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PAKISTAN – I dati sulla violenza contro le minoranze religiose nel biennio 2012-2014

“La violenza contro le minoranze religiose in Pakistan è stata continua e costante nel biennio 2012-2014. Conversioni forzate, rapimenti, danni alle aree di culto, violenza sessuale e omicidi mirati sono pratiche oppressive a cui le minoranze sono regolarmente sottoposte”: lo afferma una nota del Jinnah Institute, prestigioso centro studi indipendente impegnato nella difesa dei diritti fondamentali, del pluralismo e della pace in Pakistan.
Nel biennio 2012-2014 tra le minoranze religiose (cristiani, indù, ahmadi e altri) il Centro ha censito: 265 vittime di attentati; 550 famiglie costrette alla fuga; 21 persone incriminate per presunta blasfemia; 15 casi di conversioni forzate; 15 aggressioni a sfondo sessuale, 20 casi di abusi domestici.
Tra gli episodi più gravi segnalati dall’Istituto: l’attacco alla “Joseph Colony” di Lahore, l’attentato suicida a Peshawar, il brutale omicidio di due coniugi cristiani, Shama e Shehzad, accusati di blasfemia a Kot Radha Kishan. “La persecuzione contro le minoranze religiose passa spesso attraverso la via della legge sulla blasfemia, ma restano numerosi i casi di molestie e discriminazioni”. Questa situazione “ha provocato l’esodo di circa 550 famiglie delle minoranze religiose dal Pakistan”. – news riportata da Agenzia Fides

IRAQ – Urge fermare il genocidio dei cristiani e perseguire penalmente chi istiga alla violenza

Intervistato da Crux, l’osservatore permanente della Santa Sede presso l’Onu, monsignor Silvano Maria Tomasi, ha rilasciato alcune dichiarazioni a proposito della persecuzione dei cristiani in Iraq e Siria ad opera soprattutto dello Stato islamico. Ecco quanto affermato:
«Dobbiamo fermare questo genocidio, altrimenti in futuro ce ne pentiremo chiedendoci perché non abbiamo fatto qualcosa, perché abbiamo permesso che avvenisse una simile tragedia. C’è bisogno di una coalizione ben pensata e coordinata», che includa i paesi musulmani e «che faccia tutto ciò che è possibile per raggiungere un accordo politico senza violenza. Ma se questo non è possibile, allora l’uso della forza sarà necessario». Certo, è compito «dell’Onu e dei suoi membri, soprattutto del Consiglio di Sicurezza, determinare la forma esatta dell’intervento necessario, ma la responsabilità di agire è chiara». Del resto, un’azione internazionale militare in difesa delle minoranze «è una dottrina che è stata sviluppata sia dalle Nazioni Unite che dall’insegnamento sociale della Chiesa cattolica».

Mira invece a far varare una legge per perseguire penalmente i predicatori di religiosi che istigano alla violenza il Patriarca di Babilonia dei Caldei, Louis Raphael I Sako. Nell’Iraq insanguinato dai conflitti settari e in buona parte finito delle mani dei jihadisti, occorre combattere chi mette a rischio la pacifica convivenza tra i cittadini appartenenti a religioni e confessioni diverse. Il Patriarca ha rivolto la richiesta al Parlamento iracheno domenica 15 marzo, nell’ambito di una conferenza organizzata dal Comitato parlamentare per gli affari religiosi. Nel suo intervento, Sako ha delineato la pacifica convivenza tra comunità religiose diverse come un patrimonio condiviso della società irachena, che tutti – a partire dai leader religiosi – devono impegnarsi a custodire e difendere, favorendo anche con la predicazione e con il contributo dato ai programmi educativi e scolastici la diffusione della cultura del pluralismo e dei diritti di cittadinanza.
Il Capo della Chiesa caldea ha anche richiamato la potenziale utilità di avviare una riflessione su un disegno di stato civile che – valorizzando in maniera adeguata il contributo delle comunità e dei soggetti religiosi alla convivenza sociale – riconosca come vantaggioso per tutti il principio della distinzione tra religioni e istituzioni politiche.

Il Comitato amministrativo della Conferenza episcopale degli Stati Uniti invita a pregare per le vittime di tutte le persecuzioni religiose e ha redatto un appello affinché queste violenze si interrompano. “Invitiamo i fedeli di ogni credo – si legge nella dichiarazione – ad unirsi in preghiera per coloro che affrontano la drammatica realtà delle persecuzioni in Medio Oriente e nel resto del mondo”. Ricordando, in particolare, i 21 cristiani copti uccisi dall’Isis il mese scorso, i presuli sottolineano che “la testimonianza del loro martirio coraggioso non è l’unica, insieme a quella di migliaia di famiglie, cristiane e di altre religioni, in fuga da violenze terrificanti”.
I vescovi ricordano che gli estremisti sfruttano spesso l’esclusione in ambito politico ed economico, di qui l’appello a incrementare “l’assistenza umanitaria e lo sviluppo”. Infine, ribadendo che la Quaresima è un tempo forte per “unirsi più strettamente a Cristo sofferente”, la Chiesa di Washington esorta i fedeli a pregare, “con la speranza che un giorno tutti possano condividere la gioia e la pace duratura della risurrezione di Cristo”.

via Agenzia Fides, ZenitTempi.it

VIETNAM – Rapporto Onu: sviluppi positivi ma ancora restrizioni sulla libertà religiosa

Hanoi (Agenzia Fides dell’11/3/2015) – Vi sono “sviluppi positivi, ma anche una serie di gravi problemi in materia di libertà religiosa in Vietnam”: lo afferma il rapporto presentato al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite dal Relatore speciale Onu sulla libertà di religione, Heiner Bielefeldt. Il testo rileva “restrizioni giuridiche e amministrative” della libertà e “un atteggiamento negativo verso i diritti delle minoranze e di quanti praticano religioni non registrate”.
Il Rapporto nota mancanza di chiarezza in disposizioni di legge, decreti e documenti che regolamentano la vita e la registrazione ufficiale per le comunità religiose. “Il diritto di un individuo o di un gruppo alla libertà di religione non viene creato da una procedura amministrativa”, nota il testo, ma esiste in quanto diritto inalienabile della coscienza individuale. “La registrazione di una comunità dovrebbe essere a servizio di questo diritto umano” e non diventare un pretesto per subire abusi, restrizioni, arresti.
Il rapporto Onu contiene anche una serie di raccomandazioni al governo, come quella di “ampliare lo spazio, molto limitato, per il pluralismo religioso in Vietnam”, adottare disposizioni di legge sulla libertà di religione in linea con le Convenzioni internazionali; allentare le restrizioni imposte alle comunità religiose.
L’Ong “Christian Solidarity Worldwide” afferma: “Anche se ci sono stati alcuni miglioramenti, la piena libertà religiosa deve ancora diventare una realtà per molti individui e comunità in Vietnam, tra i quali i cristiani, cattolici e protestanti, appartenenti a minoranze etniche”.

Il Patriarca caldeo Sako: in Iraq in atto una “catastrofe umanitaria”, urge intervenire

In una nota ufficiale mar Sako esprime “profonde preoccupazioni” per i civili innocenti nelle aree teatro di conflitti. Lo Stato islamico brucia ogni cosa, “esseri umani, pietre e civiltà”. Necessario agire e offrire assistenza alla popolazione inerme. Nuova offensiva di peshmerga contro lo Stato islamico a Kirkuk.

Baghdad (AsiaNews del 10/3/2015) – Le forze peshmerga curde, sostenute dai raid aerei statunitensi, hanno lanciato una nuova offensiva contro le milizie dello Stato islamico a Kirkuk, cittadina del nord dell’Iraq ricca di petrolio e dall’importanza strategica. I peshmerga avanzano per annientare le milizie jihadiste che, nelle scorse settimane, avevano sferrato numerosi attacchi nell’area e in tutta la provincia.
Gli islamisti hanno anche inviato nuovi combattenti nella città di Tikrit, nel tentativo di frenare l’avanzata dell’esercito irakeno e delle milizie sciite, da giorni impegnate nell’offensiva per la riconquista della città. Per questo diversi jihadisti hanno lasciato Mosul, la roccaforte dello Stato islamico, in direzione di Tikrit.
In una situazione di continua violenza e terrore, peggiorano le condizioni della popolazione civile irakena, ostaggio di un conflitto sanguinoso e dall’esito sempre più incerto. Il patriarca caldeo rivolge un appello al governo irakeno e alla comunità internazionale, denunciando una “catastrofe umanitaria” che “non può passare sotto silenzio”. Mar Sako invoca un incontro urgente di governo e parlamento, per discutere della situazione attuale e attuare gli interventi necessari a fronteggiare una realtà che “rischia di andare di male in peggio”.
Ecco, di seguito, l’appello del patriarcato caldeo inviato ad AsiaNews:

Il Patriarcato caldeo esprime le sue più profonde preoccupazioni per quanto concerne la situazione della popolazione e dei civili innocenti, che si trovano all’interno delle diverse aree teatro di conflitti nella regione. Il cosiddetto “organismo dello Stato islamico” è in procinto di dare alle fiamme ogni cosa: esseri umani, pietre e civiltà.
Sul versante opposto, l’esercito irakeno ha mobilitato le folle attraverso la costituzione di una Forza armata su base volontaria (Alhashed Alsha’bi) e sta per liberare le zone occupate. Tutto questo comporta, come conseguenza, lo sradicamento di migliaia di famiglie e la loro emigrazione verso l’ignoto, verso un futuro incerto, senza che sia stato allestito un piano ben preciso per portare loro soccorso.
Detto questo, lanciamo un forte appello al governo centrale del Paese e alla comunità internazionale, perché agiscano il prima possibile al fine di proteggere civili innocenti e offrire loro l’assistenza necessaria in termini di alloggio, cibo e acqua, medicine; al tempo stesso è necessario prendersi cura delle migliaia di studenti delle università e delle scuole.
In quanto cristiani, noi stessi abbiamo sperimentato questa tragedia durante la deportazione del nostro popolo da Mosul e dalle cittadine della piana di Ninive; la nostra è una sofferenza che continua, perché ancora oggi siamo lontani dalle nostre case e dalla nostra terra.
Si tratta, come è ovvio, di una catastrofe umanitaria che non può certo passare sotto silenzio. Questa situazione, continuando a perdurare nel tempo, diventerà sempre più difficile da gestire e avrà un impatto negativo e dalle conseguenze tragiche e nefaste nel lungo periodo.
Per questo lanciamo il nostro accorato appello al Consiglio dei ministri e ala Camera dei deputati, perché prendano in seria considerazione l’ipotesi di una riunione straordinaria per discutere in modo approfondito questa situazione che rischia di andare di male in peggio.

BANGLADESH – Centinaia di cristiani in piazza contro lo Stato islamico

Cattolici e protestanti, insieme ad alcuni musulmani, hanno partecipato a una marcia pacifica. Il prossimo 22 marzo le chiese del Bangladesh celebreranno un servizio di preghiera in memoria delle vittime dello SI.

Dhaka (AsiaNews del 9/3/2015) – Circa 500 cristiani, inclusi suore e sacerdoti cattolici, e alcuni musulmani hanno partecipato a una marcia pacifica a Dhaka, contro gli omicidi compiuti in questi mesi dai militanti dello Stato islamico (SI). La manifestazione si è svolta il 7 marzo scorso davanti al National Press Club della capitale ed è stata organizzata dalla Bangladesh Christian Association (Bca).
“Protestiamo con forza – spiega suor Carmal Reberio, della Congregazione di Nostra Signora delle missioni – contro l’assassinio di cristiani innocenti, uccisi dallo SI in nome della religione”.
Promod Mankin, avvocato cattolico, ministro per il Welfare sociale e presidente della Bca, era presente alla marcia. “Lo scorso febbraio i militanti dello Stato islamico hanno decapitato 21 copti egiziani in Libia. Questa uccisione è un’ingiustizia terribile, oltre che un crimine. Chiediamo a queste persone di fermarsi. Invito l’intera famiglia umana e i leader mondiali a protestare con forza per fermare le uccisioni compiute dallo SI. I suoi militanti non hanno il diritto di uccidere i nostri fratelli e sorelle cristiani in altri Paesi”.
Al termine della marcia, la Bca ha osservato un minuto di silenzio e ha chiesto alle chiese del Bangladesh di celebrare un servizio di preghiera in memoria delle vittime dello Stato islamico, il prossimo 22 marzo.

Abbiamo paura di finire come i cristiani di Mosul. Chi rimane è un eroe o uno stupido?

Tempi.it ha pubblicato nei giorni scorsi la lettera proveniente da Aleppo di Nabil Antaki, medico e direttore di uno degli ultimi due ospedali funzionanti della città siriana martoriata dalla guerra. Di seguito un estratto.

Quando ho aperto il mio computer per scrivere questa lettera (1° marzo), il telefono ha squillato per informarmi che una pioggia di granate aveva colpito Azizie, il quartiere centrale di Aleppo, vicino alla Cattedrale latina, mentre la gente usciva dalla messa delle ore 17. Pochi minuti dopo, mi chiamava l’Ospedale Saint Louis per informarmi che alcuni feriti gravi li avrebbero portati a casa nostra e che c’erano stati diversi morti tra cui una ragazza di 19, Sima K. Purtroppo, da diverso tempo, è quello che ci aspetta ogni giorno, soprattutto negli ultimi 20 giorni, in cui i gruppi di ribelli armati si sono riversati sul nostro quartiere facendo ogni giorno, diversi morti e feriti o con i mortai, o facendo esplodere bombole di gas piene di esplosivo e di chiodi o mediante i cecchini (una delle ultime vittime dei cecchini è A. Nour, di 25 anni, guida del nostro gruppo scout e campionessa di basket). Vittime innocenti di una violenza cieca. Il nostro ospedale è pieno di feriti curati gratuitamente nel quadro del nostro programma feriti di guerra.

Tra pochi giorni inizieremo il nostro quinto anno di guerra in Siria cominciata nel marzo del 2011. In Siria nessuno si sarebbe immaginato che le cose sarebbero andate in questo modo; nessuno in Siria voleva saperne di questa guerra, compresi gli oppositori al regime; nessuno (e mi riferisco proprio alla Siria) voleva la distruzione del paese, la morte di 250.000 persone (per non parlare delle centinaia di migliaia di persone ferite e/o mutilate) e l’esodo di milioni di rifugiati e la sofferenza di 8 milioni di evacuati.
I siriani soffrono nel vedere il nome del loro paese associato al terrorismo internazionale, soffrono nel sapere che 30.000 persone provenienti da 80 paesi sono venute per combattere per la jihad in Siria come se la jihad facesse parte della tradizione siriana, come se la Siria fosse un paese di estremisti islamici mentre il paese è sempre stato un esempio di tolleranza e di convivenze tra le diverse religioni. I siriani, musulmani o cristiani, si sono sempre considerati prima di tutto siriani e poi appartenenti alla loro religione.

I siriani temono il Daesh (acronimo arabo per Stato islamico, ndr) questa mostruosità che vuole stabilire uno stato islamico che non ha nulla a che fare con il vero Islam, che ha allungato la mano su migliaia di siriani molto prima di uccidere ostaggi americani, inglesi o giapponesi.

I cristiani siriani sono sconvolti dagli attacchi mirati del califfato islamico contro i cristiani caldei di Mosul, dal brutale assassinio dei cristiani copti egiziani in Libia, e più recentemente dall’allontanamento dei cristiani assiri dalla provincia di Hasaka in Siria. A chi toccherà la prossima volta? I cristiani della Siria sono angosciati… Noi abbiamo paura!

Manchiamo sempre di tutto: petrolio, gas, elettricità, acqua, medicine e di tante altre cose necessarie. Gli Aleppini hanno freddo a causa di un inverno rigido come quello di quest’anno. L’unico mezzo per riscaldarsi sono le coperte. Anche l’acqua è razionata e ci viene fornita un giorno alla settimana.

Il costo della vita è salito alle stelle, i prezzi dei vari prodotti prima della guerra sono stati moltiplicati per 5 e a volte per 10. La gente è diventata più povera… la disoccupazione è spaventosa. Secondo le agenzie delle Nazioni Unite, il 70% della popolazione siriana vive sotto la soglia della povertà.

I siriani sono disperati, non riescono a vedere una via d’uscita alla crisi. Se ne vanno dal paese in modo definitivo, senza idea di ritornare. La Siria e in particolare Aleppo, si spopola soprattutto di cristiani. Abbiamo paura di finire come i cristiani di Mosul … o come quelli di Hassaké … oppure di morire stupidamente colpiti da una scheggia o da un cecchino.

I siriani sono, a dir poco, delusi dall’atteggiamento dei governi occidentali e dalla comunità internazionale, da questi pompieri-piromani che non vogliono spegnere il fuoco che hanno promosso e finanziato mediante dichiarazioni televisive, ma che non hanno il coraggio di avviare una soluzione politica in contrasto con i loro interessi egoistici. Siamo disgustati da tutti i media che mostrano o parlano soltanto della sofferenza di 300.000 persone che vivono nei quartieri di Aleppo controllati dai gruppi di ribelli armati, dimenticando i 2 milioni di persone che vivono nella parte che si trova sotto il controllo dello Stato siriano e che soffrono come gli altri e forse più degli altri.
Di fronte a tante tragedie, delusioni, sofferenze, angosce, paure, disperazioni… che cosa possiamo fare? Possiamo fare qualcosa? Rimanere… perché? Rimanere… per che cosa? Siamo degli eroi o degli stupidi? C’è ancora una speranza di ritorno ad una vita normale? Di ritorno alla pace?
Gli Aleppini, rimasti sul posto, ci danno lezioni di coraggio e motivi di speranza. Quando li vedi fare qualsiasi lavoro per sopravvivere, mandare i figli a scuola o all’università nonostante l’insicurezza, uscire ogni mattina da casa senza alcuna garanzia che ti assicuri che una pallottola di un cecchino non ti colpisca lungo la strada, rimanere in casa sapendo che la prossima bomba potrebbe cadere sulla loro costruzione, giorno dopo giorno contando solo su se stessi e… su Dio. Sì, quando si vede il loro coraggio e la loro capacità di recupero, le nostre domande senza risposta tacciono e noi assorbiamo il colpo e andiamo avanti. E’ proprio per loro che rimaniamo qui […].
Un secolo fa nel 1915 è stato compiuto dagli Ottomani il genocidio contro gli armeni e i siriani. Un sacerdote domenicano, Jacques Rhétoré, un grande studioso, ne è stato testimone e scrisse la sua testimonianza in un libro intitolato “Cristiani alle bestie”. Purtroppo i cristiani, nel nostro paese, sono ora in preda ai barbari. Possiamo essere testimoni o vittime di un eventuale secondo volume di questo libro. Tuttavia, e nonostante tutto, anche se abbiamo perso un po’ la speranza, manteniamo intatta la nostra Speranza, senza la quale la nostra fede è priva di significato.

IRAQ – Nuovo ricatto per i cristiani di Mosul: se non pagate, le vostre case saltano in aria

Mosul (notizia tratta dal portale di Agenzia Fides) – Diversi profughi cristiani originari della città di Mosul rivelano di aver ricevuto per telefono ricatti da sedicenti militanti dello Stato Islamico, che minacciano di far saltare le case da cui loro sono stati costretti a fuggire se non sono disposti a pagare prontamente una somma di denaro. . Il ripetersi di questo tipo di ricatti via telefono, è solo l’ultima delle violenze subite da quanti sono fuggiti da Mosul dopo che la seconda città dell’Iraq è caduta sotto il controllo dei miliziani jihadisti dello Stato Islamico, lo scorso 9 giugno.
Altri profughi cristiani dichiarano di aver subito un diverso e più sofisticato tipo di ricatti: in qualche caso, sono stati raggiunti per telefono da ex vicini di casa che dichiarano di essersi impossessati delle loro foto private lasciate nelle case da cui i cristiani sono stati costretti a fuggire, e minacciano di pubblicarle sui social network dopo averle ritoccate trasformandole in immagini sconvenienti.
Nel frattempo il Patriarca di Babilonia del Caldei Louis Raphael I, durante il summit interreligioso tenutosi a Vienna nei giorni scorsi, ha richiamato le guide della comunità islamica a assumersi le proprie responsabilità nel contrastare l’estremismo oscurantista di marca islamista, che rappresenta certo un pericolo mortale per i cristiani del Medio Oriente ma che il Patriarca caldeo giudica “non meno pericoloso” per gli stessi islamici.

NIGERIA – Oltre 100.000 cattolici dispersi a causa di Boko Haram

Abuja (Agenzia Fides del 19/11/2014) – Sono oltre 100.000 i cattolici costretti alla fuga dalle aree controllate da Boko Haram nella Nigeria del nord. Lo riferisce all’Agenzia Fides p. Gideon Obasogie, responsabile delle Comunicazioni Sociali della diocesi di Maiduguri (capitale dello Stato di Borno). Migliaia di sfollati si sono rifugiati nelle grotte delle montagne e solo pochi sono riusciti a scappare a Maiduguri e a Yola.
“Un gran numero di nigeriani sono intrappolati e costretti a seguire la stretta interpretazione delle regole della Sharia in diverse città come Bama, Gwoza, Madagali, Gulak, Shuwa, Michika Uba e Mubi. Si tratta di cittadine collocate lungo la strada che collega Maiduguri e Yola allo Stato di Adamawa” afferma p. Obasogie. “I terroristi hanno dichiarato che tutte le città conquistate fanno parte del Califfato islamico”.
“Mubi è una comunità a maggioranza cristiana ed è il secondo centro commerciale dopo Yola. Ha due importanti parrocchie oltre a due cappellanie presso il Politecnico e l’Università dello Stato. Il 29 ottobre è stato un giorno tristissimo perché i 50.000 abitanti di Mubi sono stati costretti alla fuga da Boko Haram. Un buon numero di loro sono fuggiti verso il Camerun, dove sono rimasti intrappolati per giorni.”
Con la caduta di Mubi su 6 vicariati, 3 sono occupati dai terroristi. Nonostante tutto questo però “noi rimaniamo fedeli all’insegnamento della Chiesa sulla testimonianza con la nostra presenza”.

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PAKISTAN – Leader di diverse religioni: urge emendare la legge sulla blasfemia

Lahore (Agenzia Fides del 18/11/2014) – E’ urgente correggere e migliorare la legge sulla blasfemia, per impedirne abusi e strumentalizzazioni: è quanto affermano leader e studiosi musulmani, cristiani, indù e sikh, riunitisi nei giorni scorsi a Lahore. L’assemblea ha ricordato che, fra i 1.170 casi di blasfemia registrati in Pakistan durante gli ultimi sei decenni (per metà a carico di credenti musulmani, per metà contro fedeli di altre religioni), “Asia Bibi è l’unica donna nella storia di questo paese che è stata condannata a morte per blasfemia”.
L’incontro è stato organizzato dalla rete “Peace and Harmony Network Pakistan” (PHNP), in collaborazione con il “Catholic Council for Inter-religious Dialogue and Ecumenism” (CCIDE), il “Pakistan Ulema and Mushaikh Council” (PUMC), e il forum “United Religions Initiative” (URI).
Il Segretario del CCIDE, Javaid William, ha presentato, a nome di tutte le organizzazioni, una richiesta unanime al governo: ordinare che la registrazione ufficiale di una denuncia per blasfemia possa avvenire solo da parte di un ufficiale di polizia del rango di Sovrintendente (non di rango inferiore) e di garantire la custodia del denunciante e del denunciato fino al completamento delle opportune indagini. Questa misura servirebbe ad evitare gli abusi della legge per controversie private.
Inoltre l’assemblea interreligiosa suggerisce che tutti i casi di blasfemia siano processati in tribunali superiori e che, se si dimostrano false accuse, il denunciante sia punito pesantemente
Alla luce degli ultimi sconcertanti casi, si avverte l’urgenza di rivedere e migliorare la legislazione sulla blasfemia per allontanare sospetti, diffidenza e odio, per correggere procedure viziate e per evitare errori giudiziari.

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Nigeria, Iran, Pakistan: sempre più ingiustizie e ritorsioni contro i cristiani

NIGERIA
Agenzia Fides del 6/9/2014 – “Diverse chiese sono state distrutte e decine di migliaia di persone, in maggioranza cristiani, sono in fuga da Boko Haram” denuncia all’Agenzia Fides p. Patrick Tor Alumuku, Direttore delle Comunicazioni Sociali dell’arcidiocesi di Abuja. “Ho parlato con alcuni sacerdoti di Maiduguri che mi hanno riferito cose incredibili” dice il sacerdote.
“Boko Haram intende distruggere qualsiasi cosa ricordi la presenza dei cristiani. Quindi molte chiese sono state distrutte o incendiate. La settimana scorsa una parrocchia in un villaggio nell’area è stata trasformata nella sede locale di Boko Haram”.
Secondo informazioni riferite dal Vescovo di Maiduguri, “nelle aree investite da Boko Haram è in atto una fuga in massa dei cristiani”.
Il Vescovo afferma che sono almeno 90.000 i cattolici sfollati.
“Occorre precisare che tra gli sfollati non ci sono solo cristiani, ma anche diversi musulmani. Tra questi i capi villaggi e di città, alcuni dei quali sono anche esponenti religiosi musulmani (Emiri) che non si riconoscono nelle azioni di Boko Haram. Purtroppo diversi sfollati sono rimasti bloccati nelle zone interessate dai combattimenti ed è molto difficile inviare loro aiuti umanitari. Solo coloro che sono al di fuori di queste aree possono ricevere assistenza” afferma il sacerdote. “Se una città di più di un milione di abitanti come Maiduguri dovesse essere investita dall’offensiva di Boko Haram, si creerebbe un disastro umanitario estremamente grave”.

IRAN
Agenzia Fides del 6/9/2014 – Due cristiani iraniani sono stati accusati di “diffondere la corruzione sulla terra”. Dello stesso reato è accusato il Pastore iraniano Matthias Haghnejad, e con lui un altro cristiano, Silas Rabbani. Nei giorni scorsi al Pastore Behnam Irani sono stati notificati 18 nuovi capi d’accusa, tra i quali quello di “inimicizia verso Dio” e di essere una spia.
Sono i casi che testimoniano come la pressione delle autorità iraniane sui convertiti cristiani continua a essere molto forte.
Come riferisce a Fides l’Ong “Christian Solidarity Worldwide” (CSW), tali casi sono parte di una preoccupante escalation nella campagna contro convertiti al cristianesimo, accusati di “azioni contro lo Stato” o “contro l’ordine sociale”.
Agli accusati potrebbe anche essere inflitta la pena capitale.
Nel 2014, infatti, otto uomini processati in base agli stessi capi di accusa, sono stati giustiziati in Iran. Fra loro il poeta e attivista per i diritti culturali Hashem Shaabani. Spesso gli arrestati subiscono torture per estorcere loro una falsa confessione o processi iniqui condotti in assenza di testimoni.
CSW si dice allarmata per l’intensificarsi di questa campagna, dato che “tali accuse ingiustificate rappresentano un atto d’accusa del cristianesimo stesso”. L’Ong chiede il rilascio di tutti i cristiani detenuti solo a causa della loro fede.

PAKISTAN 
Agenzia Fides del 5/9/2014 – E’ venuto di recente alla luce il caso di due donne cristiane, strappate alle loro famiglie, convertite all’islam e costrette a sposare uomini musulmani: l’Agenzia Fides lo apprende dall’avvocato cristiano Sardar Mushtaq Gill, difensore dei diritti umani e responsabile dell’Ong pakistana LEAD (Legal Evangelical Association Development).
Una delle due donne è istruita, l’altra è analfabeta, di umili condizioni sociali. “Sono casi molto difficili e delicati da trattare. Ho contattato alcuni religiosi musulmani, chiedendo loro un parere sui matrimoni forzati. Hanno risposto che forzare sia la conversione che il matrimonio è un atto illegale e illecito, non solo secondo la legge civile ma anche per la legge islamica” afferma l’avvocato.
Gill ha raccontato a Fides uno dei due casi: una ragazza cristiana di nome Sairish, costretta a sposare un uomo musulmano nel 2009, nel suo cuore non ha abbandonato la fede cristiana e ha continuato a pregare Cristo dopo il matrimonio. Dopo alcuni anni ha avuto il coraggio di ribellarsi e di fuggire e si è rivolta all’avvocato per chiedere assistenza legale e sicurezza. La sua vita è in pericolo perché per i musulmani, se oggi si dichiara cristiana, commette apostasia e dunque va punita con la morte.
LEAD sta sensibilizzando l’opinione pubblica su questo tema, per sollevare la questione delle conversioni e dei matrimoni forzati in Pakistan, specie a danno delle donne appartenenti a minoranze cristiane e indù. Ogni anno sono circa mille le donne pakistane cristiane e indù convertite forzatamente e costrette a sposare uomini musulmani. Accade poi che, se tali casi arrivano in tribunale, le donne, sotto minaccia e ricatto, dichiarino di essersi convertite e sposate liberamente e il caso viene così chiuso.