificenze, inni, applausi…”.

Eppure, in mezzo a tutto questo, la piccola comunità cattolica continua a vivere la sua fede.

“Lì non si possono fare annunci pubblici, non si può evangelizzare per strada,” spiega. “Ma già solo camminare con l’abito francescano è un segno: un segno che parla senza parole”.

La fraternità come segno di speranza

Nonostante le difficoltà, padre Gianpaolo racconta con gratitudine la fraternità vissuta tra i diversi rami dell’Ordine. “A Pietroburgo e a Mosca c’è una bellissima collaborazione con i frati minori conventuali. Lì, davvero, si vive il carisma francescano a 360 gradi. Siamo fratelli, fratelli in Cristo, figli di Francesco. È una fraternità semplice, ma profonda, che diventa segno concreto di Dio in una cultura dove spesso prevale la diffidenza”.

La vita quotidiana dei frati è fatta di piccole cose: la preghiera, la condivisione, la presenza. “È un Vangelo vissuto nella ferialità, nella normalità,” spiega. E cita un episodio della vita di San Francesco: “Quando Francesco dice al confratello: ‘Andiamo ad annunciare il Vangelo’. Dopo aver camminato per la città, il frate gli chiede: ‘Ma non dobbiamo annunciarlo?’. E Francesco risponde: ‘È proprio quello che abbiamo fatto’. Ecco, anche a San Pietroburgo ho sentito che il Vangelo si annuncia così: senza imporsi, ma con la presenza, con la vita, senza clamore.”

Il futuro: semi di speranza

Quando si parla di futuro, fra Gianpaolo non ha dubbi: “Solo Dio sa dove e come questa presenza potrà portare frutto. Ma so che i miei confratelli continueranno a essere seme di Vangelo, di comunione e di fraternità. Il seminatore uscì a seminare, e parte del seme cadrà tra rovi o sassi… ma il resto porterà frutto, anche se non lo vedremo.”

E continua: “Sono certo che Dio moltiplicherà questi semi in tanti frutti, forse mai riconosciuti, forse mai espliciti, ma reali: è la forza silenziosa della fede, che cresce anche dove sembra impossibile.”

Un segno che resta

Nel suo racconto, padre Gianpaolo ci consegna un messaggio semplice ma profondo: la missione non è solo andare lontano, ma vivere la fede con perseveranza, anche nel silenzio. È il “Vangelo del nascondimento”, quello che germoglia nei cuori senza bisogno di clamore, che parla con la forza della fraternità e con il coraggio della speranza.

“Essere lì, camminare per le vie di San Pietroburgo con l’abito francescano, è stato come dire: il Vangelo è ancora qui. E questo, sono certo, porterà frutto a suo tempo”.

Il Papa arabo

“Quando la ricerca della sicurezza prevale sul rischio di apertura le relazioni seguono un corso caotico fatto di coalizioni d’interesse”.

Lo scrive un vescovo di Algeria, Pierre Claverie, morto nel 1996 durante un attentato. In numerosi scritti lui ripete che “l’umanità è plurale” e non va semplificata.

Questa pluralità/complessità è evidente quando si vive da stranieri occidentali in un paese arabo africano. In quest’ultimo mese, oltre ad aver già toccato i 41 gradi, abbiamo chiuso il nostro Centro di lingue per le vacanze estive ed abbiamo festeggiato insieme a tanti amici la festa dell’Aid el-Kebir, la festa del sacrificio dell’agnello. In queste occasioni tutti sfoggiano i vestiti più belli, iniziano le danze, i canti, si mangiano dolci a non finire e soprattutto si percepisce l’enorme distanza che esiste tra noi e il continente africano.

Purtroppo, in molte occasioni, ho riscontrato che nella mentalità comune del Marocco il nostro evoluto e democratico occidente è direttamente collegato a: soldi, colonialismo, lavoro, assenza di fede e tante altre verità che da una parte criticano e dall’altra invidiano.

Tra le varie rappresentazioni dell’occidente c’è anche la Chiesa, vista con le loro categorie ovviamente.

Perciò il giorno della morte di papa Francesco, evento che ha segnato per lo più l’occidente, qualcosa ha toccato anche i nostri musulmani del Marocco. Per la prima volta ho ricevuto le condoglianze per la morte di un papa. Per loro era come se fosse morto qualcuno della nostra famiglia, un amico o quanto meno qualcuno che ci assomigliava. Addirittura un povero della nostra strada qualche giorno dopo la morte di papa Francesco mi ferma e mi dice: “Dove eri? Ho bussato ma non c’era nessuno! Ero passato per farvi le condoglianze!” e poi aggiunge “baraka frassek!”, che letteralmente vuol dire “la benedizione sulla tua testa” ma figuratamente è un’invocazione di benedizione sui pensieri di tristezza causati da una perdita.

Credo che il “rischio di apertura” di cui parlava Pierre Claverie, sia stata la carta d’identità di papa Francesco, e anche grazie a lui possiamo sperimentare in questa terra relazioni più umane, meno caotiche.

E poi è arrivato papa Leone con le sue prime parole: “La pace sia con voi”. Per noi un saluto normalissimo, super cristiano cattolico. Eppure, qualche giorno dopo l’elezione del papa, un amico mi dice: “Allora ho sentito dire che il papa è arabo! Ha usato le nostre parole Assalamu alaikum (la pace sia con voi)!”. Nessuno di noi frati ci aveva pensato ma, effettivamente, le prime parole del nostro papa sono le più usate dai nostri amici musulmani.

Sembra come se l’astuzia di Dio è sempre un passo avanti, come se Lui riuscisse a posizionarsi al di là della frontiera, in modo semplice, naturale e innocuo e far prevalere il “rischio di apertura” che poi diviene il rischio dell’incontro. Come disse Giovanni Paolo II in visita al Marocco: “il mondo è come un organismo, vivente, ciascuno ha qualcosa da ricevere dagli altri e qualcosa da dare loro”.

Perciò anche tra le differenze insormontabili che ci sono tra noi cristiani e questo popolo musulmano a volte pare di vedere la linea di frattura tra noi e loro, spostarsi un po’ più in là. Qual è la formula segreta da imparare? Probabilmente è solo questione di impasto e di lievito: impastati con il popolo utilizzando il lievito delle beatitudini e dell’amore fraterno.

In questa terra del Nord Africa, dove noi cristiani siamo chiamati ad andare all’incontro, a scoprire l’altro, a vivere con l’altro e per certi versi a lasciarsi affascinare dall’altro per non chiuderci in un ghetto occidentale, diventa altrettanto vitale non perdere la propria identità e non rigettare i propri valori, proprio perché l’umanità è plurale non esclusiva. Anche la verità, a questo punto del cammino, non è un possesso ma qualcosa da ricercare continuamente, come con Dio. Anzi, a volte, sembra evidente che in questa terra arida si ha bisogno della verità dell’altro per continuare camminare.

Con il vescovo Pierre Claverie, quel 1° agosto del 1996, muore anche il suo autista, Mohammed. Sua madre, musulmana algerina, in un’intervista disse che loro due, estremamente diversi, erano un segno evidente di pace, che il loro sangue mescolato in quella morte orribile ci ricordava che siamo umani, fatti uguali, figli dello stesso Dio. Forse in questa palpabile pluralità la cosa che ci unisce è proprio Dio.

 

 

Giovani e missione 2025/2026

Hai sempre desiderato fare un’esperienza in missione?
Stare coi poveri e imparare l’essenziale della vita?
Confrontarti con altre culture, lingue, cibi e nella semplicità condividere il dono della fede cristiana?
Allora questa proposta è per te!

Il cammino che ti proponiamo è fatto di 4 tappe per prepararsi ad un’esperienza missionaria e diventare sempre più contagiosi dell’amore ricevuto.
Gli incontri sono guidati dai frati dell’Umbria e della Toscana che seguono l’animazione missionaria delle proprie province.
In ogni incontro cercheremo di prepararci sempre meglio al viaggio, di approfondire il nostro cammino di fede, di conoscere cosa è la missione della chiesa e qual è lo stile francescano di stare in missione: la sfida è arrivare a conoscere meglio te stesso e le motivazioni che ti spingono a partire.
Alla fine del percorso ci sarà la possibilità di fare un’esperienza missionaria in Africa, Asia, Europa e Sud America.

Ecco le date e i contatti.

Qui scarichi tutto il volantino

Un tè, una varicella e la Provvidenza: diario da San Pietroburgo

Cari amici delle missioni, ancora una volta è passato molto tempo dalla mia ultima comparsa su queste pagine… ops, su questi schermi. Ci eravamo lasciati a settembre, alla vigilia dell’inizio dell’Anno pastorale… e siamo già praticamente a Pasqua! Nel frattempo, oltre alla “ordinaria amministrazione”, non sono mancate alcune sorprese e imprevisti. Provo a raccontarvi con ordine.

Ormai da alcuni anni, le Diocesi russe stanno raccogliendo materiali utili a istruire ufficialmente il Processo di beatificazione dei “nuovi martiri” russi, ovvero quei cattolici che vennero uccisi durante il regime sovietico a causa della loro fede. Dopo un periodo in cui la burocrazia ecclesiastica si era “impantanata”, ora il cammino è ripreso e da Roma è giunto un nuovo Postulatore, p. Olivier Peyron, con l’incarico di riordinare e chiudere la fase diocesana del Processo, per poi inoltrare le pratiche al Dicastero delle Cause dei Santi. La questione ci riguarda direttamente perché nella lista dei candidati è incluso anche p. Epifanij Akulov (https://www.santiebeati.it/dettaglio/93543), che venne giustiziato proprio quando, nel 1937, era parroco della nostra Parrocchia, la quale, subito dopo, venne chiusa e liquidata dal regime. Come forse ricorderete, il primo parroco del “Sacro Cuore” fu Teofilius Matulionis (https://www.causesanti.va/it/santi-e-beati/teofilo-matulionis.html), anch’egli martire del periodo sovietico e beatificato nel 2017: la nostra Parrocchia, quindi, potrebbe presto avere un nuovo, secondo patrono particolare! Abbiamo così invitato p. Olivier a incontrare i nostri parrocchiani per prendere il tè e fare quattro chiacchiere: mi hanno riferito che è stato un momento piacevole e arricchente per tutti. Come dite? “Mi hanno riferito”? Eh sì, io purtroppo non potei partecipare perché… ero in quarantena con la varicella: insolito regalo per il mio cinquantesimo compleanno! Grazie a Dio l’ho superata senza complicazioni, quindi posso dire che è stato davvero… buffo! Ma non sono mancate altre interessanti novità.

La storia e l’attuale triste stato della nostra chiesa parrocchiale, infatti, suscitano spesso interesse anche tra i non credenti, tra cui studenti e Dipartimenti universitari. In particolare, sono stato contattato da Alesja (al primo anno di Storia nella Scuola Superiore di Economia) e Julia (laureanda in “Restauro del patrimonio architettonico” presso l’Università Statale di Architettura e Ingegneria Civile). Alesya partecipa al progetto dipartimentale “Il paesaggio religioso della città: storia post-secolare delle comunità religiose a San Pietroburgo” e l’abbiamo invitata a prendere il tè dopo la Messa. Ha potuto così consultare alcuni documenti d’archivio e chiacchierare piacevolmente coi parrocchiani. Julia, invece, ha scelto proprio la nostra chiesa come tema della sua tesi di Laurea: ci siamo quindi incontrati all’Università e abbiamo parlato dei progetti di restauro dell’edificio. Chissà se le Facoltà ci concederanno una copia delle tesi per il nostro archivio?

Per il resto, abbiamo continuato le normali attività, sebbene il contesto socio-politico in cui viviamo sia piuttosto teso: nell’aria e sui social network si respira un clima di generale intolleranza e aggressività mentre, a livello istituzionale, la burocrazia e i controlli amministrativi, con le relative sanzioni, si sono fatti più serrati, rigorosi e pesanti.

Noi, comunque, andiamo avanti, sostenuti anche dalla comunione con gli altri rami della Famiglia francescana. Sia durante il periodo natalizio sia in vista del Triduo pasquale, infatti, così come in occasione di alcune solennità, continuiamo a celebrare insieme ai Conventuali e al loro gruppo di fedeli, alternandoci nella proclamazione delle Letture, nei canti e nella predicazione. Abbiamo inoltre fatto visita alle Suore Francescane Missionarie di Maria per il tradizionale pranzo della vigilia di Natale e sr. Bozhena ha tenuto la meditazione del ritiro d’Avvento nella nostra Parrocchia. Anche l’Ordine francescano secolare prosegue la sua attività: ad ottobre Marina ha emesso la “Promessa di vita evangelica”, Irina e Stasja sono passate in Noviziato e una nuova candidata ha iniziato il suo percorso di formazione. A fine marzo, invece, proprio qui a Pietroburgo si è svolto l’incontro nazionale, a cui sono stato invitato anche io: un bellissimo momento di fraternità!

La nostra parrocchia ha poi preso parte a un evento organizzato, su iniziativa del sig. Enzo Fornaro, mio conoscente, dal Monastero di Sant’Antonio per celebrare l’anniversario della rappresentazione teatrale “Gelindo”. Di cosa si tratta? Ogni Paese e ogni popolo ha il proprio patrimonio di tradizioni orali: miti, storie, fiabe… che, a volte, diventano la base per film, cartoni animati e opere teatrali. Orbene, nei pressi di Alessandria, da secoli, si racconta la storia di Gelindo, pastore locale che si trovò miracolosamente a Betlemme al tempo della nascita di Gesù. Circa cento anni fa, un frate cappuccino raccolse queste tradizioni orali e le mise per iscritto, creando una sceneggiatura teatrale. L’anno scorso ha segnato il centesimo anniversario della messa in scena di questa pièce, ogni Natale, a scopo benefico. L’evento pietroburghese ha previsto una mostra di fotografie storiche dello spettacolo (dagli inizi del XX secolo ai giorni nostri), una breve conferenza di presentazione, la proiezione di alcuni spezzoni e un collegamento video da Alessandria con la Compagnia Teatrale “San Francesco”. All’evento era presente, a titolo personale, anche il Console Generale d’Italia.

Cerchiamo poi di rafforzare i legami anche con le altre diverse comunità religiose della città, ad esempio invitando in parrocchia, di tanto in tanto, alcuni loro rappresentanti: il 16 febbraio è stato con noi fr. Andrej Kovalenko, SVD. Dopo la Messa ha tenuto un incontro in cui ha parlato un po’ di sé, della propria vocazione, della sua Congregazione e ci ha aiutato a riflettere sulla Bolla papale di indizione dell’Anno Giubilare «La speranza non delude».

Fr. Bernardin, dal canto suo, prosegue una serie di incontri dedicati alla spiritualità, sempre molto apprezzati dai parrocchiani, e la preparazione di alcuni ragazzi al sacramento della Cresima. Continua inoltre a insegnare presso l’Istituto Teologico di San Pietroburgo “San Giovanni Crisostomo” dove, nell’ambito del corso di Catechetica, mi ha invitato a tenere una lezione-testimonianza sulla mia esperienza nella catechesi con gli adulti.

Un altro momento significativo per la nostra parrocchia è stata la festa di compleanno della nostra “decana” Rena Karpovna, che il 1° del mese ha compiuto 88 anni! Tanti auguri a lei e a tutta la nostra comunità!

Per quanto riguarda la Fondazione, in seguito alla definitiva chiusura del nostro convento di Ussurijsk fr. Stefano si è trasferito a Novosibirsk, dove affiancherà fr. Corrado nella direzione della nostra Scuola elementare. Grazie a Dio, il Centro Tau è stato preso in carico da un’Associazione fondata da una coppia di parrocchiani (che, non a caso, furono tra i primi sponsor a sostenerne l’apertura, circa vent’anni fa) e potrà così continuare la sua attività a favore delle persone senza fissa dimora. Fr. Joseph del Vietnam, infine, ha finalmente ricevuto il documento di invito dalla scuola di lingue di Pietroburgo e ha quindi richiesto il visto al Consolato… non resta che aspettare. Per ora l’invito è per tre mesi (maggio-giugno-luglio), poi la scuola dovrebbe provvedere a prolungarglielo fino a un anno, senza che lui debba tornare in patria. Se tutto ve bene, quindi, potrebbe essere qui già ai primi di maggio.

Grazie a tutti del vostro sostegno, Dio vi benedica!

fra Iuri

Contromano

Ho visto delle persone eccitate per la propria religione. È il tempo del Ramandan e i souk si riempiono di dolci iper calorici da mangiare la sera dopo la rottura del digiuno. Il concetto del tempo nel Ramadan è semplice: il giorno la vita rallenta e di notte si riaccende. Il digiuno è previsto dalle prime luci del mattino fino alla sera, dopodiché si aprono le danze ed ogni cena è una festa.

L’euforia caratterizza i primi giorni del Ramadan in seguito si affaccia la stanchezza e poi arriva il nervosismo. Ma di sicuro queste prime settimane è il tempo più interessante di questo sacro mese.

Un poeta palestinese, Mahmoud Darwish, nella sua bellissima poesia “Pensa agli altri”, scrive nei primi versi:

Mentre prepari la tua colazione, pensa agli altri,
non dimenticare il cibo delle colombe.

Pensa e non dimenticare sono due verbi che si adattano bene a questo mese: pensa a chi non ha cibo (perciò digiuna), pensa a Dio (perciò prega), pensa ai poveri (perciò fai l’elemosina). Fin qui tutto nella norma, ma la vera sfida è il “non dimenticare”. “Pensa” ci colloca spesso nell’immediato (di cosa ho bisogno? Cosa è meglio? Come fare per…?), ma “non dimenticare” è parola molto più anziana, è la parola che abita tutti i passati, tutte le guerre, tutte le ingiustizie e che ogni mattina prende vita, scorre il registro con i nostri nomi e fa l’appello: Andrea non dimenticare, presente o assente?

Allora questo tempo sacro del Ramadan, per strani incroci lunari, interpella anche la fede di noi cristiani, chiamandola all’appello dicendogli: “mi hai dimenticata?”.

Qualche giorno fa, una ragazza mi chiede: “Allora che fai, tu digiuni?”. Rispondo: “Si ci provo anche io!”. Dopo dieci secondi di occhi sgranati lei dice: “Ti manca solo la Shahadda (cioè la professione di fede), forza dilla, ripetila con me! È Allah che ti vuole!”. Chiaramente, sono ancora cristiano, ma ciò che in quel momento mi ha fulminato è stata l’eccitazione religiosa che quella ragazza ha avuto nel vedermi a un passo dall’essere come il 99,9% degli altri marocchini. Successivamente, l’altro effetto, ancora più sorprendente, è stato realizzare che Dio è abile nell’usa tutto, anche le “fedi eccitate”, per dirti “non dimenticare”! Non dimenticare perché sei cristiano, non dimenticare per chi vivi, non dimenticare di chi vivi.

Capita spesso in questi giorni di andare contro mano nelle strette vie della medina: la folla procede con calma verso la moschea, io, l’unico che va contro mano per raggiungere casa. Tutta la società parla di unico Dio (Allah) e tutte le strade hanno pochi cartelli ma sempre indicano una direzione, quella verso i luoghi di preghiera. E noi cristiani che ci facciamo qui? Siamo come il pazzo contro mano in autostrada? Qual è la giusta direzione? Forse qualcuno in quella massa di gente che ci viene incontro si chiederà: “ma dove sta andando? Va contro mano! Sicuramente non è dei nostri!”.  Così si ripropone l’esperienza della lettera a Diogneto quando per i pochi cristiani degli inizi “ogni regione straniera è la loro patria, eppure ogni patria per essi è terra straniera”. Quei cristiani avevano chiaro che la loro casa era il Cielo. Probabilmente la corsia da seguire per il cristiano è proprio quella “contro mano”, perché qualche curioso possa fermarsi e chiedersi: dove va quello lì?

Infondo sappiamo che nell’incarnazione Dio ha percorso tutto il cammino che c’era tra il cielo e la terra contro mano: solo Lui è sceso dal cielo. Può darsi che andare contro mano per le strade della medina sia un po’ come ripresentare l’incarnazione per provare a conosce i figli dell’Islam da dentro, facendosi loro ospiti.

Così inizia il mese sacro del Ramadan, cercando di non dimenticare e continuando ad andare contro mano, per essere un po’ come piace dire alla Bibbia: “la luce del mondo!”

Non è un paese per Dio

« Tu sei in mezzo a noi, e noi siamo chiamati con il tuo nome » Ger14,9

 Tre studenti adolescenti del nostro centro di lingue mi chiedono di inserirli nella lista di Spagnolo. Subito dopo mi domandano se possono aggiungere un’altra lingua da studiare, poi se possono iscrivere anche la madre di uno di loro per l’alfabetizzazione. Ridiamo e scherziamo fino ad arrivare alla domanda cruciale : «ma tu sei musulmano?».

In effetti per chi non conosce la nostra comunità la domanda é lecita : viviamo all’interno della medina (città vecchia), proviamo a parlare il dialetto del posto, mangiamo marocchino e frequentiamo marocchini. Una combinazione di elementi che sommati porterebbero far pensare ad uno straniero musulmano trasferitosi in Marocco per aiutare i poveri. La grande differenza é che fuori dalla nostra porta c’é una grande croce, che siamo tre uomini non sposati che vivono nella stessa casa, che preghiamo nella nostra cappella e non in moschea e possiamo mangiare e bere tutto.

Eppure la domanda dei tre ragazzi va oltre la curiosità e dice molto di quello che proviamo a vivere a Meknes nella nostra comunità di frati. Infatti qualcosa é detto attraverso quello che viviamo, poiché esplicitamente non possiamo evangelizzare, perciò il messaggio che consegna la nostra presenza apre a quella domanda fondamentale che é equivalente a : «sei come noi o sei diverso da noi?». In altre parole c’é una «specie di comunione delle diversità» che ci fa scoprire famigliari con il popolo marocchino ma, allo stesso tempo, c’è un limite imposto a questa famigliarità che spiega come questo non é un paese per il nostro Dio, qui «abita il Dio dell’Islam».

Certo c’é una Chiesa in Marocco accolta e apprezzata da molti, ultra giovane e vivente, tante comunità di consacrati, tante attività che i cristiani svolgono e molto altro ancora, ma ogni cosa, dal barbiere al meccanico, fino alla scuola e all’agenda della banca, ti ricorda che qui si é «incarnato» l’Islam.

Perciò questo tempo d’Avvento apre ad una domanda : é possibile l’incarnazione in questo paese o é necessaria una specie di «gestazione per altri» cristiana : missionari che vengono da altri paesi e riproducono quello che conoscono della Chiesa occidentale ?

Credo che una delle missioni che qui abbiamo sia quella di «permettere» a Dio di continuare a incarnarsi, sapendo sempre che il suo Spirito é furbo ed ha già incontrato questo popolo. A Nicodemo Gesù dice che «Dio ha tanto amato il mondo», non solo la nostra comunità cristiana ma proprio tutti. Così penso a quello che scrive il profeta Geremia : «Tu sei in mezzo a noi, e noi siamo chiamati con il tuo nome». Molti marocchini per identificare i cristiani dicono «Massihi», una parola che viene da Messia, il nome di Gesù e a noi piace perché é la loro bocca che da voce al nostro Dio. Ecco che in questa terra, il mistero dell’incarnazione ci ricorda molto la Betlemme degli inizi, quando solo in pochi hanno riconosciuto il Messia e tutto intorno a quel villaggio si viveva una quotidiana normalità.

Un povero che frequenta la nostra casa ultimamente mi ha detto : «Tu sei nostro fratello in umanità». Mi domandavo se questo Natale ci chieda di vivere un aspetto dell’incarnazione che riguarda una fratellanza condivisa e niente più. Forse é questa la sola possibilità che adesso abbiamo per incarnare una parte di Vangelo, la quale non é scritta perché comprende i trenta anni di silenzio che Gesù ha vissuto a Nazareth: nessuno parla di Lui ma quel paese e quel tempo storico erano fisicamente abitati da un Dio che si é dato nel silenzio, quel Dio era tutto per quella terra. Anche qui c’é silenzio sul nostro Dio, qui nessuno può parlare pubblicamente del nostro Dio, per questo il Marocco non é un paese per il nostro Dio, ma il nostro Dio é per questo paese.

Buon tempo di Avvento.

fra Andrea Raponi

Cento volte tanto. Notizie da fra Iuri

Cari amici delle missioni, rieccomi a voi dopo più di cinque mesi di silenzio.

Vi avevo, infatti, salutato per Pasqua… e, subito dopo, avevo salutato anche la Russia! No, tranquilli, non ho abbandonato il servizio a questa Chiesa locale: semplicemente ero dovuto rientrare in Italia per qualche settimana per stare un po’ con mia mamma e, insieme a lei, affrontare alcune questioni che si erano aperte con la morte di mio papà, ormai quasi un anno fa. Essere “figlio unico di madre vedova”, per di più da 3.000 km di distanza, non è facile… ma il Signore è grande nell’amore e si è reso presente risanando alcune relazioni familiari che ora stanno aiutando mia mamma a ritrovare, pian piano, un nuovo equilibrio in questa nuova fase della sua vita. Così anche io, dopo 5-6 mesi particolarmente faticosi, ora posso prepararmi con più serenità a iniziare un nuovo anno fraterno e pastorale insieme a fr. Bernardin e ai parrocchiani.

La volta scorsa vi avevo accennato il fatto che, tra febbraio e marzo, avevamo ricevuto la visita dei Delegati della nostra Curia generale nell’ambito del discernimento sul futuro della nostra presenza nella Federazione russa. Ebbene, a maggio tale processo ha portato i nostri superiori alla sofferta decisione di chiudere, dopo una presenza più che ventennale, il nostro convento di Ussurijsk, lasciando così il centro di accoglienza “Tau” per i senza fissa dimora, le due parrocchie di Ussurijsk e Arsenev e il “punto pastorale” di Lubjanka. Per quanto riguarda i servizi pastorali, ai primi di settembre il Vescovo di Irkutsk ha nominato un nuovo parroco (che però dovrà fare la spola da Vladivostok, che si trova 300 km a sud di Arsenev), mentre per il “Centro Tau” si stanno ancora valutando diverse possibilità: ce la stiamo mettendo tutta per salvaguardare il futuro dei nostri ospiti!

 

Vista la situazione, ai primi di luglio sono volato laggiù (un viaggio di più di 12 ore) per trascorrere un mesetto con fr. Stefano, rimasto solo, e per garantire la celebrazione della Messa a Ussurijsk e Arsenev… mentre altri sacerdoti sostituivano me qui a San Pietroburgo. Devo dire che è stata un’esperienza molto positiva, sia per la squisita (in tutti i sensi!) accoglienza fraterna di fr. Stefano, sia per le condizioni missionarie di laggiù, più “spartane” e vicine alla mia sensibilità rispetto a quelle, più “cittadine”, di San Pietroburgo (maggior comunione di vita con gli emarginati, maggior precarietà pastorale ecc…). Ho anche potuto apprezzare il forte senso di ospitalità delle comunità armena e sud-coreana, di cui siamo stati ospiti in un paio di circostanze e, infine, realizzare un sogno della mia infanzia: vedere la stazione d’arrivo della ferrovia Transiberiana a Vladivostok… seguendo il Signore si riceve davvero “cento volte tanto”!

Rientrato a Pietroburgo, poi, mi è stata donata un’altra “prima volta”: ho infatti accolto l’invito dei “Missionari figli del Cuore Immacolato di Maria” (“Clarettiani”) a predicare loro gli esercizi spirituali, cosa che non avevo ancora mai fatto in questo formato. Non so cosa lo Spirito Santo abbia voluto donare a ciascuno di loro attraverso di me, ma io ho sicuramente ricevuto molto: grazie all’ospitalità delle suore che ci hanno ospitato, al bel clima che si è creato (di grande raccoglimento e, al tempo stesso, di semplice e genuina fraternità) e ai preziosi consigli che ho potuto ricevere da sacerdoti più esperti di me.

In mezzo a tutte queste novità, naturalmente, è poi proseguita l’ormai consolidata collaborazione con i fratelli Conventuali: in occasione della festa patronale della nostra Parrocchia, per la solennità di s. Antonio di Padova, per l’ottavo Centenario delle Stigmate di s. Francesco e in altre circostanze più feriali. Anche il restauro della chiesa procede secondo i piani: al momento stanno sostituendo i finestroni neo-gotici e, se si continuerà di questo passo, la riparazione dei muri esterni potrebbe davvero essere terminata, come previsto, entro il 31.12.2025. Dopo di che, saranno necessari probabilmente altri due anni per i lavori all’interno.

Intanto ci prepariamo all’apertura ufficiale del nuovo anno pastorale, che si terrà l’ultima Domenica di settembre: l’atmosfera non è delle migliori, sia per le sempre maggiori tensioni geo-socio-politiche, sia per alcune ferite interne alla Chiesa locale… ma andiamo avanti, sempre cercando di coniugare verità e misericordia.

Infine, da pochi giorni è stata resa nota una buona notizia: un fratello della Provincia del Vietnam, ordinato sacerdote appena una settimana fa, ha chiesto e ottenuto l’obbedienza per venire ad aiutarci qui in Russia. Sarebbe il primo nuovo volontario da più di cinque anni a questa parte! Per ora seguirà dei corsi di lingua russa nel suo Paese… speriamo non si perda d’animo e possa raggiungerci, magari, in primavera! Preghiamo per lui e per altre nuove vocazioni.

Alla prossima, Dio vi benedica!

fra Iuri