Testimonianza di fr Andrea

La lettera di questa mese è la testimonianza di fr Andrea, della Provincia Umbra, che è in esperienza missionaria quest’anno nel centro di Makabandilu… a lui la parola.

Scrivo in questo giorno di martedì grasso cercando di riorganizzare un po` la grande quantità di idee che mi passa per la testa!

Intanto saluto tutti i miei fratelli frati che sono in Italia. In questo tempo di grazia in Africa il mio ricordo va spesso a loro: se sono qui è solo perché una comunità me lo consente, e io mi sento sempre inviato da una fraternità nel mio essere qui. Saluto in particolare i miei fratelli di noviziato, che tanto mi hanno donato e tanto continuano a donarmi. L’altro giorno leggendo un libro ho trovato la frase: “L’amore non è cieco ma è presbite, perché ci vede bene da lontano”. Credo che in parte sia cosi, perché la distanza aiuta a collocare le relazioni in un orizzonte più ampio, un orizzonte in cui le piccole difficoltà del nostro vivere insieme quotidiano non scompaiono, ma vengono ridimensionate a favore di una maggiore oggettività. Cosi in questo tempo é aumentatala riconoscenza a Dio per il cammino che mi ha fatto fare e per le relazioni che mi ha donato ed é aumentata la consapevolezza della preziosità dei miei fratelli.

Ma vi scrivo soprattutto per donarvi qualche scorcio della vita di missione, ovvero di quella che sto vivendo in questo tempo in Africa, in questo centro per i ragazzi di strada che si chiama Ndako na Bandeko franciscains. Vi scrivo con il desiderio di accorciare un po’ le distanze, di avvicinare due mondi, di godere gli uni delle ricchezze degli altri. Vi scrivo con la speranza di creare un po’di spazio nel cuore mio prima di tutto, ma anche nel cuore di chi leggerà, perché impariamo ad alzare lo sguardo e magari, come ci indica il papa nella sua lettera per la Quaresima, a renderci conto di chi ci sta vicino per esercitare la carità…

Pian piano sto entrando in questa realtà,che è estremamente diversa da quella cui sono abituato in Italia… Diversa la lingua, diversa la mentalità, diverso il cibo e le consuetudini, diversa la musica e il gusto estetico. I ragazzi del centro sono adesso 25 e vengono da diverse zone del paese. Alcuni sono qui dopo aver perso i genitori a causa dei conflitti che hanno martoriato il paese nell’ultimo decennio, altri sono qui perché affidati al centro dai giudici (figli di famiglie con problemi o di relazioni occasionali delle giovani mamme o peggio cacciati perché accusati di stregoneria). Tutti hanno vissuto un qualche disagio che li ha portati spesso a vivere per la strada. Io gli chiedo “Ma dove vivevate? Cosa mangiavate?” loro mi raccontano che dormivano sotto i tavolati del mercato, che elemosinavano o vivevano di espedienti, alla giornata, inventandosi qualcosa da fare per accattare un po’ di soldi in quel brulichio che sono le vie del centro città. Magari qualche furto…  Alcuni sniffavano colla, altri fumavano o si drogavano, magari di medicinali come il Valium. Ogni volta che prendevano la malaria non avevano i soldi per comprare le medicine, cosi a volte la malaria diventava cerebrale, e alcuni di loro ancora portano la menomazione irreversibile della malaria non curata. Alcuni da piccolissimi hanno dovuto affrontare viaggi della speranza, per poi vedersi abbandonati dagli stessi familiari. Altri sono arrivati dalla capitale dell’altro Congo: Kinshasa. Dovete sapere che la traversata del fiume Congo è molto difficile sia per la grandezza del fiume e l’impetuosità della corrente, ma ancor più per i severi controlli che limitano la possibilità di viaggiare tramite i traghetti. Qualche ragazzo è riuscito a montare dopo che il traghetto era già partito, sfidando la corrente dell’elica e i controlli serrati. Altri loro amici sono morti nella loro ancor tenera età.

Poi in qualche modo sono venuti a conoscere la realtà del Centro dei frati. Fra Adolfo che fin da principio è stato incaricato di occuparsi del centro insieme a fra Italo e ad altri frati racconta che all’apertura del centro è bastata una nottata passata per la vie della città per radunare un numero sufficiente di ragazzi!

Da quegli anni in cui il centro era nel cuore della città, i ragazzi sono stati spostati in un altro posto: una parcelle più grande, con un bel po’ di verde, alla periferia nord di Brazzaville: Makabandilu. Alcuni ragazzi sono qui da molto tempo, ma altri vanno e vengono molto spesso. Non è facile per loro, specialmente all’inizio, accettare le dure regole del centro: l’impegno serio nello studio, il lavoro manuale quotidiano, il convivere con etnie e tribù diverse, il dover chiedere autorizzazione per ogni cosa, le punizioni che seguono alle loro mancanze, i momenti di preghiera e di confronto fraterno, le responsabilità e gli orari fissati… Alcuni non reggono e se ne vanno. Altri addirittura trattano male i più piccoli, e magari cercano di rubare qualcosa. La maggior parte viene aiutata ad abituarsi, e sperimenta la misericordia di una fraternità che sa ogni volta aggiungere un posto, allargarsi, farsi carico dei doni ma anche dei problemi e delle difficoltà del nuovo arrivato. Tutti hanno l’opportunità di cominciare a studiare o a lavorare, di imparare l’igiene e la responsabilità, di imparare a vivere in fraternità confrontandosi e sapendo perdonare e chiedere scusa, di essere curati e di vivere in una casa semplice ma dignitosa. Quel che colpisce quando entri al Centro è che non c’è disordine. Niente carcasse bruciate di automobili, niente spazzatura, niente sabbia sulle strade e buche ovunque, niente erbacce e animali che girano. Al loro posto: della semplice erba, alberi alti e ben potati, qualche panchina, dei vialetti puliti attrezzati di secchi per la spazzatura (non tutti qui conoscono l’esistenza e quindi l’uso di questi attrezzi occidentali!), una paillotte per studiare all’aperto, i muri degli edifici ben colorati, le stanze salubri e arieggiate, dei cani simpatici e ben educati…

Non è tutto oro luccicante eh!? Stare coi ragazzi richiede molta pazienza. Conoscere la lingua, capire le dinamiche, raddrizzare i pensieri a volte distorti dall’ignoranza, il pregiudizio e il razzismo… Aprire il cuore fino a lacerarlo per accogliere la diversità, fare misericordia, sperare sempre, avere pazienza ed equilibrio… Poi fidarsi si, concedendo grande fiducia e perdonando sempre, ma senza l’illusione che sicuramente tutto andrà a buon fine. Questi ragazzi sono uomini, sono un mistero e non sempre le azioni educative e correttive vanno a buon fine. Ed è qui che come Francesco siamo chiamati a sperimentare per chi davvero facciamo quel che facciamo. Perché se davvero è il Dio di Gesù Cristo che muove i nostri gesti di carità allora sperimenteremo la perfetta letizia e invece di chiudere la porta daremo tutto quel che abbiamo e siamo, perché consapevoli che non ci apparteniamo e che niente è merito nostro…

L’altro giorno ero in macchina con fra Adolfo verso il centro città, con l’intenzione di comprare un po’ di cibo per i ragazzi del centro. Per inciso, il cibo si compra a stock se si trova il lotto favorevole. Amo molto stare in macchina se non devo guidare, per vedere tutto quel che succede nel brulichio delle vie del centro. Mi trovo a mio agio a guidare nella periferia sabbiosa in cui abito, ma il centro città è davvero una giungla: le giakarta (motorini locali) sfrecciano, i taxi si incastrano in tripla fila con le ruote sui marciapiedi, i bus ti tagliano la strada, i carretti spinti a mano soffrono sotto qualche carico pesantissimo e pericolante… Non parliamo poi dei pedoni che approfittano di ogni pertugio per attraversare, dei venditori ambulanti o degli ubriachi che hanno la capacità di buttarsi in mezzo alla strada proprio quando passi, o delle buche che come delle mine vaganti sbucano quando meno te lo aspetti costringendoti a perigliose deviazioni per non distruggere definitivamente quel che rimane dei semiassi martoriati della macchina… Ma la cosa che più mi intimorisce è la viabilità urbana, che a tratti ancora non comprendo nella sua logica contorta. Associata a questa c’è ovviamente una presenza massiccia di forze dell’ordine. Questi ultimi non perdono occasione per fermarci, facendoci notare la non osservanza di qualche cavillo del codice della strada (sempre nella giungla sopra descritta!). Probabilmente il loro unico scopo è arrotondare le entrate mensili, visto che il 99% delle contravvenzioni muta rapidamente in un “petit rien” ossia in una piccola offerta elargita per evitare il sequestro della macchina, il ritiro della patente insieme alle interminabili procedure di pagamento (tutte accuratamente corrompibili). Per i frati è davvero una battaglia cercare di spezzare il circolo vizioso della corruzione non cedendo ai ricatti, ma più spesso ce la caviamo col dire che siamo preti. Allora improvvisamente da ostile il poliziotto diventa un agnello, al punto da trasformarsi in scorta per accompagnarci a destinazione… Incredibile davvero!

Mentre ero in macchina con fra Adolfo, riflettevo dunque su quella che potrebbe essere una sintesi della mia esperienza di Africa. Credo che in una parola in Congo ci sia una grande carenza di bellezza, anche in senso trascendente. Una bellezza che si declina in mille modi: semplicità, arte, eleganza, unicità, ordine, equilibrio, pulizia, poesia, armonia… La stessa bellezza che spesso chiamiamo “via pulchretudinis” e che ci avvicina a Dio. La stessa bellezza che fra Adolfo stesso definisce poesia e che in Congo non esiste. Beh, questa bellezza è molto rara in Congo. Non la si vede nei modi spesso sgraziati (per noi occidentali volgari) delle donne, nella scarsa cura per l’ordine e la cura dei luoghi (specie quelli pubblici), nell’incapacità di armonizzare le voci, nel fare grezzo degli uomini, nella sporcizia che permea ogni luogo, nelle grezze tecniche educative delle maman africane, nel gusto diffuso per tutto ciò che appare grande e potente (anche se di scarsa qualità e inutile)… Eppure non sono pochi i congolesi che cercano di promuoverla questa bellezza, che non è necessariamente legata al fattore economico. E più di una volta mi è capitato di riconoscere questa poesia africana.

Ad esempio quando le giovani mamme portano i loro piccoli figli. Alla faccia di tutte le tecnologie occidentali per il trasporto dei bambini (tipo Peg Perego e Foppapedretti…) che prevedono passeggino a 3 o 4 ruote, seggiolino per la macchina, seggiolino per la tavola, zaino da montagna e quant’altro (con un costo medio di 2500 euro a figlio solo per la questione “trasporto”)… In Congo tutto è sostituito da un drappo di tessuto con cui abilmente (e senza mai sbagliare) le mamme legano i piccoli bebè alla schiena. E poi se li portano ovunque: mercato, lavoro ai campi, lavare gli abiti. Non si può dire che ai piccoli africani manchi il contatto materno nei primi mesi di vita!!! E quando incroci le mamme per la strada, da davanti vedi solo due minuscoli piedini che sbucano dai fianchi, mentre dietro il bimbo dorme bellamente. Alcune baracche poi, anche nella loro disarmante povertà, denotano una cura particolare, mentre altre sono un vero caos.

Io credo che il centro per i ragazzi di strada sia un posto in cui molti possono incontrare la bellezza. E questo credo che sia una cosa senza prezzo, frutto non solo e non tanto delle offerte economiche che arrivano dall’Italia, quanto di persone in carne ed ossa che danno la vita per questi ragazzi, che cercano ogni giorno di fare la volontà di Dio e di convertirsi. E credo anche che qualcuno di questi ragazzi continuerà su questa strada, a farsi artisti per il regno di Dio, perché la bellezza e la misericordia che già vive nei loro cuori diventeranno i pennelli con cui aiutare gli altri a vivere una vita a colori.