Novità e ringraziamenti dal Sud-Sudan

SudSudanCiao a tutti.

Come ricorderete, i progetti aperti in Sud Sudan erano stati forzatamente sospesi con il peggiorare della guerra civile e il rientro in Umbria del nostro p. Marco, il 19 luglio.

Grazie a Dio, però, l’evolversi della situazione aveva permesso, il 1° settembre, il rientro a Juba di due frati – tra cui Federico Gandolfi, della Provincia ofm laziale – che hanno potuto riprendere, pur tra mille difficoltà, l’attività pastorale e caritativa.

Le vostre offerte già accantonate (e precedentemente “congelate”) vengono quindi ora utilizzate dai frati secondo le nuove e mutevoli esigenze che, di volta in volta, si presentano.

Ecco, in proposito, una recente testimonianza di fra Federico (vedi anche il suo blog):

Carissimi
pace e ogni bene.

Prima di tutto grazie per l’aiuto a sostegno delle missioni e soprattutto per noi qui in Sud Sudan, il più giovane paese Africano e vittima di decenni di guerre, prima contro il Sudan e poi rovinato da una guerra civile che fa fatica a smettere.

Come frati viviamo nel tessuto locale, ci immergiamo nelle loro vite fatte di tantissime fatiche ma anche di relazioni belle che sono quella flebile speranza per un futuro migliore.

Nel dicembre del 2013 era scoppiata una prima guerra civile che aveva visto coinvolte le due tribù più numerose e fino ad oggi il processo di pace stenta a procedere. Questo provoca una massiccia presenza di esercito in diverse aree del paese così come una forte presenza di gruppi armati definiti ribelli. Ovviamente chi più ci rimette sono i civili, costretti, spesso, ad abbandonare la loro terra. E questo è proprio uno dei casi in cui, come frati minori, abbiamo deciso di intervenire.

Degli otto villaggi fuori Juba dove prestavamo servizio, solo uno è rimasto, al momento. Negli altri sette villaggi le comunità hanno deciso di lasciare casa, terra e spesso anche qualche animale necessario per il sostentamento, e venire a Juba oppure provare un viaggio più rischioso verso Paesi confinanti.

Grazie alla generosità di molti benefattori siamo stati in grado di aiutare, e continuiamo a farlo, la comunità di Kulipapa che, lasciando il villaggio, è ora a Juba. La prima notte abbiamo ospitato più di 100 persone nella nostra chiesa e la mattina abbiamo offerto the e pane per tutti; poi chi da una parte chi dall’altra ha trovato una sistemazione ma si trova ora nell’impossibilità di provvedere al proprio sostentamento. Con le vostre offerte abbiamo comprato cibo in abbondanza che è distribuito proprio in questi giorni, più altri materiali necessari per ospitare intere famiglie.

Inoltre, anche grazie ad un’associazione di Roma che si chiama “La civiltà dell’amore”, portiamo avanti un progetto diretto ad aiutare famiglie in stato di bisogno. I destinatari sono papà in paesi poveri che abbiano un lavoro ma che non permetta loro di mantenere la propria famiglia. Requisito fondamentale è appunto che i destinatari abbiano già un lavoro e non siano quindi mantenuti da soli benefici esterni.

Ovviamente benediciamo e ringraziamo tutti quelli che hanno permesso la realizzazione di tutto questo, ogni singola offerta raggiunge un destinatario bisognoso che non ha altra possibilità se non quella di affidarsi alla Provvidenza che si concretizza nei gesti generosi di molti, italiani e non.

Vi auguro ogni bene e mendico ancora le vostre preghiere!

Pace e Bene

Federico

Situazione in Sud Sudan

SudSudanIl 9 luglio 2016 il più giovane Stato del mondo, il Sud Sudan, compiva 5 anni: nel 2011, infatti, si staccò dal Sudan dopo anni di tensioni e violenti scontri. Un’indipendenza minacciata in questi anni, quasi senza sosta, da una cruenta guerra civile per gli scontri tra il Presidente Salva Kiir e l’ex vice Presidente Riek Macher, che ha causato oltre 50 mila morti e 2 milioni di sfollati.

Qualche mese fa venne stilato un accordo di pace, l’ultimo di una serie che purtroppo non è bastata a far tacere le armi: proprio nelle ultime settimane, infatti, si sono riaccesi gli scontri tra le fazioni/etnie con le conseguenti, insensate, violenze sulla popolazione inerme.

Una delle zone più colpite è ovviamente la capitale, Juba, dove era presente una Comunità missionaria di Frati Minori, tra cui p. Marco Freddi della nostra Provincia Serafica di San Francesco d’Assisi.

Le testimonianze, attinte personalmente da p. Marco nei giorni scorsi, ci hanno Freddi_bimbodato la possibilità di sentire quasi la paura della gente del posto che, per ripararsi, cercava rifugio in chiesa nella speranza che fosse più sicura delle loro capanne. Ma i nostri frati, che pure accoglievano quanti chiedevano asilo, sapevano che il luogo sacro e l’abito che indossano non erano sufficienti per fermare la violenza che si andava sempre più concretizzando attraverso l’odio, la fame, l’impossibilità di curarsi…

Questa situazione, in via di progressivo e inesorabile peggioramento, ha condotto i nostri fratelli a prendere la dolorosa ma necessaria decisione di lasciare almeno temporaneamente il Paese, per far ritorno alle Nazioni di provenienza.

P. Marco, in particolare, è rientrato in Italia due giorni fa, il 19 luglio 2016.

Questa situazione, naturalmente, ha causato l’immediata sospensione dei nostri Progetti.

Chiediamo a tutti coloro che ci leggono, fratelli in Cristo e persone di buona volontà, di pregare perché il fratello non continui ad uccidere il fratello, e perché possano tacere le armi per far parlare la fraternità che, in quanto uomini, ci accomuna.

L’articolo, con alcune modifiche dovute alla rapida evoluzione degli avvenimenti, è tratto da alcune pagine del sito ufficiale dei Frati Minori dell’Umbria:

Guerra civile in Sud Sudan

Imploriamo misericordia e pace per Nizza e Juba

Morte e vita… visitate e benedette da Dio

morteSe penso alla Pasqua, alla notte di Pasqua dove il fuoco santo “consuma” la cenere che è stata “imposta” su di noi 40 giorni prima, penso a Dio ed a come Lui possa dare vita dove davvero non c’è vita…

Cosa c’è di più “morto” della cenere, impalpabile, senza sapore, senza calore, basta un leggero soffio di vento per disperderla e non essere più ritrovata, eppure Dio può ritrasformarla in un FUOCO NUOVO.

Nulla di già visto, qualcosa di nuovo.

A noi che spesso viviamo di “cocci spezzati”, alla ricerca continua e a volte compulsiva di risistemare “le cose” alla meno peggio, Dio invece ci dice che vuole fare “cose nuove” e nuove tutte le cose!

Qui in Sud Sudan, i cocci sono davvero spezzati, e si tenta e ritenta di incollarli, ma senza alcun successo, perché un nuovo coccio si spezza e si ricomincia da capo. Un “da capo” che è pesantissimo e che impantana come le strade (?!?!) qui durante la stagione delle piogge, un pantano così forte che la Jeep a quattro ruote motrici si ritrova letteralmente incollata al suolo, e se ti avvicini, per tentare di fare qualcosa, questo pantano blocca pure te, e sei condannato a rimanere li, impantanato anche tu… solo una fune, qualcosa che per salvarti sceglie un’ “altra strada”, “il cielo”, può liberarti e liberare…

Ecco la mia pasqua quest’anno, in un paese totalmente “impantanato”, il Sud Sudan, un paese dove gli aiuti arrivano e ne arrivano tanti… e “si impantanano” anche loro, divorati dal fango dell’avidità del potere e del disinteresse assoluto verso chi soffre… da “bambini” viziati e prepotenti piene di stellette che sanno dire solo “mio, tutto mio…”, dove tutto ciò che è tuo… deve diventare mio e lo diventa! “Bambini” che non vedono persone, ma cose da avere… per accumulare…

Un paese impantanato che aspetta una salvezza nuova, attraverso una via nuova, un paese abituato a guardare in basso e incapace di guardare in alto…

Eppure la Salvezza viene donata, anzi la salvezza è già lì, in attesa di essere conosciuta e presa come quella fune…

Una cara amica mi chiedeva tempo fa come potessi credere nonostante la tanta sofferenza che vedo, come potessi vedere Dio lì…

La risposta a questa domanda che io nemmeno mi ero fatto, me l’ha data un pomeriggio al campo rifugiati una donna Nuer: il genio femminile non ha tribù 😉 ed è capace di vedere attraverso, e oltre, di intuire.

Ma cos’è il campo rifugiati per me?

Camminare fra le tende al campo (noi siamo gli unici bianchi che camminiamo fra le tende) per me è sempre un’esperienza di vita… nonostante la morte che si vede e in alcune tende si sente anche nell’odore acre e stantio della malattia…

Quando si cammina in mezzo a quelle “tende infuocate” dal sole, in quel campo senza alberi, senza ombra, senza riparo, senza respiro… si sentono le grida dei bambini che avvisano “i grandi” della mia presenza, perché un “kawaii” (un bianco) come dicono i Nuer, viene sempre annunciato e non passa inosservato.

Bambini che qualche mese fa quando mi vedevano passare tra loro gridavano… “kawaii… kawaii…” ora in tanti gridano… “abuna ( padre)… abuna” e alcuni… “abuna Marco… Abuna Marco…” bambini che ora mi riconoscono… e anche adulti… adulti che si presentano dicendoti “tu non mi conosci io so chi sei”!

Bambini che mi corrono dietro, addosso… per salutarmi dandomi la mano destra, e poi dopo li vedi guardarsi e toccarsi la mano per vedere se toccando la mano di un kawaii gli è rimasto “attaccato qualcosa” e poi vederli ritornare… ritoccarti, sorridere… e rimane… una folla che mi segue, mentre i catechisti tentano invano di allontanarli, perché “i bambini sono bambini” e devono stare lontano dagli adulti, non possono “disturbare” gli adulti… quanto mi ricorda la fatica inutile dei discepoli di proteggere chi non vuole farsi proteggere…

Se questa è la “folla che mi segue” poi dentro le tende che visito… cala il silenzio, i toni spesso sono mesti, gli odori sono forti, il caldo toglie il respiro…

Dentro quelle tende dove accadono i miracoli perchè Dio tocca la loro carne attraverso le mani di un sacerdote… al di là delle guarigioni visibili o no. Perché dove l’uomo viene toccato con amore… sempre viene guarito, perché viene visitato… e amato, non lasciato solo nel suo dolore…

Come ha fatto Gesù nel suo tragitto verso il calvario, un tragitto vissuto in comunione con chi è condannato, non per sua scelta, a vivere “il calvario”, una vicinanza estrema, fino alla condivisione anche della morte più cruenta e denigrante… la croce, chiamata a diventare… l’amore eterno presente di Dio dovunque!

Camminando, passando in mezzo alle tende, salutando, benedicendo… una donna mi ha visto… mi ha aspettato e mi ha detto: “Ho letto nella bibbia che Gesù passava e benediceva tutti ed è quello che tu stai facendo… per me sei come Gesù, ti devo parlare…”

Dov’è Gesù in mezzo al dolore, alla morte?

Gesù è li nell’uomo che passa accanto facendo le cose che faceva Gesù, non solo in me, non solo in un sacerdote, ma in ogni uomo.

Penso che la domanda da fare è non tanto dove è Gesù nel dolore, nella sofferenza, ma: dove sono “io”, dove è l’uomo e che cosa fa l’uomo nel dolore e nella sofferenza sua o altrui? Cammina, tocca chi è nel dolore? Si lascia visitare e toccare quando soffre?

Oppure invece che camminare scappa? Invece che farsi visitare chiude la porta?

Ancora una volta la Pasqua si “avvicina” al Natale… “Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo… Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome” (Gv 1,9-12)

A noi la scelta di accoglierLo nella nostra vita, a noi la scelta nella nostra morte di lasciarci vedere, guardare e toccare da Lui, per ricevere la vita nuova della Pasqua, ed essere abitati dalla Sua Pasqua per essere sua presenza nel mondo facendo ciò che Lui ha fatto, passare benedicendo tutti…

Vivendo una benedizione che compromette, che “sporca” un po’, come la corda lanciata nel fango per liberare chi è impantanato nella morte, una corda che parla di cielo… una corda che si sporca per amare e per liberare.

Chi ama necessariamente si compromette e si “sporca”, un fango che viene impastato della luce della presenza e dalla misericordia di Dio e che genera nuove creature, uomini e donne nuove capaci da lasciarsi guardare e visitare da Dio per guardare con i Suoi occhi e toccare con le Sue mani i Suoi figli nostri fratelli e sorelle.

Una santa Pasqua dove la morte visitata, vista e toccata dalla misericordiosa presenza di Dio diventa vita NUOVA!!

Abuna Marco

vita

PS: In queste due foto la morte e la vita sono state visitate… perché se è vero che la morte viene visitata e toccata dalla presenza di Dio, è anche vero che la vita per “rimanere in vita” deve essere nutrita dal dono della gratitudine, che rende attuale e viva la presenza di Dio.

Una foto credo sia abbastanza eloquente e non servono commenti, nell’altra invece ci sono io insieme ad Elizabeth e alla piccola Marie Clare. Questa è la foto della gratitudine per essere state visitate. Marie Clare è la prima bambina alla quale ho dato il nome, così si usa fra i Nuer, è una bambina che ho visitato e benedetto lo scorso anno quando era appena nata, la mamma Elizabeth qualche settimana fa era malata, ma ora, come si vede nella foto è guarita. Una foto che a me dice la bellezza di un incontro “casuale” che lega, perché Marie Clare, nel suo nome, porterà sempre con sé, nel suo nome, il ricordo di un incontro di cui non ha memoria ma che è accaduto…

Ritorno in Sud Sudan

IMG-20160222-WA0003Silenzio dichiarato nel primo post 😉

Un po’ mi conosco, inizio, ma poi mi perdo un po’ per strada…

Inoltre i mesi scorsi sono stati mesi impegnativi, sono stato in Italia per alcuni problemi familiari grazie a Dio risolti.

Desideravo, dopo tanto tempo aggiornarvi un po’ e dirvi qualcosa della nostra missione e presenza a Juba in Sud Sudan.

Tenterò di dirvi qualcosa di noi, anche se non è per niente semplice.

Di primo acchito direi che qui facciamo tutto, ma può sembrare una affermazione esagerata, allora diciamo che facciamo di tutto un po’… alcune cose del “po’ ” che facciamo se continuate a leggere… lo scoprirete… ma è solo un po’… molto è ancora nascosto… e “incomprensibile” anche per me che sono qui!!!

Ogni giorno se ne scopre una nuova!!!

Come lo facciamo? Bene? Magari!!! Diciamo “work in progress”.

Ma chi siamo?

Questa la so!!!! Siamo una fraternità di cinque frati minori, per ora l’unica presenza francescana maschile in tutto il Sud Sudan “siamo noi” anche se i primi frati minori sono arrivati qui in Sud Sudan nel 1862 e per tanti motivi poi la missione è stata chiusa, sicuramente la vita non era per nulla facile… (se qualche “storico”, non ha idee per la tesi… e volesse approfondire questo argomento ci farebbe un piacere immenso… visto che non ci sono studi in merito almeno che noi sappiamo).

Ritorniamo al “chi siamo”… fra Jesus messicano di nascita e americano di adozione… fra Mario maltese di nascita e Australiano di adozione, fra Masseo slovacco, fra Federico romagnolo di nascita e romano di adozione, e io romagnolo di nascita e umbro di adozione…

Una fraternità mista e ben mixata… quasi da barzelletta… c’è un americano, un australiano… un… e si inzia a ridere.

frati JubaLe cose buone sono tante, si lavora, si prega parecchio e sappiamo che non ci capiamo sempre. Quest’ultima cosa aiuta tanto in fraternità, non si dà per scontato che l’altro abbia capito quello che l’altro voleva dire, ovviamente questo crea anche “difficoltà superabili”, a volte desidero fortemente essere capito al volo, o parlare senza pensare troppo al: “ho detto davvero quello che volevo dire?”

Come quando leggo il vangelo nella lingua locale ancora mi chiedo : “sto leggendo lo stesso vangelo del quale ho preparato l’omelia?”

Perché potrei leggere anche la lista della spesa, pensando che sia il Vangelo, io non me ne accorgerei e i parrocchiani non batterebbero ciglio, perché il rispetto è tanto e per queste cose direi forse troppo, nessun feedback.

Ma tutti noi sappiamo anche quanto sia difficile vivere con persone delle quali capisci la lingua, capisci tutte le parole, ma non capisci che cosa vuole dire davvero, o puoi non sentirti capito o capita.

Noi abbiamo la grazia “pesante” che sappiamo che l’altro non ci capisce, quindi in teoria dovrebbero cadere tutte le pretese, in teoria ho detto, ma la realtà è che continuiamo con “work in progress”.

Ma qui non si parla mai di difficoltà, solo di “challenges”, di sfide.

Cosa facciamo?

Dichiaro subito che farò solo qualche accenno e aggiungerò altro nei prossimi blog… se mi ricordo 😉

Abbiamo una parrocchia, di quanti abitanti? Chi lo sa? Non esiste anagrafe e tanto meno archivi parrocchiali, questo significa che qui tante persone per lo stato “non esistono”, così, semplicemente, non esistono, anche se esistono visto che io le vedo e gli parlo!!!! I documenti di identità, tipo la carta di identità costano tanto e la gente li chiede solo se sono necessari per potere lavorare negli uffici pubblici. Quindi vi lascio pensare altre cose che non esistono come l’assistenza sanitaria, ecc…

Qualcuno potrà pensare: “quindi non si pagano le tasse!”

Esatto è un paese dove non si pagano le tasse, ma, se ti ferma la polizia, devi pagare “un offerta”, visto che non viene pagata, o se vai all’ospedale, devi pagare tutto, tutto significa tutto, l’ingresso all’ospedale, i cerotti, la visita, ecc…

A volte l’unico documento è il certificato di battesimo. Un foglio consegnato da un testimone, che è spesso un fratello più grande. Una volta ci è capitato il fratello più grande di un anno (?!?!?!?) che ha giurato di ricordarsi il battesimo della sorella che aveva ricevuto appena nata, oppure una dichiarazione a voce nella quale dice che la mamma ha detto che è stato battezzato il tal giorno, nel tal posto, ma non sa l’anno.

Spesso infatti alla domanda: “quanti anni hai?” La risposta è un altra domanda: “tu quanti me ne dai?”

Perché realmente non lo sanno. La scuola inizia quando hai i soldi per pagarla, per esempio, e ci possono essere ventenni in classe con bambini di 7 anni.

Per i certificati di battesimo un po’ è colpa dei catechisti… e un po’ anche dei sacerdoti, mi ci metto anche io perché qualche mese fa andando a visitare i malati all’ospedale e facendo l’unzione degli infermi ho trovato diversi bambini malati e non battezzati e che quindi non potevano ricevere l’unzione degli infermi perché non battezzati. Come abbiamo risolto questo problema? Ho ascoltato i parrocchiani, vedendoli per la prima volta in vita mia sicuri e organizzati, “che nome date al vostro bambino?” “Come si chiamano i genitori?” “C’è qualcuno che può fare da padrino qui?” (e si offrivano i nostri parrocchiani che non avrebbero mai più visto quella persona… ma per battezzare serviva ed erano orgogliosi di essere padrini o madrine) e poi… “c’è un po’ d’acqua?” Per fortuna avevo una bottiglietta con me, e… “Mary io ti battezzo nel nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo”, battesimo fatto!!!! Battesimi fatti… 18 battezzati.

Ecco non si deve fare così, ma l’ho fatto…

Ritorniamo al che cosa facciamo!!!

La nostra parrocchia “Holy Trinity Parish” conta 8 outstations (più quatto cappelle all’interno del campo UN per la protezione dei civili di Juba, 38000 persone che vivono in situazioni non umane, che sono lì perché altrimenti sarebbe state uccise durante lo scoppio della guerra civile del dicembre 2013).

Grazie a diversi benefattori e anche al Segretariato per le missioni dei frati di Umbria e Sardegna siamo riusciti a costruire alcune cappelle (non dappertutto ancora), nelle quali le comunità cristiane si possono riunire in preghiera al riparo del sole e della pioggia.

L’ outstation più lontana dista 75 km dalla parrocchia. Nella stagione secca, quando non piove, ci vogliono “solo” tre ore con la jeep per raggiungerla (strada dissestata!!!!) , oppure come mi è successo durante la stagione delle piogge semplicemente sono ritornato indietro perché sulla strada ci sono pozze così profonde che oltre alle quatto ruote motrici della jeep sarebbe servita forse anche un’elica dietro tipo airboat… ma la nostra jeep non è full optional.

L’opzione deltaplano non è stata accolta… sarebbe un ottimo bersaglio per fare esercitare i bambini e non solo col tiro con l’arco e altro…

Diciamo che la nostra è una pastorale degli inizi, la presenza della chiesa è giovanissima, ha poco più di un centinaio di anni, inoltre anni di guerra hanno annientato il paese e le persone.

Una chiesa giovane povera di tanto, davvero , ma potenzialmente ricca…

Per ora è una pastorale all’arrembaggio… come avete intuito da qualche accenno… che ho fatto.

Ma piena di “challenge” di sfide, così qui si chiamano i problemi, sfide.. e questo cambio di parola, forse aiuta : “quanti problemi hai? Nessuno… ho solo centinaia di sfide!!!” Proviamo a vedere se ci viene più voglia di superare i nostri problemi\sfide!!!!

 

Si corre sulle urgenze, che sono urgenze davvero, un paese pieno di ONG (Organizzazioni Non Governative), che secondo alcuni hanno distrutto il paese rendendolo del tutto dipendente, per altri invece le ONG lo hanno salvato. La verità non la conosce nessuno, ma si sa e si vede che il paese, il Sud Sudan, soffre e la gente soffre. Basta digitare su Google “sud sudan” e vedere che cosa esce!

Parrocchiani che muoiono per “malattia”, cioè di fame e per la debolezza poi muoiono di malaria o altro. Parrocchiani che non possono andare all’ospedale da soli, perché troppo lontano, perché non ci sono medicine, perché non ci sono soldi, perché manca competenza. Quando vediamo che la situazione è davvero molto grave allora portiamo noi direttamente la persona all’ospedale a nostro rischio, perché se accadesse qualcosa lungo il viaggio la colpa potrebbe essere attribuita a noi.

Malati che poi vanno seguiti e visitati tutti i giorni per verificare (in ospedale!!!!) se hanno preso le medicine che noi abbiamo comprato e a volte siamo costretti a chiedere all’infermiera : “perché non gli hai dato le medicine?”,  sentendoci rispondere che le medicine sono nella borsa sotto il letto, e tu ti chiedi e le chiedi: “ma non ti ho chiesto dove sono”… eppure questa è la risposta… a volte… Uomini e donne che soffrono senza piangere… e mi chiedo fino a quando potranno reggere?

Oppure durante una visita ai malati al campo ONU, puoi scoprire una giovane donna di 39 anni, Marta, con un cancro al seno in stato avanzato,vedere che se viene toccata la ferita sanguina, vedere il suo dolore, cercare di portarla all’ospedale del campo ONU e sentirsi dire dal dottore : “qui in sud Sudan non c’è chemioterapia!”.

Io all’inizio avevo pensato di avere capito male, che forse il dottore volesse dire che qui in città a Juba, che è la capitale fra l’altro, non ci fosse un ospedale dove era possibile fare la chemioterapia, e invece accorgersi che il medico si riferiva a tutto il Sud Sudan!

In tutto il Sud Sudan, non c’è possibilità di cura per chi è malato di tumore.

Marta è la zia di quella ragazza con in piedi impastati nel fango che ho condiviso nel post della scorsa Pasqua, quella a sinistra è la capanna di Marta. Marta è morta la scorsa estate. Battezzata, comunicata, e con il conforto di Dio e dei suoi cari.

Pasqua 2015 JubaFacciamo anche molto altro c’è chi insegna all’università, gruppi giovani in parrocchia, predicazione, visita ai carcerati, registrazioni per la radio diocesana… ecc…

 

Che cosa faccio io?

Vi dico solo alcune cose…

Personalmente Dio mi sta benedicendo e preparando strade belle.

Io sono incaricato in particolare per il PoC (Protection of Civilians) il campo di 38000 persone (ovviamente non tutti cristiani cattolici) che accennavo all’inizio, per ora ho iniziato visitando i malati, benedicendo, amministrando il sacramento dell’unzione degli infermi e insegnando a pregare attraverso l’adorazione eucaristica, chiedendo doni di guarigione, emotiva in particolare, visto che tutti hanno traumi legati alla guerra, gente abitata da rabbia, vendetta, risentimenti, paure, paura anche di toccare un palloncino perché il suo scoppio potrebbe ricordare gli spari che hanno sentito…

E la gioia di vedere che la preghiera “funziona”, la testimonianze belle di persone che dicono che prima della preghiera avevano paura a causa di quello che avevano visto, e dopo “qualcosa è cambiato”… senza “effetti speciali” ti dicono… “ora sento che non sono più arrabbiata… ” Dio benedice!

E per me una nuova strada bella che si sta aprendo specie in questo anno giubilare della misericordia, è quella di essere il cappellano di un gruppo di preghiera della divina misericordia, stiamo organizzando ritiri e Dio li ha benedetti, e abbiamo diverse idee per il futuro, e per il presente… vi aggiornerò

 

Ps: Purtroppo la mia connessione non mi permette di inserire più di una foto, per chi può si possono vedere altre foto sul mio profilo FB, il modo più veloce ed economico in termini di MB

freddimarco.blogspot.com

Sud Sudan

SudSudanA Juba, capitale del Sud Sudan, i frati hanno posto una pietra miliare nella loro missione con la benedizione e l’apertura ufficiale del loro nuovo convento. Situato sulla proprietà della chiesa, all’interno del complesso della chiesa parrocchiale, la costruzione è iniziata ai primi di febbraio di quest’anno e ha proceduto senza grossi problemi.

Il 26 ottobre 2015, i frati sono stati raggiunti dai parrocchiani della parrocchia di Holy Trinity (Santa Trinità), da diversi religiosi locali e dal vescovo Santo Laku Pio, Vescovo ausiliare dell’Arcidiocesi di Juba, che ha presieduto il rito di benedizione. Durante il suo intervento ha parlato di questa nuova casa come segno di uno sviluppo significativo della presenza dei frati in Sud Sudan, riferendosi ad essa come un luogo dove lo spirito francescano può offrire alla gente locale un luogo di accoglienza e di apertura verso gli altri. Riuniti sotto l’icona della beata vergine Maria, una parte dell’affresco della chiesa della Porziuncola, tutti i presenti hanno pregato affinché sia un luogo dove anche gli angeli di Dio si sentano a casa e possano offrire la loro protezione a quanti vi risiedono.

Dopo la preghiera e l’omelia, il Vescovo Santo, accompagnato dai frati, è entrato nella casa e ha camminato intorno alla parte esterna, benedicendola con l’acqua santa.

Quindi, il gruppo si è recato presso la chiesa parrocchiale dove è stata celebrata l’Eucaristia per la Giornata della Gioventù della parrocchia che ha adottato il beato Contardo Ferrini come patrono. Al termine, nel nuovo convento sono stati ospitati per il pranzo i numerosi visitatori, offrendo loro un programma di intrattenimento nel pomeriggio.

Il nuovo convento dispone di otto camere da letto e sarà in grado di ospitare non solo la Fraternità esistente, ma anche di accogliere i visitatori e un numero limitato di candidati, perché possano condividere la vita con i frati per il discernimento della loro vocazione alla vita francescana.

L’edificio comprende anche un ufficio parrocchiale e una grande sala che può essere utilizzata come aula di scuola e come stanza d’incontro per i parrocchiani.

Tratto dal sito dell’Ordine dei Frati Minori

 

Puoi seguire la missione dei nostri fratelli sui loro blog:

fr. Marco Freddi

fr. Federico Gandolfi (in inglese e in italiano)

SUD SUDAN – Nuovo appello dei leader cristiani per far cessare “la guerra insensata”

Juba (Agenzia Fides del 10/06/2015) – “Fermate subito questa guerra insensata e soccorrete le popolazioni colpite, prima di pensare alla spartizione di posti di potere”. È il nuovo pressante appello del South Sudan Council of Churches (SSCC), l’organismo del quale fanno parte le Chiese cristiane del Sud Sudan, dal dicembre 2013 in preda ad una feroce guerra civile che ha provocato decine di migliaia di morti e più di un milione di sfollati.
L’appello è stato lanciato da Kigali, capitale del Rwanda, dove 25 leader e rappresentanti dell’SSCC si sono incontrati dal 1° al 7 giugno. Nella loro dichiarazione finale, i partecipanti hanno reiterato il loro impegno per “ottenere la pace e la riconciliazione per la nostra amata nazione”.
I leader cristiani sud sudanesi hanno inoltre affermato di essersi ispirati “dallo spirito di amore e di perdono che abbiamo riscontrato nei nostri fratelli e sorelle in Rwanda” dopo i gravissimi crimini del 1994.
Le Chiese sud-sudanesi hanno inoltre organizzato due giornate di preghiera e di digiuno per la pace: una si è tenuta ieri, 9 giugno, l’altra è in programma il 9 luglio.

Una “Pasqua incarnata”…mente corpo e…cuore

Un viaggio lungo… ma se riguardo indietro forse nemmeno tanto lungo, ma che cosa fa lungo il viaggio? Non solamente il tempo, a volte ci sono attimi che sembrano eterni, e durano cronometricamente un batter
di ciglia, ma si scrivono e si incidono in modo indelebile dentro di noi, tanto da non potere mai essere dimenticati, magari rimangono coperti solo da un po’ di polvere o cenere, che il Vento può da un momento all’altro spazzare via.
Ma finchè questo Vento non ci visita la cenere rimane e copre, nasconde… e tiene al caldo nella attesa piena di speranza di riprendere fuoco.
Il biglietto per il mio arrivo a Juba, come ogni biglietto aereo aveva una data di partenza, un orario di partenza, dei consigli… presentarsi almeno due ore prima per il check-in, una “gate”, un numero di volo, un check-in, uno scalo… un terminal di arrivo… e un costo… ma non aveva calcolato che il cuore… ha altri biglietti… altri orari, altre “gates”, altri check-in da fare… altri terminals… altri costi, altri orari di arrivo, a volte anticipa, a volte ritarda, e a volte non
arriva… Il mio biglietto diceva che sarei arrivato a Juba il 13 gennaio 2015 alle 11, 15 am terminal 1 (l’unico mi sembra di ricordare).
Sono arrivato il 13 gennaio, il mio corpo è arrivato puntuale, la mia mente sorvolava Juba e il Sud Sudan da mesi, anzi da anni, aspettando che i frati arrivassero anche li.
La mia mente come google Earth aveva già visitato Juba ma per poi riprendere subito il volo, girovagando un po’qua e là, il mio cuore invece non era ancora partito, credevo di averlo imbarcato con me, ma arrivato qui mi sono accorto che non c’era, era rimasto a terra, mi sa che non aveva ancora i “documenti in regola”. Per fortuna Qualcuno lo
ha imbarcato, ed è arrivato giovedì 2 aprile, almeno mi sembra, e per puro dono di Dio in un giorno speciale,
Giovedì santo, giorno tanto bello per noi sacerdoti, e per tutti spero, giorno nel quale riceviamo il dono dell’Eucarestia, il dono dell’amore di Dio che in Gesù si abbassa e ci lava e ci bacia i piedi chiedendo il permesso per amarci… e ci da la possibilità di amare come Lui, che mistero…
“Scusa ti posso amare?” Dio che chiede un permesso così “assurdo”… chi di noi non vorrebbe sentirsi amato, ma poi scopriamo quando sia difficile accogliere un amore così libero e che rende liberi, difficile da accogliere perché l’amore compromette, compromette sempre, anche quando lo riceviamo.
Non possiamo essere indifferenti ad un gesto d’amore, non s può, un giorno porterà comunque frutto.
Possiamo dire anche noi come Pietro di no a Gesù: “no, non farlo, TU non mi laverai mai i piedi, no mai, non a me!!”
Perché nell’amore c’è sempre un TU davanti a noi, un tu che diventa spesso un “tutti” e quindi “un nessuno”, “nessuno mi laverà mai i piedi, nessuno si prenderà cura di me…” e chissà dietro queste parole, quanta “pretesa di intelligenza”, “non ho bisogno, ce la faccio, … ma tu che vuoi… chi sei tu per toccarmi i piedi…ma che ne sai della mia
vita… non ne sono degno, non me lo merito” e chissà quanti altri “pensieri pazzi” ci abitano per dire di no a Dio… al suo amore silenzioso, silenzioso come il Suo mettersi in ginocchio e lavare i piedi, silenzio che viene rotto solo dal suono sommesso del bacio di chi ha paura di fare rumore e di svegliare la persona che ama, ma che non può trattenere.
Un gesto che non lascia indifferenti e anche i cuori più induriti (più delicati e feriti) si sciolgono davanti a qualcuno che chiede il permesso, si abbassa indifeso, lava i piedi, li asciuga e li bacia.
Giovedì giorno nel quale la Chiesa ricorda anche l’istituzione del sacerdozio… essere altri Gesù che dicono le Sue parole, che fanno i suoi gesti, che offrono la propria vita come ha fatto Lui, che amano “come” Lui ha amato i suoi figli e figlie… un cuore chiamato ad allargarsi, alla “misura del cuore Gesù”.
Un cuore che allargandosi, si allarga , si allarga… si allarga fino a “squarciarsi” come il velo del tempio durante la morte di Gesù sulla croce.
L’amore di Dio non può più essere nascosto, deve essere visto, visto anche con gli occhi del corpo come il cuore di Gesù sulla croce, un cuore squarciato che restituisce ancora tutto, sangue ed acqua, amore vita, tutto quello che aveva ricevuto dal Padre lo ridona a noi, a tutti, sia che siamo vicini sia che siamo lontani, questo non importa…
L’amore di Dio non guarda queste nostre distanze, “spreca”, rompe il vasetto come Maria a Betania, e dove non arriva l’unzione, arriva il profumo dell’unzione… per chiamarci… in modo più delicato ancora della parola… ed entrare in noi… perché non possiamo non respirare, noi possiamo essere lontani… ma non possiamo mai impedire a Lui di farsi vicino.
L’amore “sprecato”, dato con generosità, diventa dono per tutti, ringraziamento al Padre per il Suo amore e la Sua fedeltà e diventa dono per tutti, diventa Eucaristia.
La bellezza di quel giovedì santo e la preghiera di tante persone hanno aperto il cuore di Dio per farmi questo dono preparato e atteso anche da Lui e il mio cuore è “atterrato” a Juba, ora sta facendo i controlli 😉 .
Un regalo atteso anche da Dio… perché è così, attende anche chi fa il regalo, quanta preparazione e cura ci mettiamo quando noi facciamo un regalo a qualcuno che amiamo e quante domande: “gli piacerà, che faccia farà, che penserà…”, sarà così anche per Dio? Io penso di si, i regali vanno preparati anche quando li fa Dio 😉 .
Finalmente il mio cuore è atterrato giovedì santo poi il Triduo santo lo ho vissuto nella gioia, contemplando il coraggio amante di chi mi ama nel dolore, un amore che fa attraversare il dolore, che non lo sorvola, che non fa lo slalom, ma lo attraversa, ci passa in mezzo, con gli occhi fissi su chi ama, il Padre e noi-me e te, un amore che
si fida della fedeltà amorosa del Padre, il desiderio di mostrare il Suo amore per i suoi figli, per noi, senza sconti, fino alla fine.
Giovedì santo, venerdì santo, sabato santo, tre giorni o un giorno solo, dove siamo stati chiamati a contemplare, a stare, per accogliere un dono, IL DONO, la morte è vinta dalla fedeltà del Padre e dal Suo amore, una vita che non muore più, non per le nostre forze, non siamo noi che “ci risorgiamo”, noi “siamo stati risorti” da questo amore
fedele ed eterno.
Una Pasqua che non finisce più, perché non dipende da noi… è dono dell’amore di Dio, una Pasqua che la riceviamo in dono tutte le volte che ci fidiamo con amore, che attraversiamo le nostre tenebre, che viviamo la nostra vita credendo che Dio davvero è fedele, che Dio davvero non si dimentica di noi, che davvero “anche se una madre si
dimenticasse di suo figlio, LUI non si dimenticherò mai di lui, di noi,di me e di te”… e allora sarà sempre Lui che ci farà risorgere.
A noi che tante volte facciamo lo slalom per “non morire” e che dopo tanta fatica ci troviamo stanchi, tristi e senza vita, Dio ci chiede di vivere da risorti, di vivere nella fiducia amorosa che Dio è Padre e si prende cura davvero di noi, consegnarci a Lui, amare Lui e i fratelli, e Lui ci farà risorgere, ci farà vivere da risorti, e non ci farà mancare il Suo sostegno lungo il cammino, la sua misericordia.
Arrivato e atterrato finalmente a Juba, mente corpo e cuore, ora si apre il cammino per vivere da risorti dove sono e, per ognuno di noi dove siamo, impastati dalla realtà, con lo sguardo fisso a Lui.
Vi condivido queste tre foto, che a me ricordano la mia Pasqua qui a Juba, e che cosa è per me la Pasqua perché non deve essere un bel ricordo… ma un cammino nuovo che si apre, un nuovo modo di vivere.
Queste foto mi sono care, non solo come ricordo di questa mia prima Pasqua in Sud Sudan, ma come “memoriale” della Pasqua, una foto in particolare mi ha aperto il cuore ed è entrata in me, è una foto che ho scattato i giorni scorsi al campo profughi dopo un breve acquazzone, questa ragazza è per me il volto dell’ “incarnazione della “Pasqua”, perché la Pasqua deve essere incarnata in una morte se no non è una vera Pasqua, questi piedi sporchi di fango… impastati con la realtà e questo sorriso che apre alla bellezza lì dove si trova, una “vera” Pasqua… piedi che verranno lavati sempre dalla misericordia di Dio e dal Suo amore fedele.

Una Santà Pasqua a tutti un po’ in ritardo… ma la Pasqua… continua… e già guarda alla Pentecoste… quasi per paura di “perdere la Pasqua”…

Fra Marco

SUD SUDAN – “Fermate subito la guerra. Se i nostri capi non sono in grado di raggiungere un accordo, occorre imporlo” affermano i leader cristiani

Juba (Agenzia Fides dell’1/4/2015) – “Fermate subito questa guerra insensata che sta portando immani sofferenze alle popolazioni sud-sudanesi” affermano i leader cristiani del Sud Sudan in un messaggio pubblicato al termine della riunione del South Sudan Council of Churches (SSCC) sul fallimento dei colloqui di pace di Addis Abeba.
“Se i nostri leader politici non sono in grado di raggiungere un accordo da soli, allora devono essere persuasi ad accettare una soluzione che le parti neutrali e gli amici del Sud Sudan, e soprattutto i cittadini del Sud Sudan, ritengono ragionevole” afferma il messaggio pervenuto a Fides.
Dopo aver elogiato gli sforzi fatti dai diversi mediatori internazionali per mettere fine al conflitto civile esploso nel dicembre 2013, i leader delle Chiese cristiane ribadiscono “che non c’è una giustificazione morale per i continui combattimenti e uccisioni”. “Nella guerra del 1955-72 e in quella del 1983-2005 si è combattuto per la liberazione, ma per cosa si combatte ora? È inaccettabile negoziare per posti di potere (…), mentre la popolazione uccide e rimane uccisa. I combattimenti devono fermarsi. Le parti hanno già firmato diversi accordi di cessate il fuoco e li hanno ignorati; ripetiamo che li devono rispettare senza ulteriori ritardi” conclude il messaggio.

SUD SUDAN – “L’inesperienza e la corruzione, più che il tribalismo, sono la causa della guerra civile” dice il Vescovo di Wau

Juba (news riportata da Agenzia Fides) – “Parlare di conflitti etnici è troppo semplicistico e offensivo per gente che come me proviene da quell’area. Spesso i conflitti africani sono ridotti a scontri tra clan e tribù. Non è così semplice” afferma Mons. Rudolf Deng Majak, Vescovo di Wau, nel Sud Sudan in un’intervista sul conflitto in corso nel suo Paese tra le due fazioni del partito di governo.
Mons. Majak afferma che il conflitto deriva piuttosto dall’inesperienza della leadership, perché questa “è qualcosa che si impara” con l’esperienza e dai propri errori. Il Vescovo di Wau sottolinea inoltre che “le comunità sud-sudanesi non hanno mai avuto l’opportunità di vivere insieme come nazione. È vero abbiamo sofferto insieme, ma non abbiamo approfondito la nostra formazione come nazione. Ci vuole tempo, sia a livello di leadership che di popolo”.
In effetti, nota il Vescovo, “per la prima volta nella sua storia, il popolo del Sud Sudan ha un proprio Parlamento, un governo sovrano e un proprio esercito. E occorre tempo perché queste grandi responsabilità maturino, permettendo lo sviluppo di una comunità pacifica, stabile e prospera”.
Mons. Majak ricorda infine che il conflitto civile, esploso nel dicembre 2013, deriva anche dalla corruzione, in parte alimentata dalla povertà, perché “la gente stava sollevandosi dalle ceneri e dalla polvere della distruzione della guerra civile (quella per l’indipendenza da Khartoum, ndr.)”. Per questo motivo il Vescovo di Wau ritiene che le sanzioni economiche che l’ONU vuole imporre ai responsabili della guerra civile siano inutili, perché le persone prese di mira “continueranno ad accumulare ricchezze a modo loro”, mentre ad essere colpite saranno le popolazioni innocenti.

SUD SUDAN – Con la guerra aumenteranno le sofferenze della popolazione; la Chiesa sta facendo sforzi enormi

Juba (Agenzia Fides dell’ 11/03/2015) – “Purtroppo sembra prevalere l’opzione militare, e le sofferenze della popolazione continueranno” dicono dal Sud Sudan fonti locali, che per motivi di sicurezza hanno chiesto l’anonimato, all’indomani del fallimento dei colloqui di Addis Abeba (Etiopia).
“Non è un mistero per nessuno che buona parte del bilancio dello Stato è destinata a finanziare lo sforzo bellico, sia per pagare i militari e le milizie ad essi associati, sia per comprare nuove armi che continuano a giungere nel Paese nonostante l’embargo decretato dall’ONU, a meno che non giungano dall’esterno nuovi aiuti ai ribelli, questi appaiono destinati alla sconfitta, anche se in alcune aree a forte prevalenza Nuer (l’etnia di Machar), potrebbero continuare per un certo tempo le azioni di guerriglia”.
Le nostre fonti sottolineano inoltre un’altra realtà: “visto che buona parte del bilancio statale è destinato alla guerra, rimane ben poco per soccorrere la popolazione che soffre dal dicembre 2013 a causa del conflitto. Milioni di persone sopravvivono grazie agli aiuti internazionali, in particolare grazie alle derrate alimentari fornite dal Programma Alimentare Mondiale. La Chiesa cattolica sta facendo sforzi enormi per far pervenire aiuti ai villaggi dispersi negli Stati più colpiti dalla guerra”.
“A meno di un forte intervento esterno per costringere le due parti a tornare al tavolo negoziale, sembra probabile una ripresa della guerra su vasta scala. Ma anche se una delle due parti dovesse prevalere militarmente sull’altra, il conflitto lascerà ferite profonde nel Paese soprattutto perché sta avendo una forte caratterizzazione etnica” concludono le fonti.