IL BENE CONDIVISO GENERA VITA

Un appuntamento particolare per i bambini del secondo anno di catechismo della Parrocchia di San Michele Arcangelo di Bastia Umbra (PG)..
Divertendosi a decorare delle matite hanno potuto sperimentare la carità come gioia del dono.
Infatti, con il ricavato della vendita dei loro manufatti, contribuiranno a sostenere i costi delle tasse di iscrizione a scuola di 19 bambini e 1 suora in Sud Sudan per il progetto missionario “Aiutaci ad aiutare” dei frati minori di Assisi.
In questo paese del centr’Africa, lo studio non è un diritto e spesso nemmeno una possibilità, ma è sicuramente una via privilegiata è importante per la promozione umana e sociale.
Particolarmente coinvolgente è stata la testimonianza di P. Marco Freddi che, proprio in quelle zone, ha vissuto la sua esperienza missionaria.
Per 20 minuti e in maniera semplice i bambini sono stati catapultati in una realtà molto diversa da quella che conoscono, difficile anche da accettare, ma che gli ha dato la possibilità di farsi prossimi e consapevoli della possibilità che loro avevano per aiutare concretamente quei loro coetanei.
La vendita avverrà domenica 12 maggio all’uscita della celebrazione Eucaristica presso la parrocchia di san Michele Arcangelo a Bastia Umbra… se vedete questi bambini, con le loro matite, fermatevi….perché il tanto “poco” fa molto e il bene condiviso genera vita, sempre.

Grazie


http://www.missioniassisi.it/aiutaci

Urgente: aiutaci a Studiare!

Peter, Christine, Viola, Mabele, Ludovico, Charles, Nyolina, Samuel, Rashel,  Jennifer , Lily, Gabriel, Pasquale, Ronald, Samuel, Christopher, Peter, Daniel, Moses…Sr Sarah.

Con il progetto “Aiutaci a studiare” desideriamo  aiutare nello studio 19 bambini e una Suora aiutandoli a sostenere i costi delle tasse scolastiche per questo anno scolastico.

In Sud Sudan, lo studio non è un diritto e spesso nemmeno una possibilità, i nostri frati in Sud Sudan, fra le tante attività di sostegno per la popolazione locale, hanno individuato nell’aiuto agli studi una via privilegiata e importante per la promozione umana e sociale, pertanto ci hanno chiesto un aiuto economico per potere pagare le tasse scolastiche e permettere così a questi bambini di frequentare la scuola.

Oltre a questi bambini e bambine, abbiamo deciso anche di aiutare Suor Sarah, una suora Sud Sudanese molta attiva nella pastorale e molto vicina ai frati, la quale ha collaborato con noi per il sostegno e l’aiuto di alcune ragazze universitarie e delle scuole secondarie. Attualmente Suor Sarah è stata inviata in Kenya per conseguire il dottorato e successivamente insegnare presso l’Università Cattolica di Juba in Sud Sudan.

Vi chiediamo un aiuto urgente, una urgenza che è nata dal mancato sostegno di una associazione che aveva promesso di aiutare questi bambini, ma che recentemente ha comunicato l’impossibilità ad essere fedele all’impegno preso, pertanto è importante pagare al più presto le tasse scolastiche per evitare che i bambini perdano l’anno scolastico in corso, basta poco, una piccola donazione può essere molto importante per loro. Tanto “poco” fa molto, il bene condiviso genera vita, sempre.

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Da Matelica un “soldino” per il Sud Sudan

Mercoledì 5 dicembre nella nostra scuola primaria di Matelica, Mario Lodi, è venuto p. Marco Freddi per raccontare la sua esperienza in Sud Sudan. Noi maestre abbiamo pensato di chiamarlo per far raccontare ai nostri alunni da un testimone diretto uno dei peggiori conflitti ad oggi ancora in corso nel mondo. In particolare, essendo una scuola primaria, volevamo conoscere le condizioni dei bimbi e della scuola durante la guerra, per poi trovare un modo per poter dare un piccolo aiuto.

Dunque mercoledì circa trecento ragazzini di seconda, terza, quarta e quinta primaria sono entrati nell’aula magna del nostro IC “E. Mattei” per ascoltare questo frate venuto da Assisi. P. Marco ci ha fatto vedere dove si trova il Sud Sudan. Ci ha mostrato molte foto e video di persone che, pur in condizioni di vita disperate, sono sempre sorridenti. Infine, la scuola. Ma si può chiamare così?! In realtà è una specie di capanna che funge anche da luogo di culto, dove gli scolari per scrivere usano un vecchio frigorifero in disuso, come fosse una lavagna. Non ci sono il pavimento e nemmeno i banchi, la lavagna e tante altre cose che per noi sono importanti per studiare in modo sereno. Verso la fine del suo intervento, Marco mostra un video di una giraffa che gli si avvicina e gli accarezza una mano. Come a dire… ecco questa è l’Africa! Non solo guerre, non solo povertà ma una natura che ti sorprende per i suoi colori e per la sua prossimità. Una vitalità prorompente e un popolo che vuole rialzarsi anche a partire dal diritto dei suoi figli all’istruzione. Poi i bambini cominciano ad assalire il nostro frate con mille domande: ma come fanno ad avere le armi se sono poveri? Dov’è la mamma della piccola giraffa? Dove dormono i bimbi dell’orfanotrofio se non ci sono i letti? E molte altre ancora.

A questo punto, una maestra tira fuori un salvadanaio e lancia una proposta: vogliamo, proprio in occasione del Natale, provare a fare una piccola rinuncia per donare un soldino solidale a questi vostri coetanei dall’altra parte del mondo? I bimbi sorridono e annuiscono. Subito si alza Margherita, 7 anni, si avvicina al salvadanaio e mette il primo soldino.

Tornati a casa i ragazzini hanno raccontato tutto ai genitori che immediatamente si sono organizzati per dotare ogni plesso scolastico del suo salvadanaio. In questi giorni il tam tam si sta diffondendo e speriamo che ognuno aderisca per come può. Abbiamo capito con Marco che, al di là del risultato atteso, la cosa stupefacente è che ora molte persone a Matelica stanno pensando al Sud Sudan. E nei processi di pace è proprio questo che più conta: il dialogo, l’interesse, il pensiero, la consapevolezza dell’altro.

Quindi cercheremo di conoscere ancora, informarci, chiedere, avere notizie per suscitare attenzione su chi è dimenticato dai più. Grazie padre Marco per averci avvicinato a chi sembrava lontano da noi!

L.B.

Alcuni disegni dei bambini di Matelica

                       

                                                        

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In Sud Sudan Studiare si può… progetto sostegno studentesse

Nella mia esperienza missionaria in Sud Sudan, ho collaborato per diversi progetti con Suor Sarah, una suora Sud Sudanese, docente universitaria e impegnata in molte attività diocesane e parrocchiali. La scorsa estate mi ha chiesto un aiuto per pagare le tasse scolastiche e il trasporto per alcune studentesse, 10 studentesse della scuola secondaria e 16 studentesse universitarie.

 

Suor Sarah così mi scrive “… vorrei dire che l’istruzione è la chiave per una vita di successo quando educate una persona educate la nazione. Viviamo in un paese che ha molte sfide come è stata la guerra che ha contribuito a creare una situazione difficile per cui le ragazze sono le vittime di questo stato, molte studentesse hanno dovuto abbandonare la scuola,senza però avere la possibilità di un lavoro, alcune sono orfane e alcune sono interessati a studiare ma non possono a causa dei problemi finanziari. Pertanto abbiamo pensato di cercare di aiutare le ragazze che hanno mostrato interesse nello studio e che le loro famiglie non sono in grado di sostenere. Questa è la mia richiesta, se possibile, per favore, sostenere queste ragazze nello studio. Dio ti ricompenserà.”

Un rapporto Unicef riporta che il 68 % dei giovani fra i 15 e 24 anni non sa leggere e scrivere e questa percentuale è purtroppo maggiore per quanto riguarda le donne. Anche per questo motivo, come ufficio missionario, abbiamo deciso di sostenere questo progetto con l’aiuto dei benefattori che vorranno contribuire e come dice suor Sarah, Dio ci ricompenserà. Fra Marco Freddi

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Un segno di speranza per Digala

Un segno di speranza!

Grazie all’aiuto di diversi benefattori nel 2013 i frati missionari in Sud Sudan hanno potuto contribuire nella costruzione della prima cappella di “Digala” che poi è stata migliorata anche grazie all’intervento di altri benefattori che hanno costruito un pozzo e comprato un generatore per l’elettricità.

cappella di Digala costruita grazie al contributo dei benefattori

interno della cappella di Digala

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La cappella è stato un dono prezioso per la popolazione cristiana che prima della presenza dei frati erano costretti a radunarsi per la preghiera sotto un albero.

 

​la Comunità cristiana di Digala radunata sotto l’albero prima della costruzione della cappella

La cappella è subito diventata un luogo di preghiera e di aggregazione che ha consentito alla comunità cristiana di crescere e radunarsi per trovare anche sostegno e forza nella difficile situazione politica ed economica del paese.

Purtroppo nel 2015, a seguito della guerra civile che ha devastato la zona di Digala molti sono stati costretti a fuggire nella foresta e pertanto molte cose sono state depredate, e anche la cappella ora necessita di lavori importanti di ristrutturazione.

Al momento la comunità cristiana è tornata a Digala e si sta già impegnando generosamente per la ricostruzione della cappella, ma i frati del Sud Sudan, come la popolazione, al momento non hanno i mezzi economici per potere realizzare questo progetto e chiedono il nostro aiuto.

 

Il Sud Sudan rimane al momento una nazione poverissima e sempre in una situazione molto instabile anche se i giorni scorsi è stato firmato un accordo di pace, e la costruzione della cappella diventa ed è segno importante per ricostruire un tessuto sociale ferito, un “luogo benedetto” di rinascita e di speranza, di incontro e riconciliazione…

Aiutaci ad aiutare: Progetto Digala 2018 

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Aiutaci ad aiutare!

“La vita si rafforza donandola e si indebolisce nell’isolamento e nell’agio” Papa Francesco, Evangelium Gaudium, 10.

Abbiamo questo dono prezioso, la vita, che continuamente deve sbocciare, crescere nel bene e nella bellezza, tanti di noi hanno già fatto l’esperienza che “donando si riceve”, donando, conoscendo, uscendo dalla nostra “comfort zone” la vita ha un respiro più grande, più bello!

Tanti missionari, religiosi e laici hanno fatto questa esperienza, lasciare la “propria terra”, le proprie certezze e sicurezze per avventurarsi fidandosi della chiamata di Dio ad andare in ogni periferia per amare come Gesù ha amato.

Una chiamata che Dio ha benedetto da sempre manifestandosi concretamente grazie all’aiuto di tanti, tutto è stato ed è prezioso, e tanto bene è stato fatto anche grazie alla generosità di tanti e in tanti modi, come la preghiera, la vicinanza amicale che i missionari hanno sempre sentito e ogni tipo di aiuto economico.

Noi come frati continuiamo a ricordarvi a Dio perchè continui a benedirvi e a mostrarsi come vostro Padre, grati per quello che avete già fatto o farete.

Il nostro segretariato in questo momento è in contatto con diversi missionari e proporremo diversi progetti di sostegno per le comunità che serviamo o di cui conosciamo le necessità.

Grazie del vostro aiuto e il Signore vi ricompensi con ogni benedizione.

                                  

PER AIUTARCI:

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Novità e ringraziamenti dal Sud-Sudan

SudSudanCiao a tutti.

Come ricorderete, i progetti aperti in Sud Sudan erano stati forzatamente sospesi con il peggiorare della guerra civile e il rientro in Umbria del nostro p. Marco, il 19 luglio.

Grazie a Dio, però, l’evolversi della situazione aveva permesso, il 1° settembre, il rientro a Juba di due frati – tra cui Federico Gandolfi, della Provincia ofm laziale – che hanno potuto riprendere, pur tra mille difficoltà, l’attività pastorale e caritativa.

Le vostre offerte già accantonate (e precedentemente “congelate”) vengono quindi ora utilizzate dai frati secondo le nuove e mutevoli esigenze che, di volta in volta, si presentano.

Ecco, in proposito, una recente testimonianza di fra Federico (vedi anche il suo blog):

Carissimi
pace e ogni bene.

Prima di tutto grazie per l’aiuto a sostegno delle missioni e soprattutto per noi qui in Sud Sudan, il più giovane paese Africano e vittima di decenni di guerre, prima contro il Sudan e poi rovinato da una guerra civile che fa fatica a smettere.

Come frati viviamo nel tessuto locale, ci immergiamo nelle loro vite fatte di tantissime fatiche ma anche di relazioni belle che sono quella flebile speranza per un futuro migliore.

Nel dicembre del 2013 era scoppiata una prima guerra civile che aveva visto coinvolte le due tribù più numerose e fino ad oggi il processo di pace stenta a procedere. Questo provoca una massiccia presenza di esercito in diverse aree del paese così come una forte presenza di gruppi armati definiti ribelli. Ovviamente chi più ci rimette sono i civili, costretti, spesso, ad abbandonare la loro terra. E questo è proprio uno dei casi in cui, come frati minori, abbiamo deciso di intervenire.

Degli otto villaggi fuori Juba dove prestavamo servizio, solo uno è rimasto, al momento. Negli altri sette villaggi le comunità hanno deciso di lasciare casa, terra e spesso anche qualche animale necessario per il sostentamento, e venire a Juba oppure provare un viaggio più rischioso verso Paesi confinanti.

Grazie alla generosità di molti benefattori siamo stati in grado di aiutare, e continuiamo a farlo, la comunità di Kulipapa che, lasciando il villaggio, è ora a Juba. La prima notte abbiamo ospitato più di 100 persone nella nostra chiesa e la mattina abbiamo offerto the e pane per tutti; poi chi da una parte chi dall’altra ha trovato una sistemazione ma si trova ora nell’impossibilità di provvedere al proprio sostentamento. Con le vostre offerte abbiamo comprato cibo in abbondanza che è distribuito proprio in questi giorni, più altri materiali necessari per ospitare intere famiglie.

Inoltre, anche grazie ad un’associazione di Roma che si chiama “La civiltà dell’amore”, portiamo avanti un progetto diretto ad aiutare famiglie in stato di bisogno. I destinatari sono papà in paesi poveri che abbiano un lavoro ma che non permetta loro di mantenere la propria famiglia. Requisito fondamentale è appunto che i destinatari abbiano già un lavoro e non siano quindi mantenuti da soli benefici esterni.

Ovviamente benediciamo e ringraziamo tutti quelli che hanno permesso la realizzazione di tutto questo, ogni singola offerta raggiunge un destinatario bisognoso che non ha altra possibilità se non quella di affidarsi alla Provvidenza che si concretizza nei gesti generosi di molti, italiani e non.

Vi auguro ogni bene e mendico ancora le vostre preghiere!

Pace e Bene

Federico

Situazione in Sud Sudan

SudSudanIl 9 luglio 2016 il più giovane Stato del mondo, il Sud Sudan, compiva 5 anni: nel 2011, infatti, si staccò dal Sudan dopo anni di tensioni e violenti scontri. Un’indipendenza minacciata in questi anni, quasi senza sosta, da una cruenta guerra civile per gli scontri tra il Presidente Salva Kiir e l’ex vice Presidente Riek Macher, che ha causato oltre 50 mila morti e 2 milioni di sfollati.

Qualche mese fa venne stilato un accordo di pace, l’ultimo di una serie che purtroppo non è bastata a far tacere le armi: proprio nelle ultime settimane, infatti, si sono riaccesi gli scontri tra le fazioni/etnie con le conseguenti, insensate, violenze sulla popolazione inerme.

Una delle zone più colpite è ovviamente la capitale, Juba, dove era presente una Comunità missionaria di Frati Minori, tra cui p. Marco Freddi della nostra Provincia Serafica di San Francesco d’Assisi.

Le testimonianze, attinte personalmente da p. Marco nei giorni scorsi, ci hanno Freddi_bimbodato la possibilità di sentire quasi la paura della gente del posto che, per ripararsi, cercava rifugio in chiesa nella speranza che fosse più sicura delle loro capanne. Ma i nostri frati, che pure accoglievano quanti chiedevano asilo, sapevano che il luogo sacro e l’abito che indossano non erano sufficienti per fermare la violenza che si andava sempre più concretizzando attraverso l’odio, la fame, l’impossibilità di curarsi…

Questa situazione, in via di progressivo e inesorabile peggioramento, ha condotto i nostri fratelli a prendere la dolorosa ma necessaria decisione di lasciare almeno temporaneamente il Paese, per far ritorno alle Nazioni di provenienza.

P. Marco, in particolare, è rientrato in Italia due giorni fa, il 19 luglio 2016.

Questa situazione, naturalmente, ha causato l’immediata sospensione dei nostri Progetti.

Chiediamo a tutti coloro che ci leggono, fratelli in Cristo e persone di buona volontà, di pregare perché il fratello non continui ad uccidere il fratello, e perché possano tacere le armi per far parlare la fraternità che, in quanto uomini, ci accomuna.

L’articolo, con alcune modifiche dovute alla rapida evoluzione degli avvenimenti, è tratto da alcune pagine del sito ufficiale dei Frati Minori dell’Umbria:

Guerra civile in Sud Sudan

Imploriamo misericordia e pace per Nizza e Juba

Morte e vita… visitate e benedette da Dio

morteSe penso alla Pasqua, alla notte di Pasqua dove il fuoco santo “consuma” la cenere che è stata “imposta” su di noi 40 giorni prima, penso a Dio ed a come Lui possa dare vita dove davvero non c’è vita…

Cosa c’è di più “morto” della cenere, impalpabile, senza sapore, senza calore, basta un leggero soffio di vento per disperderla e non essere più ritrovata, eppure Dio può ritrasformarla in un FUOCO NUOVO.

Nulla di già visto, qualcosa di nuovo.

A noi che spesso viviamo di “cocci spezzati”, alla ricerca continua e a volte compulsiva di risistemare “le cose” alla meno peggio, Dio invece ci dice che vuole fare “cose nuove” e nuove tutte le cose!

Qui in Sud Sudan, i cocci sono davvero spezzati, e si tenta e ritenta di incollarli, ma senza alcun successo, perché un nuovo coccio si spezza e si ricomincia da capo. Un “da capo” che è pesantissimo e che impantana come le strade (?!?!) qui durante la stagione delle piogge, un pantano così forte che la Jeep a quattro ruote motrici si ritrova letteralmente incollata al suolo, e se ti avvicini, per tentare di fare qualcosa, questo pantano blocca pure te, e sei condannato a rimanere li, impantanato anche tu… solo una fune, qualcosa che per salvarti sceglie un’ “altra strada”, “il cielo”, può liberarti e liberare…

Ecco la mia pasqua quest’anno, in un paese totalmente “impantanato”, il Sud Sudan, un paese dove gli aiuti arrivano e ne arrivano tanti… e “si impantanano” anche loro, divorati dal fango dell’avidità del potere e del disinteresse assoluto verso chi soffre… da “bambini” viziati e prepotenti piene di stellette che sanno dire solo “mio, tutto mio…”, dove tutto ciò che è tuo… deve diventare mio e lo diventa! “Bambini” che non vedono persone, ma cose da avere… per accumulare…

Un paese impantanato che aspetta una salvezza nuova, attraverso una via nuova, un paese abituato a guardare in basso e incapace di guardare in alto…

Eppure la Salvezza viene donata, anzi la salvezza è già lì, in attesa di essere conosciuta e presa come quella fune…

Una cara amica mi chiedeva tempo fa come potessi credere nonostante la tanta sofferenza che vedo, come potessi vedere Dio lì…

La risposta a questa domanda che io nemmeno mi ero fatto, me l’ha data un pomeriggio al campo rifugiati una donna Nuer: il genio femminile non ha tribù 😉 ed è capace di vedere attraverso, e oltre, di intuire.

Ma cos’è il campo rifugiati per me?

Camminare fra le tende al campo (noi siamo gli unici bianchi che camminiamo fra le tende) per me è sempre un’esperienza di vita… nonostante la morte che si vede e in alcune tende si sente anche nell’odore acre e stantio della malattia…

Quando si cammina in mezzo a quelle “tende infuocate” dal sole, in quel campo senza alberi, senza ombra, senza riparo, senza respiro… si sentono le grida dei bambini che avvisano “i grandi” della mia presenza, perché un “kawaii” (un bianco) come dicono i Nuer, viene sempre annunciato e non passa inosservato.

Bambini che qualche mese fa quando mi vedevano passare tra loro gridavano… “kawaii… kawaii…” ora in tanti gridano… “abuna ( padre)… abuna” e alcuni… “abuna Marco… Abuna Marco…” bambini che ora mi riconoscono… e anche adulti… adulti che si presentano dicendoti “tu non mi conosci io so chi sei”!

Bambini che mi corrono dietro, addosso… per salutarmi dandomi la mano destra, e poi dopo li vedi guardarsi e toccarsi la mano per vedere se toccando la mano di un kawaii gli è rimasto “attaccato qualcosa” e poi vederli ritornare… ritoccarti, sorridere… e rimane… una folla che mi segue, mentre i catechisti tentano invano di allontanarli, perché “i bambini sono bambini” e devono stare lontano dagli adulti, non possono “disturbare” gli adulti… quanto mi ricorda la fatica inutile dei discepoli di proteggere chi non vuole farsi proteggere…

Se questa è la “folla che mi segue” poi dentro le tende che visito… cala il silenzio, i toni spesso sono mesti, gli odori sono forti, il caldo toglie il respiro…

Dentro quelle tende dove accadono i miracoli perchè Dio tocca la loro carne attraverso le mani di un sacerdote… al di là delle guarigioni visibili o no. Perché dove l’uomo viene toccato con amore… sempre viene guarito, perché viene visitato… e amato, non lasciato solo nel suo dolore…

Come ha fatto Gesù nel suo tragitto verso il calvario, un tragitto vissuto in comunione con chi è condannato, non per sua scelta, a vivere “il calvario”, una vicinanza estrema, fino alla condivisione anche della morte più cruenta e denigrante… la croce, chiamata a diventare… l’amore eterno presente di Dio dovunque!

Camminando, passando in mezzo alle tende, salutando, benedicendo… una donna mi ha visto… mi ha aspettato e mi ha detto: “Ho letto nella bibbia che Gesù passava e benediceva tutti ed è quello che tu stai facendo… per me sei come Gesù, ti devo parlare…”

Dov’è Gesù in mezzo al dolore, alla morte?

Gesù è li nell’uomo che passa accanto facendo le cose che faceva Gesù, non solo in me, non solo in un sacerdote, ma in ogni uomo.

Penso che la domanda da fare è non tanto dove è Gesù nel dolore, nella sofferenza, ma: dove sono “io”, dove è l’uomo e che cosa fa l’uomo nel dolore e nella sofferenza sua o altrui? Cammina, tocca chi è nel dolore? Si lascia visitare e toccare quando soffre?

Oppure invece che camminare scappa? Invece che farsi visitare chiude la porta?

Ancora una volta la Pasqua si “avvicina” al Natale… “Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo… Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome” (Gv 1,9-12)

A noi la scelta di accoglierLo nella nostra vita, a noi la scelta nella nostra morte di lasciarci vedere, guardare e toccare da Lui, per ricevere la vita nuova della Pasqua, ed essere abitati dalla Sua Pasqua per essere sua presenza nel mondo facendo ciò che Lui ha fatto, passare benedicendo tutti…

Vivendo una benedizione che compromette, che “sporca” un po’, come la corda lanciata nel fango per liberare chi è impantanato nella morte, una corda che parla di cielo… una corda che si sporca per amare e per liberare.

Chi ama necessariamente si compromette e si “sporca”, un fango che viene impastato della luce della presenza e dalla misericordia di Dio e che genera nuove creature, uomini e donne nuove capaci da lasciarsi guardare e visitare da Dio per guardare con i Suoi occhi e toccare con le Sue mani i Suoi figli nostri fratelli e sorelle.

Una santa Pasqua dove la morte visitata, vista e toccata dalla misericordiosa presenza di Dio diventa vita NUOVA!!

Abuna Marco

vita

PS: In queste due foto la morte e la vita sono state visitate… perché se è vero che la morte viene visitata e toccata dalla presenza di Dio, è anche vero che la vita per “rimanere in vita” deve essere nutrita dal dono della gratitudine, che rende attuale e viva la presenza di Dio.

Una foto credo sia abbastanza eloquente e non servono commenti, nell’altra invece ci sono io insieme ad Elizabeth e alla piccola Marie Clare. Questa è la foto della gratitudine per essere state visitate. Marie Clare è la prima bambina alla quale ho dato il nome, così si usa fra i Nuer, è una bambina che ho visitato e benedetto lo scorso anno quando era appena nata, la mamma Elizabeth qualche settimana fa era malata, ma ora, come si vede nella foto è guarita. Una foto che a me dice la bellezza di un incontro “casuale” che lega, perché Marie Clare, nel suo nome, porterà sempre con sé, nel suo nome, il ricordo di un incontro di cui non ha memoria ma che è accaduto…

Ritorno in Sud Sudan

IMG-20160222-WA0003Silenzio dichiarato nel primo post 😉

Un po’ mi conosco, inizio, ma poi mi perdo un po’ per strada…

Inoltre i mesi scorsi sono stati mesi impegnativi, sono stato in Italia per alcuni problemi familiari grazie a Dio risolti.

Desideravo, dopo tanto tempo aggiornarvi un po’ e dirvi qualcosa della nostra missione e presenza a Juba in Sud Sudan.

Tenterò di dirvi qualcosa di noi, anche se non è per niente semplice.

Di primo acchito direi che qui facciamo tutto, ma può sembrare una affermazione esagerata, allora diciamo che facciamo di tutto un po’… alcune cose del “po’ ” che facciamo se continuate a leggere… lo scoprirete… ma è solo un po’… molto è ancora nascosto… e “incomprensibile” anche per me che sono qui!!!

Ogni giorno se ne scopre una nuova!!!

Come lo facciamo? Bene? Magari!!! Diciamo “work in progress”.

Ma chi siamo?

Questa la so!!!! Siamo una fraternità di cinque frati minori, per ora l’unica presenza francescana maschile in tutto il Sud Sudan “siamo noi” anche se i primi frati minori sono arrivati qui in Sud Sudan nel 1862 e per tanti motivi poi la missione è stata chiusa, sicuramente la vita non era per nulla facile… (se qualche “storico”, non ha idee per la tesi… e volesse approfondire questo argomento ci farebbe un piacere immenso… visto che non ci sono studi in merito almeno che noi sappiamo).

Ritorniamo al “chi siamo”… fra Jesus messicano di nascita e americano di adozione… fra Mario maltese di nascita e Australiano di adozione, fra Masseo slovacco, fra Federico romagnolo di nascita e romano di adozione, e io romagnolo di nascita e umbro di adozione…

Una fraternità mista e ben mixata… quasi da barzelletta… c’è un americano, un australiano… un… e si inzia a ridere.

frati JubaLe cose buone sono tante, si lavora, si prega parecchio e sappiamo che non ci capiamo sempre. Quest’ultima cosa aiuta tanto in fraternità, non si dà per scontato che l’altro abbia capito quello che l’altro voleva dire, ovviamente questo crea anche “difficoltà superabili”, a volte desidero fortemente essere capito al volo, o parlare senza pensare troppo al: “ho detto davvero quello che volevo dire?”

Come quando leggo il vangelo nella lingua locale ancora mi chiedo : “sto leggendo lo stesso vangelo del quale ho preparato l’omelia?”

Perché potrei leggere anche la lista della spesa, pensando che sia il Vangelo, io non me ne accorgerei e i parrocchiani non batterebbero ciglio, perché il rispetto è tanto e per queste cose direi forse troppo, nessun feedback.

Ma tutti noi sappiamo anche quanto sia difficile vivere con persone delle quali capisci la lingua, capisci tutte le parole, ma non capisci che cosa vuole dire davvero, o puoi non sentirti capito o capita.

Noi abbiamo la grazia “pesante” che sappiamo che l’altro non ci capisce, quindi in teoria dovrebbero cadere tutte le pretese, in teoria ho detto, ma la realtà è che continuiamo con “work in progress”.

Ma qui non si parla mai di difficoltà, solo di “challenges”, di sfide.

Cosa facciamo?

Dichiaro subito che farò solo qualche accenno e aggiungerò altro nei prossimi blog… se mi ricordo 😉

Abbiamo una parrocchia, di quanti abitanti? Chi lo sa? Non esiste anagrafe e tanto meno archivi parrocchiali, questo significa che qui tante persone per lo stato “non esistono”, così, semplicemente, non esistono, anche se esistono visto che io le vedo e gli parlo!!!! I documenti di identità, tipo la carta di identità costano tanto e la gente li chiede solo se sono necessari per potere lavorare negli uffici pubblici. Quindi vi lascio pensare altre cose che non esistono come l’assistenza sanitaria, ecc…

Qualcuno potrà pensare: “quindi non si pagano le tasse!”

Esatto è un paese dove non si pagano le tasse, ma, se ti ferma la polizia, devi pagare “un offerta”, visto che non viene pagata, o se vai all’ospedale, devi pagare tutto, tutto significa tutto, l’ingresso all’ospedale, i cerotti, la visita, ecc…

A volte l’unico documento è il certificato di battesimo. Un foglio consegnato da un testimone, che è spesso un fratello più grande. Una volta ci è capitato il fratello più grande di un anno (?!?!?!?) che ha giurato di ricordarsi il battesimo della sorella che aveva ricevuto appena nata, oppure una dichiarazione a voce nella quale dice che la mamma ha detto che è stato battezzato il tal giorno, nel tal posto, ma non sa l’anno.

Spesso infatti alla domanda: “quanti anni hai?” La risposta è un altra domanda: “tu quanti me ne dai?”

Perché realmente non lo sanno. La scuola inizia quando hai i soldi per pagarla, per esempio, e ci possono essere ventenni in classe con bambini di 7 anni.

Per i certificati di battesimo un po’ è colpa dei catechisti… e un po’ anche dei sacerdoti, mi ci metto anche io perché qualche mese fa andando a visitare i malati all’ospedale e facendo l’unzione degli infermi ho trovato diversi bambini malati e non battezzati e che quindi non potevano ricevere l’unzione degli infermi perché non battezzati. Come abbiamo risolto questo problema? Ho ascoltato i parrocchiani, vedendoli per la prima volta in vita mia sicuri e organizzati, “che nome date al vostro bambino?” “Come si chiamano i genitori?” “C’è qualcuno che può fare da padrino qui?” (e si offrivano i nostri parrocchiani che non avrebbero mai più visto quella persona… ma per battezzare serviva ed erano orgogliosi di essere padrini o madrine) e poi… “c’è un po’ d’acqua?” Per fortuna avevo una bottiglietta con me, e… “Mary io ti battezzo nel nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo”, battesimo fatto!!!! Battesimi fatti… 18 battezzati.

Ecco non si deve fare così, ma l’ho fatto…

Ritorniamo al che cosa facciamo!!!

La nostra parrocchia “Holy Trinity Parish” conta 8 outstations (più quatto cappelle all’interno del campo UN per la protezione dei civili di Juba, 38000 persone che vivono in situazioni non umane, che sono lì perché altrimenti sarebbe state uccise durante lo scoppio della guerra civile del dicembre 2013).

Grazie a diversi benefattori e anche al Segretariato per le missioni dei frati di Umbria e Sardegna siamo riusciti a costruire alcune cappelle (non dappertutto ancora), nelle quali le comunità cristiane si possono riunire in preghiera al riparo del sole e della pioggia.

L’ outstation più lontana dista 75 km dalla parrocchia. Nella stagione secca, quando non piove, ci vogliono “solo” tre ore con la jeep per raggiungerla (strada dissestata!!!!) , oppure come mi è successo durante la stagione delle piogge semplicemente sono ritornato indietro perché sulla strada ci sono pozze così profonde che oltre alle quatto ruote motrici della jeep sarebbe servita forse anche un’elica dietro tipo airboat… ma la nostra jeep non è full optional.

L’opzione deltaplano non è stata accolta… sarebbe un ottimo bersaglio per fare esercitare i bambini e non solo col tiro con l’arco e altro…

Diciamo che la nostra è una pastorale degli inizi, la presenza della chiesa è giovanissima, ha poco più di un centinaio di anni, inoltre anni di guerra hanno annientato il paese e le persone.

Una chiesa giovane povera di tanto, davvero , ma potenzialmente ricca…

Per ora è una pastorale all’arrembaggio… come avete intuito da qualche accenno… che ho fatto.

Ma piena di “challenge” di sfide, così qui si chiamano i problemi, sfide.. e questo cambio di parola, forse aiuta : “quanti problemi hai? Nessuno… ho solo centinaia di sfide!!!” Proviamo a vedere se ci viene più voglia di superare i nostri problemi\sfide!!!!

 

Si corre sulle urgenze, che sono urgenze davvero, un paese pieno di ONG (Organizzazioni Non Governative), che secondo alcuni hanno distrutto il paese rendendolo del tutto dipendente, per altri invece le ONG lo hanno salvato. La verità non la conosce nessuno, ma si sa e si vede che il paese, il Sud Sudan, soffre e la gente soffre. Basta digitare su Google “sud sudan” e vedere che cosa esce!

Parrocchiani che muoiono per “malattia”, cioè di fame e per la debolezza poi muoiono di malaria o altro. Parrocchiani che non possono andare all’ospedale da soli, perché troppo lontano, perché non ci sono medicine, perché non ci sono soldi, perché manca competenza. Quando vediamo che la situazione è davvero molto grave allora portiamo noi direttamente la persona all’ospedale a nostro rischio, perché se accadesse qualcosa lungo il viaggio la colpa potrebbe essere attribuita a noi.

Malati che poi vanno seguiti e visitati tutti i giorni per verificare (in ospedale!!!!) se hanno preso le medicine che noi abbiamo comprato e a volte siamo costretti a chiedere all’infermiera : “perché non gli hai dato le medicine?”,  sentendoci rispondere che le medicine sono nella borsa sotto il letto, e tu ti chiedi e le chiedi: “ma non ti ho chiesto dove sono”… eppure questa è la risposta… a volte… Uomini e donne che soffrono senza piangere… e mi chiedo fino a quando potranno reggere?

Oppure durante una visita ai malati al campo ONU, puoi scoprire una giovane donna di 39 anni, Marta, con un cancro al seno in stato avanzato,vedere che se viene toccata la ferita sanguina, vedere il suo dolore, cercare di portarla all’ospedale del campo ONU e sentirsi dire dal dottore : “qui in sud Sudan non c’è chemioterapia!”.

Io all’inizio avevo pensato di avere capito male, che forse il dottore volesse dire che qui in città a Juba, che è la capitale fra l’altro, non ci fosse un ospedale dove era possibile fare la chemioterapia, e invece accorgersi che il medico si riferiva a tutto il Sud Sudan!

In tutto il Sud Sudan, non c’è possibilità di cura per chi è malato di tumore.

Marta è la zia di quella ragazza con in piedi impastati nel fango che ho condiviso nel post della scorsa Pasqua, quella a sinistra è la capanna di Marta. Marta è morta la scorsa estate. Battezzata, comunicata, e con il conforto di Dio e dei suoi cari.

Pasqua 2015 JubaFacciamo anche molto altro c’è chi insegna all’università, gruppi giovani in parrocchia, predicazione, visita ai carcerati, registrazioni per la radio diocesana… ecc…

 

Che cosa faccio io?

Vi dico solo alcune cose…

Personalmente Dio mi sta benedicendo e preparando strade belle.

Io sono incaricato in particolare per il PoC (Protection of Civilians) il campo di 38000 persone (ovviamente non tutti cristiani cattolici) che accennavo all’inizio, per ora ho iniziato visitando i malati, benedicendo, amministrando il sacramento dell’unzione degli infermi e insegnando a pregare attraverso l’adorazione eucaristica, chiedendo doni di guarigione, emotiva in particolare, visto che tutti hanno traumi legati alla guerra, gente abitata da rabbia, vendetta, risentimenti, paure, paura anche di toccare un palloncino perché il suo scoppio potrebbe ricordare gli spari che hanno sentito…

E la gioia di vedere che la preghiera “funziona”, la testimonianze belle di persone che dicono che prima della preghiera avevano paura a causa di quello che avevano visto, e dopo “qualcosa è cambiato”… senza “effetti speciali” ti dicono… “ora sento che non sono più arrabbiata… ” Dio benedice!

E per me una nuova strada bella che si sta aprendo specie in questo anno giubilare della misericordia, è quella di essere il cappellano di un gruppo di preghiera della divina misericordia, stiamo organizzando ritiri e Dio li ha benedetti, e abbiamo diverse idee per il futuro, e per il presente… vi aggiornerò

 

Ps: Purtroppo la mia connessione non mi permette di inserire più di una foto, per chi può si possono vedere altre foto sul mio profilo FB, il modo più veloce ed economico in termini di MB

freddimarco.blogspot.com