… e chi ricorda: GM Uganda!

Questa estate in agosto, come avevo detto nella mia testimonianza prima della partenza, quei burloni dei frati mi hanno inviato per tre settimane in Uganda.  Sono stato accolto da Giorgio e Marta, una coppia di missionari francescani laici che hanno una piccola bimba di 9 mesi, Anita, e che mi hanno ospitato presso la missione francescana a Rwentobo.

La missione è stata un dono grande che il Signore, in complicità con i frati burloni e tante altre persone che sono state strumento e testimoni del Suo Amore, mi ha voluto fare.

Quando sono arrivato in Uganda, le paure che il Signore aveva ben controllato in me attraverso una infusione di serenità, tranquillità e fiducia in Lui prima della partenza, le ha un po’ slegate, e me le sono trovate di fronte. E uno direbbe “eh no Signore, così è una fregatura”! Ma Lui mi voleva proprio lì, ad affrontarle e a viverle.

E questo è stato il primo grosso dono, il rendermi più adulto in Africa.

Quello che ho vissuto e che ho visto in Africa mi ha fatto rendere conto che qua viviamo in una bolla fatta di schermi tra le persone e consuetudini malate che ci stanno portando sempre di più lontani da chi siamo, da come il Signore ci ha creato e da come possiamo di più essere espressione del Suo Amore: più empatici, più prossimi, più umani.

Anche le fatiche e le preoccupazioni della vita di tutti i giorni che qua possono sembrare grandi e pesanti, viste con gli occhi nuovi che l’Africa mi ha donato, sono state ridimensionate e viste come piccole, superflue e insensate e ho potuto così rileggerle e inserirle nella “logica” di questo nostro mondo disumanizzante e disumanizzato che viviamo qua.

Ho scoperto là che si può ancora abbracciare uno sconosciuto, che si può prendere una mano di una persona vicina, che per fare del bene non bisogna pensarci. Bisogna solo avere coraggio, il coraggio della carità. Quel coraggio che spesso manca, perché è scomodo, non conviene, perché qua “non si fa così”, perché è anticonvenzionale nella società egoistica del consumo e del profitto. E perché questo coraggio rompe le paure.

Questo è stato un altro grosso dono, e spero di essermelo riportato qua. E la cosa bella è che me lo hanno insegnato i bambini disabili che sono accolti nella struttura in cui sono stato inviato.

Una grossissima lezione me l’ha data una bambina idrocefala che, mentre stava per bere, di fronte alle mani protese di una bambina con spasticità, senza pensarci per nulla, le ha donato il suo bicchiere pieno d’acqua, aiutandola a bere. Lì l’unico vero disabile mi ci sono sentito io: un po’disabile rispetto a loro nell’amare il prossimo.

Ecco che gli occhi, i volti e i sorrisi di chi ti accoglieva, ancor prima che a me passasse per la testa l’idea di farlo, sono stati il cavallo di Troia dei miei freni ad aprire il cuore.

Devo anche dire però che l’Africa è comunque una terra piena di contraddizioni, in cui la vita umana ha meno valore che da noi, e la vita di un bambino disabile vale ancora meno.

Ho potuto poi vivere e gustare il senso di Chiesa universale. Mi sono sentito parte della Chiesa e che Cristo era presente proprio lì accanto a me e ai fratelli e alle sorelle durante la messa in una lingua che non comprendevo, in una chiesa di un paese che neanche c’è su Google Maps di uno stato e di un popolo con idee, abitudini, usi e costumi completamente differenti da quelli che viviamo in Italia. E anche se lo dicevamo in lingue differenti, il Padre Nostro era lo stesso. Ho capito che tutti siamo uniti in Cristo, in Colui che ci ha generato e ci ama infinitamente.

 

Poi tanto e tanto altro: la bellezza di vivere in comunità e di affrontare insieme l’esperienza della missione, camminando nella fede, anche se ognuno a livelli e momenti diversi del proprio cammino. È stata una missione nella missione, vita fraterna condivisa in Cristo.

La preziosità dell’acqua. Che in Africa c’è poca acqua e la gente ha poco da mangiare lo so da quando sono piccolino, ma averlo vissuto è un’altra cosa. Là se non piove non possono coltivare i campi e se non hanno qualche soldo da parte è difficile per loro cibarsi. E così non va. Non è giusto questo divario che c’è tra qua, società dell’opulenza e dell’abbondanza e là. E spesso sono proprio i nostri comportamenti che possono impoverirli anche di più.

Mi porto a casa quindi la consapevolezza che è fondamentale e imperativo fare scelte consapevoli e non egoistiche per non gravare ancora di più. Ogni piccolo gesto quotidiano è importante. Questo mondo e le sue risorse sono un dono importante che il Signore ci dà, ma non è personale, lo ha donato a tutti. A chi è venuto prima e a chi verrà dopo di noi. E abbiamo il dovere di custodirlo.

Mi porto anche a casa l’aver imparato a stare. Io che avevo l’ansia di fare. Ed è bello che questa cosa ritorna in tante testimonianze di altri missionari. Anche se qua tutto ci spinge e ci affanna a fare, a produrre, a riempire agende. Ma quanto questo ci allontana da chi ci è più prossimo?

Ecco perché è importante lo stare e il dedicare tempo. Una bella poesia di Elli Michler augura il tempo. Io penso che il Signore con la missione mi abbia voluto proprio fare anche questo regalo, il regalo del tempo.

Dentro il cammino della missione che Il Signore mi ha chiamato “per caso” a compiere sono arrivati tutti questi bellissimi doni. E ora, qua, a quattro mesi dalla missione, bisogna prima di tutto non scordarsene e affidarsi a Dio Padre Onnipotente e Buono per farli fruttare secondo la Sua Volontà!