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PAKISTAN – I dati sulla violenza contro le minoranze religiose nel biennio 2012-2014

“La violenza contro le minoranze religiose in Pakistan è stata continua e costante nel biennio 2012-2014. Conversioni forzate, rapimenti, danni alle aree di culto, violenza sessuale e omicidi mirati sono pratiche oppressive a cui le minoranze sono regolarmente sottoposte”: lo afferma una nota del Jinnah Institute, prestigioso centro studi indipendente impegnato nella difesa dei diritti fondamentali, del pluralismo e della pace in Pakistan.
Nel biennio 2012-2014 tra le minoranze religiose (cristiani, indù, ahmadi e altri) il Centro ha censito: 265 vittime di attentati; 550 famiglie costrette alla fuga; 21 persone incriminate per presunta blasfemia; 15 casi di conversioni forzate; 15 aggressioni a sfondo sessuale, 20 casi di abusi domestici.
Tra gli episodi più gravi segnalati dall’Istituto: l’attacco alla “Joseph Colony” di Lahore, l’attentato suicida a Peshawar, il brutale omicidio di due coniugi cristiani, Shama e Shehzad, accusati di blasfemia a Kot Radha Kishan. “La persecuzione contro le minoranze religiose passa spesso attraverso la via della legge sulla blasfemia, ma restano numerosi i casi di molestie e discriminazioni”. Questa situazione “ha provocato l’esodo di circa 550 famiglie delle minoranze religiose dal Pakistan”. – news riportata da Agenzia Fides

Cardinale Filoni: “l’Africa ha bisogno di solidarietà, non di armi, migrazioni e saccheggi di risorse”

“In Cristo, questo amato continente del Comboni, dove volle terminare la sua vita, ha bisogno di leader politici coraggiosi e profetici, che sanno ispirarsi al Vangelo; vescovi e sacerdoti secondo il cuore di Cristo; laici generosi e responsabili, figli devoti, che guardano alla propria terra non come luogo problematico e avaro, ma ricco del bene e della speranza che si semina e si costruisce”.
Con queste parole il cardinale Fernando Filoni, prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, ha concluso la Celebrazione Eucaristica presieduta a chiusura del convegno “Africa, continente in cammino”. Nella sua omelia il porporato ha citato i due Sinodi Speciali del 1994 e 1999 che “hanno approfonditamente scrutato l’Africa”, da cui scaturirono le Esortazione apostoliche “Ecclesia in Africa” e “Africae Munus”.
In particolare quest’ultima ha focalizzato l’attenzione sulla necessità della riconciliazione, della promozione della pace e della giustizia, nella verità. “Parole quanto mai opportune – ha commentanto il cardinale – nel contesto di un Continente afflitto da numerose guerre, violenze e odii, specialmente a nord (Libia), e nella Regione Sub-Sahariana (Nigeria, Niger, Ciad, Cameroon, Repubblica Centroafricana, Repubblica del Congo a nord, Sud-Sudan). E che dire delle altre guerre: l’ebola, la malaria, la dengue, l’Aids, e le numerose malattie endemiche che colpiscono ovunque la popolazione? Poi ci sono le divisioni tribali, i saccheggi delle ricchezze naturali e minerali, la povertà di molti che contrasta con le ricchezze di pochi e la corruzione a vari livelli”.
“Africae Munus” ha richiamato l’Africa ad avere coraggio, ad alzarsi, a intraprendere il cammino ha evidenziato Filoni. Si tratta di un appello alla ri-generazione del Continente, quasi eco a quel ‘Piano per la rigenerazione dell’Africa’ concepito 150 anni fa dal Comboni, nel 1864. “L’idea centrale: ‘rigenerare l’Africa con l’Africa’, oggi possiamo dire è più che ‘idea’ – ha affermato il cardinale – se, come è vero, che questo Continente oggi conta circa 536 circoscrizioni ecclesiastiche per una popolazione stimata in 1.066.140 abitanti, con 200 milioni di cattolici… il sogno di Comboni, grazie all’opera di religiosi, religiose, laici, in questi 150 anni di missionarietà ha preso consistenza e realtà”.
Commentando quindi le letture del giorno, il prefetto del Dicastero missionario ha sottolineato che l’Africa “ha bisogno di incoraggiamento e di solidarietà. Non ha bisogno di migrazioni, di acquisto di armi, di saccheggi. Ha bisogno di solidarietà: questo è il nuovo sogno!”. E ha concluso: “Cristo rimane la fonte della sua rigenerazione spirituale e morale. L’Africa non deve essere un ‘problema’, come per esempio a volte pensano le società opulente occidentali, ma una terra capace di crescere e svilupparsi, e di partecipare al bene e alla vita internazionale”.

via Zenit

IRAQ – Urge fermare il genocidio dei cristiani e perseguire penalmente chi istiga alla violenza

Intervistato da Crux, l’osservatore permanente della Santa Sede presso l’Onu, monsignor Silvano Maria Tomasi, ha rilasciato alcune dichiarazioni a proposito della persecuzione dei cristiani in Iraq e Siria ad opera soprattutto dello Stato islamico. Ecco quanto affermato:
«Dobbiamo fermare questo genocidio, altrimenti in futuro ce ne pentiremo chiedendoci perché non abbiamo fatto qualcosa, perché abbiamo permesso che avvenisse una simile tragedia. C’è bisogno di una coalizione ben pensata e coordinata», che includa i paesi musulmani e «che faccia tutto ciò che è possibile per raggiungere un accordo politico senza violenza. Ma se questo non è possibile, allora l’uso della forza sarà necessario». Certo, è compito «dell’Onu e dei suoi membri, soprattutto del Consiglio di Sicurezza, determinare la forma esatta dell’intervento necessario, ma la responsabilità di agire è chiara». Del resto, un’azione internazionale militare in difesa delle minoranze «è una dottrina che è stata sviluppata sia dalle Nazioni Unite che dall’insegnamento sociale della Chiesa cattolica».

Mira invece a far varare una legge per perseguire penalmente i predicatori di religiosi che istigano alla violenza il Patriarca di Babilonia dei Caldei, Louis Raphael I Sako. Nell’Iraq insanguinato dai conflitti settari e in buona parte finito delle mani dei jihadisti, occorre combattere chi mette a rischio la pacifica convivenza tra i cittadini appartenenti a religioni e confessioni diverse. Il Patriarca ha rivolto la richiesta al Parlamento iracheno domenica 15 marzo, nell’ambito di una conferenza organizzata dal Comitato parlamentare per gli affari religiosi. Nel suo intervento, Sako ha delineato la pacifica convivenza tra comunità religiose diverse come un patrimonio condiviso della società irachena, che tutti – a partire dai leader religiosi – devono impegnarsi a custodire e difendere, favorendo anche con la predicazione e con il contributo dato ai programmi educativi e scolastici la diffusione della cultura del pluralismo e dei diritti di cittadinanza.
Il Capo della Chiesa caldea ha anche richiamato la potenziale utilità di avviare una riflessione su un disegno di stato civile che – valorizzando in maniera adeguata il contributo delle comunità e dei soggetti religiosi alla convivenza sociale – riconosca come vantaggioso per tutti il principio della distinzione tra religioni e istituzioni politiche.

Il Comitato amministrativo della Conferenza episcopale degli Stati Uniti invita a pregare per le vittime di tutte le persecuzioni religiose e ha redatto un appello affinché queste violenze si interrompano. “Invitiamo i fedeli di ogni credo – si legge nella dichiarazione – ad unirsi in preghiera per coloro che affrontano la drammatica realtà delle persecuzioni in Medio Oriente e nel resto del mondo”. Ricordando, in particolare, i 21 cristiani copti uccisi dall’Isis il mese scorso, i presuli sottolineano che “la testimonianza del loro martirio coraggioso non è l’unica, insieme a quella di migliaia di famiglie, cristiane e di altre religioni, in fuga da violenze terrificanti”.
I vescovi ricordano che gli estremisti sfruttano spesso l’esclusione in ambito politico ed economico, di qui l’appello a incrementare “l’assistenza umanitaria e lo sviluppo”. Infine, ribadendo che la Quaresima è un tempo forte per “unirsi più strettamente a Cristo sofferente”, la Chiesa di Washington esorta i fedeli a pregare, “con la speranza che un giorno tutti possano condividere la gioia e la pace duratura della risurrezione di Cristo”.

via Agenzia Fides, ZenitTempi.it

SIRIA – Quattro anni di guerra, il Nunzio: “non perdiamo altro tempo”

Riportiamo di seguito l’intervista del nunzio apostolico in Siria, monsignor Mario Zenari, pubblicata da MISNA nel giorni scorsi.

“Se guardo indietro a questi quattro anni vedo la mancanza di buona volontà da parte di chi avrebbe potuto porre fine al conflitto e tante, troppe, occasioni sprecate”: è un quadro amaro quello che il nunzio apostolico in Siria, monsignor Mario Zenari, traccia nel quarto anniversario dall’inizio degli scontri che hanno causato oltre 220 mila morti e quattro milioni di sfollati e rifugiati.

Il conflitto nel paese sta per entrare nel quinto anno. In che condizioni versa la popolazione siriana?
La situazione in Siria è più disperata che mai. Ricordo che all’inizio del conflitto, quando le proteste di piazza del venerdì venivano represse dalle forze dell’ordine, le vittime si contavano di settimana in settimana., Aspettavamo, col fiato sospeso che le moscheee finissero la preghiera rituale chiedendoci cosa sarebbe accaduto e se ci sarebbero state vittime. Da allora sono passati quattro anni, quasi 1500 giorni e adesso i morti si contano a centinaia ogni giorno. Nel 2014, Annus Horribilis di questo conflitto insensato, ne abbiamo contati una media di 200 al giorno.

Una ricerca condotta dalla coalizione di ong With Syria ha rivelato che il conflitto ha spento l’83% delle luci del paese. Praticamente un ritorno al Medioevo… 
I blackout sono un grosso problema che si aggiunge a quelli già quotidianamente sopportati dagli abitanti di questa terra martoriata. In certe zone nei dintorni di Aleppo la luce c’è solo per poche ore al giorno. Ma quello che mi preme di sottolineare è che la Siria non è al buio solo per la mancanza di corrente elettrica. All’oscurità nelle case corrisponde un’oscurità nei notiziari e nella visibilità mondiale. Di Siria non si parla più o comunque non abbastanza, per cercare di trovare una via d’uscita a questa guerra. Troppo spesso si parla del conflitto solo in relazione alle efferatezze del cosiddetto Stato Islamico in Iraq e Siria (Isis) ma si dimentica che qui la guerra causa vittime tutti i giorni. E quei morti stanno davvero diventando ‘invisibili’.

A quasi cinque anni dall’inizio degli scontri, quanto siamo lontani da una possibile soluzione?
Se guardo indietro a questi quattro anni vedo la mancanza di buona volontà da parte di chi avrebbe potuto porre fine al conflitto e tante, troppe, occasioni sprecate. La principale ha una data precisa: 30 giugno 2013, quella posta in calce alla Dichiarazione di Ginevra, quando si riuscì a portare i vari attori del conflitto ad un tavolo dei negoziati per la creazione di un governo di unità. La soluzione era a portata di mano ma non si è voluta cogliere.

Non c’è nessun appiglio per continuare a sperare?
Un risultato positivo in questi anni è stato raggiunto: l’accordo per lo smantellamento dell’arsenale chimico dell’esercito nel settembre 2013. Nonostante le tenui aspettative si è riusciti a portare quegli ordigni micidiali fuori dal paese, grazie alla pressione delle superpotenze. Pensi se ciò non fosse accaduto e quelle armi fossero cadute nelle mani dei gruppi estremisti….

Ritiene che quella stessa determinazione da parte della comunità internazionale e quelle pressioni per un accordo sulle armi chimiche siano mancati per convincere le parti a porre fine alle ostilità?
Le divisioni in seno al Consiglio di sicurezza non sono un segreto per nessuno. E anche gli interessi contrapposti delle potenze regionali non hanno fatto che alimentare la violenza e le divisioni settarie. Ma arrivati a questo punto a chi interessa attribuire colpe? Quello che serve è l’immediata fine dei combattimenti e un programma di aiuti per contrastare una crisi umanitaria che ha ridotto in ginocchio il paese. Che almeno non si perda altro tempo!

SIRIA – Il Giubileo visto da Aleppo. Il Vescovo Abou Khazen: solo la misericordia può salvarci dall’odio e guarire le ferite

Aleppo (Agenzia Fides del 14/03/2015) – L’indizione di un Giubileo straordinario della misericordia, preannunciato ieri da Papa Francesco nel corso della liturgia penitenziale da lui presieduta nella Basilica di san Pietro, suscita riflessioni singolari tra i cristiani della Siria, a partire dalla condizione di ansia e sofferenza da loro vissuta nel momento in cui si entra nel quinto anno del conflitto siriano. “Invochiamo e mendichiamo la misericordia di Dio per noi stessi, per la Chiesa di qui, per tutti i nostri amici e compagni di strada, e anche per tutti questi che commettono cose atroci tirando in ballo il nome di Dio: che Dio stesso abbia davvero misericordia di noi e di loro, e tocchi i cuori di tutti”. Così il Vescovo Georges Abou Khazen OFM, Vicario apostolico di Aleppo per i cattolici di rito latino, descrive i sentimenti e le attese provocati in lui dalla notizia dell’indizione di un anno giubilare dedicato alla misericordia.
“Per tutti noi”, spiega il Vescovo francescano della martoriata metropoli siriana “fare esperienza della misericordia di Dio è una questione vitale, da mendicare come una cosa che ci è necessaria per vivere: solo chi fa esperienza della misericordia di Dio può essere poi misericordioso con gli altri, e farsi loro incontro per aiutarli. Il dolore e la sofferenza degli innocenti ci appaiono assurdi, e di per sé possono indurire e spegnere anche i cuori più generosi, fino a farli incattivire. Solo il miracolo della misericordia può risanare le ferite altrimenti mortali della nostra anima, e produrre frutti di conversione e riconciliazione. Papa Francesco ripete che la misericordia non è un atteggiamento pastorale, ma è la stessa sostanza del Vangelo. E questo, nella condizione a Aleppo, lo percepiamo tutti i giorni, fin nelle pieghe più intime delle nostre vite”.

COREA DEL SUD – La missione evangelizzatrice della Chiesa dopo la visita di Papa Francesco

(news pubblicata da Agenzia Fides) – “La nostra pastorale oggi ha un chiaro orientamento: essere una Chiesa povera e per i poveri. E’ un accento che abbiamo approfondito dopo la visita di Papa Francesco in Corea, nell’agosto 2014, che ci ha lasciato una preziosa eredità”. E’ quanto dice Sua Ecc. Mons. Igino Kim Hee-Joong, Presidente della Conferenza Episcopale della Corea in questi giorni è in Vaticano per la visita Ad limina apostolorum.
“Questa visita è molto preziosa per la Chiesa coreana, soprattutto per noi Vescovi che abbiamo l’occasione di rinnovare il nostro cuore. Avviene in un tempo, la Quaresima, che è propizio. Come Chiesa in Corea abbiamo bisogno di ‘essere svegliati’, come dice il Salmo, per crescere non solo numericamente ma soprattutto spiritualmente” spiega Mons. Kim.
“Pur essendo una minoranza in Corea – prosegue – i cattolici hanno buona influenza nella società, grazie alle opere sociali e all’istruzione. Ma oggi l’accento è sull’essere una Chiesa povera e per i poveri, come ci ha detto Papa Francesco. Per questo i Vescovi hanno creato uno speciale fondo finanziario che sarà utilizzato per aiutare i poveri, anche a beneficio di altre Chiese dell’Asia, nel Sudest asiatico, in Medio Oriente, in Asia centrale”.
Questo approccio è ispirato dalla misericordia evangelica: “Misericordia significa avere un cuore aperto verso tutti, non solo per i nostri fratelli o all’interno della Chiesa, ma anche guardando ai non cristiani, aiutando tutti coloro che sono nel bisogno, senza distinzione” spiega il Presidente della Conferenza episcopale.
“La Chiesa in Corea – conclude – porta avanti la sua missione di essere un ponte di evangelizzazione per l’Asia, specialmente verso paesi come la Cina e la Corea dl Nord”.

TERRA SANTA – I Vescovi cattolici: ricostruire Gaza, sostenere le scuole, aiutare profughi e immigrati

Gerusalemme (Agenzia Fides del 12/03/2015) – Un appello urgente alla “ricostruzione di Gaza per aiutare le migliaia di famiglie rimaste senza casa dopo l’ultimo conflitto”, un richiamo alla centralità dell’opera educativa delle scuole cristiane, minacciate dai tagli delle sovvenzioni, e la richiesta di un rinnovato impegno delle realtà ecclesiali nel sostegno ai profughi iracheni e siriani e agli immigrati africani e asiatici. Sono questi i punti chiave discussi nell’ultimo incontro semestrale dei Vescovi ordinari cattolici di Terra Santa, tenutosi il 10 e 11 marzo presso il Convento francescano di Gerusalemme. La riunione ha visto la partecipazione dei Vescovi cattolici di Giordania, Palestina, Israele e Cipro. Tra i dossier toccati nelle sessioni ci sono stati anche quelli relativi al lavoro pastorale da compiere in vista della prossima canonizzazione delle due Beate palestinesi, suor Marie Alphonsine Ghattas e la carmelitana Mariam Bawardi, in programma a Roma il 17 maggio, e del prossimo Sinodo sulla famiglia ad ottobre.
Nel comunicato finale dell’assemblea, diffuso dal Patriarcato latino di Gerusalemme, si esprime preoccupazione per il futuro delle scuole cristiane in Israele, colpite dai “tagli alle sovvenzioni da parte del Ministero della Pubblica Istruzione”. Viene ipotizzata anche una maggiore partecipazione dei genitori al sostegno finanziario delle scuole, nella permanente convinzione “che lo scopo proprio delle nostre scuole non è il profitto, ma l’educazione”. Nel documento si ribadisce l’intenzione della Chiesa di farsi carico con sollecitudine “dei migranti asiatici e africani che vivono in una situazione precaria”, segnata dallo sfruttamento, dalla discriminazione e dalla mancata tutela dei diritti fondamentali.
Riguardo alla condizione dei rifugiati provenienti da Siria e Iraq, i Vescovi ribadiscono che la maggior parte di loro non sembrano coltivare alcuna speranza di un possibile ritorno nei rispettivi Paesi segnati da sanguinosi conflitti. Le risorse messe in campo dalla Caritas – avvertono i Vescovi – diminuiscono con il prolungarsi delle situazioni di crisi. E il progressivo deterioramento delle condizioni di vita di milioni di profughi e sfollati chiama in causa in maniera sempre più pressante le responsabilità della comunità internazionale e dell’Onu.

VIDEO – “Afraid of the Dark”, riaccendere le luci e la speranza in Siria

A quattro anni dall’inizio del conflitto in Siria l’83% di tutte le luci in Siria si è spento.
Lo rivela la Coalizione #WithSyria, formata da 130 organizzazioni umanitarie tra cui Save the Children.
La sconcertante realtà è emersa dall’analisi di alcune immagini satellitari, effettuata dagli scienziati dell’Università di Wuhan in Cina, in collaborazione con la Coalizione: dal marzo 2011 il numero delle luci visibili di notte in Siria si è ridotto fin quasi – in alcune zone del Paese – alla sparizione totale di esse.
Per questo la coalizione #WithSyria ha diffuso il video “Afraid of the Dark”, accompagnato da una petizione indirizzata ai leader mondiali affinché sia riaccesa la luce e la speranza nel paese precipitato nell’orrore di un conflitto sempre più devastante: oltre 200mila persone sono morte dall’esplosione della crisi e 11 milioni di persone, una cifra impressionante, ha dovuto abbandonare le proprie case.
Il video è stato ideato dall’agenzia “Don’t Panic”, (la stessa che ha realizzato nel 2014 il video Most Shocking Second a Day sulla guerra in Siria che ha realizzato oltre 45 milioni di visualizzazioni in tutto il mondo):

“Dal 2011, il popolo siriano e i suoi milioni di bambini sono stati catapultati in un buio angoscioso, deprivato, impaurito e addolorato per la perdita di familiari, persone care, amici, e del paese che tutti conoscevano”, dichiara Valerio Neri, direttore generale di Save the Children Italia. “Dobbiamo fare luce sulla più grande crisi umanitaria dalla Seconda Guerra mondiale – aggiunge – una crisi che la comunità internazionale non ha finora saputo affrontare lasciando milioni di bambini e le loro famiglie senza aiuti e protezione”.
Neri spiega poi che “benché nel 2014 il Consiglio di Sicurezza dell’ONU abbia adottato 3 risoluzioni per l’adozione di misure che garantissero protezione e assistenza ai civili siriani, il 2014 è stato l’anno peggiore di questa terribile guerra con migliaia di morti, milioni di persone sfollate e milioni di bambini e adulti in condizione di estremo bisogno all’interno del paese ma solo in parte raggiunti dagli aiuti che gli operatori umanitari cercano comunque, a rischio della vita, di portare a chi ne ha bisogno”.
Il direttore di Save the Children italia commenta inoltre la la diffusione del nuovo rapporto Failing Syria, redatto dall’associazione con Oxfam, il Consiglio Norvegese per i Rifugiati e altre organizzazioni, per denunciare con forza il fallimento totale delle parti in conflitto e delle potenze internazionali nella applicazione delle risoluzioni Onu.
Unendo la propria voce a quella delle altre Ong e alla Coalizione #WithSyria, Save the Children chiede quindi che si faccia il massimo per “riaccendere le luci” in Siria. Anzitutto “privilegiando una soluzione politica incentrata sul rispetto dei diritti umani”; poi “potenziando la risposta umanitaria per la popolazione siriana, e in particolare i bambini, all’interno del Paese, e all’esterno dove vivono milioni di rifugiati, inclusa l’accelerazione dei programmi di re-insediamento”. Infine “insistendo sulla richiesta di cessazione degli attacchi sui civili delle parti coinvolte nel conflitto e sulla richiesta che venga consentita la distribuzione degli aiuti umanitari”.

via Zenith News Agency

VIETNAM – Rapporto Onu: sviluppi positivi ma ancora restrizioni sulla libertà religiosa

Hanoi (Agenzia Fides dell’11/3/2015) – Vi sono “sviluppi positivi, ma anche una serie di gravi problemi in materia di libertà religiosa in Vietnam”: lo afferma il rapporto presentato al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite dal Relatore speciale Onu sulla libertà di religione, Heiner Bielefeldt. Il testo rileva “restrizioni giuridiche e amministrative” della libertà e “un atteggiamento negativo verso i diritti delle minoranze e di quanti praticano religioni non registrate”.
Il Rapporto nota mancanza di chiarezza in disposizioni di legge, decreti e documenti che regolamentano la vita e la registrazione ufficiale per le comunità religiose. “Il diritto di un individuo o di un gruppo alla libertà di religione non viene creato da una procedura amministrativa”, nota il testo, ma esiste in quanto diritto inalienabile della coscienza individuale. “La registrazione di una comunità dovrebbe essere a servizio di questo diritto umano” e non diventare un pretesto per subire abusi, restrizioni, arresti.
Il rapporto Onu contiene anche una serie di raccomandazioni al governo, come quella di “ampliare lo spazio, molto limitato, per il pluralismo religioso in Vietnam”, adottare disposizioni di legge sulla libertà di religione in linea con le Convenzioni internazionali; allentare le restrizioni imposte alle comunità religiose.
L’Ong “Christian Solidarity Worldwide” afferma: “Anche se ci sono stati alcuni miglioramenti, la piena libertà religiosa deve ancora diventare una realtà per molti individui e comunità in Vietnam, tra i quali i cristiani, cattolici e protestanti, appartenenti a minoranze etniche”.

KENYA – I fattori di conflitto interno in uno studio della Chiesa: i giovani chiave di volta del futuro

Nairobi (Agenzia Fides dell’11/03/2015) – Disoccupazione giovanile, ineguale distribuzione delle risorse, dispute fondiarie, lotte tra gruppi etnici e politici. Sono queste le potenziali cause di conflitto in Kenya secondo uno studio promosso dalla locale Commissione Episcopale “Giustizia e Pace”, basato su interviste a 582 persone in 7 delle 47 Contee nelle quali è suddiviso il territorio nazionale.
Lo studio si propone di individuare i principali “punti caldi” dove si possono originare conflitti, anche alla luce della progressiva devoluzione di potere, dal governo centrale alle amministrazioni locali. Ed è proprio la gestione del processo di devoluzione che suscita la preoccupazione del 23% degli intervistati, che temono che in questo modo si possano accentuare le divisioni.
I fattori di maggiore preoccupazione sono comunque altri. In particolare la percezione che un gruppo possa prendere il sopravvento sugli altri (il 58% degli intervistati la ritiene una potenziale causa di conflitto); i conflitti fondiari; l’iniqua distribuzione delle risorse (74,8%).
La situazione dei giovani è ancora più interessante. L’82% degli intervistati pensa che i giovani possano influenzare la direzione della politica ancor più dei politici. Ma la disoccupazione giovanile è considerata dal 74,2% degli intervistati come uno dei fattori di maggior rischio per la stabilità del Paese, anche per la tendenza di politici senza scrupoli a manipolare gli strati giovanili maggiormente emarginati. Lo studio ricorda che tra il 1992 e il 1996 i bambini di strada sono aumentati del 300%. Ora questi sono diventati giovani di strada, inclini alla violenza, pronti a essere reclutati dalle gang utilizzate dai politici senza scrupoli.
Lo studio suggerisce infine alcune modalità per far sì che non si ripetano drammi come le violenze post –elettorali del 2007-2008, che hanno causato 1.300 morti e 35.000 sfollati, come offrire maggiori risorse alle Contee per lo sviluppo economico e la lotta alla disoccupazione giovanile.