Un documentario per p. Odorico

Nonostante sia terminato il centenario della nascita del Servo di Dio, p.Odorico d’Andrea, non si spengono in Nicaragua la devozione e le iniziative per “El santito del Norte”.

Tra le tante iniziative che hanno coinvolto migliaia di fedeli e che hanno ricordato padre Odorico per il suo impegno sociale a San Rafael, ricordiamo in particolare quelle che lo ricordano come “uomo di pace”.

La situazione politica in Nicaragua, nel 1953, anno del suo arrivo dall’Umbria, era di grande instabilità e successivamente di lotta rivoluzionaria contro la dittatura. In questo contesto difficile in cui San Rafael era poco più che un villaggio in cui mancava tutto, p. Odorico fa arrivare l’acqua potabile e si adopera per la realizzazione di una diga e di una linea di trasporto da lui gestita che collega San Rafael con Matagalpa e Managua. Siamo nel 1962 e comincia la costruzione dell’ospedale a San Rafael, di strade, scuole, chiese e dispensari nei paesi circostanti.

In questo contesto di lotta rivoluzionaria, p. Odorico si fa mediatore di pace tra i gruppi armati, riuscendo ad ottenere qualche tregua. Al suo apparire i due eserciti nemici si fermano, abbandonano le armi, vanno incontro al “Padrecito”, come lo chiamano affettuosamente i nicaraguensi, ed ascoltano devotamente la messa, sul campo di battaglia trasformato in altare.

Questo suo impegno a favore della pace tra due fazioni rivali – che fa tanto pensare al Cantico delle Creature di San Francesco, in particolare alla strofa sul perdono: “Laudato si mi Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore”, anche quella scritta in un’occasione analoga – e tante altre virtù, sono al centro di un documentario prossimo ad essere disponibile al pubblico dei fedeli.

Il documentario, diretto da Roger Mantica e prodotto da RoMa Production, attraverso testimonianze di frati o semplici fedeli, ricostruisce la figura di p. Odorico e del suo impegno, tra gli altri, per il ristabilimento della pace. Di seguito riportiamo il trailer del documentario.

L’articolo è tratto dal sito dei Frati Minori dell’Umbria

Giovani & Missione: Brasile 2016

MISSIONE BRASILE 2016

Goiana-Xavantina-Mineiro

Impossibile descrivere quello che si prova, quello che si impara, quello che si riceve dal vivere questa esperienza.

Ringrazio DIO per avermi fatto la grazia di aver scelto me tra tanta gente, per avermi aperto il cuore su un mondo tanto diverso quanto uguale al nostro. Si, perché i posti visti, i ragazzi conosciuti, il vivere la vita quotidiana con loro ti dà occasione di conoscere storie personali che sembrano diverse solo all’apparenza ma che in realtà nascono tutte dalle stesse difficoltà, dagli stessi errori, dalle stesse false illusioni (o falsi Dei) che tentano ogni uomo, lì come qui!!!…

Gran parte delle difficoltà di quei ragazzi nascono da una famiglia assente, proprio come accade qui da noi, e stando con loro si nota proprio la loro voglia di normalità, di attenzioni, di amore, di cui sentono la mancanza nelle loro casa, nelle loro famiglie. Tutte cose che trovano in GESÙ grazie allo splendido lavoro delle suore missionarie dell’Addolorata, una vera e propria famiglia che con tanta fatica lavora costantemente per il futuro di questi ragazzi che come dicevo sono facile preda di quei falsi Dei che ti illudono, ti comprano con i soldi facili, con la promessa di un futuro migliore a discapito di tutto e tutti senza pensare alle conseguenze.

 

Proprio come succede oggi a i nostri ragazzi.

Eh sì, due mondi così diversi e così uguali, ma non poteva essere altrimenti, perché le debolezze dell’uomo sono uguali in tutto il mondo. Credo che se gli uomini si giudicassero non per le loro doti ma per le loro debolezze magari non si piacerebbero ma almeno capiremmo che siamo davvero tutti uguali!!!…

Di questa avventura mi resterà la gioia dei ragazzi ancora liberi da questa moderna corruzione.

Mi rimarrà la forza delle suore missionarie che affrontano tutti i giorni problemi (per noi insormontabili) come problemi da risolvere e basta, sempre con il sorriso e la gioia di DIO.

Mi rimarrà le straordinaria esperienza di ricevere moltiplicato l’amore che donavo fino a rendermi conto (come dicono in Brasile) che il nostro cuore è troppo piccolo per tutto l’amore che c’è!!!…

E allora ti domandi come facciamo ad essere tristi, come si fa a non aprire i nostri cuori e a lasciarli vuoti e chiusi fino al punto di sentirsi soli in questo mondo.

Ringrazio DIO per avermi accompagnato con la sua presenza in questa missione, ringrazio DIO perché il mio cuore è pieno, ringrazio DIO perché non sarò mai solo con lui al mio fianco.

VIVA CRISTO RE

Roberto Mecchia

“La misura dell’amore è amare senza misura”

“La misura dell’amore è amare senza misura” S. Agostino.

Quando mi è stato proposto di partecipare al corso “Giovani e Missione” ero un po’ titubante ma senza pensarci troppo ho detto subito Sì. Così è stato anche quando ho dovuto dare la mia disponibilità a partire, i dubbi e le paure erano tante, ma alla fine ho detto il mio Sì in completo abbandono. Il Signore mi chiamava proprio lì, dove Lui si è fatto piccolo per rendere noi grandi: Betlemme, non ci potevo credere! La Terra Santa era stata da sempre il mio sogno e adesso avrei avuto la possibilità di poterla vivere da pellegrina e missionaria!

img_3047A Betlemme ho trascorso 40 giorni presso l’Istituto “Effetà Paolo VI” una scuola di rieducazione audiofonetica per bambini audiolesi. Principalmente supportavo le insegnanti durante le attività scolastiche e la sera mi occupavo delle bimbe che restavano a dormire a scuola perché magari abitavano lontano. Mi sono sentita da subito a casa mia, le Suore Dorotee, Figlie dei Sacri Cuori di Vicenza, sono delle persone straordinarie che con inesauribile amore si sono prese cura di me e dei bimbi.

Qui ho imparato molto ad affidarmi alla Provvidenza e a vivere giorno dopo giorno senza programmarmi continuamente la vita; mi hanno sostentata l’Eucarestia quotidiana e il Rosario, specialmente nei momenti di difficoltà.

I bambini mi hanno subito accolta senza riserve e fatta entrare nel loro mondo, sono molto dolci e bisognosi di attenzioni perché magari in casa c’è da pensare a tanti fratelli o vivono situazioni di violenza. Qui ci sono ancora i valori di un tempo e vederli gioire anche solo per una fetta di torta mi fa sperare che un po’ di umanità ancora c’è.

Ho trovato una grande eterogeneità di religioni, culture ed etnie specialmente a Gerusalemme dove si cerca, anche se a volte con qualche difficoltà, di convivere tutti insieme rispettandosi. Lì dove i cristiani rappresentano circa l’1% della popolazione totale ho capito che essere cristiani è una scelta quotidiana, a volte va anche difesa, perché non sempre ben vista.img_3443

Ho capito che la vera sordità è quella della mia anima alla chiamata dell’amore che potrei dare e non do, in una società che ti insegna a bastare a te stesso e guardare sempre avanti, ma attorno a me ci sono tanti fratelli che cercano amore e magari hanno bisogno proprio del mio amore. L’amore non sempre piace perché ti decentra da te stesso e costa fatica ma non vi è altro modo di amare se non come Dio ci ama: senza misura e senza aspettarsi nulla in cambio. Tutto è dono e come io sento di averlo ricevuto ho il dovere di restituirlo e tutto il resto mi verrà dato in sovrabbondanza, in un cerchio che non ha mai fine, proprio come il Suo amore, senza fine.

Posso dire che da una piccola disponibilità data, il Signore ha fatto tantissimo per me e continua a farlo, quindi mi sento di dire a chiunque leggerà questa testimonianza: “Fidati di Dio, fallo senza riserve e senza paure perché da un nostro piccolo Sì possono accadere grandi cose”.

Alessandra.

Ndako Ya Bandeko 2016

Cosa mi ha lasciato questa missione:

L’aver visto un posto cosi diverso dall’Italia, mi ha mostrato un’altra parte di questo pianeta su cui viviamo. E quanto sono diversi i posti, ma soprattutto le persone, i loro modi di pensare e di vivere; la loro cultura; i loro costumi; le loro relazioni; la loro capacità di adattamento.

L’Africa si sa, è molto affascinante e misteriosa. È così incontaminata che la sua bellezza si conserva nel tempo. E di posti belli ne ho visti, come la savana a Makoua, città a Nord attraversata dall’equatore, così verde e incontaminata con chissà quali animali che ci abitano. O i piccoli villaggi che si intravedono a volte lungo la strada. O tutti questi piccoli e grandi fiumi che incrociano spesso, dove a volte si vedono i bambini giocarci o farci il bagno. A prevalere in Africa è ancora la natura selvaggia.

parrucchiere-minLe case sono tutte povere, e la maggior parte costruite a metà per la mancanza di soldi. Qua tutti vivono nella povertà, tranne qualcuno in città a Brazzaville. Quindi le persone devono adattarsi per sopravvivere, anche rubando, come fanno molti ragazzi. Le strade sono tutte sporche perché l’immondizia viene buttata tutta per strada. Molti vivono in condizioni inimmaginabili: in queste quattro mura, con i tetti di lamiera, con scarafaggi e topi a tenergli compagnia. Anche la fame è molta. Oltre alla manioca, alimento forse più coltivato, possiamo trovare qualche verdura, pesce, pollo e altri tipi di carne. Non avendo il congelatore, per conservarlo, il cibo viene affumicato. Quindi nei banchi lungo la strada, si vedono tutti questi alimenti completamente anneriti. E quante mosche che gli volano intorno!

Il concetto di famiglia è un po’ diverso. È molto raro che uomini e donne si sposino, anche perché costa molto, visto che devono affrontare tre fasi prima di essere effettivamente sposati. Nella prima l’uomo deve pagare la dote alla famiglia della donna. Nella seconda ci si sposa in comune, pagando una certa somma. E nella terza ci si sposa in chiesa, e anche qua bisogna mettere mano al portafogli. Quindi essendo la cultura del matrimonio molto rara, gli uomini si ritrovano a stare con una donna, poi con un’altra, mettendo al mondo figli con donne diverse. È naturale allora che il padre sia spesso una figura assente, e che i figli si affezionino più alla madre. Capita però che i ragazzi si ritrovino rifiutati anche dalla madre, o per mancanza di soldi o perché il nuovo compagno della donna non li vuole. Sono allora molti i ragazzi che rimangono senza famiglia, perché rifiutati da essa, ritrovandosi a vivere per strada.

Non so se è a causa della povertà o per altre causa, ma qua c’è tantissima crudeltà e violenza. Soprattutto contro le donne e i bambini. Cose inimmaginabili. Disumane. Peggio che animali. E sinceramente non lo immaginavo. È veramente un altro mondo. Ma fortunatamente c’è anche molto bene, e lasciatemelo dire, soprattutto grazie alla Chiesa. E ai missionari che hanno portato qua il Vangelo, lasciando tutto per caricarsi dei problemi, della sofferenza e della povertà di questo popolo. Esistono infatti molte Chiese, monasteri e luoghi di aiuto. Sono molte le persone che hanno deciso di consacrarsi a Dio. Frati, suore, preti. Alcuni forse per sfuggire da questa povertà così tremenda. È bello e confortante vedere la Chiesa in mezzo a tutta questa sofferenza e violenza. Il bene in mezzo al male. Un barlume di luce in mezzo a un’oscurità così profonda.anziani-min

La realtà in cui mi sono ritrovato, è una casa che accoglie i ragazzi di strada. Quegli stessi ragazzi che si portano con sé sofferenze troppo grandi, anche per gli uomini più forti del pianeta. È una delle tante opere di bene della Chiesa. Tutti questi ragazzi che ho conosciuto, ognuno così speciale a suo modo, chissà dove sarebbero adesso, se non fossero stati tirati fuori da tutto quel male. Chissà come sarebbero e se avrebbero ancora tutta questa voglia di vivere che hanno adesso. Chissà se sarebbero ancora vivi… Sono tutti ragazzi speciali, come dicevo, molto dolci e tanto simpatici. Nella loro semplicità e nel poco che hanno, riescono a divertirsi così tanto. Si danno molto da fare sia nello studiare, che nel tenere in ordine il luogo in cui vivono responsabilizzandosi sempre più. E anche per convivere tra loro, tant’è che è raro vederli litigare. Passano le giornate quando non sono a scuola, a studiare o a fare i lavori di casa o a giocare. Si danno veramente molto da fare, diversamente dai giovani, me compreso, che vivono in Italia, o in Europa o dove non è così difficile vivere. O meglio sopravvivere. In Italia appunto passiamo le giornate correndo qua e là affannandoci per tantissime cose. Io ho sempre cercato di dedicare il minor tempo possibile alle cose che qua riempiono la giornata, dedicandolo a cose che ho sempre ritenute più importanti. I ragazzi qua in Africa, hanno un’altra relazione col tempo, vivendo a pieno ogni giornata, come se dessero un altro valore alla vita. Forse riescono a percepire meglio di noi la bellezza e l’importanza della vita. E non si ritrovano a sprecare il loro tempo come facciamo noi che l’abbiamo riempita di così tante cose da dimenticarci che la vita è una sola e passa in fretta.makoua_bambini4-min

Sono ragazzi volenterosi, che si aspettano ancora molto dalla vita, riconoscenti di poter avere una seconda possibilità. Per molte cose sono simili a me. Hanno i medesimi desideri e bisogni. Quindi anche se superficialmente sono così diversi, in realtà sono semplici ragazzi o bambini, come lo sono in tutto il resto del mondo. Prima di venire contaminati o formati dalla società in cui viviamo, siamo tutti uguali.

Non credo che tornato a casa, sarò completamente uguale a prima. Dopo avere visto questa realtà ed essermi reso veramente conto che il mondo non sono solo le mie quattro mura e quello che gli sta intorno.

Forse vedrò i miei problemi e quelli del mio popolo in maniera differente. Perché i problemi quaggiù sono di un altro livello.

Se prima non riuscivo mai ad accontentarmi, cercando di avere sempre di più, come soldi, oggetti, lavoro, tempo, relax ecc. adesso forse riuscirò ad apprezzare di più quello che ho.

Se prima il mio scopo era di riuscire ad avere una vita più facile e tranquilla possibile, vivendo nel mio orticello senza che nessuno mi disturbi, adesso so che la vita e le cose vanno guadagnate con il duro lavoro e lottare per esse se necessario.

Se prima ero così indifferente agli altri, alla sofferenza e all’ingiustizia che mi sta intorno, adesso forse non lo sarò più.

E quando mi troverò in difficoltà, sia nelle cose semplici che in quelle importanti, potrò pensare ai ragazzi e alle persone che vivono qua, a cui la vita ha chiesto molto di più.

E quando mi troverò a terra, quando sarò in una situazione di sofferenza, potrò pensare ancora a loro, ai miei coetanei, amici e fratelli dell’Africa, che con la sofferenza ci si ritrovano ogni giorno.

Di questa esperienza posso solo dire grazie, perché ho ricevuto tanto e dato niente.

14/09/2016           Leonardo Guidi

Condividere…

Non pensavo di vivere un’esperienza che mi facesse riflettere sulla mia realtà Italiana.

Pensavo di incontrare qualcosa di esotico, diverso… e invece mi sono confrontato con questioni di vita quotidiana che interessano gli Africani quanto gli Europei.

il-vostro-missionario-minCondividere i pasti, lo studio, il lavoro, la preghiera e il gioco mi ha fatto pensare a quello che abbiamo smesso di condividere nelle nostre case e comunità. Viviamo vite molto spesso parallele che si incontrano molto poco e in maniera estremamente superficiale perché vige il comandamento del self made man, “chi fa da sé fa per tre” e quindi condividere, salire in 100 su un pulmino piuttosto che in 10 rallenta la corsa e fa perdere tempo; ma il tempo è denaro…

Penso ai bambini, a come sorridono sempre e comunque, ti abbracciano a prescindere da chi sei, e da dove vieni. Non hanno il seme della diffidenza che noi adulti qua ormai abbiamo innestato in ogni bambino (“non giocare con gli sconosciuti”, “stai alla larga da quello…”)…makoua_bambini-min

Penso a come facevamo giocare i bambini nella carriola con cui portavamo i mattoni in casa. All’andata caricavamo i mattoni nella carriola e una volta lasciati in casa, caricavamo i bambini e facevamo il viaggio di ritorno giocando insieme.

E penso a tutti i gingilli senza spigoli e difetti che aiutano lo sviluppo psico somatico, cognitivo dei nostri bambini. Però il caso vuole che, nonostante viviamo in una cultura in cui sappiamo tutto, curiamo tutto, le patologie psicologiche dei bambini sono in drammatico aumento. Che la risposta sia in una sgangherata carriola e una maglia sporca e bucata?

Penso alle storie incredibili e drammatiche che hanno vissuto i ragazzi, al cuore infinitamente grande di Padre Adolfo che supera ogni parola che può dire sul Vangelo. Perché gli adolescenti di tutto il mondo probabilmente se ne fregano di quello che dici; però guardano dove sta il cuore di un adulto e dove stanno le scelte di un padre e di una madre e da lì deducono.

Allora penso ad un ragazzo che come sfondo del cellulare ha i genitori di Padre Adolfo dicendo che sono i suoi nonni, perché “non sono i legami di sangue che contano, ma lo spirito con cui ci siamo legati dopo” (parole sue ).

Insomma se pensavo di andare all’avventura mi sono sbagliato. Ma anzi, ho trovato un mondo che forse noi abbiamo perso. Ma la domanda che ora mi pongo è: in nome di chi o che cosa l’abbiamo perso?

Mbote

Matteo Forlani

POTER DIRE ALL’AMORE DI AVER VISSUTO NEL SUO NOME…

villaggio di Leskoc, Kosovo  5 agosto – 5 settembre 2016.

 

mauro-kosovoSi faceva sempre più forte il desiderio di RESTITUIRE quanto di bello il Signore stava facendo nella mia vita. Con questo bisogno nel cuore sono arrivato a partecipare agli incontri di “Giovani & Missione” organizzati dai frati di varie province. Indipendentemente dal partire o meno a fine preparazione, questi week end mi hanno dato i giusti strumenti per essere missionario e quindi saper testimoniare e restituire anche nella mia realtà. Ma il Signore aveva comunque in mente di farmi partire. La mia destinazione non è arrivata subito, si è fatta attendere. Questa attesa nei primi momenti è stata logorante. Non capivo perché tutto questo tempo nel sapere dove andare. Avevo dato la mia disponibilità, i frati erano d’accordo nel farmi partire, il lavoro mi aveva dato l’ok e tutto taceva. A poco, a poco ho iniziato a smettere di ragionare sulle cose di Dio secondo i miei tempi e nel silenzio e nella preghiera ho atteso. 10 Maggio 2016 mi viene comunicato che sarei andato in Kosovo. La mia missione? me la sono giocata fino alla fine, me la sono VISSUTA FINO ALLA FINE senza risparmiarmi nulla. POSSO DIRE ALL’AMORE DI AVER VISSUTO NEL SUO NOME (come recita una canzone). C’era amore da ricevere, c’era amore da donare, c’era qualcuno da amare! L’amore che si è fatto strada nell’ ACCOGLIENZA DELLA POVERTA’. La povertà vissuta nell’essenzialità delle cose, la povertà vista nelle famiglie e nel conoscere in silenzio le loro storie. La POVERTA’ AMATA nell’abbraccio di Edison, nel sorriso di Samoel, nello sguardo di Rusten. La povertà sporca e ferita di quei bambini e ragazzi dei campi rom gioiosi nell’averti insieme a loro. L’amore che si è aperto all’obbedienza rendendomi DISPONIBILITA’ PER L’ALTRO. L’obbedienza nell’alzarsi alle tre della mattina per fare il pane e andarlo a vendere, l’obbedienza nel pulire le stalle, nel fare il grano, nell’aiutare a costruire una casa. L’obbedienza nella semplicità di dare lo straccio o pulire la cucina. L’amore che è passato anche nella sofferenza di giorni più difficili. img_3674Fondamentale la parola di Dio ascoltata durante la prima messa celebrata il giorno dopo il mio arrivo. Ero un mix di emozioni, stati d’animo e domande su come avrei affrontano questa esperienza. Stavolta TUTTO DI ME ERA LI, non stavo più a casa a pensare su come sarebbe andata. Purtroppo, sin da subito, ad alimentare questi miei primi stati d’animo ci sono state anche delle problematiche esterne. «Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto darvi il suo regno» questa è la parola del vangelo secondo Luca che il Signore quella sera, in quella celebrazione, ha detto al mio cuore. NON TEMERE, Mauro, perché al Padre tuo è piaciuto darti il suo regno. Questo non temere mi ha messo in totale affidamento. Il suo regno dato a me e dove desiderava che io stavo era quella terra, quelle persone, quella vita semplice che sarei stato chiamato a sposare in quel mese. La preghiera e il vangelo sono stati fondamentali nel trascorrere le giornate, specialmente quelle più difficili. L’amore contagioso nei momenti di festa e di gioia condivisi nella semplicità. Le serate animate dai bambini, i balli, i canti, i compleanni vissuti insieme come una grande famiglia. L’amore presente in Massimo e Cristina, i responsabili della casa, che da tanti anni hanno fatto della loro vita un dono a Cristo e agli altri stando vicino a questa gente. L’amore presente nel Tau che era per me l’appartenenza alla Chiesa e alla famiglia francescana che mi hanno mandato in questa terra che ho imparato a conoscere interessandomi alla propria storia e apprezzando ciò che offriva. L’amore restituito anche nel raccontarmi e testimoniare quando di bello il Signore fa nella vita dei suoi figli. L’amore mai mancato da Cristo che messo al primo posto mi ha dato la forza per vivere la mia missione. È stato un mese ricco, pieno e VISSUTO NELLA BELLEZZA. Il Signore mi ha chiamato a questa esperienza sapendo tutto quello che ora potrò fare, tutto l’amore che sarò capace di contagiare adesso che sono a casa perché tanti lo attendono e lo attendo anche da me…

Mauro.

Un cuore capace di ACCOGLIERE, delle mani con cui CONDIVIDERE e tanti luoghi, momenti e situazioni in cui poter STARE

Agosto 2016, Bolivia

 

“Se i tuoi piedi potessero raccontare la tua strada,

tu troveresti più sollievo che nel cercare parole adatte.

Ci sono cose che ci rimangono addosso e non si possono dire

perché sono esperienza, non racconto”.

                                  Padre Luigi Maria Epicoco

 

Mi piace iniziare questa breve testimonianza con le parole di padre Luigi, perché esprimono al meglio quello che vorrei raccontare, ma che mi riesce davvero difficile dire a parole. E’ passato quasi un mese dal rientro in Italia e, quando mi chiedono come è andata in Bolivia, riesco solo a rispondere “Bene, bene!”.

Ho sempre avuto un desiderio innato di spendermi per il prossimo, di fare qualcosa per “gli ultimi”, ma non ho mai trovato il canale giusto. A giugno dello scorso anno, “per caso”, sono venuta a conoscenza del corso “Giovani e Missione”, organizzato dai frati della Toscana, Umbria, Marche e Lazio e mi sono detta “perché no?”; ecco così che a novembre ho iniziato il corso, articolato in 4 week end e svoltosi a Costano. Il corso non è stato come me lo aspettavo, non mi è stato distribuito alcun libretto di istruzioni, nessuna nozione prettamente pratica su “come fare cosa”; si è trattato per lo più di un modo per entrar in sintonia con gli altri aspiranti missionari, ma soprattutto per interrogarsi sul vero senso della missione cristiana e sul vero e profondo motivo per cui a un certo punto uno decide di dire il suo SI!

I dubbi non sono mancati, specie all’inizio, ma grazie a Dio ad ogni incontro c’è stata una grande abbondanza di Parola che mi ha permesso di fare discernimento, anche grazie all’aiuto dei frati, delle suore e dei fratelli. La notte tra il 18 e il 19 marzo, in Porziuncola, io e gli altri volontari abbiamo ricevuto il mandato missionario e solo allora abbiam avuto modo di conoscere la nostra destinazione. Mi sembrò come se sentissi nominare per la prima volta quello Stato: BOLIVIA!

La maggior parte delle volte che uno sente la parola “missione”, secondo me, la collega all’Africa e si immagina la terra rossa, la savana, le giraffe e gli elefanti, e i bimbi dai capelli cotonosi e i nasini sporchi. Anch’io forse più volte avevo fatto questa associazione di idee. Di sicuro non avevo mai pensato alla Bolivia… che poi, dove si trovava? Proprio non ne avevo idea! Scoprii solo allora, quella notte, che di lì a poco sarei andata in Sud America, insieme ad Anna ed Eleonora.file371_1

Nei giorni che seguirono il mandato, feci una scorpacciata di notizie sulla Bolivia: dove si trovava, come si raggiungeva, quali erano le condizioni climatiche, cosa si mangiava, quali erano i rischi di contrarre infezioni, quali i vaccini da fare etc. Insomma, concentrai tutte le mie attenzioni su informazioni utili, è vero, ma non importanti quanto il fatto di realizzare che avevo una grande responsabilità perché Dio, attraverso la sua Chiesa, mi aveva mandato, e aveva voluto proprio me, in una terra straniera e lontana, per testimoniarLo. Come avrei potuto/dovuto fare? Semplicemente STANDOCI!

All’inizio non capivo bene il significato delle parole che più volte al corso avevo sentito dire (“CI DEVI STARE!”), ma una volta terminata la traversata oceanica e atterrata a Santa Cruz, ne capii ben presto il senso. Ero partita, tre giorni prima del mio arrivo, con gli occhi spalancati al mondo e le braccia aperte per ricevere, ma in fondo non sapevo bene cosa aspettarmi, non avevo idea di cosa avrei visto e ricevuto. In Bolivia sembrava come se il tempo camminasse lento, al passo di un bradipo; tutto, ogni singolo istante, andava fatto con calma e soprattutto con fiducia e totale abbandono a Lui! Non sapevi bene quanto tempo ci avrebbe impiegato un autobus a fare il suo percorso, non sapevi quante soste avrebbe fatto o se saresti sceso alla fermata giusta, non sapevi se la strada da percorrere sarebbe stata agibile o meno, se avresti trovato acqua o luce, freddo o caldo, se su quel ponte che dovevi attraversare sarebbe contemporaneamente passato il treno che ti avrebbe costretto a fare la retromarcia più in fretta che potevi… Ogni giorno era una sorpresa, o per meglio dire UN DONO, perché difficilmente riuscivamo a programmare quello che avremmo fatto di lì a poco, o difficilmente riuscivamo a rispettare i pochi programmi fatti. I villaggi sono difficili da raggiungere e tu magari vai lì con uno scopo, un obiettivo, ma spesso ti ritrovi a dover cambiare idea, perché le persone del luogo hanno delle necessità che tu non avevi messo in conto prima o, per esempio, lungo la strada ti trovi a dover dare un passaggio a una donna incinta che tenta di raggiungere a piedi l’ospedale più vicino etc. Dono grandissimo è stato pure il sentirsi accolti, sempre e comunque, con calorosi sorrisi. Mai avrei pensato di trovar dei fratelli così simili a me, con gli stessi desideri, la stessa voglia di vivere, la stessa dignità, ma anche così diversi, per cultura, lingua, modi di fare… Dai boliviani ho appunto imparato ad ACCOGLIERE IL PROSSIMO, cioè la persona che hai accanto, il fratello, quello che ti viene a cercare o che semplicemente ti si presenta davanti, incrociando il tuo cammino. E ho imparato a CONDIVIDERE con il fratello… tutto: un pasto caldo, una coperta, un porro (bevanda tipica, che si beve nei momenti di convivialità), un letto etc.

In quegli sguardi curiosi, dolci, quasi mai preoccupati, ho visto Gesù, che apre le braccia per stringermi in un forte abbraccio, per il semplice fatto che Dio è amore. E mi ama. Così come mi hanno amata quei fratelli, pur non conoscendomi. E così come io sono riuscita ad amare loro, nella maniera più spontanea possibile.

Tutti mi chiedono cosa ho fatto concretamente in questo mese, che è volato. Beh, potrei dire che ho fatto di tutto: il medico, la maestra, l’autista, la cuoca, la compagna di giochi, la sorella maggiore etc. Ma la verità è che ho fatto l’unica cosa per cui davvero mi sono sentita chiamata e ho detto il mio SI: “CI SONO STATA”! Ho rinnovato quotidianamente il mio SI, anche quando non riuscivo a capire delle situazioni, quando volevo ribellarmi agli eventi, quando avrei molto volentieri fatto a modo mio piuttosto che secondo la Sua Volontà. E questo è stato un arricchimento. Ho imparato cosa significa ESSERE GRATI, rendere grazie e non dare tutto per scontato. Ho sciolto il mio cuore all’affetto fraterno, l’ho aperto all’ascolto dell’altro.

Volevo servire “gli ultimi”, e invece mi sono dovuta fare ultima, umiliando e rompendo tutti i preconcetti, gli schemi mentali che mi ero fatta, gli obiettivi che mi ero posta, semplicemente AFFIDANDOMI!

E ora, qui in Italia, a quasi un mese di distanza da questa esperienza, mi sento di ringraziare Dio per il dono che mi ha fatto e per la missione che mi ha affidato, che non si limita solo alla Bolivia (ormai ne sono certa), ma che va estesa ad ogni luogo che visiterò, ad ogni persona che incontrerò, ad ogni minuto della mia vita che passerà.

Spero il Signore voglia darmi un cuore capace di ACCOGLIERE, delle mani con cui CONDIVIDERE i doni ricevuti e tanti tanti tanti luoghi, momenti e situazioni in cui poter STARE, oggi, ora, secondo la Sua Volontà.

 

Adriana

Lui è fedele alle sue promesse e non alle mie aspettative

Bolivia, 22 luglio – 29 agosto 2016

Non sono necessarie tante parole per descrivere la mia esperienza in Bolivia, ne basta solo una: GRAZIA! Questa semplice parola racchiude in sé tutto, perché è stato voluto da Lui sin dall’inizio. Non avrei mai pensato di propormi per una esperienza simile, eppure durante un incontro con il mio direttore spirituale, lui stesso mi ha consigliato di iscrivermi al percorso Giovani e Missione organizzato dai frati minori delle province della Toscana, dell’Umbria, del Lazio e delle Marche. Così ho iniziato a fidarmi di Lui e sono andata al primo incontro. Chissà cosa mi aspettavo dall’idea di missione, ero già pronta per partire con lo zaino in spalla, ma quelle giornate hanno rimesso in gioco tutti i miei pensieri e le mie aspettative: “il missionario ha gli occhi di un pellegrino. La missione è lo stile di vita di un cristiano, è il primo compito della Chiesa e si è missionari sempre ed in ogni luogo e questo percorso non porterà necessariamente ad una partenza”. Non avevo mai riflettuto sul fatto che io sono missionaria sin dal battesimo: che grande responsabilità!! Ma poi pensavo anche: “ma come non si parte? Questo percorso non serve per prepararsi ad una partenza? Non ci dicono cosa fare, cosa portare, cosa dire?”. Ma dalla domanda “PERCHE’?” sono passata a dire: “TU SAI!” e nell’incertezza e senza sapere per quale motivo mi aveva chiamata a questa cosa, ho continuato a fidarmi ed ho partecipato al secondo incontro. Anche questa volta mi ha chiamata a rimettere in discussione le mie idee ed a riflettere: “cosa deve fare un missionario e che cosa annuncia? La missione di un cristiano è quella di portare la logica della croce, che è amore. Non vado a portare nulla, se non la mia esperienza di fede. E la missione è urgente, guai a me se non annunciassi il Vangelo ai miei fratelli! Dal momento in cui ho incontrato Cristo nasce la responsabilità, la chiamata ad annunciarLo e condividere generosamente il bene che ho ricevuto come dono, perché l’altro ha bisogno, come me, della Sua Salvezza”. Così dal “TU SAI!” ho iniziato a chiederGli: “PER COSA?” e mi sono messa in pieno ascolto perché il terzo incontro era decisivo, era il fine settimana della risposta alla chiamata, quella di partire o di restare.

Ero pronta a dare la mia disponibilità ma Lui mette nuovamente in discussione la mia decisione. “Ma se ho fatto discernimento un mese intero, ora mi dici che non va bene?”. I quei giorni mi ha portata a riflettere e capire che il SI era frutto di un mio percorso, non avevo messo Lui al centro di tutto. Alla fine sono arrivata a dare lo stesso la mia disponibilità, ma questa volta nella Verità, con Lui. Mi ha portata a capire che non si è mai pronti al 100% ad essere missionari ma il Suo desiderio si unifica al nostro in missione, l’intuizione della chiamata si purifica vivendo il mandato. Perciò andiamo, mi fido! Ed in quel momento la domanda sorgeva spontanea: “DOVE ANDRO’?”. Ancora una volta misi davanti le mie certezze e le mie sicurezze: “parlo abbastanza bene la lingua francese, la missione per eccellenza è li, perciò non ho dubbi, andrò in Africa! Posso già iniziare a preparare tutto, tanto sono sicura, IT’S TIME FOR AFRICA!”.

Arrivò così il momento più atteso, quello del mandato in Porziuncola, luogo tanto caro a San Francesco, da dove ha inviato i primi fratelli a portare l’annuncio di salvezza in tutto il mondo. Ora anche io, come loro, stavo per essere mandata dalla Chiesa e chissà con chi. Ci siamo… “Eleonora, la Chiesa ti manda ad annunciare il Vangelo in ……….. Bolivia!”. “BOLIVIA???? Ma dove si trova??? Ma non dovevo andare in Africa??? Ma se io non ho mai studiato lo spagnolo, non potevi mandarmi in Africa? Ma che c’è in Bolivia? No, non dovevi farmi questo!! Non dovevi proprio farmelo!!”. Ebbene si, si era divertito nuovamente con me a far cadere le mie certezze e sicurezze e mi aveva destinata alla missione in Bolivia con Adriana ed Anna, perché Lui è fedele alle sue promesse e non alle mie aspettative e mi dice: “Lo so, ti aspettavi una destinazione completamente diversa, dove pensavi di poter contare sulle tue forze e sulle tue conoscenze, ma li sarebbe stato troppo facile! Invece ti mando in Bolivia e vedrai quanta bellezza nel trovarmi li dove non ti aspetteresti mai!”.dscn0601_1

Come potergli dire di no, dopo tutto era stato Lui a condurre il gioco fino ad allora, non mi rimaneva che abbassare definitivamente tutte le mie difese e rinnovare la mia disponibilità. MI FIDO E MI AFFIDO!

Con questa consapevolezza mi sono preparata per partire, cercando di liberare il mio cuore da tutti quei pregiudizi che mi portavano a pensare alla Bolivia come una terra “anonima”, dalle false aspettative di tornare diversa (perché si sa, la missione ti cambia la vita, lo dicono tutti!!), dall’illusione di andare li e fare chissà cosa di straordinario… avevo preparato il mio cuore eppure quante aspettative c’erano ancora che non vedevo.

Arrivai finalmente in Bolivia pronta a fare, a mettermi al servizio, a stare con i bimbi e invece non ero arrivata neanche da 3 giorni che già si parte… destinazione Tarija e poi Chaco boliviano. Di nuovo in aereo, di nuovo valigie. “Ma come, sono venuta qui per portare e fare e invece mi metto in viaggio? Ma cosa andiamo a fare? Cosa ci sarà mai da fare li? Ma non sono venuta per stare con i bimbi dell’hogar a Santa Cruz?”. Ed invece Tarija è stata una tappa fondamentale per me. Poco il tempo trascorso li con Padre Diodato, un frate toscano con più di 80 anni, costretto da qualche anno a stare su una sedia a rotelle, con difficoltà motorie e di dialogo, eppure con un cuore grande ed una forza d’animo che lo tengono più attivo che mai. Avrebbe voluto fare tutto con noi, anche viaggiare, perché la sua fede lo porta a voler fare molte cose, tanto da avere le forze di regalarci un suo libro autobiografico e scriverci una dedica. Tarija, come pure i giorni trascorsi in foresta, mi sono serviti anche a capire cos’è la Bolivia per la Chiesa, come è iniziata l’evangelizzazione, cosa è stato fatto, cosa si fa e cosa si vuol fare. Tanto è stato fatto dai missionari, tanto si fa ancora adesso e tante idee nuove da voler portare a termine.

Il Chaco mi ha messa KO fisicamente e spiritualmente, sono stata molto provata, ma non mi sono arresa, ero li e ci dovevo stare. Io che credevo di andare li per servire mi sono ritrovata a sentirmi inutile perché il mio ruolo in quel momento era quello di STARE. Non ero stata chiamata a fare ma ad osservare ed ascoltare perché questo momento di stasi mi è servito ad apprezzare la Bolivia, la mia destinazione, il mio mandato.

Nel periodo trascorso nel Chaco i missionari incontrati sono stati di grande testimonianza. Dai consacrati ai laici, ognuno con una forte fede che li ha spinti a lasciare tutto e a vivere la loro vocazione missionaria. Ognuno è missionario nel proprio quotidiano ma c’è chi è chiamato dal Signore a vivere la propria vocazione nei popoli stranieri e loro hanno detto SI, lo rinnovano quotidianamente chi da più di 40 anni chi da 10 o meno e lo fanno incarnandosi nei fratelli, che non si tratta di imposizione e di mettersi in una posizione superiore, ma di affiancarsi a loro, di uniformarsi a loro, di vivere come loro, di parlare la loro lingua e testimoniare la misericordia di Dio semplicemente con la presenza, con lo stare, con l’esserci. Cristo va annunciato con gioia e non con proselitismo, perché se si ha il Signore nel cuore si profuma di bello e l’altro se ne accorge ed è attratto da questa bellezza e quindi da Dio.

Con grande stupore e meraviglia ci siamo ritrovati a vivere la festa del Perdono di Assisi a Camiri, nel convento di Santa Maria degli Angeli. Abbiamo marciato con i marciatori boliviani ed è stato un momento di forte riflessione. Nel 2014 ho partecipato alla marcia francescana che mi ha regalato molto e quest’anno pensare di non poter partecipare nuovamente all’arrivo dei ragazzi in Porziuncola mi dispiaceva molto. Ma il Signore mi stava chiamando a vivere l’estate in maniera differente e nonostante ciò ha realizzato il desiderio che avevo e mi ha fatto marciare per gli ultimi 10 km con i marciatori boliviani. Quanta bellezza vedere tanti giovani con l’entusiasmo che avevo io marciando, con la stessa gioia, forza, grinta e fede… colori diversi, abbigliamenti opposti, ma figli di uno stesso padre senza nessuna differenza… l’arrivo era sempre lo stesso: la misericordia del Padre. Questa esperienza mi ha portato a pensare che la Bolivia non è distante, il fratello non è diverso da me, la diversità in fondo non esiste perché l’altro è il mio specchio.

Nel tempo in cui siamo stati nella zona del Chaco abbiamo avuto modo di conoscere da vicino il popolo Guarani. Due parole che racchiudono un po’ lo spirito di queste persone è ACOGIDA e COMPARTIR, accoglienza e condivisione, perché nonostante fossimo degli sconosciuti, siamo stati trattati davvero come dei membri delle comunità ed accolti come fratelli all’interno delle comunità dove hanno condiviso con noi quelle poche cose che avevano, dal cibo agli oggetti che avevano nelle loro umili abitazioni. Ad esempio una sera, arrivati nella comunità di Isoso dopo molte ore di viaggio, veniamo accolti dalle donne che ci mostrano fiere il loro artigianato. Quel poco denaro che hanno lo guadagnano lavorando minuziosamente al telaio tappeti, borse ed amache. Dietro quel semplice oggetto c’è tutta la passione, la pazienza e l’amore di quelle donne che sedute davanti casa o raccolte attorno ad un piccolo fuoco con su il pasto del giorno, accarezzano quei fili per farne venire fuori un’opera unica. Dopo aver visto il loro lavoro ci hanno accompagnato nella scuola del paese (composta solamente da due stanze) nel quale avevano posizionato dei letti per farci trascorrere li la notte. Quanta tenerezza negli occhi di due bambine che in previsione del freddo notturno ci hanno offerto le loro coperte. Loro, piccole bimbe, che offrono le loro coperte personali a noi!! E poi a cena e a colazione per farci sentire a nostro agio hanno portato fuori casa un piccolo tavolo dove noi avremmo consumato il pasto da loro preparato e condiviso. Non sapevo che la loro abitudine è quella di mangiare attorno al fuoco e non seduti a tavola, però per quel poco che potevano ci sono venuti incontro facendoci sentire accolti e a casa. Quelle coperte e quel tavolo sono stati per me segno di gratitudine e di amore gratuito verso il fratello, anche se straniero e sconosciuto. Questo mi ha portata a riflettere su come nonostante ci siano 32 differenti etnie in Bolivia, tra di loro c’è solidarietà, fratellanza, accoglienza, incontro, unione, condivisione ed uguaglianza. Quanto sarebbe bello se facessimo nostre queste parole, se le vivessimo anche noi nell’accoglienza dell’altro, senza tenere conto del diverso colore della pelle, della religione, della lingua, della storia, della identità. Se capissimo davvero che nell’amare il fratello si ama Cristo tutto avrebbe un altro sapore, tutta la nostra vita sarebbe piena di colori e di incontri che ci arricchiscono.img_0119-1

Diverse le realtà viste nel Chaco e molte le persone conosciute che mi hanno lasciato tanto anche con poco: laici e consacrati che dedicano la loro vita al fratello con l’aiuto del Signore, bimbi cresciuti prima del tempo ma che non hanno perso la spensieratezza, il gioco ed il sorriso dei loro coetanei, donne anziane ospitate in una casa di riposo, adolescenti e adulti disabili che vengono accolti in una struttura per dar loro dignità ed affetto, ragazzi con problemi di droga o di alcol che vivono assieme ad un educatore della Comunità Papa Giovanni XXIII e che vengono rieducati attraverso lavori manuali e assistenza psicologica. A tutti loro non so cosa ho lasciato, ma devo dire semplicemente GRAZIE perché sono stati loro a lasciare molto a me, quel mio essere turista mi ha resa pellegrina e consapevole del mio essere li.

Ma l’avventura era solo a metà perché dopo il Chaco siamo tornate a Santa Cruz dove ci si iniziava a “sporcare” le mani mettendoci al servizio dell’altro. Quanta paura al rientro in città: “io che con i bambini non ci so proprio fare, che non ho pazienza più di un’ora con loro, come farò a sopravvivere due settimane?! Cosa gli faccio fare? Cosa mi inventerò? Come passerò il mio tempo con loro? Si stava tanto bene nella foresta! Spendersi per l’altro richiede fatica ed io voglio STARE e non FARE! Due settimane sono lunghe, non ce la farò mai!”. Questi pensieri mi hanno accompagnata per un paio di giorni fino a quando non abbiamo iniziato concretamente a vivere con i bambini. Io che mi preoccupavo di non sapere cosa fare non dovevo fare assolutamente nulla perché non erano i bimbi a dover entrare nella mia vita, ma io nella loro. Io dovevo semplicemente entrare nel loro quotidiano, nelle loro giornate, nei loro ritmi. Ancora una volta ero chiamata a STARE e non a FARE.

Il mio stare in Bolivia è stata una esperienza molto forte ed arricchente che non mi rende né straordinaria né tanto meno coraggiosa, e non mi sento neanche una missionaria, perché la vocazione missionaria va vissuta incarnandosi nei fratelli vivendo con loro molto più di un semplice mese. Io ho solamente risposto ad una chiamata che mi ha portata a vivere una esperienza di missione, ma non una missione ad gentes. Andare li mi è servito per poter vivere la mia missione quotidiana qui nel mio piccolo, nella mia famiglia, nelle mie amicizie, nelle mie relazioni. La missione è andare, tornare e ripartire, ma questo se il Signore lo vorrà perché, come ha condotto il gioco per tutto questo tempo, continuo a lasciarlo fare, a fidarmi del suo progetto e non delle mie aspettative e tutto avrà un gusto ed un sapore diverso.

La Bolivia è nel mio cuore, ora e sempre, e c’era già prima ancora di partire e questo il Signore me lo ha fatto capire piano piano, fino a condurmi direttamente li. E di questo gli rendo grazie e lode!!

 

Eleonora Faiazza

“Siempre bajo el mismo cielo… siempre en los brazos del mismo Padre”

“Sempre sotto lo stesso cielo… sempre tra le braccia dello stesso Padre”

25 luglio – 29 agosto 2016, Bolivia

 

“Il rientro sarà tosto” mi dicevano…io non pensavo, e invece, è proprio così.

Sono tornata da poco più di una settimana dalla mia missione, dalla mia BOLIVIA, eppure è ancora tutto così strano: camminare per le strade vuote e silenziose senza sentire il sottofondo della musica latino-americana che ti rallegra la giornata, img_0010passeggiare senza dover fare gli slalom tra i venditori ambulanti, sedermi a guardare la tv su un divano da sola e non su un tappeto con tanti altri bimbi, e ancora…uscire dalla stanza e non essere sommersa dall’affetto di chi non aspetta altro che TU esca dalla stanza pronta per stare in mezzo a loro, che in non più di un nano secondo, ti dimostrano con la loro ingenua semplicità quanto tu sia prezioso ai loro occhi solo perché sei LI’, con loro.

Ma perché la missione? Perché la Bolivia?

A novembre dello scorso anno, su consiglio del mio padre spirituale, in merito a un mio desiderio di approfondire la tematica della missione, ho iniziato il cammino “Giovani & Missione” a Costano, promosso dai frati della Toscana, Marche, Umbria e Lazio ed articolato in 4 week end. Durante questi incontri ci si mette in gioco e in discussione in prima persona e con il Signore, cercando di fare luce sul proprio desiderio in merito ad un’esperienza di missione e cercando di capire la Sua volontà, attraverso un buon discernimento e mettendosi in ascolto. Al termine del cammino, c’è la possibilità di dare la propria disponibilità per vivere un’esperienza di missione e così è stato per me e per altri miei fratelli: lo scorso 19 marzo in Porziuncola, ad Assisi, abbiamo ricevuto il mandato missionario ed io, insieme ad Eleonora e Adriana sono stata destinata alla Bolivia, con Fra Beppe, la nostra “botte di ferro”.

Siamo atterrati a Santa Cruz de la Sierra il 26 luglio, dando così inizio alla nostra missione ad gentes. I primi dieci giorni siamo stati nel chaco, (la foresta): accompagnati da volontari e abitanti del posto, abbiamo avuto la possibilità di conoscere diverse realtà: abbiamo visitato Gutierrez, dove Padre Tarcisio ha fondato una casa e un’università con ben quattro facoltà, in cui vengono accolti i ragazzi che intendono studiare e allo stesso tempo fare vita comune; abbiamo visitato San Nicholas, dove in questi anni è stato realizzato un pozzo per far sì che al villaggio arrivasse l’acqua necessaria per vivere; siamo stati al villaggio di Guyrayurarenda, dove grazie ad un altro progetto è stata costruita una cappellina per la preghiera e per celebrare la S. Messa; siamo stati a Ivo, ospiti da Maria Vaccaro, una laica che gestisce e si prende cura dei bimbi di un villaggio sperduto nella foresta; siamo andati a visitare Isoso,  un altro villaggio del chaco, dove, ospiti di donna Eugenia, abbiamo potuto conoscere l’artigianato locale fatto a telaio e  condividere due giorni di vita concreta con le famiglie; abbiamo visitato l’Arca, una comunità che si occupa di assistenza a 360° di persone diversamente abili gravi e meno gravi; abbiamo visitato una casa della comunità Papa Giovanni XXIII, che accoglie ex alcolisti; abbiamo visitato l’Hogar delle Suore Francescane di Gesù Bambino, una mensa gestita dalle Suore (Onoria) e una casa di riposo per anziani…insomma, non ci siamo fatti mancare nulla. In lungo e in largo abbiamo percorso tanti, tanti chilometri…se solo i nostri piedi potessero raccontare ogni passo che hanno compiuto, il colore della terra che hanno toccato, il profumo dell’aria che hanno respirato, forse, renderebbero di più l’idea di ciò che sono stati questi 35 giorni per me, per noi… Abbiamo visitato e vissuto tante diverse realtà, ma c’è qualcosa che le accomuna tutte, nessuna esclusa: l’ “ACCOHIDA” e il “COMPARTIR” (l’accoglienza e la condivisione). Sì, perché non ci siamo mai sentiti ospiti, MAI, in nessun luogo. Ci siamo sempre sentiti parte della famiglia o della comunità che abbiamo visitato, tante volte, ancor prima di giungervi. Ci aspettavano, sempre, a qualsiasi ora, in qualsiasi luogo. Ed è bello sentirsi desiderati e imparare a desiderare e ad accogliere l’altro, iniziare ad essere felici ancor prima che l’altro arrivi, a prescindere da chi sia, semplicemente consapevoli del fatto che l’altro, il fratello o la sorella che mi trovo di fronte non è altro che Gesù stesso, che mi chiede ogni giorno di accoglierlo e di amarlo e che fa sì che io mi faccia amare per quella che sono.img_0111

Terminata la parentesi della foresta, che ci ha fatto entrare a piccoli passi in quella che ora mi piace definire anche la “nostra” Bolivia, siamo tornate alla base, a Santa Cruz, ospiti dalle Suore di Santa Elisabetta d’Ungheria, dove siamo state per quasi una ventina di giorni. Abbiamo avuto la grande possibilità di vivere all’interno dell’hogar da loro gestito e questo è stato il primo dono grande. Abbiamo mangiato, ballato, dormito, cantato, riso, giocato, studiato… tutto sempre insieme a 30 splendidi bimbi che si sono presi cura di noi. Sì, perché non siamo noi ad aver fatto qualcosa per loro, anzi, sono loro ad aver fatto grandi cose in noi, perché era inevitabile incontrare il Signore nel loro sguardo sincero, nelle loro mani che ti accarezzavano, nel loro cercarti per stare con te sempre, a qualsiasi ora, a qualsiasi costo… Io, se penso a cosa ho fatto di concreto in questa missione, fatico a trovare una risposta… mi rispondo che ho detto il mio SI’, che ho dato la mia disponibilità per partire e sono concretamente partita. Questo è quello che ho fatto; una volta arrivata, semplicemente sono STATA, lì o là, dove il Signore mi chiedeva di stare, cercando di capire perché mi stava chiamando a vivere una realtà piuttosto che un’altra, cercando di non perdermi mai nulla di ciò che stavo vivendo, nelle gioie, ma anche e soprattutto nelle piccole fatiche quotidiane in cui davvero sperimenti la bellezza dell’affidamento: ciò che desideri è solo rendere grazie a Lui per gli infiniti doni ricevuti cercando di abbandonarti ogni giorno nelle Sue mani, cercando di compiere la Sua volontà, nei momenti facili e in quelli più difficili, imparando così dal Suo sguardo a volere bene, dalla sua misericordia a perdonare e dal Suo amore vincente e liberante a vivere e ad amare.

Ora, nella fatica, ma allo stesso tempo nella bellezza del rientro, mi riempie pensare che siamo sempre sotto lo stesso cielo e tra le braccia dello stesso Padre: sì, perché davvero credo e sento di avere una seconda grande famiglia a distanza che mi ha accolta, che mi ha voluta bene e si è presa cura di me come una figlia. Inevitabilmente e inaspettatamente un pezzettino del mio cuore l’ho lasciato lì, in quella casa, in quelle strade, nel cuore di ognuno di loro. Perché se parti con un cuore disposto a mettersi in gioco, la missione ti smonta, ti insegna a guardare tutto ciò che ti circonda e tutto ciò che vivi; ti riempie di un desiderio di AMARE che sembra alle volte quasi insaziabile, ti fa venire appetito di tutto ciò che è essenziale e così, silenziosamente, ti ricostruisce, ti dona DUE OCCHI E UN CUORE NUOVO, ancora più grande, più desideroso e forse, più capace di amare.

Anna

Non con i miei soldi

Cos’è un credito subprime? E un bolla speculativa? Un bailout? Esce oggi in libreria “Non con i miei soldi”, un manuale per orientarsi nel mondo della finanza, le cui dinamiche riguardano tutti da vicino.

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«La finanza oggi ci riguarda tutti. La questione non è se ci interessi o meno, questo conta poco. La finanza è una piattaforma infrastrutturale fondamentale per il mondo in cui viviamo. Come la rete elettrica, gli acquedotti, internet o decine di altri servizi di cui abbiamo bisogno». Lo scrive Ugo Biggeri, presidente di Banca Etica nell’introduzione di “Non con i miei soldi” edito da Altreconomia in collaborazione con Banca Etica, un sussidiario per un’educazione critica della finanza che parte da un’idea semplice: non bisogna relegare la finanza agli economisti, ma è possibile capire come funzionano le cose, e cambiarle.
La finanza, anche dopo la crisi del 2008, ha continuato ad accaparrarsi una quota spropositata di profitti. Il settore finanziario negli ultimi anni ha rappresentato circa il 7% del Prodotto interno lordo statunitense, ma ha assorbito il 29% dei profitti. «Da un lato – scrivono gli autori, Ugo Biggeri, Andrea Baranes, Andrea Tracanzan e Claudia Vago – Stati e banche centrali continuano a inondare di liquidità banche private e finanza; dall’altro, investimenti che sarebbero tanto essenziali quanto urgenti non trovano i capitali necessari. Basterebbe pensare alle questioni climatiche, alla riconversione ecologica dell’economia, alla mobilità sostenibile, l’efficienza energetica, la ricerca e la formazione».
Il libro nasce come prosecuzione dell’omonima campagna Non con i miei soldi! un progetto di Banca Popolare Etica e Fondazione Culturale Responsabilità Etica, nata nel 2011 dai soci e clienti di una banca “insolita”, per educare in modo critico alla finanza e raccontare non solo che cosa “non va” nella finanza globale, ma che non tutte le banche sono uguali e che tutti possiamo fare qualcosa di concre¬to per costruire un futuro diverso.
Una conoscenza più approfondita dei meccanismi della finanza aiuta anche ad essere consumatori più consapevoli: «I nostri soldi, depositati in banca o affidati a un gestore finanziario, non dormono. Anzi, sui moderni mercati non dormono mai. Vengono impiegati per comprare, commerciare o finanziare qualcosa, che sia una cosa reale come un paio di scarpe o una quota di una qualche scommessa organizzata da un computer dall’altra parte del mondo».
«I nostri risparmi, incanalati tramite conti correnti, fondi pensione e di investimento, possono avere un enorme impatto, tanto in positivo quanto in negativo. Possono essere impiegati per l’economia locale o finire in qualche paradiso fiscale, sostenere la cooperazione sociale e l’agricoltura biologica o il commercio di armi, e via discorrendo. Perché, una volta giunti nel sistema finanziario, mi comporto come se non fossero più soldi miei?».
Per approfondire: http://www.altreconomia.it/site/fr_contenuto_detail.php?intId=5727
(fonte www.mondoemissione.it)