Lettera di fr Rosario dal Burundi

Cari frati e amici,
in questi giorni, scambiando gli ultimi saluti con le persone che ho conosciuto, come un ritornello, ho chiesto cosa dovrò raccontare di questi mesi trascorsi in Burundi.
Un giovane studente mi ha risposto così: “Noi siamo poveri che, con tanta speranza, attendono un cambiamento. È la speranza che ci fa andare avanti, ci permette di sorridere”.
Appena arrivato a Kayongozi, camminando per le strade rosse e polverose, colme di bambini vestiti di stracci, entrando nelle case buie, misere, molte delle quali costruite con mattoni pronti a sciogliersi a causa della pioggia, perché fatti di terra e paglia, riflettendo sulla guerra che ha oppresso il popolo burundese per molti anni, avendo soprattutto davanti agli occhi una povertà davvero insostenibile per noi “occidentali”, mi chiedevo dove la gente potesse trovare la voglia di sorridere e mostrare serenità.
Mi rimangono ancora molte perplessità, perché sono troppi e troppo grandi i problemi che l’Africa deve ancora affrontare. Mi sono accorto però, che la povertà di mezzi non è strettamente legata alle ragioni per vivere, non ha soffocato i valori importanti dell’uomo come il volersi bene, l’amicizia, la capacità di sentire la gioia e la sofferenza altrui, l’aiuto verso chi è ancora più povero, l’accoglienza dei bambini e il rispetto per le persone anziane, il saper “regalare” il proprio tempo a chi ne ha bisogno, la voglia e l’umiltà di imparare, il saper riconoscere e gustare le cose belle, il sentire la vita come un camminare insieme, come una musica per orchestra, più che per strumento solista. (scusate la similitudine musicale).
Che grazia, essere stato accolto da tante persone generose e disponibili, che mi hanno permesso di conoscere più da vicino le consuetudini, le tradizioni e altri aspetti della vita e della cultura burundese!
In particolare i frati, le suore e Justin sono stati i miei ciceroni.
Mi hanno coinvolto in moltissime iniziative. Grazie a loro, ho raggiunto le famiglie più povere che vivono nelle colline circostanti.
Ho conosciuto i pigmei Ba-twa, i quali vivono veramente in uno stato selvaggio e di una vivacità incredibile. Ho partecipato ad una bellissima gita-escursione tra le colline qui intorno, con i bambini del Centro. Indimenticabili i “Venerdì-sport”, con Justin alla guida.
Insieme ai suoi collaboratori e ai ragazzi del Centro, facevamo un po’ di ginnastica e una corsetta, che diventava l’occasione per visitare qualche famiglia povera o gli ammalati.
La musica ha continuato ad essere la mia migliore amica. Ho collaborato con Justin nell’organizzazione della prima competizione delle corali della Parrocchia e delle succursali vicine, mentre con fra Flavio abbiamo preparato per gli ospiti del nostro Centro, un concerto di canti e danze, in cui anche io mi sono esibito suonando il piano e accompagnando il coro dei bambini.
Ho incontrato gli studenti e i professori delle scuole primarie e degli istituti superiori di Kayongozi, i contadini delle cooperative agricole. Ho conosciuto il vescovo Biagio e visitato il Seminario della Diocesi, confrontandomi con molti studenti e sacerdoti.
Ho avuto anche la possibilità di andare a Ruyigy, il capoluogo di provincia, per partecipare alle manifestazioni per il Cinquantesimo Anniversario dell’Indipendenza del Burundi.
Mi sono recato spesso nella capitale, Bujumbura, insieme a fra Flavio, per le spese del Centro, divertendomi nel vederlo contrattare i prezzi al mercato della città.
Ho poi scoperto che gli africani sono peggio dei siciliani, riguardo al grande numero di feste. Potrei a questo punto elencare tutte le celebrazioni alle quali ho preso parte, lunghissime, ricche di canti e danze o altre occasioni meno religiose, in cui è stato difficile non lasciarsi trascinare dall’energia dei loro tamburi. In questi momenti di festa nessuno rimaneva escluso e il tempo sembrava fermarsi.
Il Centro caritativo “San Francesco”, a due passi dal convento, è stato per me un “concentrato di umanità”. Bambini, giovani, adulti, anziani, sono gli ospiti che ogni giorno ricevono tutto ciò che serve per una vita dignitosa.
Come posso esprimere con le parole la meraviglia davanti allo “sciame” di bambini che, ogni mattina dopo la messa, mi correva incontro? Ho avuto l’opportunità di affiancare fra Giuseppe nel suo lavoro di fisioterapista nel reparto dei bambini disabili. Ho ammirato la sua passione e il suo impegno. Ho visto la forza e la fatica delle ragazze che lavorano a tempo pieno e si prendono cura di loro. Ho compreso che la gioia di questi bambini era semplicemente stare con loro, giocare, dargli da mangiare, cambiarli quando erano sporchi, farli sentire puliti.
Ho contemplato la semplicità e purezza dei più piccoli, forse perché sono gli aspetti che tutti vorremmo fare nostri.
Ho chiesto un incontro con gli anziani del Centro. Li ho tartassati di domande. A volte, nella veste di antropologo/etnologo, ho indagato sulle tradizioni locali, sul lavoro e il tempo libero, sulla storia passata, la colonizzazione e il periodo della guerra.
Come ho amato scherzare con “mama” Salome e le altre anziane donne sulle moda di oggi! Non ammettevano che le ragazze portassero i pantaloni. Pensate quando accennavo al modo di vivere e di vestire in Italia…un disastro!
Gli ho chiesto di cantarmi alcune ninna nanne. Lo hanno fatto, con uno sguardo un po’ imbarazzato per la mia richiesta.
Insomma, questa mio “pezzo di vita africana” si è rivelato principalmente un luogo d’’incontro. Quando l’incontro è stato autentico, è diventato per me luogo di conversione. Ancor prima di una conversione “spirituale”, preferirei parlare di una conversione “umana”. Le persone che ho incontrato, hanno “sfidato” la mia maniera europea di vivere e di pensare. Hanno messo in discussione la mia esperienza culturale e di fede. Ciò ha innescato un processo durissimo in cui, spesso, mi sono sentito disorientato, ma contento per aver almeno provato a rompere il mio guscio protettivo, aprendomi alle loro provocazioni. Conversione “umana” perché attraverso le persone ho conosciuto meglio me stesso e un volto sempre più incarnato, sempre più umano di Dio.
Un grazie speciale ai frati di Kayongozi, soprattutto per la loro pazienza. Ringrazio i frati liguri, fra Mario il provinciale, fra Silvio, il responsabile delle missioni, i suoi collaboratori, fra Luca di Pecorile che mi hanno incoraggiato e accompagnato in questo mia esperienza qui in Africa.

Muracoze, Humukama nabahezagire!
(Grazie, il Signore vi benedica!)
fra Rosario