Punto i piedi e salto in acqua…prima parte!

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C’è poco da parlare. Il pallone corre veloce, molto più di me. Rotola saltando da un sasso a un tronco, supera il filo spinato, slitta sul fango. Non sudo, non penso, non parlo. Corro e basta. Se non lo prendo in tempo prima che finisca la discesa e tocchi l’acqua, il Rio Tapiche probabilmente se lo porterà via. Salto oltre la piccola ringhiera in legno, mi muovo a passi corti, tenendo i piedi storti per non scivolare.

La palla rotola. “Date prisa!”, urlano da sù. Alzo lo sguardo: il pallone è quasi a riva. Ce la faccio? Mi appoggio ad un albero e  mi lascio scivolare sulla terra bagnata. Ma è troppo tardi. La palla rimbalza sulla zattera attraccata e casca in acqua. La corrente non è fortissima ma il pallone se ne va. Sembra si sia sdraiato a prendere il sole sull’acqua fangosa del Tapiche.

Pochi secondi per pensare a cosa fare. “Mi butto?”.

Di colpo arriva Francisco, uno dei bambini che stava giocando prima che la palla cascasse nel fiume. Frangetta ben sistemata, maglietta verde, sguardo sveglio.

“Mi butto?”.

Mi guarda, io lo guardo. Egoista, un po’ infame, gli chiedo in itagnolo: “¿sabes nadar?”

Lui scuote la testa. “Nooo”, dice. Mentitore.

La palla inizia ad essere lontana.

Mi butto.

Ormai sono passati quasi due mesi dal mio ritorno in Italia, dopo un mese nell’Amazzonia peruviana. Ricordo ancora bene come tutto è iniziato.

È stato più un anno fa. Ero alla marcia francescana, un’esperienza per giovani di tutta Italia organizzata dai frati minori di Umbria e Sardegna. Sono dieci giorni in cui cammini con i frati, le suore, e giovani come te verso la Porziuncola, che è un po’ la casa della Misericordia. E ci vai con l’obbiettivo di arrivarci il 2 agosto, giorno del “perdono di assisi”, cioè un giorno particolare in cui puoi ricevere l’indulgenza plenaria. È una botta enorme, una sfida a te stesso. Con lo zaino sulle spalle pensi: dove sto andando io nella mia vita? Cosa mi porto dietro d’inutile, di schifoso, di non bello. “Tu sei bellezza” era proprio il tema di quell’anno. Dio è nella Bellezza, nelle persone Belle. Belle con la B maiuscola. Quelle che la Bellezza te la lasciano nel cuore, non nell’iride. E di persone Belle quell’anno ne incontrai molte.

Una sera, seduto con la schiena appoggiata al muro di una delle tante palestre che ci dava ospitalità per la notte, chiacchierando con il mio padre spirituale, Francesco, avevo chiesto una dritta per trovare una missione all’estero con cui collaborare. Un’Associazione di Milano di cui facevo parte cercava un nuovo progetto di solidarietà da sostenere.

“Io tiro l’acqua al mio mulino…”, mi disse. “C’è Manuel, quel frate che hai visto l’altra sera. Prova a chiedere a lui…”. Detto, fatto. Al ritorno a casa mando una mail un po’ formale e Manuel non tarda a rispondermi allegando al messaggio i progetti di solidarietà del Segretariato Missioni Estere sparsi per tutto il mondo. Ma non solo. Al termine del messaggio, mi scrive: “Ti allego anche il volantino degli incontri di formazione missionaria che facciamo per preparare i giovani a partire per un mese in missione.”

“E chi te li ha chiesti?”, si potrebbe pensare. E invece no, perché senza saperlo quel frate che non mi conosceva, aveva risposto ad un desiderio che avevo nel cuore da tanti anni e che non ero mai riuscito veramente a concretizzare. O almeno non del tutto. Qualche anno fa con una Onlus ero stato in Moldova, il paese più povero d’Europa, ma la mia era stata soprattutto un’esperienza di conoscenza di quella realtà così difficile e lontana. Conoscenza, non condivisione. In più erano stati solo pochi giorni… utili solo a rendermi conto di essere un vero privilegiato a vivere nella ricca Europa. Mancava il Vangelo: non avevo portato Gesù. Inaspettatamente ora mi si era propinata davanti la possibilità di partire per una missione. Di diventare missionario… “Missionario”, questa parola così lontana e abusata, stravolta nel suo senso originario che è quello di apostolo, inviato. Quando la sentiamo subito ci saltano alla mente le immagini del sacerdote un po’ vecchietto con la barba bianca circondato da bambini africani. E non puoi che pensare: questo non sono io. Io non posso essere così…

È un po’ come la parola “santo”, termine che per qualcuno è stato coniato solo per semidei, buoni per immaginette e calendari.  Ma davvero è così? O forse tutti siamo chiamati ad essere santi e missionari?

Dopo essermi confrontato con Francesco iniziai il corso. Ci trovavamo in una Parrocchia dei frati non molto distante da Santa Maria degli Angeli, ad Assisi, per vivere due giorni di vera fraternità. Mangiavamo (benone grazie a due volontarie di Roma stupende), pregavamo, chiacchieravamo e scavavamo nei nostri desideri. Tutti i partecipanti, giovani come me, avevano preso la macchina o il treno ed erano arrivati lì spinti da una marea di domande: che cos’è questo desiderio di missione che sento di avere? Che significa essere missionario? Quali rischi corro? Perché voglio partire? Ma soprattutto: è giusto, per me, ora, in questo momento particolare della mia vita, andare lontano per annunciare Gesù e servirlo nelle persone che incontrerò? E perché non farlo qui, a casa mia, dove vivo?

Tutte le grandi cose partono da grandi domande. Persino Maria, davanti all’angelo, “si domandava in cuor suo che senso avessero tali parole.” Per questo il corso missionario divenne un passaggio fondamentale. Prima di tutto perché invece che diminuire le tante domande, il corso le aumentò a dismisura.  E le aumentò al punto che, dopo il primo “step” (Il corso era fatto di tre momenti distinti), misi seriamente in dubbio la mia partenza. Stavo vivendo un momento particolare della mia vita e pensavo di correre il rischio di una fuga. Di scappare lontano da persone e situazioni. Ma Gesù in questi momenti non ti lascia solo e ti aiuta con le guide che ti ha messo vicino e con i fatti che ti modellano e ti aprono a nuove prospettive. Sentivo forte in me la convinzione che dovunque fossi andato, tra i poveri, il Signore mi avrebbe parlato. Ero sicuro che quello che avrei potuto fare sarebbe stato poco, molto poco, forse quasi niente. Ma che avrei ricevuto doni inaspettati. In fondo per questo partivo: per ricevere regali. Gratis e per sempre.

È questa la promessa che Gesù ci ha fatto, una promessa di amore gratuito e definitivo.

E così ad aprile, soli in una Santa Maria degli Angeli piena di sogni e desideri, raccolti nella Porziuncola, noi giovani futuri missionari francescani ricevemmo le destinazioni: alcuni vennero inviati a Betlemme, in un orfanotrofio. Altri in Congo, in una Casa di accoglienza per ragazzi di strada. E infine noi: io, Sara, Flavia e fra Manuel, in Perù. Meglio: nell’amazzonia peruviana.

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A sentire Fra Pierpaolo pronunciare proprio quella destinazione un brivido mi salì lungo la schiena. Non avevo chiesto al Signore un luogo particolare dove fare missione, ma dentro di me era grande il desiderio di partire per l’America latina…dove di preciso non lo sapevo.

I mesi passarono e il momento di partire si avvicinò sempre di più. Ma non andò tutto liscio. Partire ha un costo e bisognava mettere in conto una bella spesa. E poi c’erano le vaccinazioni da fare, con l’oratorio estivo già partito e poco tempo per prepararmi seriamente. La “marcia” l’anno prima mi aveva già allenato a portare con me solo lo stretto necessario e ad abituarmi a tempi frenetici, in cui lo spazio per fermarsi è davvero poco. In fondo la vita cristiana è questo: rimanere sempre in cammino, non fermarsi mai. Altrimenti, come direbbe Papa Fra, “la cosa non va”.

Le vaccinazioni furono un disastro (l’asl mi programmò le ultime il giorno prima di partire) e anche il viaggio in aereo non fu dei migliori. Il pomeriggio prima del volo mi chiamò fra Manuel: “Mirko c’è un problema, devi partire questa sera…”

Mi misi subito all’opera per terminare lo zaino, mentre fuori sembrava scendere il diluvio universale. Saltò anche la corrente e finii lo zaino al buio, buttandoci dentro un po’ di tutto. Dopo una notte trascorsa a Madrid, la mattina incontrai i miei compagni di viaggio. Pronti, partenza, via: trasvolata oceanica, atterraggio a Lima, poi volo per Iquitos, la città più importante e grande della selva peruviana. La preparazione al viaggio non era stata delle migliori. Non parlavo granché spagnolo e sapevo ben poco del luogo dove avrei trascorso un mese. Avevo scavato nei miei desideri, avevo cercato i perché di questa esperienza, ma avevo la sensazione di non essermi preparato al meglio. È come se di punto in bianco qualcuno mi avesse detto: “Devi partire!”.

Per questo l’accoglienza dei frati missionari ci aiutò molto: c’inserimmo in una fraternità fatta di persone provenienti dal brasile, dall’argentina, dalla Bolivia. E tuttavia, nonostante le differenze geografiche, nelle sere passate insieme seduti al tavolo della sala nella missione di Requena, si respirava un clima gioioso, famigliare.

L’obbiettivo del nostro essere missionari nella selva peruviana era quello di sostenere e accompagnare i frati missionari del posto. Il nostro gruppo si inserì nella fraternità dei frati del neonato “Progetto Amazzonia”, partito solo due anni fa e ancora in una fase di progettazione. I frati che ci accompagnarono furono fra Francisco, un frate brasiliano simpaticissimo, bravissimo a cucinare, che masticava un po’ l’italiano e sapeva tirarci sempre su di morale. Frase tipica? Tranquilo danilo! Menomale che c’era lui. Poi c’era fra Attilio, anche lui brasiliano, una specie di frate-esploratore-inventore. E poi Pepo, il frate guardiano, argentino, che rideva sempre quando parlavamo italiano e si beveva spesso il Mate della sua terra. Ci accolsero a Iquitos Pepo e Francisco all’uscita dell’aeroporto. L’impatto con la selva fu subito particolare. Sulla macchina un po’ scassata di un signore che ci aveva offerto il passaggio verso la missione dei frati di Iquitos ti ritrovavi per la prima volta avvolto da un mondo sconosciuto e sentivi che non saresti potuto più tornare indietro. La strada asfaltata divideva in due un paesaggio fatto di qualche casa in muratura e molte baracche. A Manuel ricordò subito l’Africa. Sull’asfalto strani mezzi di trasporto, quasi degli ibridi tra motociclette e macchine, che più avanti ci sarebbero diventati familiari con il nome di “motocarri”, sfrecciavano avanti e indietro insieme a qualche automobile. Le ultime auto che avremmo visto sarebbero state proprio queste. Una città insomma, di quelle densamente abitate e trafficate, difficile da immaginare negli stereotipi tipici sull’amazzonia, fatti di liane, scimmie e coccodrilli affamati. Dopo una notte passata a Iquitos e qualche disavventura alla ricerca di un passaporto smarrito, il mattino seguente ci recammo al porto per salpare verso Requena, geograficamente più a nord e raggiungibile solo in barca. Si tratta della città più importante del Rio Ucayali, in piena selva peruviana. Lì sarebbe iniziata davvero la nostra missione. C’imbarcammo al piano superiore di una lancia e dormimmo per la prima volta sulle amache. Fu anche il primo vero contatto con la gente: ci sembrò subito un popolo particolare, gentile e disponibile all’ascolto, ma non facile da comprendere.

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Una mamma ci offrì anche della frutta. Non so quanti eravamo sopra quella barca ma arrivammo per tempo a destinazione. Insieme con noi, al piano basso, c’erano mattoni, ghiaccio per conservare il pesce, galline, un bue, materiale edile, sacchi di cemento, banane… il tutto trasportato e scaricato a mano, senza l’aiuto di nessun macchinario …fine prima parte

Mirko