I beati del Myanmar: padre Vergara e il catechista Isidoro

verbea34La storia di questi due beati si intreccia nel Myanmar (Birmania) dove padre Mario Vergara, missionario del Pontificio Istituto Missioni Estere, portò avanti la sua opera di missionario collaborando con il laico (catechista) Isidoro.
I due morirono martiri il 24 maggio 1950, ma a distanza di tutti questi anni la loro testimonianza continua a donare frutti: in Myanmar oggi vi sono circa 80mila fedeli cattolici e, anche se le sfide maggiori restano l’evangelizzazione e la formazione, la Chiesa locale si ispira fortemente ai due beati, fonti di grande forza e di grande speranza.
Il 24 maggio 2014, in occasione dell’anniversario della loro salita in cielo, sono stati proclamati beati.

Di seguito la loro biografia:

Il catechista Isidoro Ngei Ko Lat è il primo birmano che è beatificato. Non sono molte le notizie riguardanti questo attivo collaboratore di padre Vergara, ma le lettere di padre Mario sono sufficienti per farci un’idea di quest’umile, ma splendida figura di apostolo laico: una vita donata, a servizio del Vangelo e dei fratelli, coronata dal martirio. Battezzato dal padre Domenico Pedrotti il 7 settembre 1918 a Taw Pon Athet dov’era nato, Isidoro appartiene a una famiglia di agricoltori, già convertita al cattolicesimo dal Beato padre Paolo Manna. Perde i genitori ancora adolescente e va a vivere con un fratellino presso una zia. Sin da piccolo Isidoro frequentava i missionari e andava spesso con loro. Sorge così in lui il desiderio di diventare sacerdote ed entra nel seminario minore di Toungoo. Antichi compagni di seminario testimoniano sul suo zelo e la sua serietà. È un giovane semplice, onesto e umile. Rivela una squisita sensibilità religiosa e una spiccata attitudine allo studio.
Ma a causa della salute cagionevole – soffre di asma bronchiale – è costretto a rientrare in famiglia. Non può realizzare il suo sogno di diventare sacerdote, ma rimane in lui un grande desiderio di fare qualcosa per il Signore. Così decide di non sposarsi. Non è ancora catechista, ma è sempre pronto ad aiutare il catechista del villaggio. Nel suo villaggio di Dorokhò apre una scuola privata gratuita, in cui insegna ai bambini il birmano e l’inglese, impartisce lezioni di catechismo, musica e canzoni sacre. È in buoni rapporti con la gente e tutti gli vogliono bene.
Il primo incontro con padre Vergara, che era sempre a caccia di catechisti, avviene a Leikthò. È il 1948. Isidoro accoglie subito con gioia l’invito a svolgere il servizio di catechista a Shadaw. Rimane al fianco del missionario frattese fino al momento del martirio. Isidoro era anche interprete di padre Galastri che ancora non conosceva bene la lingua locale. La popolazione di Shadaw era composta da contadini analfabeti, la cui maggioranza era stata evangelizzata dai battisti, ostili ai cattolici. Isidoro, pur muovendosi tra mille difficoltà, collabora attivamente con padre Vergara nell’opera di elevazione culturale, sociale e religiosa di quella gente.

Padre Mario Vergara nasce a Frattamaggiore (NA) il 16 novembre del 1910. E’ l’ultimo di cinque fratelli. Ragazzo estroso e avventuroso, dopo le elementari, nel 1921, entrò nel seminario diocesano di Aversa. Forse neanche i superiori ne speravano un gran che: per il suo fare aperto e l’aria sbarazzina era qualificato un “carattere ribelle” Ma sotto la scorza rude, batteva un cuore grande.
Infatti, spinto dal forte desiderio di amare Dio e ogni fratello, resiste alla disciplina del seminario e fortifica maggiormente la sua vocazione. Nell’ottobre del 1929 entra nell’Istituto del Pime, iniziando il secondo anno di liceo a Monza. Ma prima della fine dell’anno scolastico deve rientrare in famiglia: forti attacchi di appendicite lo costringono a sospendere gli studi. Sopraggiunge addirittura una peritonite che lo riduce in fin di vita, ma Mario è sicuro del fatto suo: «Attorno a me tutti piangevano, io solo me la ridevo dentro di me, sapendo di non poter morire, perché dovevo andare missionario!». E così, di fatto, guarisce. Per non sottoporre il suo debole fisico ai rigori invernali del nord, egli riprende gli studi nel Pontificio Seminario Campano di Posillipo, tenuto dai padri gesuiti, dove Mario si ingegna nelle iniziative di animazione missionaria. Il 31 agosto 1933 rientra nel Pime e il 24 agosto 1934 viene ordinato sacerdote. Un mese dopo parte per la Birmania.
Appena giunto a Toungoo, alla fine di ottobre 1934, p. Vergara si dà allo studio delle lingue delle tribù cariane e dopo qualche mese, quando ne arriva a conoscere ben tre, gli viene assegnato il distretto di Citaciò, della tribù dei Sokù, con 29 villaggi cattolici e altrettanti catechisti da mantenere, oltre alla cinquantina di orfani raccolti dalla missione. P. Mario è sempre in movimento: noncurante dei disagi, del maltempo, della malaria, ai cui attacchi è soggetto di frequente, va in giro per i villaggi anche con la febbre in corpo. E per la sua gente si prodiga in mille modi: prete, educatore, medico, amministratore e spesso anche giudice. Poi, all’improvviso, la guerra interrompe i suoi sogni e la sua attività. Il 10 giugno 1940 l’Italia dichiara guerra all’Inghilterra. Anche i missionari italiani vengono considerati “fascisti” e quindi, automaticamente diventano nemici degli inglesi. Padre Mario deve ritirarsi nella casa di formazione del Pime a Momblo e così si concentra nello studio di una nuova lingua locale: il Ghekù, nella vana speranza di poter comunicare con questa tribù. Ma ben presto entra in scena anche il Giappone: dopo Pearl Harbor, rapidamente invade le Filippine, l’Indocina, Hong Kong e la Thailandia. Ormai è alle porte della Birmania.
I missionari cattolici, non ancora internati dagli inglesi e rimasti nella foresta, cercano di resistere ai forti disagi e ai pericoli, ma quando il 21 dicembre 1941 i giapponesi invadono il territorio birmano vengono inviati nei campi di concentramento inglesi in India. Tra questi c’è anche p. Mario Vergara.
Verso la fine del 1944 i primi padri vengono rilasciati e possono tornare alle loro missioni.
Dopo quattro anni di penoso e snervante internamento, anche p. Mario Vergara viene rilasciato. E’ molto indebolito, ha subìto diverse operazioni chirurgiche, in una delle quali gli è stato asportato un rene. Teme di essere ritenuto ormai inutile ed è preoccupato che gli impongano il rimpatrio o un riposo. Ma non è così, anzi, ben presto gli viene affidato un lavoro arduo e pericoloso.
Il vescovo della Birmania, mons. Lanfranconi, ha in mente di fondare all’estremità della frontiera orientale della missione di Toungoo un nuovo centro: tribù ignote e quindi anche lingue da imparare e costumi da conoscere, un centinaio di villaggi sperduti nella jungla.
Un progetto apparentemente irrealizzabile ma p. Mario, senza indugio, accetta la “sfida”.
Il nuovo distretto comprende numerosi villaggi di religione tradizionale, e pochi villaggi protestanti battisti. Nel 1939 due villaggi sono diventati cattolici, ma poi, con la guerra, tutto è rimasto bloccato. E proprio da questi due villaggi, il 26 dicembre 1946, p. Mario Vergara è accolto festosamente. Manca tutto: non un “buco” dove abitare, non una stuoia su cui stendersi. P. Mario adatta come meglio può una catapecchia abbandonata.
Con quel suo entusiasmo, calmo e misurato, ma fermo, affronta questa vita, di certo non facile per la lontananza dal centro, per la povertà della gente, per la scarsità dei viveri, per la mancanza di trasporti. Maggiori del disagio materiale sono le difficoltà di inserimento e di dialogo con la gente, con i buddhisti e, ancora di più, con i battisti. Ma tutti questi ostacoli non fanno che aguzzare l’ingegno di p. Vergara, che comincia a studiare la lingua locale appassionatamente, così da riuscire a prendere contatto con una quindicina di villaggi e ad avere dei catecumeni. La sua esperienza in medicina lo agevola molto. A volte sembra addirittura compiere “miracoli”: un bambino, moribondo, guarisce grazie a un sorso di vino da messa che p. Mario gli dà da bere, non avendo con sé nessuna medicina; uno storpio, che si trascina penosamente, dopo i massaggi del padre riesce ad alzarsi e a camminare. Due guarigioni straordinarie che destano il sospetto dei battisti, i quali, temendo il “concorrente”, sferrano l’offensiva della calunnia.
Nel frattempo, è l’ottobre del 1948, arriva ad aiutarlo p. Pietro Galastri. E’ proprio l’aiutante che ci vuole. Con lui, abile falegname e muratore, si può finalmente pensare alla costruzione degli edifici utili alla missione: scuola, chiesa, orfanotrofio e dispensario. Insieme, poi, i due padri si stabiliscono nel grosso mercato di Shadow, dove danno inizio ad altre costruzioni. P. Mario, intanto, aiutato e sorretto dal confratello, continua la sua fatica di “apostolo errante”, tra monti e risaie.
Il suo desiderio più vivo è quello di formare catechisti in grado di tradurre la sua fede europea nella cultura locale, in modo da far diventare il cristianesimo comprensibile e convincente (tra cui ISIDORO). Ma è un compito arduo e si deve scontrare continuamente con le tradizioni e le superstizioni del luogo. Come se non bastasse diversi sono gli imbroglioni che approfittano dell’ingenuità di questa gente. L’odio dei battisti contro di lui aumenta. P. Vergara infatti, con le sue attività pastorali, non fa altro che incrementare il malcontento dei protestanti, ultimamente cresciuto a causa della nuova situazione politica creatasi in seguito all’indipendenza dall’Inghilterra ottenuta nel 1948.
Dal gennaio del 1949 Toungoo viene occupata dai cariani ribelli. Ma dopo i primi successi, questo esercito irregolare comincia a risentire della controffensiva delle truppe governative e a subire sconfitte su tutti i fronti. I capi dei ribelli, per nutrire la truppa affamata, requisiscono i viveri e opprimono con tasse esorbitanti la popolazione dell’importante mercato di Shadow. P. Vergara non può tacere di fronte a questo sopruso e prende le difese degli oppressi. Questo suo intervento da un lato gli procura la riconoscenza dei capovillaggio ma, nello stesso tempo, gli attira l’odio dei ribelli e specialmente del capo politico sig. Tire, già maldisposto verso p. Mario per i suoi “successi” religiosi. La posizione di p. Vergara e del suo coadiutore p. Galastri peggiora quando, nel gennaio 1950, Loikaw, loro unico luogo di rifornimento, cade in mano ai governativi. La loro missione viene così tagliata in due e i padri sono costretti ad attraversare frequentemente le linee per raggiungere, dalla loro residenza di Shadow ancora in mano ai ribelli, gli altri villaggi situati nel territorio riconquistato dalle truppe regolari.
Alla fine del mese, tornando da Loikaw a Shadow, p. Mario e p. Pietro sono fermati e perquisiti dai ribelli, che sperano di trovarli in possesso di armi o lettere compromettenti. L’esito della perquisizione è negativo, ciò nonostante si ostinano a credere che i due missionari siano le spie del governo centrale. Intanto, in assenza di notizie, il vescovo e i confratelli di Loikaw cominciano a preoccuparsi. Per mesi si è in ansia circa la sorte dei pp. Vergara e Galastri fino a quando, il 31 agosto del 1950, la radio locale annuncia che i due missionari sono stati arrestati, uccisi e i loro cadaveri gettati nel fiume Salween.
Solo in seguito si avranno notizie più dettagliate: il 24 maggio, alle sei del mattino, alcuni ribelli entrano nella residenza di Shadow, dove p. Galastri è in preghiera, e gli ordinano di seguirlo. Legato mani e piedi, viene condotto al bazar dove, nel frattempo, è stato portato anche p. Vergara con il catechista Isidoro, arrestati precedentemente nella piazza del villaggio perché chiedevano la liberazione di un catechista. A sera inoltrata vengono fatti incamminare tutti e tre lungo un sentiero che costeggia la sponda sinistra del Salween e all’alba del 25 sono uccisi a colpi di fucile.
I loro cadaveri, rinchiusi in sacchi, sono abbandonati in balìa della corrente.

FONTI: Pime ; Missionari della Consolata