L’UNICEF denuncia la drammatica situazione dei bambini siriani

Sono sempre più drammatiche le notizie che provengono dalla Siria: l’ultima riferisce che sono stati almeno centosessanta i bambini morti in attacchi compiuti contro scuole nel corso del 2014. La denuncia è stata fatta dall’Unicef, che informa anche che oltre un milione e mezzo di giovani non riceve più un’istruzione.
Nell’anno appena trascorso — ha spiegato in una nota il fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia — ci sono stati almeno sessantotto attacchi contro edifici scolastici in Siria, che hanno ucciso non meno di centosessanta bambini e ne hanno feriti altri 343. Alcune scuole sono finite sotto il fuoco incrociato delle forze del regime e dei ribelli. Altre sono invece state prese deliberatamente di mira. «Gli attacchi alle scuole, agli insegnanti, agli studenti — si legge nella nota — sono un altro orribile modo per ricordare l’enorme prezzo che i bambini siriani pagano in questa crisi, che si avvicina al suo quinto anno».
Secondo l’Unicef, il numero altissimo di studenti a cui non è più garantita un’istruzione potrebbe essere ancora più alto di quello stimato, visto che gli jihadisti del cosiddetto Stato islamico (Is) hanno chiuso molte scuole nelle zone che controllano, in particolare nelle province di Raqqa, Deir Ezzor e Aleppo.
A ciò si devono aggiungere le disastrose condizioni sanitarie. Lo hanno denunciato a Parigi alcuni medici siriani, secondo i quali nel Paese sono ricomparse molte malattie che si credevano eradicate e mancano i farmaci. «La situazione è insopportabile, catastrofica e in numerosi luoghi della Siria non c’è alcuna presenza medica», ha reso noto l’Unione delle organizzazioni siriane di soccorso medico (Uossm), che conta sull’appoggio del ministero degli Esteri francese.
Ad Aleppo, la seconda città del Paese, funzionano solo cinque ospedali, tre dei quali in forma parziale. In questa zona, controllata dall’opposizione, vivono 360.000 persone circondate dalle forze governative. «Sono rimasti solo trenta medici che, oltre a curare i feriti di guerra, devono far fronte alla ricomparsa di malattie come la poliomielite, la tubercolosi, la scabbia o il tifo», hanno dichiarato alcuni medici di Aleppo. A Guta orientale, un quartiere di Damasco assediato dalle forze governative, «non esiste alcuna possibilità di far entrare aiuti umanitari», ha denunciato un altro professionista. E nelle zone sotto il controllo dei miliziani dello Stato Islamico, i medici possono lavorare, senza però contare sull’appoggio di alcuna organizzazione umanitaria.
Inoltre, a Raqqa, roccaforte dell’Is, nel nord della Siria, dove vivono oltre un milione e mezzo di persone, non c’è alcun servizio di ostetricia, di ginecologia o pediatria e l’assistenza è molto limitata. Secondo fonti locali riprese dall’Ap, al momento, l’80 per cento dei parti in Siria avvengono in casa e sempre più bambini non vengono vaccinati.

GPIC – Bagnasco: «Il mondo tace sui cristiani perseguitati»

Di fronte al martirio dei cristiani “il mondo sta a guardare! Qualche flebile lamento, e poi il silenzio”.
Sono queste le dure parole che il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova, ha pronunciato durante il Te Deum di fine anno.
“Su 196 Stati – ha aggiunto il porporato – in 116 il diritto alla libertà religiosa e delle minoranze trova ostacoli, ma i cristiani sono quelli maggiormente perseguitati”. Il cardinal Bagnasco ha poi ricordato “il recente martirio di bambini in Iraq” e “la barbarie accaduta in Pakistan, dove una giovane coppia di cristiani è stata bruciata viva in una fornace di mattoni”.
“Come reagire – ha domandato il porporato – come aiutare tanti fratelli nella fede? Con la preghiera e con una vita cristiana più coerente e più consapevole. Con una fede più coraggiosa di confessare che Gesù, come quei bambini dicevano ai loro carnefici, è il loro amore e non volevano rinnegarlo. Saremo al loro fianco non facendo dei convegni e delle conferenze, ma salendo evangelicamente sui tetti e testimoniando ad alta voce la gioia del Vangelo e indicando con chiarezza i mali che la nostra società vuole codificare come parte integrante del bene comune”.
Rivolto ai fedeli, il presidente della Cei ha poi aggiunto: “Quanta timidezza di dirsi cristiani, quanta viltà travestita da prudenza, quanta paura passata per equilibrio circola oggi nel nostro mondo! Lasciamo che il sangue dei martiri arrivi fino a noi, da qualunque regione del pianeta parta; lasciamo – ha concluso – che ci bagni, che irrori i nostri cuori, che riscaldi le nostre anime d’amore per Gesù e la Chiesa”.

via Avvenire

“Non più schiavi, ma fratelli”: Messaggio di Papa Francesco per la 48.ma Giornata Mondiale della Pace

Pubblichiamo di seguito il testo del Messaggio del Santo Padre Francesco per la 48.ma Giornata Mondiale della Pace, che si celebra il 1° gennaio 2015 sul tema: “Non più schiavi, ma fratelli”.

1. All’inizio di un nuovo anno, che accogliamo come una grazia e un dono di Dio all’umanità, desidero rivolgere, ad ogni uomo e donna, così come ad ogni popolo e nazione del mondo, ai capi di Stato e di Governo e ai responsabili delle diverse religioni, i miei fervidi auguri di pace, che accompagno con la mia preghiera affinché cessino le guerre, i conflitti e le tante sofferenze provocate sia dalla mano dell’uomo sia da vecchie e nuove epidemie e dagli effetti devastanti delle calamità naturali. Prego in modo particolare perché, rispondendo alla nostra comune vocazione di collaborare con Dio e con tutti gli uomini di buona volontà per la promozione della concordia e della pace nel mondo, sappiamo resistere alla tentazione di comportarci in modo non degno della nostra umanità.

Nel messaggio per il 1° gennaio scorso, avevo osservato che al «desiderio di una vita piena … appartiene un anelito insopprimibile alla fraternità, che sospinge verso la comunione con gli altri, nei quali troviamo non nemici o concorrenti, ma fratelli da accogliere ed abbracciare». Essendo l’uomo un essere relazionale, destinato a realizzarsi nel contesto di rapporti interpersonali ispirati a giustizia e carità, è fondamentale per il suo sviluppo che siano riconosciute e rispettate la sua dignità, libertà e autonomia. Purtroppo, la sempre diffusa piaga dello sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo ferisce gravemente la vita di comunione e la vocazione a tessere relazioni interpersonali improntate a rispetto, giustizia e carità. Tale abominevole fenomeno, che conduce a calpestare i diritti fondamentali dell’altro e ad annientarne la libertà e dignità, assume molteplici forme sulle quali desidero brevemente riflettere, affinché, alla luce della Parola di Dio, possiamo considerare tutti gli uomini “non più schiavi, ma fratelli”.

In ascolto del progetto di Dio sull’umanità

2. Il tema che ho scelto per il presente messaggio richiama la Lettera di san Paolo a Filemone, nella quale l’Apostolo chiede al suo collaboratore di accogliere Onesimo, già schiavo dello stesso Filemone e ora diventato cristiano e, quindi, secondo Paolo, meritevole di essere considerato un fratello. Così scrive l’Apostolo delle genti: «E’ stato separato da te per un momento: perché tu lo riavessi per sempre; non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come fratello carissimo» (Fm 15-16). Onesimo è diventato fratello di Filemone diventando cristiano. Così la conversione a Cristo, l’inizio di una vita di discepolato in Cristo, costituisce una nuova nascita (cfr 2 Cor 5,17; 1 Pt 1,3) che rigenera la fraternità quale vincolo fondante della vita familiare e basamento della vita sociale.

Nel Libro della Genesi (cfr 1,27-28) leggiamo che Dio creò l’uomo maschio e femmina e li benedisse, affinché crescessero e si moltiplicassero: Egli fece di Adamo ed Eva dei genitori, i quali, realizzando la benedizione di Dio di essere fecondi e moltiplicarsi, generarono la prima fraternità, quella di Caino e Abele. Caino e Abele sono fratelli, perché provengono dallo stesso grembo, e perciò hanno la stessa origine, natura e dignità dei loro genitori creati ad immagine e somiglianza di Dio.

Ma la fraternità esprime anche la molteplicità e la differenza che esiste tra i fratelli, pur legati per nascita e aventi la stessa natura e la stessa dignità. In quanto fratelli e sorelle, quindi, tutte le persone sono per natura in relazione con le altre, dalle quali si differenziano ma con cui condividono la stessa origine, natura e dignità. E’ in forza di ciò che la fraternità costituisce la rete di relazioni fondamentali per la costruzione della famiglia umana creata da Dio.

Purtroppo, tra la prima creazione narrata nel Libro della Genesi e la nuova nascita in Cristo, che rende i credenti fratelli e sorelle del «primogenito tra molti fratelli» (Rm 8,29), vi è la realtà negativa del peccato, che più volte interrompe la fraternità creaturale e continuamente deforma la bellezza e la nobiltà dell’essere fratelli e sorelle della stessa famiglia umana. Non soltanto Caino non sopporta suo fratello Abele, ma lo uccide per invidia commettendo il primo fratricidio. «L’uccisione di Abele da parte di Caino attesta tragicamente il rigetto radicale della vocazione ad essere fratelli. La loro vicenda (cfr Gen 4,1-16) evidenzia il difficile compito a cui tutti gli uomini sono chiamati, di vivere uniti, prendendosi cura l’uno dell’altro».

Anche nella storia della famiglia di Noè e dei suoi figli (cfr Gen 9,18-27), è l’empietà di Cam nei confronti del padre Noè che spinge quest’ultimo a maledire il figlio irriverente e a benedire gli altri, quelli che lo avevano onorato, dando luogo così a una disuguaglianza tra fratelli nati dallo stesso grembo.

Nel racconto delle origini della famiglia umana, il peccato di allontanamento da Dio, dalla figura del padre e dal fratello diventa un’espressione del rifiuto della comunione e si traduce nella cultura dell’asservimento (cfr Gen 9,25-27), con le conseguenze che ciò implica e che si protraggono di generazione in generazione: rifiuto dell’altro, maltrattamento delle persone, violazione della dignità e dei diritti fondamentali, istituzionalizzazione di diseguaglianze. Di qui, la necessità di una conversione continua all’Alleanza, compiuta dall’oblazione di Cristo sulla croce, fiduciosi che «dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia … per mezzo di Gesù Cristo» (Rm 5,20.21). Egli, il Figlio amato (cfr Mt 3,17), è venuto per rivelare l’amore del Padre per l’umanità. Chiunque ascolta il Vangelo e risponde all’appello alla conversione diventa per Gesù «fratello, sorella e madre» (Mt 12,50), e pertanto figlio adottivo di suo Padre (cfr Ef 1,5).

Non si diventa però cristiani, figli del Padre e fratelli in Cristo, per una disposizione divina autoritativa, senza l’esercizio della libertà personale, cioè senza convertirsi liberamente a Cristo. L’essere figlio di Dio segue l’imperativo della conversione: «Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo» (At 2,38). Tutti quelli che hanno risposto con la fede e la vita a questa predicazione di Pietro sono entrati nella fraternità della prima comunità cristiana (cfr 1 Pt 2,17; At 1,15.16; 6,3; 15,23): ebrei ed ellenisti, schiavi e uomini liberi (cfr 1 Cor 12,13; Gal 3,28), la cui diversità di origine e stato sociale non sminuisce la dignità di ciascuno né esclude alcuno dall’appartenenza al popolo di Dio. La comunità cristiana è quindi il luogo della comunione vissuta nell’amore tra i fratelli (cfr Rm 12,10; 1 Ts 4,9; Eb 13,1; 1 Pt 1,22; 2 Pt 1,7).

Tutto ciò dimostra come la Buona Novella di Gesù Cristo, mediante il quale Dio fa «nuove tutte le cose» (Ap 21,5), sia anche capace di redimere le relazioni tra gli uomini, compresa quella tra uno schiavo e il suo padrone, mettendo in luce ciò che entrambi hanno in comune: la filiazione adottiva e il vincolo di fraternità in Cristo. Gesù stesso disse ai suoi discepoli: «Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi» (Gv 15,15).

I molteplici volti della schiavitù ieri e oggi

3. Fin da tempi immemorabili, le diverse società umane conoscono il fenomeno dell’asservimento dell’uomo da parte dell’uomo. Ci sono state epoche nella storia dell’umanità in cui l’istituto della schiavitù era generalmente accettato e regolato dal diritto. Questo stabiliva chi nasceva libero e chi, invece, nasceva schiavo, nonché in quali condizioni la persona, nata libera, poteva perdere la propria libertà, o riacquistarla. In altri termini, il diritto stesso ammetteva che alcune persone potevano o dovevano essere considerate proprietà di un’altra persona, la quale poteva liberamente disporre di esse; lo schiavo poteva essere venduto e comprato, ceduto e acquistato come se fosse una merce.

Oggi, a seguito di un’evoluzione positiva della coscienza dell’umanità, la schiavitù, reato di lesa umanità, è stata formalmente abolita nel mondo. Il diritto di ogni persona a non essere tenuta in stato di schiavitù o servitù è stato riconosciuto nel diritto internazionale come norma inderogabile.

Eppure, malgrado la comunità internazionale abbia adottato numerosi accordi al fine di porre un termine alla schiavitù in tutte le sue forme e avviato diverse strategie per combattere questo fenomeno, ancora oggi milioni di persone – bambini, uomini e donne di ogni età – vengono private della libertà e costrette a vivere in condizioni assimilabili a quelle della schiavitù.

Penso a tanti lavoratori e lavoratrici, anche minori, asserviti nei diversi settori, a livello formale e informale, dal lavoro domestico a quello agricolo, da quello nell’industria manifatturiera a quello minerario, tanto nei Paesi in cui la legislazione del lavoro non è conforme alle norme e agli standard minimi internazionali, quanto, sia pure illegalmente, in quelli la cui legislazione tutela il lavoratore.

Penso anche alle condizioni di vita di molti migranti che, nel loro drammatico tragitto, soffrono la fame, vengono privati della libertà, spogliati dei loro beni o abusati fisicamente e sessualmente. Penso a quelli tra di loro che, giunti a destinazione dopo un viaggio durissimo e dominato dalla paura e dall’insicurezza, sono detenuti in condizioni a volte disumane. Penso a quelli tra loro che le diverse circostanze sociali, politiche ed economiche spingono alla clandestinità, e a quelli che, per rimanere nella legalità, accettano di vivere e lavorare in condizioni indegne, specie quando le legislazioni nazionali creano o consentono una dipendenza strutturale del lavoratore migrante rispetto al datore di lavoro, ad esempio condizionando la legalità del soggiorno al contratto di lavoro… Sì, penso al “lavoro schiavo”.

Penso alle persone costrette a prostituirsi, tra cui ci sono molti minori, ed alle schiave e agli schiavi sessuali; alle donne forzate a sposarsi, a quelle vendute in vista del matrimonio o a quelle trasmesse in successione ad un familiare alla morte del marito senza che abbiano il diritto di dare o non dare il proprio consenso.

Non posso non pensare a quanti, minori e adulti, sono fatti oggetto di traffico e di mercimonio per l’espianto di organi, per essere arruolati come soldati, per l’accattonaggio, per attività illegali come la produzione o vendita di stupefacenti, o per forme mascherate di adozione internazionale.

Penso infine a tutti coloro che vengono rapiti e tenuti in cattività da gruppi terroristici, asserviti ai loro scopi come combattenti o, soprattutto per quanto riguarda le ragazze e le donne, come schiave sessuali. Tanti di loro spariscono, alcuni vengono venduti più volte, seviziati, mutilati, o uccisi.

Alcune cause profonde della schiavitù

4. Oggi come ieri, alla radice della schiavitù si trova una concezione della persona umana che ammette la possibilità di trattarla come un oggetto. Quando il peccato corrompe il cuore dell’uomo e lo allontana dal suo Creatore e dai suoi simili, questi ultimi non sono più percepiti come esseri di pari dignità, come fratelli e sorelle in umanità, ma vengono visti come oggetti. La persona umana, creata ad immagine e somiglianza di Dio, con la forza, l’inganno o la costrizione fisica o psicologica viene privata della libertà, mercificata, ridotta a proprietà di qualcuno; viene trattata come un mezzo e non come un fine.

Accanto a questa causa ontologica – rifiuto dell’umanità nell’altro –, altre cause concorrono a spiegare le forme contemporanee di schiavitù. Tra queste, penso anzitutto alla povertà, al sottosviluppo e all’esclusione, specialmente quando essi si combinano con il mancato accesso all’educazione o con una realtà caratterizzata da scarse, se non inesistenti, opportunità di lavoro. Non di rado, le vittime di traffico e di asservimento sono persone che hanno cercato un modo per uscire da una condizione di povertà estrema, spesso credendo a false promesse di lavoro, e che invece sono cadute nelle mani delle reti criminali che gestiscono il traffico di esseri umani. Queste reti utilizzano abilmente le moderne tecnologie informatiche per adescare giovani e giovanissimi in ogni parte del mondo.

Anche la corruzione di coloro che sono disposti a tutto per arricchirsi va annoverata tra le cause della schiavitù. Infatti, l’asservimento ed il traffico delle persone umane richiedono una complicità che spesso passa attraverso la corruzione degli intermediari, di alcuni membri delle forze dell’ordine o di altri attori statali o di istituzioni diverse, civili e militari. «Questo succede quando al centro di un sistema economico c’è il dio denaro e non l’uomo, la persona umana. Sì, al centro di ogni sistema sociale o economico deve esserci la persona, immagine di Dio, creata perché fosse il dominatore dell’universo. Quando la persona viene spostata e arriva il dio denaro si produce questo sconvolgimento di valori».

Altre cause della schiavitù sono i conflitti armati, le violenze, la criminalità e il terrorismo. Numerose persone vengono rapite per essere vendute, oppure arruolate come combattenti, oppure sfruttate sessualmente, mentre altre si trovano costrette a emigrare, lasciando tutto ciò che possiedono: terra, casa, proprietà, e anche i familiari. Queste ultime sono spinte a cercare un’alternativa a tali condizioni terribili anche a rischio della propria dignità e sopravvivenza, rischiando di entrare, in tal modo, in quel circolo vizioso che le rende preda della miseria, della corruzione e delle loro perniciose conseguenze.

Un impegno comune per sconfiggere la schiavitù

5. Spesso, osservando il fenomeno della tratta delle persone, del traffico illegale dei migranti e di altri volti conosciuti e sconosciuti della schiavitù, si ha l’impressione che esso abbia luogo nell’indifferenza generale.

Se questo è, purtroppo, in gran parte vero, vorrei ricordare l’enorme lavoro silenzioso che molte congregazioni religiose, specialmente femminili, portano avanti da tanti anni in favore delle vittime. Tali istituti operano in contesti difficili, dominati talvolta dalla violenza, cercando di spezzare le catene invisibili che tengono legate le vittime ai loro trafficanti e sfruttatori; catene le cui maglie sono fatte sia di sottili meccanismi psicologici, che rendono le vittime dipendenti dai loro aguzzini, tramite il ricatto e la minaccia ad essi e ai loro cari, ma anche attraverso mezzi materiali, come la confisca dei documenti di identità e la violenza fisica. L’azione delle congregazioni religiose si articola principalmente intorno a tre opere: il soccorso alle vittime, la loro riabilitazione sotto il profilo psicologico e formativo e la loro reintegrazione nella società di destinazione o di origine.

Questo immenso lavoro, che richiede coraggio, pazienza e perseveranza, merita apprezzamento da parte di tutta la Chiesa e della società. Ma esso da solo non può naturalmente bastare per porre un termine alla piaga dello sfruttamento della persona umana. Occorre anche un triplice impegno a livello istituzionale di prevenzione, di protezione delle vittime e di azione giudiziaria nei confronti dei responsabili. Inoltre, come le organizzazioni criminali utilizzano reti globali per raggiungere i loro scopi, così l’azione per sconfiggere questo fenomeno richiede uno sforzo comune e altrettanto globale da parte dei diversi attori che compongono la società.

Gli Stati dovrebbero vigilare affinché le proprie legislazioni nazionali sulle migrazioni, sul lavoro, sulle adozioni, sulla delocalizzazione delle imprese e sulla commercializzazione di prodotti realizzati mediante lo sfruttamento del lavoro siano realmente rispettose della dignità della persona. Sono necessarie leggi giuste, incentrate sulla persona umana, che difendano i suoi diritti fondamentali e li ripristinino se violati, riabilitando chi è vittima e assicurandone l’incolumità, nonché meccanismi efficaci di controllo della corretta applicazione di tali norme, che non lascino spazio alla corruzione e all’impunità. E’ necessario anche che venga riconosciuto il ruolo della donna nella società, operando anche sul piano culturale e della comunicazione per ottenere i risultati sperati.

Le organizzazioni intergovernative, conformemente al principio di sussidiarietà, sono chiamate ad attuare iniziative coordinate per combattere le reti transnazionali del crimine organizzato che gestiscono la tratta delle persone umane ed il traffico illegale dei migranti. Si rende necessaria una cooperazione a diversi livelli, che includa cioè le istituzioni nazionali ed internazionali, così come le organizzazioni della società civile ed il mondo imprenditoriale.

Le imprese, infatti, hanno il dovere di garantire ai loro impiegati condizioni di lavoro dignitose e stipendi adeguati, ma anche di vigilare affinché forme di asservimento o traffico di persone umane non abbiano luogo nelle catene di distribuzione. Alla responsabilità sociale dell’impresa si accompagna poi la responsabilità sociale del consumatore. Infatti, ciascuna persona dovrebbe avere la consapevolezza che «acquistare è sempre un atto morale, oltre che economico».

Le organizzazioni della società civile, dal canto loro, hanno il compito di sensibilizzare e stimolare le coscienze sui passi necessari a contrastare e sradicare la cultura dell’asservimento.

Negli ultimi anni, la Santa Sede, accogliendo il grido di dolore delle vittime della tratta e la voce delle congregazioni religiose che le accompagnano verso la liberazione, ha moltiplicato gli appelli alla comunità internazionale affinché i diversi attori uniscano gli sforzi e cooperino per porre termine a questa piaga. Inoltre, sono stati organizzati alcuni incontri allo scopo di dare visibilità al fenomeno della tratta delle persone e di agevolare la collaborazione tra diversi attori, tra cui esperti del mondo accademico e delle organizzazioni internazionali, forze dell’ordine di diversi Paesi di provenienza, di transito e di destinazione dei migranti, e rappresentanti dei gruppi ecclesiali impegnati in favore delle vittime. Mi auguro che questo impegno continui e si rafforzi nei prossimi anni.

Globalizzare la fraternità, non la schiavitù né l’indifferenza

6. Nella sua opera di «annuncio della verità dell’amore di Cristo nella società», la Chiesa si impegna costantemente nelle azioni di carattere caritativo a partire dalla verità sull’uomo. Essa ha il compito di mostrare a tutti il cammino verso la conversione, che induca a cambiare lo sguardo verso il prossimo, a riconoscere nell’altro, chiunque sia, un fratello e una sorella in umanità, a riconoscerne la dignità intrinseca nella verità e nella libertà, come ci illustra la storia di Giuseppina Bakhita, la santa originaria della regione del Darfur in Sudan, rapita da trafficanti di schiavi e venduta a padroni feroci fin dall’età di nove anni, e diventata poi, attraverso dolorose vicende, “libera figlia di Dio” mediante la fede vissuta nella consacrazione religiosa e nel servizio agli altri, specialmente i piccoli e i deboli. Questa Santa, vissuta fra il XIX e il XX secolo, è anche oggi testimone esemplare di speranza per le numerose vittime della schiavitù e può sostenere gli sforzi di tutti coloro che si dedicano alla lotta contro questa «piaga nel corpo dell’umanità contemporanea, una piaga nella carne di Cristo».

In questa prospettiva, desidero invitare ciascuno, nel proprio ruolo e nelle proprie responsabilità particolari, a operare gesti di fraternità nei confronti di coloro che sono tenuti in stato di asservimento. Chiediamoci come noi, in quanto comunità o in quanto singoli, ci sentiamo interpellati quando, nella quotidianità, incontriamo o abbiamo a che fare con persone che potrebbero essere vittime del traffico di esseri umani, o quando dobbiamo scegliere se acquistare prodotti che potrebbero ragionevolmente essere stati realizzati attraverso lo sfruttamento di altre persone. Alcuni di noi, per indifferenza, o perché distratti dalle preoccupazioni quotidiane, o per ragioni economiche, chiudono un occhio. Altri, invece, scelgono di fare qualcosa di positivo, di impegnarsi nelle associazioni della società civile o di compiere piccoli gesti quotidiani – questi gesti hanno tanto valore! – come rivolgere una parola, un saluto, un “buongiorno” o un sorriso, che non ci costano niente ma che possono dare speranza, aprire strade, cambiare la vita ad una persona che vive nell’invisibilità, e anche cambiare la nostra vita nel confronto con questa realtà.

Dobbiamo riconoscere che siamo di fronte ad un fenomeno mondiale che supera le competenze di una sola comunità o nazione. Per sconfiggerlo, occorre una mobilitazione di dimensioni comparabili a quelle del fenomeno stesso. Per questo motivo lancio un pressante appello a tutti gli uomini e le donne di buona volontà, e a tutti coloro che, da vicino o da lontano, anche ai più alti livelli delle istituzioni, sono testimoni della piaga della schiavitù contemporanea, di non rendersi complici di questo male, di non voltare lo sguardo di fronte alle sofferenze dei loro fratelli e sorelle in umanità, privati della libertà e della dignità, ma di avere il coraggio di toccare la carne sofferente di Cristo12, che si rende visibile attraverso i volti innumerevoli di coloro che Egli stesso chiama «questi miei fratelli più piccoli» (Mt 25,40.45).

Sappiamo che Dio chiederà a ciascuno di noi: “Che cosa hai fatto del tuo fratello?” (cfr Gen 4,9-10). La globalizzazione dell’indifferenza, che oggi pesa sulle vite di tante sorelle e di tanti fratelli, chiede a tutti noi di farci artefici di una globalizzazione della solidarietà e della fraternità, che possa ridare loro la speranza e far loro riprendere con coraggio il cammino attraverso i problemi del nostro tempo e le prospettive nuove che esso porta con sé e che Dio pone nelle nostre mani.

Dal Vaticano, 8 dicembre 2014

FRANCISCUS

Gli allarmanti dati di Unicef e OCHA sull’emergenza umanitaria nelle aree colpite da conflitti

Il 2014 è stato un anno “devastante” per i bambini, con milioni di loro esposti a conflitti armati, a Ebola e a diverse forme di torture.
Ben 15 milioni di bambini sono coinvolti in conflitti violenti nella Repubblica Centrafricana, Iraq, Sud Sudan, Territori palestinesi, Siria e Ucraina, inclusi gli sfollati e coloro che vivono come rifugiati interni. Bambini sono stati uccisi mentre si trovavano a scuola o durante il sonno, nei loro letti, mentre altri sono rimasti orfani, torturati, reclutati o anche venduti come schiavi Mai nella storia recente, così tanti bambini sono sottoposti a tali indicibili brutalità” ha detto nel comunicato Anthony Lake, direttore esecutivo dell’Unicef.
L’Unicef stima a circa 230 milioni i bambini che vivono attualmente nei paesi e nelle aree colpite da conflitti armati in tutto il mondo. “Nella Repubblica Centrafricana, 2,3 milioni di bambini sono colpiti dal conflitto, circa 10.000 bambini sono stati reclutati da gruppi armati nel corso dell’ultimo anno e più di 430 bambini sono stati uccisi e mutilati; tre volte in più dei casi segnalati nel 2013. Allo stesso tempo, crisi prolungate in paesi come l’Afghanistan, la Repubblica Democratica del Congo, Nigeria, Pakistan, Somalia, Sudan e Yemen, hanno continuato a segnare tristemente le vite di un gran numero di bambini e minori” si legge nel comunicato.
L’ agenzia per l’infanzia delle Nazioni Unite ha anche sottolineato che quest’anno sono nate gravi nuove minacce per la salute e il benessere dei bambini, in particolare l’epidemia dell’ Ebola in Guinea, Liberia e Sierra Leone, che ha lasciato migliaia di bambini orfani e circa 5 milioni obbligati ad abbandonare la scuola.
Nonostante le restrizioni di accesso, l’insicurezza e le sfide di finanziamento, le organizzazioni umanitarie tra cui l’Unicef hanno lavorato insieme per fornire assistenza salvavita e altri servizi fondamentali come l’istruzione e il sostegno per aiutare i bambini che crescono in alcuni dei luoghi più pericolosi al mondo: “Nella Repubblica Centrafricana una campagna è in corso per permettere, se la situazione della sicurezza lo consente, il ritorno a scuola a 662 mila bambini. (…) Quasi 68 milioni di dosi di vaccino antipolio orale sono state consegnate ai paesi del Medio Oriente per arginare una epidemia di poliomielite in Iraq e Siria, mentre nel Sud Sudan, più di 70.000 bambini sono stati trattati per malnutrizioni gravi”.

E per il 2015? Come si prospetta la situazione globale?
Valerie Amos, responsabile delle Nazioni Unite per le questioni umanitarie, ha annunciato che per il 2015 il Palazzo di Vetro avrà bisogno di 16,4 miliardi di dollari per aiutare 57 milioni di persone (qui il rapporto completo).
“I bisogni umani sono drammaticamente sotto finanziati e a ciò si aggiunge il fatto che ogni anno aumentano” ha insistito Amos parlando da Ginevra alla vigilia della Giornata mondiale dei diritti umani affiancata dall’Alto commissario per i rifugiato Antonio Guterres.
L’anno scorso l’Onu aveva chiesto alla comunità internazionale un contributo di 12,9 miliardi di dollari, somma rivista al rialzo fino a 17,9 miliardi nel corso di quest’anno. Ma ne sono arrivati appena poco più della metà, registrando finanche un aumento rispetto al 60% registrato l’anno precedente.
La parte principale dei 16,4 miliardi sollecitati per il 2015 è destinata alla Siria: servono 7 miliardi per aiutare 7,6 milioni di sfollati all’interno dei confini nazionali e 3,2 riparati nei paesi vicini. Al momento le operazioni dell’Onu in Siria sono coperte solo al 50%.
Per il Sud Sudan l’Onu prevede di destinare 2,6 miliardi, per l’Iraq 1,2 miliardi, per il Sudan un miliardo, per la Somalia 862 milioni, per i Territori Palestinesi 735 milioni, per la Repubblica democratica del Congo 692 milioni e per la Repubblica Centrafricana 613. La risposta ad Ebola non rientra in questo appello.

GPIC – Papa: le armi nucleari sottraggono risorse ai poveri

Spendere soldi in armamenti nucleari è uno sperpero di ricchezza, che finiranno per pagare i poveri. Per vivere in pace al mondo non serve la paura di un disastro nucleare, ma “un’etica della fraternità”. Sono alcuni pensieri contenuti nel messaggio inviato da Papa Francesco al ministro degli Esteri austriaco, Sebastian Kurz, presidente della Conferenza sull’impatto umanitario delle armi nucleari, che si chiude oggi a Vienna.
“Hibakusha”. Una parola giapponese sconosciuta ai più, dietro la quale si cela la vita e la storia di una categoria di persone uscite da un inferno inenarrabile: l’olocausto nucleare di Hiroshima e Nagasaki. Gli “Hibakusha” sono i superstiti delle prime bombe atomiche e alla loro testimonianza si appoggia Papa Francesco per invitare gli Stati a rinunciare agli armamenti nucleari. Quello del Papa è un lungo e intenso appello ai governi a “ridurre la minaccia nucleare”, controbilanciandola con l’affermazione di un’“etica globale”, sollecitata con “urgenza” nel contesto di una comunità internazionale sempre più interdipendente.
Papa Francesco chiede di porre “maggiore attenzione” alle “sofferenze inutili” causate dall’uso di armi nucleari. “I codici militari e il diritto internazionale, tra gli altri, hanno da tempo vietato ai popoli – scrive – di infliggere sofferenze inutili. Se tale sofferenza è vietata nelle guerre convenzionali, ancor più dovrebbe essere vietata in un conflitto nucleare”. E qui, dopo aver salutato con calore gli Hibakusha e i superstiti di altri test di armamenti nucleari, il Papa incoraggia tutti “a essere voci profetiche” e a invitare “la famiglia umana a un più profondo apprezzamento della bellezza, dell’amore, della collaborazione e della fraternità, ricordando al mondo i rischi degli armamenti nucleari, che hanno il potenziale – dice – di distruggere noi e la civiltà”.
“La deterrenza nucleare e la minaccia della sicura distruzione reciproca – prosegue – non possono essere la base per un’etica della fraternità e della convivenza pacifica tra i popoli e gli Stati. I giovani di oggi e di domani meritano molto di più. Meritano un ordine mondiale di pace fondato sull’unità della famiglia umana, fondato sul rispetto, la cooperazione, la solidarietà e la compassione. Ora è il momento per contrastare la logica della paura con l’etica della responsabilità e quindi favorire un clima di fiducia e di dialogo sincero”.
Come sempre, parlando di armi, Papa Francesco si sofferma sulla massa di denaro che serve per costruirle e possederle. “La spesa per le armi nucleari – afferma in modo netto – sperpera la ricchezza delle nazioni. Assegnare una priorità a tale spesa è un errore e una cattiva collocazione delle risorse, che sarebbero molto meglio investite nei settori dello sviluppo umano integrale, l’istruzione, la salute e la lotta contro la povertà estrema. Quando queste risorse vengono sprecate – sottolinea il Papa – i poveri e i più deboli ai margini della società ne pagano il prezzo”.
Nel terminare il messaggio – constatando ancora una volta che il desiderio della pace “non potrà mai essere esaudito solo da mezzi militari” e “tanto meno dal possesso di armamenti nucleari e di altre armi di distruzione di massa – Papa Francesco ribadisce che la pace “deve essere costruita sulla giustizia, lo sviluppo socio-economico, la libertà, il rispetto dei diritti umani fondamentali, la partecipazione di tutti alla vita pubblica e la costruzione della fiducia tra i popoli”. Dobbiamo essere “profondamente impegnati al rafforzamento della mutua fiducia perché solo attraverso tale fiducia potrà stabilirsi un pace vera e duratura tra le nazioni”, è l’esortazione finale con cui il Papa chiama gli Stati nucleari a confrontarsi sul tema al proprio interno, con gli altri Stati che possiedono arsenali simili e anche con chi ne è sprovvisto. “La mia grande speranza – conclude – è che questa responsabilità informerà i nostri sforzi in favore del disarmo nucleare, perché un mondo senza armi nucleari sia davvero possibile”. – tratto da Avvenire del 9/12/2014

GPIC – I° Giornata internazionale di preghiera e riflessione contro la tratta di persone

Roma (notizia tratta dal portale di Agenzia Fides) – La prima “Giornata internazionale di preghiera e riflessione contro la tratta di persone” sarà celebrata in tutte le diocesi e le parrocchie del mondo, nei gruppi e nelle scuole, il prossimo 8 febbraio 2015, festa di Santa Giuseppina Bakhita, schiava sudanese, liberata e divenuta religiosa canossiana, canonizzata nel Duemila. L’iniziativa è promossa dal Pontificio Consiglio per la Pastorale dei Migranti, dal Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, e dalle Unioni internazionali, femminili e maschili, dei Superiori/e Generali (UISG e USG).
L’obiettivo “è innanzitutto quello di creare, attraverso questa Giornata, maggiore consapevolezza del fenomeno e riflettere sulla situazione globale di violenza e ingiustizia che colpisce tante persone, che non hanno voce, non contano, non sono nessuno: sono semplicemente schiavi. Al contempo provare a dare risposte a questa moderna forma di tratta di esseri umani, attraverso azioni concrete”.
Il fenomeno riguarda il mondo intero. Secondo i dati ufficiali circa 21 milioni di persone, spesso povere e vulnerabili, sono vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale o lavoro forzato, espianto di organi, accattonaggio forzato, servitù domestica, matrimonio forzato, adozione illegale e altre forme di sfruttamento. Ogni anno, circa 2,5 milioni di persone sono vittime di traffico di esseri umani e riduzione in schiavitù. Questa attività criminale rende complessivamente 32 miliardi di dollari l’anno a trafficanti e sfruttatori, ed è il terzo “business” più redditizio, dopo il traffico di droga e di armi.

VIETNAM – Appello per il rispetto dei diritti umani fondamentali dell’uomo

(Agenzia MISNA del 2/12/2014)- “Anche se il Vietnam ha firmato e si è impegnato a osservare i diritti umani fondamentali enunciati nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e nei Patti internazionali sui diritti civili, politici, culturali, economici e sociali, la autorità della dittatura comunista di Hanoi continua a limitare e a privare i vietnamiti dei propri diritti. Restrizioni e privazioni sono applicate nella legge e fuori dalla legge” si legge in un messaggio pubblicato oggi in vista della Giornata internazionale dei diritti umani che verrà celebrata il prossimo 10 dicembre.
Il messaggio, firmato da 24 organizzazioni cristiane, buddiste e della società civile ( Cso) che operano nel paese si rivolge in particolare al governo di Hanoi, alle Nazioni Unite, ai parlamentari e ai governi democratici; alle organizzazioni internazionali che onorano i valori universali dei diritti umani, alle comunità vietnamite all’estero che insieme lottano per i diritti umani, la libertà e la democrazia del paese.
Il messaggio spiega come le autorità hanno un sistema di Costituzione e di Diritto esclusivamente favorevole ai governanti e ai loro interessi.
“Essi detengono il monopolio nel campo politico, educativo, culturale ed economico. Essi calpestano i diritti umani fondamentali delle persone, come il diritto di proprietà della terra, la libertà di informazione e di espressione, la libertà di religione e di credo, le libertà di riunione e di associazione, la libertà di circolazione e di soggiorno, il diritto alla sicurezza fisica e residenziale” si legge nel testo che sottolinea anche come per anni, in particolare nel 2014, le agenzie di sicurezza pubblica del Vietnam hanno praticato atti sistematicamente violenti contro i difensori dei diritti umani.
Tra le richieste più pressanti contenute nel lungo messaggio figurano la richiesta alle autorità comuniste del paese di rivedere la Costituzione e le leggi in base alle aspettative del popolo e in linea con gli standard internazionali sui diritti umani; la richiesta al governo di cessare immediatamente l’uso della violenza e della tortura contro gli attivisti per i diritti umani, la democrazia e la religione. Allo stesso tempo gli attivisti chiedono che gli agricoltori abbiano il diritto di proprietà privata della terra e siano adeguatamente ed equamente compensati quando questa viene requisita; i lavoratori ricevano un salario di sussistenza, giuste condizioni di lavoro e il diritto di formare sindacati e le organizzazioni religiose e della società civile possano esercitare la libertà di espressione, di formazione e informazione, nonché la libertà di scegliere i propri rappresentanti.

Libertà religiosa a rischio nel 60% del pianeta

Per mandare a morte Shahbaz e Shama, marito e moglie, a Lahore in Pakistan, è bastato il sospetto di aver bruciato una copia del Corano. Sono stati arsi vivi nella fornace della fabbrica in cui lavoravano. È la “legge nera” che punisce con la morte il reato di blasfemia. Quella della giovane coppia di cristiani è solo l’ultimo episodio di intolleranza. La libertà religiosa non è garantita nel 60 per cento del pianeta. Nel mondo, il cristianesimo è la religione più perseguitata in assoluto con una vittima ogni cinque minuti.
In Europa, cresce l’intolleranza con un attacco non solo alla libertà religiosa ma anche alla libertà di coscienza e una tendenza laicista sempre più violenta che tende a escludere la religione dalla vita pubblica mentre la situazione in assoluto più difficile è quella dell’Asia dove si assiste ad una recrudescenza del fondamentalismo islamico ma anche indù e buddista. È quanto emerso dal Rapporto 2014 sulla libertà religiosa di Aiuto alla Chiesa che Soffre, fondazione di diritto pontificio. Se i Paesi in cui le violazioni sono particolarmente gravi sono 20 nel mondo, comunque su 196 Stati in 116 questo diritto trova qualche ostacolo. E la situazione è peggiorata negli ultimi due anni.
Il rapporto, nato nel 1999, fotografa il grado di rispetto della libertà religiosa in 196 paesi, analizzando le violazioni subite dai fedeli di ogni religione. «La libertà religiosa è un diritto fondamentale e condizione imprescindibile di ogni società libera e giusta», sottolinea nella prefazione al dossier Paul Bhatti, ex ministro pakistano per l’Armonia nazionale e fratello di Shahbaz Bhatti, ministro per le Minoranze ucciso nel 2011. Il clima nei Paesi rispetto alla tolleranza e al rispetto di chi vive la propria fede peggiora di anno in anno. Sono solo 6 i Paesi al mondo dove la situazione è migliorata ma tra questi sono inclusi anche Stati in cui le limitazioni al diritto sono elevate. E anche in Italia, dove gli ostacoli alla fede sono «lievi», comunque la situazione risulta in peggioramento a causa dell’aumento dell’intolleranza religiosa e di un ateismo aggressivo.
In 14 dei 20 paesi dove si registra un elevato grado di violazione della libertà religiosa, la persecuzione dei credenti è legata all’estremismo islamico:
Afghanistan, Arabia Saudita, Egitto, Iran, Iraq, Libia, Maldive, Nigeria, Pakistan, Repubblica Centrafricana, Somalia, Sudan, Siria e Yemen. Negli altri sei paesi, l’elevato grado di violazione della libertà religiosa è legato all’azione di regimi autoritari quali quelli di Azerbaigian, Birmania, Cina, Corea del Nord, Eritrea e Uzbekistan. Le violenze a sfondo religioso – che contribuiscono in modo determinante al costante aumento dei flussi migratori – sono legate al regresso della tolleranza e del pluralismo religioso.
Medio Oriente è l’area più a rischio. Alla presentazione del Rapporto c’era l’irachena Pascale Warda, cristiana, ex ministro per le Politiche migratorie e fondatrice della Società irachena per i diritti umani. Ha parlato di «genocidio», di cristiani che continuano ad abbandonare la propria terra, di conversioni imposte, di chiese distrutte e ricostruite e poi distrutte di nuovo, come quella di San Giovanni Battista a Baghdad. «Chiediamo l’aiuto della comunità internazionale», ha detto, «perché noi comunque non abbiamo perso la speranza». «Siamo convinti – ha commentato il presidente di Acs,Johannes Heereman von Zuydtwyck – che non si debba attenuare la preoccupazione per il destino di coloro che sono perseguitati e oppressi per la loro fede, siano essi iracheni, siriani o nigeriani, e senza distinzioni tra musulmani, cristiani o credenti delle altre religioni». In ogni caso – è stato evidenziato – oggi più che i politici sono i leader religiosi a doversi pronunciare con forza contro la violenza nel nome della fede.
L’Europa, infine. «È sempre stata considerata la culla dei diritti umani e invece», ha spiegato Martin Kluger membro dell’Osservatorio sull’intolleranza e la discriminazione contro i cristiani, «alcuni dei diritti fondamentali sono stati messi alla prova. E queste provocazioni riguardano di preferenza le persone che professano una religione». Ci sono crimini per odio, vandalismo, marginalizzazione ma anche «nuove restrizioni legali contro i cristiani».
L’Osservatorio lo scorso hanno ha contato 41 leggi nei diversi Paesi europei che «colpiscono sfavorevolmente i cristiani». Nell’America del Nord, infine, si riscontrano molti casi relativi all’obiezione di coscienza. (articolo tratto da Famiglia Cristiana)

Rapporto libertà religiosa Aiuto alla Chiesa che Soffre

GPIC: Non c’è pace nelle banche

Articolo tratto da “Nigrizia”, di Gianni Ballarini

Hanno lavorato per anni. In silenzio. Alacremente. Cercando, talvolta, persino il coinvolgimento del mondo pacifista, che ritiene la legge 185 del 1990, che regola il controllo dell’esportazione, importazione e del transito dei materiali di armamento, un totem inscalfibile.
Alla fine, invece, i lobbisti e i funzionari in doppiopetto del mondo “armato” sono riusciti a intaccarla. Pezzo dopo pezzo. E oggi la legge che regola la trasparenza e il controllo sul commercio italiano di materiali d’armamento è un po’ più opaca che in passato. Ha allentato la presa sui controlli. Picchetta un po’ meno. Soprattutto quando s’inerpica nel regolamentare i rapporti tra finanza e armi. Tra banche e industria armiera….Ed ora se ne vedono i frutti.

LE NOVITA’. Ma, in concreto, cosa è cambiato? Con la riscrittura dell’articolo 27, le banche non sono più obbligate a chiedere l’autorizzazione del ministero dell’economia e delle finanze per i trasferimenti bancari collegati a operazioni in tema di armamenti. Ora basta una semplice comunicazione via web delle transazioni effettuate. Certo, potrebbero esserci controlli successivi con l’irrogazione di sanzioni amministrative per gli istituti inadempienti.
Si intuisce, tuttavia, che la rivoluzione copernicana apportata (da un’impostazione concentrata sulle verifiche ex ante della documentazione si passa a una ex post) sburocratizzerà e snellirà le procedure (come vuole l’Ue), ma ha allentato la morsa dei controlli, col rischio di rendere meno trasparente tutto un settore fatto di relazioni assai delicate.
Negli anni l’industria armiera e i suoi aedi hanno cercato di eliminare quell’ostacolo ingombrante, denunciando «l’atteggiamento demagogico delle cosiddette banche etiche». E gli istituti che si dotarono di codici di autoregolamentazione furono accusati di «eccessi di etica pacifista» e di disertare la difesa del paese. Chi salvaguardava l’impianto rigoroso della 185 fu tacciato di «atteggiamenti talebani» e i sostenitori della “Campagna Banche armate” furono incolpati di «criminalizzare l’industria della difesa e le banche che intrattengono rapporti d’affari con le imprese del settore».
Oggi il clima è cambiato. E il vento spira forte a sostegno di chi vuole meno controlli e più libertà di concludere affari armati. Gli stessi gruppi bancari, che in passato dimostrarono sensibilità e attenzione ai temi etici legati a questo particolare commercio, oggi si rituffano senza problemi in operazioni di appoggio all’export.

banchearmate

I DATI. Lo si vede leggendo le tabelle “Banche armate” e i dati pubblicati nell’ultima Relazione governativa sull’esportazione importazione e transito dei materiali di armamento, riferita all’anno 2013 (relazione). Essendo diventato operativo dal 19 marzo 2013 il nuovo articolo 27 della 185, si nota che fino al 18 marzo sono ancora segnalati gli importi autorizzati alle banche. Dal 19 marzo sono indicati solo gli importi segnalati. Quindi, è azzardato fare confronti omogenei con i dati e le tabelle degli anni scorsi.
Indicativamente, si può dire che in riferimento all’esportazione definitiva, il totale complessivo delle segnalazioni di operazioni bancarie effettuate nel 2013 ammonta a quasi 2,9 miliardi di euro. Nella Relazione 2013, riferita all’anno 2012, gli importi segnalati erano poco superiori ai 2,1 miliardi, mentre il valore degli importi autorizzati erano di 2,7 miliardi di euro.
Al di là della comparabilità dei dati, si conferma tuttavia un trend che vede la disponibilità delle banche a mettere a disposizione i loro servizi e conti correnti per l’accreditamento del denaro che i clienti incassano vendendo armi all’estero. La parte del leone, come spesso è successo negli ultimi anni, la fanno tre gruppi: Deutsche Bank, con oltre un miliardo di euro di importi segnalati, seguita da Unicredit con 508,2 milioni e il Gruppo Bnp Paribas con 407,5 milioni. Insieme controllano il 72,5% delle transazioni. Sorprende il dato della banca d’affari francese Natixis, che si colloca al quarto posto con 213,3 milioni di euro. Si riaffaccia una banca che aveva giurato di volersene uscire da questo business. Si tratta di Intesa San Paolo, che nel 2013 ha segnalato al Mef operazioni per quasi 42 milioni di euro. Un capitoletto a parte meriterebbero proprio quegli istituti che avevano emesso direttive per regolamentare questo settore. Alcuni, come appunto il gruppo di Torino o la Banca popolare di Milano, avevano deciso di sospendere definitivamente tutte le operazioni di servizi all’export di armi. Altri, come il gruppo Unicredit o Ubi Banca, avevano posto paletti e vincoli “etici” alle eventuali operazioni. Vincoli che sembrano diventati carta straccia.
Molte le piccole banche presenti nella lista, capitanate dall’intramontabile Banca Valsabbina.

Si confermano, quindi, tempi duri per i “risparmiatori pacifici”. Non solo per la crisi economica che sta spolpando le nostre scelte “etiche”. Ma perché è sempre più complicato ricostruire nel dettaglio il coinvolgimento delle banche negli affari armati.
Già nel 2008 era stata tolta dalla Relazione la sezione che riportava le singole operazione autorizzate e svolte dagli istituti di credito, dati utili per conoscere i dettagli delle movimentazioni e delle transazioni. Ora, poi, hanno perfino eliminato la “scocciatura” delle autorizzazioni, indispensabile strumento di verifica e trasparenza.

Per saperne di più: Banca Etica

Diplomazia liquida

I paesi di color arancio acceso sono quelli in cui l’accesso all’acqua potabile è inferiore al 50%. In quelli di color arancio tenue invece la percentuale si aggira tra il 50 ed il 75. (Fonte: Who)

Che l’acqua rappresenti il petrolio del 3° millennio non è una novità.

In un’epoca in cui la crescita demografica, i mutamenti climatici, l’inquinamento e una gestione spesso dissennata delle risorse idriche ne hanno fatto un bene sempre più raro, non sorprende infatti che proprio il controllo dell’oro blu costituisca la scintilla all’origine di tanti conflitti armati (circa 40 solo negli ultimi cinquant’anni).
Nei colori caldi i paesi in cui l’accesso all’acqua potabile non è garantito al 100%

Mentre 750 milioni di persone al mondo continuano a soffrire la sete, è sconcertante sapere che nell’ultimo mezzo secolo sono stati siglati più di 200 trattati sulla gestione transfrontaliera delle risorse idriche. In altre parole, se è vero che sul controllo dell’acqua si litiga, in molti casi fiumi e laghi condivisi rappresentano occasioni preziose per cooperare con i propri vicini. Occasioni che decisamente non mancherebbero, visto che nel mondo i Paesi che hanno un bacino fluviale condiviso con i vicini sono 148.

In un contesto in cui i fiumi e i sistemi di falda transfrontalieri rappresentano quasi la metà della superficie terrestre, la cooperazione sull’acqua è vitale per la pace e può ridurre il rischio di calamità quali siccità o inondazioni. Non a caso, l’Assemblea general delle Nazioni Unite, che nel 2010 aveva definito con una storica risoluzione “diritto umanol’accesso all’acqua, l’anno scorso ha messo al centro dell’attenzione proprio la cooperazione idrica.
Obiettivo: rilanciare l’importanza dell’idrodiplomazia come unica via per far fronte alla minaccia di una scarsità crescente.
Purtroppo però, tra le dichiarazioni d’intento e un’azione concreta, il passo è spesso lungo.

Basti pensare al Nilo, il grande fiume che scorre per 6.700 km attraverso 10 Paesi.
E se, in seguito ai trattati di epoca coloniale, l’Egitto conserva ancora il diritto esclusivo a sfruttare oltre il 66% delle sue acque, gli altri Paesi del bacino, nel quale vivono 238 milioni di persone, hanno rivendicato una nuova contrattazione che va avanti dal 1999.

Il Medio Oriente rappresenta invece la regione tradizionalmente più calda per quelle che vengono definite le “guerre d’acqua”.
Oggi, la grande sete è infatti uno dei fronti del conflitto israelo-palestinese, poiché lo Stato ebraico sorge in una zona semi-arida in cui la crescita esponenziale della popolazione ha messo a dura prova le limitate fonti d’approvvigionamento.

La Chiesa ha spesso rimarcato il principio dell’acqua come diritto umano fondamentale non mercificabile, bene necessario alla vita e alla salute: l’ha fatto tanto nella riflessione teorica e nel Magistero quanto nell’azione pastorale.
I missionari, da un capo all’altro del mondo, sono spesso protagonisti di questo impegno.
Perché il principio del bene comune nella gestione dell’oro blu prevalga anche nell’azione politica, tuttavia, resta fondamentale consolidare un quadro istituzionale globale. Se si pensa che, ad oggi, il 60% dei 276 bacini fluviali internazionali manca di qualunque forma di gestione cooperativa, è evidente che la strada è ancora lunga. Di tanto in tanto, tuttavia, emergono segnali di speranza. Ad Agosto, per esempio, entra in vigore la Convenzione Onu per la gestione e la tutela dei corsi d’acqua internazionali, che era in stand by dal 1997. Ciò dimostra che la pace dell’acqua si può costruire, una goccia alla volta.

Articolo tratto da “Mondo Missione”