Lettera di fr Andrea Frigo

Eccomi qui per aggiornarvi un po’ sull’ultimo periodo che ho vissuto in Congo.

L’ultima lettera si è chiusa con il racconto del periodo passato a Makoua, questa invece racconterà della vita a Makabandilou, dove ho vissuto ultimamente e dove resterò fino alla fine dell’esperienza. Il mese è stato davvero densissimo ed è iniziato con la visita di fra Massimo Reschiglian alla nostra fraternità in qualità di visitatore generale, incaricato dal Ministro generale di aiutare i frati della Fondazione Notre Dame d’Afrique a svolgere il capitolo. La visita di Massimo è stata davvero occasione per fare sintesi dell’anno trascorso insieme, per delineare punti di forza e di debolezza della nostra piccola fraternità. Io scopro sempre con stupore quanto sia utile e bello (e faticoso…) il dialogo, l’ascolto, il confronto svolto in un clima di preghiera, al cospetto di Gesù. Con gioia ho constatato la crescita delle relazioni fraterne con fra Adolfo e fra Italo, anche se ancora molto siamo chiamati a fare per rendere sempre più manifesto il vangelo cioè Gesù presente in mezzo a noi e il mistero pasquale che ci chiama ad essere fraternità di religiosi. Fra Massimo però ha sottolineato come a Makabandilou si percepisca la presenza di una fraternità viva e accogliente, e questo è già davvero una grande gioia!

Insieme a fra Massimo è arrivata sua nipote Eleonora che passerà con noi qualche settimana con lo scopo di fare esperienza della realtà del centro dei ragazzi di strada. Dovreste vedere quanto i ragazzi sono contenti (perché bisognosi) della presenza di una volontaria tra loro.

Altro evento che ha segnato questo mese è l’arrivo della corrente della città. Con grandi sforzi siamo riusciti ad ottenere un branchement alla linea elettrica, cosicché ora abbiamo la corrente 24 ore su 24. Non avete idea di quanto questo abbia cambiato la nostra vita. Per prima cosa basta bidoni di gasolio (da riempire, stoccare, trasportare e svuotare nel serbatoio del gruppo generatore ogni giorno), poi basta rumore sordo del motore nella parcelle. Ma soprattutto la possibilità per esempio di usare il computer per più di due ore al giorno (ad esempio oggi non avrei potuto scrivervi se non ci fosse stata la corrente), di utilizzare il forno per le pizze e per qualche dolcetto, di avere l’acqua fresca e di tenere in casa un congelatore per conservare il cibo dei ragazzi invece di andare ogni volta fino a Djiri… Che evoluzione tecnologica!!! Con la corrente abbiamo potuto cominciare a usare la combinata (una macchina per lavorare il legno), così insieme a fra Emanuele abbiamo cominciato a costruire qualche semplice mobile per la casa. Ovunque sono comparsi degli umilissimi ma utilissimi etagers, ovvero dei ripiani in legno utilizzabili come armadi per la biancheria nelle camere o come scaffali per il cibo o gli attrezzi a seconda della necessità. Il grado di disordine nelle stanze insomma è diminuito abbondantemente! Ma ci siamo azzardati anche a costruire due tavolini e due comodini, con grande gioia di fra Emanuele che si è appassionato alla falegnameria!

La settimana prima del capitolo abbiamo vissuto insieme dei giorni di formazione permanente (fatta da fra Massimo), insieme a tutti i frati della fondazione riuniti a Djiri. E’ stato molto bello avere un occasione per conoscerci, per crescere, per dialogare, anche in vista dell’imminente capitolo. Anche se non ho partecipato al capitolo, ai professi temporanei è stata data però la possibilità di intervenire in una riunione generale precapitolare. Questa è la prima volta che ho vissuto così da vicino un capitolo, e mi sono reso conto di quanto questo possa essere uno strumento utile, a condizione che ogni frate si prepari personalmente ad ascoltare la Parola di Dio, a mettersi in discussione, a lavorare onestamente e nella più limpida verità, ad affrontare anche lo scontro e il disaccordo, pronti a lasciare le proprie convinzioni… Mi sono davvero immedesimato nel lavoro di questi frati, e nell’umile sforzo di questi uomini che hanno cercato di seguire Cristo e di incarnare ancora una volta il carisma francescano in questo tempo e in questo luogo particolare. Sempre più mi rendo conto che il servizio dell’autorità, se vissuto in un ottica evangelica, è davvero un servizio prezioso e difficile, poco gratificante e che porta alla donazione di se fino alla fine, che presuppone una grande maturità umana e che spesso porta all’incomprensione e alla solitudine.

Altro episodio simpatico è stata un uscita con il gruppo giovani della parrocchia di Djiri ad un villaggio vicino. I ritiri sono occasione per molti ragazzi di avvicinarsi alla fede cristiana (molti non sono battezzati), di sperimentare un clima di fraternità e amicizia, di fare un cammino sacramentale, di conoscer i frati e le suore che fanno l’animazione. Non sapete quanto bisogno ci sia di formazione cristiana, ma prima di tutto anche solo umana, per questi giovani che vivono una vita schizofrenica, tra tradizioni tribali e facebook, tra stregoneria e studi scientifici, tra povertà culturale e nuovi mezzi di comunicazione, tra povertà economica e desiderio di riscatto e di crescita, tra modello di famiglia tradizionale e cultura dell’erotismo… In tutto questo molti rischiano di perdersi perché manca il punto di riferimento che è Dio…

Nella settimana in cui fra Adolfo e fra Italo sono stati al capitolo, fra Emanuele e io siamo stati dunque soli nella parcelle e con i ragazzi. Oltre ad avere fatto diversi lavori insieme ai ragazzi del centro, tra cui un’opera di potatura selvaggia degli alberi troppo grandi, questa settimana è stata per me davvero una occasione unica. Per la prima volta l’assenza quasi completa di fra Adolfo mi ha “scaraventato” dentro la vita quotidiana dei ragazzi. Tutto quello che di solito chiedevano a lui, hanno cominciato a chiederlo a me (uscite, soldi per i trasporti, permessi speciali, medicinali…). Non ho parole per descrivere quanto sia insieme impegnativo e difficile e bello essere padri di 30 ragazzi. Ho assaporato la bellezza della paternità e la fatica di donare la vita in modo semplice e anonimo, come i miei genitori hanno fatto per me quando ero piccolo. Ho provato la fatica di dover dirimere delle contese, la difficoltà ad essere uomo autorevole con loro, l’amarezza di dover infliggere punizioni, lo sconforto di percepire una grande distanza culturale (che non mi permette di capirli) e l’afflizione di non conoscere la loro lingua. Ma ho vissuto la gioia di avere così tante persone che mi vogliono bene, lo stupore di vedere quanto essi si aspettano da me, la sorpresa di essere forse anche un po’ idealizzato perché dal padre ci si aspetta tutto, anche quello che non può dare (perché solo Dio è veramente Padre…).

E così sempre più i ragazzi mi stanno insegnando tante cose. Mi appare sempre più chiaro che l’accettazione del mio limite sia condizione indispensabile per essere davvero uomo. Cresciuto con l’idea che il limite non vada accettato ma superato, con l’idea che limite significhi comunque qualcosa di negativo, mi ritrovo invece a lodare Dio che mi ha fatto limitato, perché il mio limite è luogo dove comincia l’altro e l’Altro che è Dio. Solo a partire dal limite posso pensare di incontrare qualcuno, e io sono fatto per incontrare qualcuno perché incontrare e amare è la cosa più bella che Dio mi abbia donato di poter fare, e la cosa che più mi rende uomo e felice e realizzato in pienezza. Qui è davvero una grande scuola allora, perché abbracciare e accettare la povertà altrui mi aiuta a liberarmi dall’angoscia per la mia di fragilità.

La notizia che il viaggio di ritorno non sarà il 4 giugno come pensavo ma il 4 luglio, non ha potuto allora che mettermi in discussione: cosa Dio vorrà donarmi in questo periodo, dove vorrà condurmi? Cosa vorrà dirmi ancora? Non posso non cogliere dietro questo slittamento di data un disegno misterioso della provvidenza…

Vi abbraccio forte nell’attesa di rivedervi presto.

Fra Andrea