Prima di partire: Silvia

 Silvia

Mi chiamo Silvia, ho 29 anni, all’università ho studiato Arabo e sognavo che da grande avrei lavorato per una ong in un qualche campo rifugiati della Palestina. Poi ho incontrato Stefano e ho scoperto che la mia vocazione era un’altra: siamo sposati da due anni e speriamo che presto il Signore ci conceda la gioia di diventare genitori. Nella vita mi occupo di tutt’altro, ma il mio sogno di sempre non si è mai spento: occorreva solo fare verità sul significato profondo di quella passione che mi spingeva a volere andare. Dovevo incontrare Cristo sulla mia strada per capire che il nome di quel desiderio era amore.

Per quasi dieci anni ho custodito in cuore il sogno di partire, anche se poco alla volta sembrava sbiadire tra le pieghe della quotidianità; poi l’anno scorso, durante il mio primo pellegrinaggio in Terra Santa, ho sentito chiaro che era giunto il momento, perché il Dio delle Beatitudini si è schierato dalla parte dei deboli e degli ultimi e mi chiedeva di prendere posizione.

Il 5 agosto io e Stefano partiremo per l’orfanotrofio La Creche di Betlemme, dove da 127 anni le Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli si prendono cura dei piccoli orfani palestinesi a cui la guerra sta negando un futuro. E mentre lo dico ancora non ne ho piena coscienza.

Quando ho deciso di partecipare agli incontri di formazione missionaria, era perché sentivo forte il desiderio di testimoniare ciò che Dio aveva compiuto nella mia vita, per riconsegnare, almeno in parte, ciò che mi era stato donato. Volevo partire per aiutare i più bisognosi, per toccare e lasciarmi toccare dalla loro povertà, per riscoprire l’essenziale attraverso un’esperienza che non mi offrisse il comodo rifugio di casa mia la sera, ma che mi immergesse totalmente in quella realtà, costringendomi a rimanere presente, a non distrarmi, a non raccontarmi confortevoli bugie per non perdermi. Sentivo il bisogno profondo di pormi di fronte non a parole o categorie, ma a vite concrete, incarnate nel volto, nelle parole, nella storia delle persone.

Wend1 Mission 2013 08

Oggi è passato qualche mese da quel primo incontro a Costano, e ho capito che allora il mio desiderio era ancora troppo orgoglioso, troppo gonfio di me. Era ancora troppo grande la mia pretesa di essere “sufficiente”. Tuttavia, mi è difficile dire cosa significhi adesso la partenza per la missione, perché è un continuo divenire di significati che si colorano di nuove sfumature. Di certo, senza il corso oggi non mi sentirei pronta con consapevolezza: gli incontri a Costano mi hanno offerto tante provocazioni, costringendomi a scendere e a far verità; oggi mi sento molto più ricca e sempre di più in cammino.

Partire oggi per me significa prima di tutto toccare la mia povertà, per guardarla negli occhi, senza paura e senza vergogna. Partire oggi significa incontrare la mia codardia, e fare, forse, l’esperienza della mia incapacità di amare fino in fondo; significa creare uni strappo, un distacco, dalle prigioni confortevoli della mia vita.

Quest’esperienza a Betlemme è certamente un’occasione per collocare i miei studi nel mio essere donna e cristiana, per avvicinarmi davvero all’altro non solo fisicamente e spiritualmente, ma anche usando la sua lingua e la sua cultura, con umiltà. Per mettere ciò che ho appreso al servizio dell’altro, senza utilizzarlo come strumento di potere o fonte di guadagno, ma per essere sul suo stesso piano, come sorella, come sorella più piccola. E in quello spazio di comunicazione creare un luogo di incontro e di amicizia disinteressata, capace di fare e farti sentire amato, dall’altro e da Dio in Cristo.

Continuo a pregare: «Signore, dimmi ciò che vuoi che io faccia». Ma la risposta Dio me l’ha già data, è nel Vangelo: Gesù a Betlemme non ha trovato posto, è nato fuori dalle porte della città, eppure la sua mamma, Maria, l’ha partorito e lo ha avvolto in fasce con amore immenso, perché quello era il suo bambino. Unico, bellissimo, un tesoro preziosissimo, il più prezioso. Anche i bambini di La Creche sono nati poveri tra i più poveri, senza nemmeno un nome. Quello che il Signore mi chiede, è semplicemente di amarli come Maria amò Gesù. Con tutta me stessa, senza riserve, senza paura di morire. Mi chiede di essere per loro un po’ mamma, di avventurarmi senza indugio nel viaggio in quell’altrove che porto incisa nel profondo di me stessa, per lasciare spazio a quel vuoto in cui Dio può porre la sua dimora e rendermi più accogliente.

Dio a Betlemme ha scelto di abitare in una casa, in una famiglia, e vuole diventare casa per ognuno di noi, dentro la nostra vita, dentro la nostra famiglia. È anche per sentire sempre più forte questa presenza, in fondo, che sto per camminare sulle strade della Terra Santa. La mia speranza, il mio augurio è di fare sentire a ognuno dei bambini che incontreremo, che li amo in quel qualcosa che loro non amano, nella loro debolezza, in quello che non vedono. È di imparare un po’ di più ad amare come Dio ama.

Subito dopo che ci è stata assegnata la destinazione, ho visto un video in cui una suora di La Creche raccontava di come un bimbo le ha detto: «Io sono povero». Lei gli ha risposto: «Anche Gesù lo era», «Sì, ma lui aveva una mamma». E subito sono stata assalita dall’ansia di trovare una risposta plausibile da dare a quei bambini nel caso in cui avessero fatto anche a me la stessa domanda. Mi ci sono arrovellata per giorni, ho pregato, forse perché volevo una risposta io stessa per prima. Poi ho capito: non serve trovare una spiegazione al dolore, serve che io ascolti ogni singolo dolore rimanendo  presente e onesta in ciò che sono. E se questo implicherà soffrire nel guardare il vuoto in quegli occhi, non importa, perché quel vuoto è pieno del Tutto, del volto di Dio, pronto ad accogliermi e a darmi rifugio tra le ferite del suo costato. Voglio solo fare affidamento sulla realtà di questo amore così concreto, pronta  a mettermi in gioco per gli altri e a cambiare, diventando ciò che riceverò, poco alla volta.

Andare a Betlemme è un’occasione immensa, non soltanto per me come individuo singolo, ma per me e Stefano come famiglia. Nel matrimonio, Dio ci chiede ogni giorno di essere responsabili l’uno dell’altra e di aprirci alla vita, diventando fecondi. Con il matrimonio, il Signore ci ha reso segni del suo amore nella nostra casa, ma anche nella società; ecco perché viviamo questa esperienza a Betlemme anche come un invito a riflettere sul modo in cui Giuseppe e Maria hanno saputo accogliere l’amore di Dio nelle loro vite.

Nella Genesi, Dio ha affidato la sua creazione all’uomo e alla donna perché la custodiscano, e noi vogliamo dirgli il nostro : come potremmo essere una madre e un padre che sanno prendersi cura dei propri bimbi se non sappiamo ascoltare il grido dell’altro, se pensiamo che non sia compito nostro?

Infine, Betlemme e la sua storia mi ricordano che il Verbo si è fatto carne, ma che si è fatto carne anche dentro alle contraddizioni del mondo. Non posso partire per la Palestina senza sapere che per un mese vivrò sulla mia pelle la quotidianità del conflitto che lacera Israele e Palestina con la realtà del muro di separazione, di quegli otto metri di cemento che hanno un impatto pesantissimo per quanti a Betlemme non vengono solo per un giorno o per un mese come noi, ma ci vivono proprio, in primis i bimbi dell’orfanotrofio.

Prego di essere capace di non giudicare, ma semplicemente di provare a immaginare le sofferenze che quel muro divide e amplifica, sia da una parte che dall’altra. Voglio mettere in crisi il mio concetto di giustizia e di ingiustizia per scoprire in tutti, palestinesi e israeliani, cristiani, musulmani ed ebrei, dei compagni di viaggio, tenendo come bussola il Vangelo per essere fedele alla radice della parola solidarietà, che non può accettare e coprire l’assenza di diritti. Per me è importante imparare a non pregare per i palestinesi o per gli israeliani, come i miei studi mi portano a fare alle volte, ma perché siano in grado di perdonare, e perché io per prima sia in grado di farlo, amando anche i nemici, perché solo se mi porrò in questo atteggiamento potrò essere davvero un segno di pace, testimoniando degnamente Cristo.

E mentre le parole continuano a scorrere sul foglio, mi accorgo che ormai manca meno di un mese alla partenza. È tempo di affidarmi a Dio.