La sfida della formazione

I bisogni dei ragazzi finché sono piccoli sono tanti ma tutto sommato abbastanza gestibili. Man mano che i ragazzi crescono, anche i loro bisogni si vanno moltiplicando con le loro idee e le cose diventano un po’ più complicate. E il problema non riguarda solo un centro che si occupa del recupero dei ragazzi “di strada” ma ogni realtà (quindi anche la famiglia) in cui ci sia la presenza di un ragazzo.

Una donna è venuta oggi a chiedere di parlarmi, una vicina di casa. Aveva con sé un bambino. Mi parla, e mi spiega i suoi problemi. Ha un figlio più grande, circa 15 anni, che da qualche mese non vive più in casa. Lei lo ha cercato e alla fine ha scoperto, investigando tra le amicizie del figlio, che questi vive con una banda di ragazzi di strada, di piccoli furti e altri stratagemmi per sbarcare il lunario. i nuovi amici non vogliono rivelargli il posto dove lo può trovare e chiedendo aiuto alla polizia, si è sentita dire che per mobilizzare una squadra è necessario pagare lo spostamento alla modica cifra di 12.000 franchi (18 euro), che lei chiaramente non ha. Niente soldi, niente spostamento della polizia. Lei è disperata perché non vuole che il suo ragazzo si perda. Lo ha cercato dall’altra parte della città e non si da pace. “Poi – mi dice – ho ancora questo ragazzino, il più piccolo: da quando è nato ha un problema agli occhi (strabismo) e in più non riesce a sopportare la luce per cui ha sempre gli occhi chiusi e vive come un cieco. Sono andata alla cattedrale dove c’è un programma di medici che seguono gratuitamente alcune malformazioni dei bambini, ma mi hanno detto che la lista per gli occhi è chiusa perché ci sono troppe domande. Mi hanno detto di aspettare quando si aprirà una nuova lista. Sto chiedendo aiuto al Signore, ma finora non mi ha ascoltato”.

La donna abita poco lontano da noi, in una delle solite scatole di latta (casette di 3 metri per tre fatte con le tegole metalliche), sola con i due ragazzi (adesso uno). È probabile che l’altro sia andato via anche perché a casa non si mangia tanto spesso. Che fare? Se chiamo la polizia del quartiere per farla aiutare, loro chiederanno altri soldi per intervenire, poi ci indirizzerebbero verso il posto di polizia del quartiere dove il ragazzo vive adesso (e quindi altri soldi). Ho chiamato alcuni dei nostri ragazzi più grandi che lavorano già, ho chiesto a loro di fare una colletta (ciascuno ha messo ciò che poteva) e abbiamo dato alla donna i soldi di cui aveva bisogno. Lei, ringraziando, mi ha detto che se riesce a recuperare il ragazzo vorrebbe poi essere aiutata, consigliata sul da farsi visto che è già andato via di casa una volta e potrebbe sempre rifarlo. Le ho detto che quando avrebbe recuperato il ragazzo, sarebbe venuta e avremmo visto insieme al giudice dei minori se si riesce a trovare una struttura adeguata per lui oppure a trovare una soluzione per permettergli di restare in casa.

Ma quale è la struttura adeguata a formare un ragazzo?

Più passo del tempo con i ragazzi e più mi rendo conto che un’azione educativa chiede di mettersi sempre in gioco personalmente. Voglio dire che non si deve mai avere la presunzione di avere tutta la verità in tasca e che lo Spirito del Signore abita tutto ciò che è creato e che dunque anche il giovane che mi viene affidato ha qualcosa da dire e da insegnare anche a me e che l’efficacità di un’azione educatrice dipende anche da quanto avrò rispettato e accolto il bene che già esiste nella persona che è di fronte a me.

Vuol dire lasciarsi educare anche dal ragazzino, proprio secondo il significato etimologico del termine educare (ex-ducere = tirar fuori). Lasciare che la vita del ragazzo di fronte a te tiri fuori dalla tua vita ciò che probabilmente non avevi considerato. E questo chiede il criterio base di ogni formazione: l’umiltà. Per questo non si finisce mai di crescere: ci sarà sempre un altro accanto a te, sulla tua strada che avrà ancora qualcosa da insegnarti, se ti lasci interpellare da lui.