TESTIMONI – La Chiesa giapponese rilancia il «samurai di Cristo»

I vescovi si impegnano per la canonizzazione di Justo Takayama Ukon, un feudatario che, pur di non rinunciare alla fede, ha scelto la via dell’umiliazione e dell’esilio. Un modello per l’oggi.

E’ un martire anche se non è stato ucciso in odium fidei. E’ un martire anche se non ha versato il sangue durante l’ondata di violente persecuzioni anticristiane che per quasi 300 anni hanno attraversato il paese del Sol levante. E’ un martire perché, da ricco e potente che era, ha scelto la via della povertà, dell’umiliazione e della perfetta obbedienza alla volontà di Dio.
Ai vescovi nipponici, i 188 martiri giapponesi proclamati a Nagasaki nel 2008, tutti passati a fil di spada tra il 1603 e il 1639, non bastano.
O, meglio, sono altrettanto affezionati e devoti alla figura di Justo Takayama Ukon, feudatario e samurai che ha preferito la “strada stretta” piuttosto che quella della comodità.
Ukon ha consapevolmente scelto la via della sequela di Cristo, povero, obbediente e crocifisso, piuttosto che scendere a compromessi. Non ha esitato a rinunciare a una posizione sociale di alto rango, a nobiltà e ricchezza, a una vita di agi e lusso, pur di restare aggrappato intimamente a Cristo e pubblicamente fedele al Vangelo.
Il suo modello e la sua testimonianza, sono oltremodo preziosi per la comunità dei credenti e dei non credenti di oggi. Ukon è un “samurai di Cristo” che, nel conservare l’onore della coscienza, “ha combattuto la buona battaglia”, del tutto nonviolenta, del discepolo di Gesù.
“Ukon ha mantenuto chiaro il percorso che lo avrebbe portato a Dio”, affermano i vescovi. “Nella nostra epoca che propone diversi pseudo-valori che promettono felicità, i cristiani possono imparare dalla vita di Ukon a seguire il Signore senza deviazioni o errori”, spiegano.
Ukon è il primo giapponese, che non è parte di un gruppo di martiri, ad aver spinto la Conferenza episcopale a impegnarsi per la sua canonizzazione. La sua è una storia di santità individuale.

Siamo a metà del sec. XVI. Nato da una famiglia di proprietari terrieri, Ukon si converte al cristianesimo a 12 anni, quando entra in contatto con i missionari gesuiti, seguendo le orme di suo padre. Il Vangelo era stato introdotto in Giappone dal gesuita Francesco Saverio nel 1549 e si era rapidamente diffuso.
Quando lo shogun Toyotomi Hideyoshi sale al potere, i suoi consiglieri lo invitano a vietare la pratica del cristianesimo. Tutti i grandi feudatari accettano la disposizione, tranne Ukon. Perderà le sue proprietà, la sua carica, il suo status sociale, l’onore e la rispettabilità. Diverrà un vagabondo e sarà costretto all’esilio. Con altri 300 cristiani giapponesi fuggirà a Manila dove, appena 40 giorni dopo l’arrivo, ammalatosi, morirà il 4 febbraio 1615.

I cristiani giapponesi avevano tentato di portarlo alla gloria degli altari già nel XVII secolo, ma la politica isolazionista del paese impedì agli investigatori canonici di raccogliere le prove necessarie per attestarne la santità. Trecento anni dopo, nel 1965, il clero locale ha riesumato la sua figura dal dimenticatoio e oggi i vescovi giapponesi rilanciano con forza la vita del samurai di Cristo.
Isao Kikuchi, vescovo di Niigata e missionario, spiega il perché: “Ukon Takayama ha mostrato una fede senza compromessi. Oggi in Giappone viviamo una vita piena di compromessi. Siamo facilmente attratti dal guadagno facile da uno stile di vita che porta a dimenticare Dio. Ad esempio, dopo il disastro di Fukushima del 2011, molti giapponesi si dissero convinti di doversi convertire a uno stile di vita più semplice, in modo da consumare meno energia. Ma è stato un fuoco di paglia: nessuno lo ha fatto davvero. In tale situazione, qualcuno che ha rinunciato alla comodità e alle ricchezze per la fede è un modello per tutti”.
Inoltre, aggiunge il vescovo Kikuchi, “Ukon non è stato giustiziato, come altri martiri in Giappone. Oggi molti credenti pensano che il martirio non abbia nulla a che fare con loro, poichè non c’è pericolo di essere uccisi a causa di Cristo. La vita di Ukon dice a tutti noi che non è solo la morte in odium fidei a fare un martire: anche rinunciare a tutto per Dio è una via di martirio”.

Articolo tratto da VaticanInsider