Solo per amore. Con tutto l’amore! [seconda parte]

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Betlemme, 16 agosto – 1 settembre 2013 [seconda parte]

Samar. Avrà almeno 30 anni, ma è costretta su una carrozzella. Non riesce a tenere fermo il collo, a muoversi, a parlare. Chissà quanto capisce… Soffre di bruxismo, e quando si agita digrigna i denti forte forte, piange e nel piangere emette dei suoni stridenti. Mi faceva pena, non sapevo come comportarmi con lei, mi sentivo totalmente impotente e anche un po’ spaventata. Poi un giorno mi hanno chiesto di cambiarla. Non era “facile” e perché no, anche divertente, come cambiare i piccoli. Per di più, mentre cercavo di cambiarle i pannolini, urlava, e io non sapevo se le facevo male, se ero io con i miei movimenti a infastidirla… L’ho cambiata e poi sono subito uscita dalla sua stanza perché mi sentivo a disagio. Una cosa era cambiare un bambino, un’altra cambiare un adulto. E’ una sensazione strana, ancora faccio fatica ad afferrarla, ma mi vergogno di non aver avuto la forza di starle più accanto.

Anche con Yahia ho familiarizzato praticamente gli ultimi due giorni, in piscina. Yahia è un bimbo molto autistico: apparentemente è tranquillo, solitario. Gioca da solo, ma tutte le sue azioni sono molto ripetitive: sale e scende dalle scalette di gomma, si siede e si dondola avanti e indietro.. spesso ha lo sguardo fisso nel nulla. Stefano dice che è un po’ come un gatto, e ha ragione: viene, prende le coccole, come e quanto vuole,e poi si allontana. Poi d’improvviso inizia a urlare, si butta a terra, piange e graffia. Molti altri bambini della Hogar portano in volto i segni delle unghiate di Yahia, hihi! Ha paura dell’acqua, tanto che in piscina rimaneva sempre seduto sugli scalini, giocando da solo con una pallina. Devo confessare che dopo che il primo giorno mi ero presa una delle sue mitiche unghiate, ero un po’ restia ad avvicinarmi a lui per paura che risuccedesse. Però quel pomeriggio, nel vederlo così isolato in piscina, mi sono riavvicinata.  All’inizio non sapevo bene come fare a farlo entrare in acqua, e ogni volta che provavo a fare un tentativo, urlava e scappava. Allora mi sono seduta vicino a lui e abbiamo iniziato a giocare con una pallina. Pian piano deve avere iniziato a fidarsi di me  e sono riuscita a portarlo in acqua, prima tenendolo in braccio, poi mettendolo a dorso e sorreggendogli sempre la schiena e la testa, poi facendolo appoggiare a una palla galleggiante e alla tavoletta. Alla fine sembrava a suo agio, e per me è stata una bella conquista! Mi manca vederlo salterellare qui e lì per la casa! Mi manca sentire che in piscina si aggrappava a me per paura dell’acqua, perché quell’aggrapparsi significava che si stava fidando di me.

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Diversa è stata invece l’esperienza con le anziane: se i bambini erano un’esplosione di vitalità, negli occhi delle nonnine si poteva leggere la stanchezza di una vita. Alle volte parevano assopite, dimenticate dal mondo e da loro stesse. Non parlavano molto tra di loro; in genere quando arrivavamo c’era silenzio totale. Chi dormicchiava, chi stava lì, con lo sguardo fisso nel nulla. Una sensazione di grande desolazione, di abbandono, di dimenticanza, di tristezza. Dai loro racconti, a tutte mancava la propria famiglia, la propria casa. Alcune avevano perso il marito nella guerra, altre erano state abbandonate dai figli, alcune non avevano più nessuno al mondo.

Arrivavamo e c’era il momento dei saluti. Alcune nonnine ti fermavano, ed avevano tanta voglia di chiacchierare; altre, invece, sorridevano, ma sembravano restie a parlare. Forse la difficoltà della lingua, forse la timidezza, forse il peso di un dolore che gli stava schiacciando l’anima. Anche all’Antonianum, abbiamo vissuto un’esperienza fatta di volti, di storie, e non si può raccontare se non parlando di ognuna di loro, tutte bellissime.

Olga ha l’Alzheimer e qualunque cosa le dicessi/chiedessi, rispondeva sempre la stessa cosa: “Look, when I met Pino CHet he asked me: Who are you, who are you? I’m in Bilain! In Bilain?! Oh, you dance like this and this and this” E ancora: “Look, the Jews is not jolie! It’s not jolie to put the stone for the Jews!”. Poi, quando andavamo via, ogni giorno ti diceva “Merci à votre visite”, e ti salutava come se fosse l’ultima volta, anche se noi il giorno dopo tornavamo. Lo diceva con la malinconia negli occhi.

In realtà, ogni giorno, quando salutavamo prima di andarcene, tutte ripetevano questa stessa domanda: “Ma domani tornate?” E se le dicevamo di sì erano felici, se le dicevamo che magari il giorno successivo andavamo a Gerusalemme, si vedeva che gli scendeva una patina di tristezza sugli occhi. Forse perché quando arrivavamo, portavamo una ventata di allegria, un po’ di attenzione, le fasciavamo chiacchierare, magari ballare (non che fossero danze scatenate, ma era bello vederle muovere: era l’unico modo per farle alzare dalle sedie, la passeggiata proprio non volevano farla!). Non facevamo grandi attività alla Società Antoniana, il nostro modo di essere presenti per le nostre nonnine era molto semplice, cercavamo solo di tenerle un po’ di compagnia, sperando che nelle nostre piccolissime attenzioni loro si sentissero un po’ più amate e un po’ meno sole. Credo che in noi vedessero una delicatezza di cui tanto avevano bisogno, ma a cui ormai non erano più abituate.

Lidia. Dormiva tutto il giorno: si addormentava persino mentre stava in piedi, mentre mangiava. Ogni giorno a pranzo mi sedevo accanto a lei e la imboccavo. Non è che non avesse fame, mangiava come un lupo; è come se non avesse la forza di portarsi la forchetta alla bocca, come se dopo uno o due bocconi si stancasse. Lidia però era contenta quando la aiutavo a mangiare: mi chiamava “Habibti” (Amore mio). Le soffiavo il riso quando era troppo caldo, le sminuzzavo la carne quando i pezzi erano troppo grandi. Mi guardava, mi parlava (anche se non capivo quasi nulla di cosa tentava di dirmi) e non si addormentava nemmeno! Avevamo instaurato questo piccolo rituale in cui i nostri occhi sorridevano. Era un tempo tutto nostro, e devo dire che faceva bene a entrambe. Lidia era un’infermiera, conosceva bene l’inglese; poi l’ Alzheimer, che ha cancellato tutto il suo passato, tranne il ricordo di avere il fratello a Ramallah. Questo amore indelebile per le loro famiglia, nonostante la malattia, nonostante magari la famiglia le abbia abbandonate, è una costante di tutte le nonnine. Tutte ti raccontano dei ricordi dei loro figli, dei loro mariti, dei loro genitori. E anche se le hanno rigettate, continuano a proteggerli. Che tenerezza!

Neli, ad esempio. Era figlia di una famiglia molto ricca, il padre lavorava in America. Aveva un problema di rachitismo, che poi all’improvviso è peggiorato diventando molto grave. La madre è morta durante l’Intifada, il padre non è mai riuscito ad ottenere il permesso per portarla con lui negli Usa. Poi si è ammalato pure lui ed è morto. E Neli è rimasta sola al mondo, senza che nessuno si prendesse cura di lei, allettata. Desidererebbe tanto che le venissero curati i denti (Neli è ancora giovane, avrà una quarantina d’anni, ma è sdentata e le gengive si vede che sono malate), ma in Palestina non esiste un servizio sanitario pubblico e lei non ha i soldi per pagarsi le cure mediche. Non dimenticherò mai i suoi occhi. Scuri e profondi come una lago. Lucidi eppure sorridenti nonostante fosse allettata, nonostante fosse sola, nonostante tutto. Mi chiamava “my sister”, e io ho sentito nel cuore che lei era davvero mia sorella. E in quei suoi occhi, ci ho visto Dio. La prima volta che mi sono chinata sul suo letto, avevo paura di fissarla negli occhi, avevo paura di guardare in quel dolore, non lo so, quasi mi sembrava di profanare un luogo sacro. Invece poi in quegli occhi mi ci sono persa. Più li guardavo e meno me ne volevo staccare. In quegli occhi c’era Dio. Ne sono sicura. E mi parlava, mi trasmetteva amore. In quegli occhi sentivo di non aver bisogno di altro, che la felicità per me era stringere la mano di Neli e sorriderle, semplicemente. Null’altro. Ero a casa. E mi sono ripromessa che anche una volta tornata in Italia mi sarei presa cura di lei. E voglio mantenere la promessa.

Poi c’era Helwa. Aveva perso il marito giovanissima, ucciso dall’IDF a Gerico: lui era comandante delle truppe palestinesi. Veniva da una famiglia benestante, e aveva pagato gli studi a tutti i nipoti, non avendo dei figli suoi. Ma il fratello l’ha lasciata alla Società Antoniana, e lei ne ha sofferto da morire: ha invitato me e Stefano a trasferirci a casa sua, e ci ha pregati di tenerla con noi. Le piaceva molto parlare con Stefano, “Stiv” lo chiamava!

Noa invece è cieca da 20 anni. “I see black, I’m afraid” ripeteva ogni giorno. Deve essere una cosa orrenda non vederci più all’improvviso. Nonostante fossero molti anni che stava alla Società Antoniana, non aveva preso confidenza con il luogo, non sapeva muovercisi autonomamente, nemmeno per raggiungere il bagno. Ce la accompagnavo io. Sembrava terrorizzata da ogni cosa: alle 10 cominciava a chiedermi di portarla alla toilette, ma non subito, alle 11.15, prima del pranzo. E quella per lei era un’ansia, anche una cosa così semplice, così scontata, diventava per lei un pensiero al buio. Non aveva molte amiche, e si sentiva sicura solo quando aveva al suo fianco Olga: le teneva la mano quasi tutto il giorno, come si fa con un bambino. Le piaceva stringere anche la mia mano, e a  me piaceva stringere la sua. Mi chiedeva spesso le stesse cose: se ero sposata, se avevo i genitori, se vivevo vicino a loro, se avevo figli. E quando le dicevo di no, mi rispondeva: “I will pray for you”. E io sapevo che l’avrebbe fatto. La ammiravo, perché nonostante stesse così male, pensava e pregava per me, mi voleva bene, semplicemente perché la mattina le stringevo per qualche minuto la mano e ci scambiavamo quattro chiacchiere. E questa è una delle più grandi dimostrazioni di amore disinteressato che io abbia mai ricevuto. Il penultimo giorno mi ha appoggiato le mani sulla testa e mi ha benedetto. Non ho ben capito le parole pronunciate in palestinese, ma quella benedizione l’ho sentita scendere nel mio cuore e credo di essermi commossa. Signore, che meraviglie compi attraverso i più umili, i più deboli! Che lezione di umiltà e di semplicità mi hanno dato! Quanto mi hanno insegnato, quanto amore mi hanno dato! Con il loro amore saggio e vissuto, maturato in una vita, hanno guarito le mie ferite; mi hanno fatto sentire importante per loro, voluta, scelta, ed è sparito in me quel senso di frustrazione, di invidia, di incapacità che mi stava divorando prima della partenza. Mi sono sentita sorella, mi sono sentita una creatura meravigliosa e privilegiata per aver potuto servire quelle anziane!

Mona invece aveva una cinquantina d’anni, ma era affetta da un Alzheimer precoce. Le piaceva studiare le lingue; aveva un quaderno su cui si annotava tutte le parole che sentiva in inglese e italiano! Era avida di conoscenze, ti cercava a ogni angolo perché le insegnassi una nuova parola. Ogni giorno, prima che ce ne andassimo, ci rincorreva: “Just one more word!” Era soprattutto Stefano che si divertiva e si cimentava a insegnarle l’italiano. Ha anche cercato di spiegarle come si coniugano i verbi J!

Purtroppo Mona non andava d’accordo con Nadia e Ranya, due sorelle, anche loro sulla quarantina, la prima con un tumore al cervello (è stata operata ma temono che si possa ripresentare). Spesso litigavano, Ranya accusava Mona di essere matta, e lei non ci vedeva più, magari le dava degli schiaffetti, così doveva intervenire suor Paola a separarle. Eppure, io sono convinta che anche Ranya dietro quella rabbia, quel voler sempre fare stare zitte tutte, ed essere un po’ comandina (la chiamavano “the director of nothing”) nascondeva solo una grande fragilità, un bisogno di attenzione. Penso che vivere all’Antoniano, avere perso i genitori e vedere la sorella in quelle condizioni, essere ancora giovane ma non potersi costruire una famiglia, sia quanto di peggio possa accadere. A volte si può pensare che sia “cattiva”, ma non si considera che vive in cattività, e che forse è meglio che si sfoghi con qualche litigata piuttosto che rimanga muta, seduta su una poltrona senza muoversi e parlare, a guardare tutta la vita che scorre davanti ai suoi occhi fissi nel nulla.

E lo capisco solo ora, ripensando alle altre anziane, che passavano la maggior parte del tempo sulla stessa sedia come morte, senza vita, forse addirittura senza più voglia di vivere. Alcune lo dicevano proprio, come Mary, che sperava che il buon Dio se la riprendesse “perché ormai era stanca”. E la stessa stanchezza di vivere si avvertiva in quasi tutte. Mi chiedo spesso, ripensandoci: ”È questo l’effetto che fa il dolore?

Tra i volti così cari, c’era pure quello di Madlaine. Ha il Parkinson; la mattina, quando arrivavo, iniziavamo a fare insieme l’elenco dei cibi italiani e palestinesi che più le piacevano! Gli ultimi giorni diceva sempre alle altre: “Adesso prendo l’aereo e torno con loro in Italia: bye bye Palestina!” Anche lei mi chiamava “Habibati”, e l’ultimo giorno le è scesa una lacrimuccia. Lei e Mary erano le due anziane più dolci, a cui forse più mi sono affezionata, che più mi ricordavano le mie nonne.

Mary era la più arzilla di tutte, 102 anni, occhioni azzurri, profondi. Dentro gli si leggeva il sapore di un’intera vita vissuta. Lei amava tantissimo la Madonna, a lei si affidava in ogni momento della giornata. La pregava intensamente, e lei la ascoltava. Mi ha raccontato che molte donne che non riuscivano ad avere figli hanno chiesto le sue preghiere, e alla fine è sempre stata esaudita. Aveva un sistema: pregava intensamente il rosario per una settimana; poi la Vergine le rispondeva. Mi ha promesso che avrebbe pregato anche per me e Stefano. Dopo una settimana, una mattina, appena arrivata, mi ha chiamata e mi ha detto: “La Vergine mi ha detto di dirvi di stare tranquilli, vi donerà un figlio”. Io lo so. So che davvero la Madonna le ha parlato. Grazie Mary, con tutto il cuore. Se avremo una bimba, la chiameremo Maria.

C’era così tanta vita in Mary, così tanta esperienza. Aveva il dono di parlare un linguaggio sublime anche con i suoi silenzi. Sarei rimasta per ore anche in silenzio accanto a lei e mi sarei arricchita più che con un anno di lavoro. L’ultimo giorno mi ha fatto piangere come una fontana. “Allora oggi è l’ultimo giorno?” “… Purtroppo sì”. Silenzio pieno di tutto. Qualche lacrima riga il volto di Mary. Si nasconde gli occhi umidi con la mano. Quanto era delicata. Lei era veramente una bellissima margherita! Poi mi ha guardata e mi ha detto: “Pourquoi vous etes venus?” Quella domanda forse è il punto da cui ripartire adesso. Mi ha regalato un rosario, e intendo pregarlo spesso. Promesso.

Poi c’era Linda. Vederla mi straziava il cuore. Cinquant’ anni, Alzheimer. Se la salutavi, se provavi a toccarla, spesso non reagiva. Bianca in viso. Capiva Linda? Non capiva? Difficile a dirsi. Anche se non capiva, sicuramente sentiva quello che le stava accadendo, ne sono sicura. Si vedeva dai suoi occhi, quelli parlavano più di qualunque parola. Chissà cosa pensava. Un tempo era a capo di una sartoria, e qualcosa del suo lavoro deve essere rimasto dentro di lei, perché ogni volta che ti avvicinavi, ti prendeva la gonna, il saio o quello che le capitava e faceva finta di cucirli, di fare l’orlo… Mary diceva spesso “Ho pietà di lei”, credo che sia esattamente la stessa sensazione che provavo io. Nella sua condizione c’era la nudità della croce. Davanti alla situazione di Linda mi sentivo tanto piccola, tanto fragile. Tanto inadeguata. Tanto impotente. A volte le stringevo la mano, ma sapevo che non era lei ad aver bisogno che gliela stringessi, ero io ad averne bisogno. Toccare la sua mano era come toccare Gesù. Avrei avuto voglia di inginocchiarmi e pregare tenendole stretta la mano, ma non l’ho mai fatto, perché stava in corridoio, in mezzo a tutti, sarebbe stato come spettacolarizzare un momento troppo intimo e privato.

Ma questi sono solo alcuni dei volti che  ci sono venuti in contro nei nostri diciassette giorni a Betlemme, accogliendoci come fratelli e facendoci sentir a casa. Fra Pierpaolo, le suore della Hogar e della Società Antoniana, i frati della Custodia, le sorelle dell’Aida Camp (uno dei campi rifugiati più grandi di tutta la Palestina), ma anche le persone di Betlemme… se ripenso a loro penso di poter solo ringraziare: sono stati un dono incredibile.

Dio toglie e poi ridà, dicevo all’inizio. Davvero se ti affidi al suo Amore, compie in te cose meravigliose. Bisogna svuotarsi completamente per poter accogliere il Signore, per permettergli di ricolmarci con la sua grazia. È questa la certezza con cui sono tornata a Roma al termine della nostra esperienza in terra di missione. Ed è una consapevolezza che mi fa sentire serena come non lo ero da tempo, fiduciosa nel futuro e affidata, protetta dall’abbraccio del Signore. Prima di partire pregavo per avere la capacità di rifugiarmi tra le ferite del costato di Cristo, se mi fossi imbattuta in una situazione dolorosa. Oggi posso dire che il Signore mi ha esaudito, ha risposto con potenza.

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È passato ormai un mese da quando siamo tornati, e le emozioni piano piano iniziano a sedimentarsi. Credo che stia iniziando un periodo di discernimento, perché sia io che Stefano sentiamo che non è un’esperienza che finisce qui, che il Signore ci sta parlando, ci sta chiedendo qualcosa. Dobbiamo solo capire cosa. Il viaggio non è finito, continua, anzi, è appena iniziato.

Vorrei condividere ancora alcune riflessioni. Una persona davvero speciale che abbiamo conosciuto a Betlemme un giorno ci ha detto: “Not human rights, but divine rights”. Credo che sia questo il motivo per cui si parte per la missione. Si parla sempre di diritti umani, ma dove sono i diritti di Dio? Quando si parte per la missione, si parte in qualche modo per affermare quei diritti di Dio, che sono così diversi da quelli della legge… il diritto di Dio di essere amato, di vedere la sua Parola diventare viva, essere ascoltata e poi messa in pratica… solo difendendo i diritti di Dio, si possono davvero proteggere e custodire i diritti degli uomini e renderli liberi. E questo è particolarmente vero in Palestina, dove ebrei, musulmani e cristiani continuano a odiarsi e distruggersi. Si parla spesso del conflitto israelo-palestinese; spesso io per prima ho preso posizione, l’ho giudicato, ho pensato di sapere cosa fosse “giusto”. In questo viaggio, ho capito che viverlo è un’altra cosa, che anche per parlarne ci vuole umiltà, perché prima bisogna sempre provare a guardare dalla parte di chi ne viene coinvolto, passando il confine. Ho scoperto che il vero confine non è il muro che divide Israele e Palestina; ho scoperto che il vero confine da attraversare è imparare a fare propria l’esperienza dell’altro, rispettandola. È nella nostra mente, nella mente di chi abita quella terra il vero confine invalicabile, e solo l’Amore di Dio, solo il Perdono può abbatterlo e rendere libera quella terra e quei Figli.

Infine, ringrazio il Signore per avermi permesso di partire con Stefano, perché è stata un’esperienza che ha rafforzato il nostro amore. L’amore cambia, cresce, diventa sempre più forte. In questa missione ci sono stati tanti momenti in cui ho guardato Stefano giocare con i bimbi e mi sono riinnamorata di lui come se fosse la prima volta, scoprendo nuove sfumature del nostro amore. Non è passato un solo momento senza che avessi la chiara percezione di essere una cosa sola con lui in Cristo. La sera, tornando a casa, sapevo di avere una persona accanto che già aveva capito quello che stavo provando, senza bisogno di parole. Con la consapevolezza di non essere mai sola, di avere una spalla, una persona pronta a sostenermi, a incoraggiarmi, a riscegliermi. Il suo Amore è per me il segno tangibile dell’Amore di Dio, perché solo Lui può guardarti mentre giochi con quei piccoli e amarti così, in quello stare lì, struccata, stanca, debole e fragile. Grazie, Stefano, perché mi fatto sentire bella anche mentre piangevo. Ho avuto almeno due o tre nuovi colpi di fulmine per mio marito in missione, gli ho detto un altro milione di volte il mio “Sì”.

Rammarici? Avremmo potuto fare di più, rimanere di più. Ma quegli amici sono non sono i nostri bambini, non sono i nostri anziani, sono i bambini e gli anziani del Signore. Ci ha fatto il dono di servirli per un po’, non dobbiamo renderli un nostro possesso.

Siamo tornati colmi. Reggendo tra le braccia le ossicine di Ibah, stringendo la mano di Linda, ho abbracciato Gesù, non ho dubbi. È una certezza. Nei loro occhi ho incontrato i miei occhi, mi ci sono vista riflessa. E sono stata guarita. Attraversando il dolore, sono stata guarita. In quel passaggio, ho scoperto la gioia della croce.

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Solo per amore. Con tutto l’amore! [prima parte]

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Betlemme, 16 agosto – 1 settembre 2013 [Prima parte]

Lo abbiamo fatto per amore. Solo per amore. Con tutto l’amore.

Ed eccoci qui, io e mio marito Stefano. Betlemme, la casa del pane, la terra di Gesù. Un respiro profondo. Nel nostro cuore un solo desiderio: lasciare gli ormeggi e prendere il largo.

Nei mesi precedenti la partenza eravamo emozionatissimi, abbiamo cercato di prepararci al meglio studiando la lingua, approfondendo la cultura e la questione del conflitto israelo-palestinese. Ci piaceva immaginare come sarebbe stato là e cosa avrebbe significato ritornare. Ma non avevamo immaginato nemmeno lontanamente quale fosse il progetto di Dio su di noi.

Non posso parlare della nostra missione senza rivivere quanto è accaduto nelle due settimane precedenti la partenza, quando ho scoperto di essere incinta e di aver perso il mio bambino prima ancora di realizzare che viveva in me. Il nostro viaggio fisico per la missione è stato posticipato di dieci giorni nel tempo, ma nello spirito è iniziato nel preciso istante in cui ho scoperto di essere incinta.

«Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto».

Ero un chicco di grano maturo, ma dovevo diventare debole attraversando il dolore per portare frutto. Sono stata svuotata, fisicamente e mentalmente. Con gli occhi fissi verso un orizzonte invisibile fuori di me, o forse nel più profondo del mio cuore. Dio dà, poi toglie… ma ancora torna a dare, ricolmandoti con doni così grandi che tu non avresti nemmeno potuto sperare.

A volte ti viene incontro nel volto di una persona, come è successo a me: appena abbiamo visto il sorriso di fra Pierpaolo all’aeroporto di Tel Aviv, ho lasciato andare quel senso di stanchezza, e la forza della fede mi ha fatto rialzare la testa: “Ok, Signore, ci sto. Sia fatta la tua volontà. Fino in fondo”. Nel cuore avevo la certezza che qualcosa stava già cambiando e il vento stava tornando a soffiare.

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Il nostro servizio in Terra Santa ci ha permesso di entrare in contatto con due differenti realtà: gli anziani della Società Antoniana e i bambini disabili della Hogar.

La Hogar è una casa famiglia che ospita all’incirca quindici bambini disabili tra i cinque e i nove anni. Le loro famiglie li hanno abbandonati subito dopo la nascita, perché per la cultura musulmana un figlio handicappato è un disonore. In alcuni casi non si sa chi siano i genitori naturali, in altri, invece, i bambini mantengono qualche legame con la madre, che va a trovarli di tanto in tanto o li porta a casa per qualche giorno in occasione delle vacanze. Alle volte questi bimbi arrivano da La Creche, l’unico orfanotrofio di tutta la Palestina; ma a differenza dei bambini di La Creche, che a sei anni vengono trasferiti nei villaggi SOS Children, i bambini della Hogar rimarranno a vita in casa famiglia, perché non esistono strutture palestinesi che offrano supporto ai disabili. Non solo, purtroppo in Palestina vige una giurisdizione islamica, che vieta le adozioni. L’unica possibilità per offrire a quei piccoli una famiglia sarebbe l’affidamento, ma essendo la Palestina territorio occupato, ciò è possibile solo all’interno dello stesso territorio, e chiaramente, sia per questioni culturali, che economiche, nessuno prende in affidamento bambini disabili.

E questa è la teoria, fatta di burocrazia, leggi, occupanti e occupatori, di mancanza di diritti e di storie che strappano il cuore. Poi c’è la pratica, in cui scorre la vita vissuta da questi bambini e dalle suore che se ne occupano h 24 con il sorriso: le suore del Verbo Incarnato.

Se oggi mi si chiede di raccontare cosa abbia significato per me vivere la terra di missione con questi bambini, la prima cosa che mi viene in mente sono i loro volti. Ognuno di loro unico e speciale. Ecco perché non potrei raccontare la mia esperienza se non ripercorrendo gli attimi vissuti con ognuno di loro.

La prima volta che abbiamo fatto visita alla casa, sulla strada che dalla Basilica della Natività conduceva alla Hogar, in qualche modo avevo paura che stando con loro avrei sentito il dolore di una ferita ancora in agguato nel profondo della mia anima, nonostante cercassi di nasconderla a me stessa. Per di più, io non avevo alcuna esperienza con i bambini, tanto meno con quelli disabili, e mi sentivo un po’ agitata, impacciata.

Appena arrivati ci hanno affidato Yahia, un bimbo autistico: dovevamo andare con altri bambini e i volontari dell’Unitalsi a prendere un gelato. Appena usciti dalla porta, Yahia si è buttato a terra e ha iniziato a urlare, con lo sguardo fisso nel vuoto. Panico. Cosa dovevo fare? Era colpa mia? D’istinto mi sono accovacciata su di lui per farlo tranquillizzare, e lui ha afferrato la pelle del mio viso e mi ha graffiata. Il cuore mi batteva forte. Avevo il viso rosso come un peperone, mi sentivo inadeguata, non sapevo come fare a calmarlo. Mi sono sentita maldestra e mi sono chiesta se non sarei stata un peso per le suore e i bambini piuttosto che un aiuto.

Il giorno seguente, all’idea di tornare alla Hogar, mi sentivo un po’ spaventata. Quando siamo arrivati non c’erano altri volontari, solo io e Stefano. La suora ci saluta e ci chiede di aiutarci a cambiare i bimbi, che si stavano appena svegliando dal sonnellino pomeridiano. Ok. A me tocca Ibah, una cucciolotta di 8 anni che a causa di una paralisi cerebrale avvenuta durante il parto è paralizzata su una sedia a rotelle, senza riuscire a controllare i muscoli del collo. Ibah non parla, forse nemmeno capisce quando gli parli, ma il suo sorriso è il più bello che io abbia mai visto. Ho sudato per cambiarla: era la prima volta che cambiavo un pannolino, non sapevo nemmeno da che parte cominciare, e per di più avevo paura di farle male, con quel corpicino così esile. Alla fine ce l’ho fatta, un sospiro di sollievo e un fremito di gioia nel cuore. Ed ecco che suor Nur mi chiede di darle la merenda: budino al cioccolato. Ogni cucchiaio lo rigettava, come se non riuscisse a deglutire nulla. E mentre le davo la merenda, mi sentivo osservare da quei grandi occhioni innocenti, mi sentivo scrutare fino nel profondo dell’anima. Avevo paura che si accorgesse che avevo paura, che mi sentivo a disagio, che avrei solo voluto che finisse in un attimo, perché vedere quella piccola bimba in quella situazione mi faceva una grande pena. Non riuscivo a guardarla negli occhi perché avevo paura di soffrire, perché avevo paura che avvertisse che provavo pietà di lei. Non riuscivo a sorriderle davvero, mi sforzavo, ma dentro di me  avrei solo voluto piangere e scappare. Di nuovo, non mi sentivo adeguata. Mi sentivo debole, indifesa di fronte a quel dolore. Poi, verso le 5:00, sono arrivati i volontari dell’Unitalsi e siamo usciti con loro a portare i bambini a fare una passeggiata. Io portavo Ibah. Appena usciti dalla porta della Hogar, ha iniziato a emettere dei piccoli suoni acuti di contentezza e il suo volto si è illuminato, sorridente… Era così felice, e io ho pensato che fosse bellissima. È stata la prima volta in cui ho davvero avuto il coraggio di guardarla negli occhi. Era incredibile, quella piccola creatura sofferente mi trasmetteva una forza e una gioia, un’innocenza e una speranza incredibili. Io ero partita per dare un po’ di amore a lei, e invece la prima a darmelo è stata lei!

Sempre quel giorno ho capito che Stefano, mio marito, il mio compagno di missione e di vita, sarà un padre fantastico:  si è messo a giocare con i lego con Yahia, Alah, Baha e Wissam, i magnifici quattro, le nostre pesti preferite. Sembrava così a suo agio. Era così tenero, protettivo, attento. È stata una sensazione bellissima e ho sentito che lo amavo ancora di più.

Col passare dei giorni le paure sono svanite. Ho iniziato a conoscere quei bambini: avevo più consapevolezza di quali fossero i loro problemi, imparavo a conoscere le loro reazioni, le loro abitudini, i loro caratteri. Ma non era solo questo, credo che stesse agendo in me l’istinto materno per cui, inconsapevolmente, mi rendevo conto di sapere perfettamente di cosa avevano bisogno, come una mamma. Iniziavo ad amarli come una mamma.

Sentivo a pelle cosa sentivano, le emozioni che vivevano, nel divertimento, nel gioco, ma anche nella paura di avvicinarsi a noi e di essere poi abbandonati, nella paura di essere accarezzati e rimanere poi feriti dalla possibile assenza di una carezza domani.

Alah, autistico, scalmanato. Sempre in movimento, cercava in ogni modo di rompere le scatole a tutti, un combina guai. Imitava qualunque cosa facessero gli altri, ma solo le marachelle! Era difficile tenerlo fermo, ma anche prenderlo in braccio, dargli una carezza. Si divincolava subito. All’inizio ho pensato che fosse un po’ “selvatico”, che non gli piacessero le effusioni di tenerezza, e evitavo di provare a dargliele. Quanto mi sbagliavo: non è che non le volesse o non ne avesse bisogno, aveva paura di affezionarsi, e forse era un po’ diffidente. Poi l’ultimo giorno siamo andati a fare una passeggiata, io tenevo per mano Alah e Baha, e Stefano Wissam, come una famiglia. Ci siamo fermati nella guardiola della basilica della Natività ad ascoltare la musica, di cui Baha è un grande appassionato. Sulle note dell’Ave Maria, Alah mi si è appoggiato al seno, io ho iniziato ad accarezzarlo in volto e a massaggiargli il pancino, e lui lasciava che io facessi, abbandonato. All’inizio avevo sbagliato approccio: non potevo dargli una carezza come volontaria, come amica, come adulta o qualunque altra cosa, ma solo come mamma, aprendogli il mio cuore, allagandolo di amore, guardando nei suoi occhi profondi con tutta la profondità dei miei, incontrando nel suo vuoto il mio vuoto. Una mamma che non ha visto nascere il suo bimbo; un bimbo che non ha visto mai la sua mamma. Ci siamo incontrati. Ci siamo toccati. E in quel momento io l’ho sentito come il mio bambino, e lui ha sentito me come la sua mamma. Avrei voluto che non finisse mai. Avrei voluto stringerlo a me per sempre, proteggerlo, riempire la sua vita con così tanto amore da farlo scoppiare di gioia.

Poi c’era Baha, il mio cucciolotto preferito. Ha 5 anni ed è down, ma è dolcissimo e coccoloso. È quello con cui da subito si è creata più empatia: appena mi vedeva entrare, se era già sveglio, mi si buttava con le braccia al collo per essere preso in braccio. Se invece era ancora nel letto mi diceva “Ciao” con il suo sorriso a mille denti e gli occhi sorridenti, e io lo prendevo, me lo sbaciucchiavo e lo cambiavo. Lui era felicissimo. È un piccolo cantante: gli piace cantare “La-la-la” sulle note di Jingle Bells, e quando sente la musica, balla! È troppo forte! Quando era ora di andare a fare la passeggiata, era emozionatissimo, mi dava la mano e partivamo. Lo affascinavano gli autobus: ogni volta che ne vedeva uno diceva: “Bas!” e lo indicava col dito, si fermava e non voleva più muoversi! Poi c’era il rituale: prendevamo l’ascensore per evitare di fare le scale e appena arrivava davanti all’acquario di Casa Nova si bloccava: “Maia, fish, bagaghè!” (Acqua, pesce e… bo’, non ho mai capito cosa significasse bagaghè, ma lo diceva spessissimo!). Poi gli compravamo un succo e lui salterellava: “Asir, asir!!” (Succo, succo!). A quel punto ci si sedeva tutti intorno al tavolo e si dava a ognuno un bicchiere di succo, ma bisognava tenerlo ben stretto, se no si sbrodolavano tutti! Era una gara a chi ne beveva di più! A Baha piace stare seduto in braccio, appena poteva ti abbracciava, ti prendeva le mani e te le faceva battere al ritmo di musica. Gli piaceva pure giocare con i penotolini, e mentre imboccava me, se stesso o l’orsacchiotto diceva: “Mmmm”!

Durante una delle nostre passeggiate abbiamo portato i bimbi alla basilica, e quel giorno Baha mi ha commossa. Era una mattina di particolare agitazione: non volevano camminare, urlavano, piangevano, in sostanza, facevano i capricci! Appena entrati in chiesa, Baha si è calmato; come per incanto, mi ha guardato e ha fatto: “Stttt”. Poi si è avvicinato alla statua della Madonna e ha iniziato a cantare l’Alleluia, lo sguardo come rapito. Col mio viso accarezzavo il suo collo, sentivo perfettamente il suo profumo così buono. L’ho affidato nelle mie preghiere a Maria. E ho chiesto di farmi capire cosa mi stava chiedendo il suo Figlio. Perché mi aveva mandata a Betlemme? Perché con quei bambini? Perché dopo quanto era successo?

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Poi siamo scesi nella grotta e Baha si è sdraiato sotto l’altare e ha iniziato a baciare la stella. Non voleva più venire via. Nei suoi occhi ho visto quelli di Gesù. Anche lui un bambino di Betlemme. Anche lui nato in una mangiatoia. Anche lui con una croce. Eppure per me era il bambino più speciale del mondo. Lasciarlo l’ultimo giorno è stata una coltellata dritta al cuore. Non mi sembrava vero, non riuscivo a staccarmi. L’ultima volta che l’ho visto, l’ho messo a letto dopo pranzo. Sembrava che lo sapesse, mi si è attaccato al collo, ascoltava ognuna delle mie carezze, i nostri cuoricini erano un solo battito. Mi ha dato tanti bacini. La sua tenerezza innocente mi disarmava, mi lasciava senza difese, totalmente persa nell’amore. Ci siamo abbracciati io, Alah e Baha, tutti e tre insieme. Che bello, non era mai successo. Loro non parlano, ma in quell’abbraccio ci siamo detti tutto. In quel linguaggio dell’amore, ci siamo detti che ci volevamo bene e che non ci dimenticheremo mai. Io credo di avergli promesso, in cuor mio, che ritornerò. Eppure oggi sento la loro mancanza da morire. Mi chiedo cosa stiano facendo, come stiano, se mi pensino… ho tanta nostalgia!

Poi c’era Wissam, il prediletto di Stefano. La sua credo sia una forma di autismo piuttosto grave e alle volte è un po’ difficile da gestire. Secondo me ha paura di tutto e di tutti, per questo alle volte ha reazioni un po’ violente, ti tira i capelli, ti prende dei pizzicotti forti, ti tira gli occhiali… avrà 7, forse 8 anni, ma a volte i suoi comportamenti sono più simili a quelli di un bambino di 2-3 anni. È molto ripetitivo e spesso si tira i capelli e le orecchie da solo, oppure si dà gli schiaffi. A volte senza ragione, altre si “autopunisce” se combina qualche marachella. Il problema è che poi, Baha e Alah lo imitano e si schiaffeggiano pure loro!

È solitario, non gli piace interagire con gli altri bambini, e il suo gioco preferito è cucinare con i pentolini. Ci avrebbe passato le giornate! Con Stefano aveva trovato una bellissima intesa, credo che in lui rivedesse qualcosa del bambino che era da piccolo. Wissam ha sempre l’occhio triste, nostalgico. Quando mangia sparge il cibo per tutta la stanza, e in passeggiata si butta a terra ogni tre per due. Una sera, prima di andare a nanna, Wissam è andato da Stefano (stavamo seduti sul divano) e ha portato il suo biberon; poi si è sdraiato sulle sue ginocchia e si è fatto dare il latte. Aveva bisogno di attenzione, di protezione, di sentire qualcuno suo …non solo per pochi giorni, per sempre.

E poi Khader. All’inizio era schivo, stava sempre per conto suo. Se provavi ad avvicinarti si allontanava, se gli davi una carezza, la rifiutava. Aveva problemi a camminare, ma grazie ai vari interventi che ha subito, ora cammina abbastanza bene da solo. Un po’ dispettoso, forse: si divertiva a buttare i padellini di Wissam dalla finestra nel giardino del vicino, e più gli dicevamo “La” (No), più lo faceva. Ci guardava e rideva, come a dire: “Te l’ho fatta”. Oppure, se lo rimproveravi, ti sputava. Era il suo modo per chiedere attenzione.

È stato il terzultimo giorno alla Hogar che c’è stato l’avvicinamento con lui. Eravamo in piscina. Khader vedeva quegli spericolati di Alah e Baha tuffarsi, ma aveva paura, forse perché non si fidava ancora completamente delle sue gambe. Stefano allora ha iniziato a incoraggiarlo in modo giocoso: “Dai, Khader, sei un ometto! Tuffati! Facci vedere un bel tuffo!” Rideva divertito, per la prima volta eravamo riusciti a stabilire un feeling con lui. Stefano l’ha preso e l’ha portato al bordo della piscina da cui avrebbe dovuto tuffarsi. Khader allora si è tuffato, ma da seduto. Che risate si è fatto mentre faceva splash nell’acqua! Allora Stefano gli ha detto: “No, Khader, vogliamo vedere un bel tuffo da in piedi, dai!” E si vedeva nei suoi occhi che un po’ aveva paura, però desiderava provare la sensazione di tuffarsi da in piedi e gli piaceva quello stare al centro delle nostre attenzioni. Alla fine, l’ha talmente incoraggiato che si è tuffato in piedi, che bello! Da quel momento, non voleva più smetterla di fare tuffi! E ogni volta chiamava: “Stefano! Stefano! Guarda!”  Avevamo rotto il ghiaccio. Khader non era solo un bimbo un po’ solitario e maleducato, era, come tutti gli altri, un bimbo in cerca d’amore. Aveva bisogno di qualcuno che lo facesse sentire importante, che gli facesse sentire che ci teneva a lui, che era suo complice, che si prendeva cura di lui.  Il giorno dopo siamo tornati in piscina, quanto si divertiva a farsi fare le foto da me mentre nuotava! Mi chiamava: “Silvia, Silvia”, e voleva che gli dicessi che era bravo, come se volesse che io partecipassi di quelle piccole conquiste che stava facendo in acqua. Aveva degli occhi luminosissimi, castani, e dei capelli riccissimi! Da grande sarà un ragazzo bellissimo! L’ultimo giorno siamo andati a prenderlo con la macchina a scuola. Stava seduto sulla gradinata insieme ad altri compagnucci. Quando ci ha visti gli si è illuminato il volto. Secondo me era felice di vedere che eravamo andati a prenderlo, che eravamo lì proprio per lui, solo per lui. Quando sono scesa dalla macchina, gli ho fatto il sorriso più grande che potevo, gli sono andata vicino, gli ho preso lo zaino, e lui è venuto con noi felicissimo! La maestra mi ha vista e mi ha detto: “Khader sta migliorando a vista d’occhio!” Non è mio figlio, eppure mi sono sentita davvero orgogliosa di lui, ho gioito di quelle parole, e ho sentito che volevo tanto bene a Khader! In macchina gli abbiamo chiesto in arabo come era andata la lezione, se aveva mangiato. E lui era felice di queste attenzioni: gli bastava così poco! Il quel momento ho capito che davvero per essere felici basta un po’ di amore, basta non dare per scontate delle piccole cose che alle volte nella quotidianità svaniscono, ma che fanno sentire l’altro importante per te. Scherzavamo facendogli il solletico: “Sei piccolo come Sabrin” (Sabrin è una piccolina di tre anni, anche lei ospite della Hogar), e lui ridendo: “Nooo!” Allora io: “ Sei un ometto, non è così?” “Siiii”. Che bello quell’attimo di normalità, come se fossimo una famiglia. Quell’attimo di normalità in una vita non normale, perché lui una famiglia non ce l’ha. Avrei voluto non lasciarlo e ripetere quella stessa scena ogni giorno, per sempre. Per vedere i suoi occhi sorridenti, e quelli di Stefano innamorati.

Poi c’era Sabrin. Lei era una bimba “normale”. Ha tre anni, ma è stata abbandonata insieme al fratellino più grande, Katcut, perché è nata da un rapporto incestuoso tra due fratelli. Sabrin alla Hogar ha tante mamme, le suore, ma non ha un papà. Ecco perché si è subito affezionata a Stefano: voleva che lo cambiasse solo lui, che solo lui la prendesse in braccio o la mettesse a letto. Solo a lui dava il bacio della buona notte. È assurdo, ma un po’ mi sono ingelosita di quella cucciolotta che voleva Stefano tutto per sé J. Allora, un giorno, mentre Stefano la stava cambiando, abbiamo fatto un esperimento: abbiamo provato ad abbracciare Sabrin, tutti e due insieme. Per tutta risposta, Sabrin si è messa in mezzo a noi, rivolta verso Stefano, come ad escludermi da quell’abbraccio. Allora, scherzando, ma con tono di rimprovero, le ho detto: “Sabrin, non si fa, sei proprio una furbetta”. Poi mi sono pentita di averlo anche solo pensato: lei non ha un papà, e chissà quanto le manca. Chissà quanto le mancano le sue attenzioni. Chissà quanto deve essere brutto per lei non aver più rivisto Stefano al suo risveglio, o forse ci è abituata a vedere volontari che vanno, a cui lei si affeziona, e che poi vanno via così come sono venuti. Una delle suore ci ha chiesto: “Perché non portate Sabrin in Italia con voi?” Noi abbiamo sorriso, pensavamo che scherzasse, anche perché non è possibile adottare bambini palestinesi in Italia. Poi la sera ci siamo chiesti: se avessimo potuto portarla con noi, l’avremmo fatto?  Da tempo io e Stefano pensiamo che oltre ad avere un figlio naturale, ci piacerebbe adottare un pulcino. Avremmo adottato Sabrin se fosse stato possibile, se magari già avessimo un figlio nostro? Penso di sì, sia lei che il fratellino Katcut.

Katcut ha sei dita in una mano, ma apparentemente non ha nessun altro problema. Ci hanno spiegato però che ha anche delle gravi malformazioni cardiache, e che la sua aspettativa di vita, purtroppo, non è molto lunga. Anche Katcut, come Khader, lo abbiamo scoperto tardi, solo due giorni prima di partire, in piscina. Un po’ anche perché nei primi giorni in cui noi stavamo a Betlemme lui era in vacanza. Katcut è un bimbo ben piazzato, pacioccone, avrà otto anni, più o meno. Ha un viso tanto dolce e, nonostante la stazza fisica, è un po’ pauroso e molto timido. Però, se lo coinvolgevi, ti sorrideva: anche dietro a quella timidezza scoprivi un bisogno incolmabile di amore. Non dimenticherò mai quando l’ultimo giorno, prima di andare, lo abbiamo messo a letto. Passando nel corridoio, ho visto che Katcut non dormiva. Allora mi sono avvicinata, lui mi ha guardato e mi ha chiesto: “State andando in Italia?” Ho sentito una lancia trafiggermi il cuore. Non sapevo cosa rispondergli, avrei voluto avere una risposta che non lo facesse soffrire, ma non potevo prenderlo in giro. Gli ho detto: “Sì, purtroppo dobbiamo tornare in Italia. Ma ti porto con me nel cuore. Ti voglio tanto bene e spero di tornare presto con voi”. Ho visto che gli venivano le lacrime agli occhi. Gli ho dato un lungo bacio, l’ho accarezzato. Non sapevo che altro fare o dire. Speravo che si addormentasse per farmi sentire un po’ meno in colpa per il fatto che me ne stavo andando. Invece i suoi occhioni continuavano a guardarmi nell’anima. E ho sentito uno stesso bisogno/desiderio affiorare in me e in lui: in lui quello di avere una mamma, in me quello di essere mamma. E in quel momento mi è venuta in mente una domanda che mi aveva fatto il giorno prima Mary, una delle anziane della Società Antoniana, anche lei con le lacrime agli occhi: “Perché siete venuti?” Lei voleva dire: “Perché siete venuti, ci avete portato gioia, se ora dovete andare e tutto tornerà come prima?” Perché siamo venuti? Lo chiedo al Signore tutti i giorni da quando siamo tornati, affinché mi sveli quali sono i suoi progetti per me e Stefano.

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Un dito dopo l’altro

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La piccola K. È nata con una malformazione genetica del ramo femminile della famiglia: le dita delle mani e dei piedi unite (così è la mamma, le zie e la nonna materna!!!). Inizialmente siamo stati contatti per un aiuto al fratello più grande per entrare e frequentare la scuola sportiva viste le sue doti e i suo successi. Ma una volta andati a casa per conoscere la famiglia ci siamo accorti del problema di K. e abbiamo chiesto se avevano già fatto qualche paso per risolvere il problema. La risposta era ovvia: noi donne della famiglia abbiamo tutti lo stesso problema e anche se volessimo risolverlo comunque non ci sarebbero le possibilità economiche.un dito dopo Ksiuscia 1 - Copia - Copia Con Nadia ci siamo subito messi alla ricerca e abbiamo scoperto che l’operazione era fattibile anche ad Almaty e che era possibile inserire la bambina nella lista delle operazioni gratuite. Restava da trovare il necessario per pagare i viaggi, i soggiorni per le varie operazioni e alcuni esami preliminari. Grazie al vostro aiuto la somma è stata trovata (almeno per quello che serviva fino ad oggi) e la prima tappa chirurgica (liberazione delle dita della mano e del piede destro) eseguita. E’ bello ora vedere K. prendere confidenza con una parte nuova del corpo, le dita, e imparare tanto in fretta ad utilizzarla. Tra un mese è prevista la seconda tappa che speriamo fortunata e veloce come la prima.

fra Luca

Non solo per noi!

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Quando si è poveri sembra normale che tutti debbano pensare a noi e, qualche volta tutto sia dovuto. Raramente qualcuno pensa che comunque, anche nell’indigenza, possa aprirmi ad altri che sono nella mia stessa situazione, magari afflitti da altre povertà come la solitudine di tanti anziani che vivono intorno alla casetta dove ogni giorno mangiamo e, visti i nostri freddi, ci riscaldiamo.lavoretti 2 - Copia Così abbiamo deciso per prima cosa di conoscere alcuni di loro e di pensare a cosa fare per loro e ci è venuto in mente di andarli a trovare con un piccolo regalino fatto dalle nostre mani, colorato e gioioso come siamo noi. Non abbiamo speso neanche una lira: pietre, pasta, addirittura oggetti che avremmo buttato nella spazzatura, con la nostra fantasia e l’aiuto dei più grandi sono diventati simpatici oggetti, qualcuno anche divertente, per fare sorridere i nostri nonnini vicini di casa.lavoretti 1 - Copia

Una cosa che mi ha sempre colpito di s. Francesco è che non ha cercato prima di tutto di alleviare le varie povertà che incontrava ma, guardando a Gesù, Verbo incarnato, si è fatto povero con i poveri per mostrare che anche da poveri si è può gioire dell’Amore dell’Altissimo.

Speriamo di aver incarnato un po’ il suo ideale e il suo carisma anche qui in Kazakhstan.

fra Luca

Il primo quadrimestre è finito!

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Non era iniziato molto bene….la ripresa dopo i mesi di vacanze estive è sempre pesante. Le molte insufficienze avevano scoraggiato un po’ tutti, sia alunni che operatori soprattutto aveva pesato la pressione degli insegnanti contenti di dimostrare che non vale la pena lavorare con bambini come i nostri.

Ma Ina e Andrej non si sono lasciati vincere e, rimboccate le maniche, hanno iniziato a lavorare duro. Siamo sicuri che ai nostri bambini non manca l’intelligenza per affrontare i normali doveri scolastici. Il lavoro più difficile e faticoso è infondere loro coraggio e confermarli nell’autostima e….i risultati non si sono fatti attendere: in un mese le insufficienze sono sparite (tranne quelle che gli insegnanti si divertono ad appioppare come punizione appena qualcuno si dimentica un libro o un quaderno a casa!) e, a chi più e a chi meno, a comparire addirittura il massimo dei voti.

Una buona mano hanno dato anche le uniformi comprate nuove di zecca così che i bambini del progetto non si possano distinguere da quelli più abbienti e i risultati dell’educazione igienica che Nadia in tutto questo tempo ha insegnato nelle varie famiglie.

Inoltre, al rientro dalle vacanze, i bambini hanno trovato le nuove aule spaziose e ben arredate del sotto chiesa 1 trimestre 2(al posto dell’angusta casetta-oratorio ora adibita a refettorio e al riposo dopo pranzo per i più piccoli) e sr. Toma e sr. Selesia che, oltre al servizio in parrocchia, ora si sono rese disponibili anche nel seguire i più piccoli.

Grazie a tutti voi per il vostro sostegno. Dio ve ne renda merito. Sappiate che con il vostro aiuto state aiutando questi bambini a costruire la speranza in un futuro che può sorridere anche a loro.

fra Luca

Partire verso la stella…per un incontro!

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Partire per Betlemme. Già dal nome è implicita la partenza per un luogo lontano ma vicino nel cuore. Il posto dove il nostro Signore ha assunto su di sé la finitudine, il luogo dell’incontro tra l’umano e Dio. Sapevo quindi che sarebbe stato un luogo di un incontro importante, un incontro che si è declinato in tanti volti differenti.

Mi rivedo ancora, l’ultimo giorno a Betlemme, seduto intorno a un tavolino di Casanova, la struttura di accoglienza dei pellegrini, con mia moglie Silvia accanto e tre bimbi magnifici seduti di fronte. Sono stati l’ultimo incontro che ho fatto, già a metà del viaggio. Sono i bambini della Hogar di Betlemme, bambini diversamente abili ed abbandonati dalle proprie famiglie, bambini accuditi con Amore dalle suore del Verbo Incarnato. DSC_0810Quel giorno Wisam, Alah e Baha erano stranamente buoni, quasi che finalmente riuscissero a percepire le mie indicazioni. O piuttosto che avessero capito che stavamo per partire? L’autismo o il ritardo non  gli impediscono, in varie forme, di mostrarci i loro sentimenti. A volte sembrano comprensibili, a volte si capisce solo il bisogno che c’è dietro alle loro richieste, ma c’è un flusso di comunicazione continua. In quel momento sapevo che quei bimbi mi sarebbero mancati. E il groppo allo stomaco che provo ora che scrivo me lo conferma.

Quei bimbi mi hanno mostrato tante mie debolezze, ma mi hanno anche permesso di stupirmi di me stesso. Perché ciò che prima mi spaventava, l’abbraccio con il diverso da me, mi è riuscito incredibilmente naturale. La distanza si è fatta subito piccola per poi abbattersi. Non lo avrei mai detto che sarebbe stato così naturale! Nella mia vita precedente, quando sono stato conteso tra essere ateo o agnostico, vedere questo mistero della vita mi atterriva. Non riuscivo a penetrare nel dolore innocente, un dolore che inevitabilmente mi allontanava dall’incontro col Signore. Non capivo. Anche oggi, che il mio percorso è cambiato, che il Signore è entrato nella mia vita, non capisco. Ma so che l’incontro e l’abbraccio di Betlemme mi hanno mostrato un’infinita complessità, anche dolorosa, che è il campo di gioco dell’Amore. Ho provato tenerezza, compassione, Amore. Ho visto in quella debolezza la fragilità del nostro Signore che nasce a Betlemme.

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Riaccompagnando i bambini alla Hogar, mi sono ritornati in mente i momenti più emozionanti: tenere tra le braccia il corpicino di Wasin, dare da mangiare ad Amani, una bimba con due occhi profondissimi, e Hiba, con i suoi riccioloni d’oro. E poi Kader con la sua astuzia e intelligenza, Catcut dolce come lo zucchero e così tenero, Sabrin, sveglia e desiderosa d’affetto. DSC_0491Per chi legge rimarranno nomi sulla carta, magari una piccola emozione strappata dalle mie parole, ma per me sono stati, sono e saranno una testimonianza viva del volto del Padre, che ci cerca nell’umiltà, nella cura del prossimo.

Una consolazione nel lasciare i bambini dell’Hogar deriva dal sapere che sono affidati alle cure amorevoli delle Suore del Verbo Incarnato. Donne dolci e forti. Mamme. Un faro di misericordia nell’accudimento di bambini che altrimenti sarebbero spacciati, visto che per i Palestinesi, in molti casi, questi bambini sono una vergogna, per non dire altro… Invece sono bambini bellissimi, che ti possono cambiare la vita. Come l’hanno cambiata a noi, e a Paolo, una delle persone più speciali che abbiamo incontrato nel nostro pellegrinaggio. Paolo era, ed è tuttora, a Betlemme per fare la fisioterapia ai bimbi dell’Hogar più gravi. L’abbiamo conosciuto nel condividere l’alloggio, nel condividere le giornate, nel condividere la messa alla mattina nella grotta della Natività. È una persona speciale che si dedica a quei bimbi con Amore. Non potete sapere che gioia ho provato, alcuni giorni fa, quando ci ha scritto che per Lui il Natale era già arrivato, con quasi un mese di anticipo: Hiba, per la prima volta nella sua vita, aveva mangiato senza ciondolare la testa! Che emozione, che gioia! Un piccolo miracolo frutto di Amore e dedizione. Quell’amore caritatevole che Paolo ha testimoniato in giro per il mondo. Una lezione, importante.

È familiare pensare di incontrare un bambino a Betlemme, è ciò che anche io mi aspettavo. Eppure in maniera inconsueta, come è tutta la vita, la nostra esperienza è iniziata con un altro incontro, quello con le “nonnine” dell’Antoniano, un istituto che si prende cura degli anziani di Betlemme attraverso l’operosità di tre piccole Suore dell’Hortus Conclusus. DSC_0555Un altro incontro, un incontro diverso. La «partenza» con le nonnine di Betlemme è stata un po’ titubante ma allo stesso tempo emozionante per entrambi: la nostra non era una visita attesa, non erano abituate ad una presenza prolungata di volontari, il che sembrava far nascere in loro una domanda: «E quindi?». Ma col passare dei giorni il ghiaccio si rompeva e anche i limiti della lingua sembravano meno severi. Silvia, in quanto donna e peraltro capace di comunicare anche con l’arabo, aveva una marcia in più, ma anche io, usando tutta la mia inadeguata capacità comunicativa, mi facevo strada. E così, in punta di piedi, sono entrato nella vita di Helwa, una signora tanto dolce quanto sola. Negli ultimi giorni ci voleva ospitare nella sua casa, una casa grande per lei che era rimasta vedova molto giovane per colpa della guerra e che poi, più avanti, era stata abbandonata dai suoi nipoti. Sentiva il bisogno di essere mamma, nonna. In poco tempo abbiamo visto risvegliarsi in lei istinti che sembravano sopiti da anni. Ma ha anche sofferto un riacutizzarsi di una ferita sempre viva. Al momento di ripartire l’abbiamo vista stanca, come se la stanchezza e il dolore di una vita fosse su di lei. L’ho vista così fragile che ho capito che già le volevo bene. E poi Mona, giovane per stare con degli anziani, così curiosa con il suo quaderno, sul quale cercava di apprendere tante lingue insieme che alla fine si riduceva in un esperanto multicolore. E poi Linda, chiusa in una malattia mentale fulminante che la chiudeva in se stessa, ma lei comunque a cercare di comunicare con strani gesti. E come dimenticare Mary? A 102 anni ancora capace di emozionarsi e di chiederci il perché della nostra andata e quindi del nostro dover tornare. E poi Neli: bloccata in un letto con un tanto sorriso malinconico quanto persistente… Così grata a Dio del piccolissimo dono ricevuto: la nostra visita! Quel sorriso non potrò dimenticarlo e spero e prego che possa illuminarsi di nuovo nel futuro!

All’Antoniano abbiamo avuto la grazia di incontrare tante persone speciali, ognuna a modo suo. E come sono sicuro che tutti questi incontri mi rimarranno dentro, so anche che alcune di queste vite, intrecciandosi con le nostre, ci hanno indicato una direzione, una vita. E così mi torna in mente Miriam, con la sua fede forte e limpida, così ispirata dal suo dialogo con Dio. Ci ha raccontato la sua incredibile storia personale. Ha pregato e prega per noi facendoci sentire davvero fratelli anche se ci sono un mare e un muro che ci separano. Qualche giorno fa ha chiamato Silvia per sentirla: è stato un intervento quasi provvidenziale!DSC_0345

Ma soprattutto Raquel, questo è uno dei doni più grandi che il Signore ci ha fatto. Per capire che l’umiltà e la povertà non devono essere confusi con l’indigenza! Perché mi ha fatto toccare con mano quanto il Signore può entrare nella tua vita se tu glielo concedi. E come, allo stesso tempo, le vie del Signore sono distanti da quelle dell’uomo. Impenetrabili a un’analisi superficiale, richiedono tanto discernimento e mansuetudine. Raquel è un dono perché ha saputo comprendere, per prima, un linguaggio segreto tra me e mia moglie. Ha saputo dargli senso, da profonda ricercatrice di senso nella sua vita. Per dirlo con le parole di Fra Pierpaolo, una persona dalla spiritualità altissima!

E qui arrivo all’incontro finale, l’incontro che precedeva la partenza e che ci ha aperto la strada: Pierpaolo. Non solo guida, non solo padre ma anche e soprattutto fratello. La conferma che partire «insieme» fa portare tanto frutto! Fra Pierpaolo era lì ad aspettarci a Tel Aviv, è stato la nostra guida in Terra Santa. Ci ha mostrato le bellezze di Betlemme, non solo quelle materiali, ma soprattutto quelle spirituali. Ha guidato la nostra riflessione e si è preso cura di noi. E non ci crederete: mi ha anche fatto cambiare abitudini: mi sono convertito al caffè d’orzo!

Da questa missione ad gentes ho imparato tanto, ma sento che oltre all’imparare della ragione, nuovi orizzonti si aprono per me e per Silvia. Ho visto, ho sentito come essere luce. Ho capito quanto è difficile esserlo. Quanto coraggio e quanta radicalità ci voglia. Un coraggio ed una radicalità che a volte danno le vertigini. Mi sento in cammino. E mi piace questo cammino perché sento che sto realizzando la mia vocazione più grande: amare e custodire Silvia. Senza di lei tutto questo non sarebbe avvenuto. Senza Silvia forse sarei ancora al buio, ancora in ricerca. Silvia una volta ha detto che attraverso i miei occhi, nel mio volto ha visto l’immagine di Dio che la ama. Vale anche per me, e prendo in prestito le sue parole non essendo altrettanto poetico!

Una piccola riflessione sulla missione ad gentes in una terra in larga parte musulmana: come diceva San Francesco ai suoi che partivano per recarsi tra gli infedeli, la prima cosa da fare per poter essere testimoni è dare testimonianza amandosi e prendendosi cura dell’altro. E più di una volta ci è stato chiesto: perché siete qui? E chi vi paga??? Domande che possono sembrare quasi ridicole, che mostrano una distanza, ma che mi dicono che una piccola provocazione è arrivata a chi la domanda ce l’ha posta. È una missione nella quotidianità, una missione in punta dei piedi.

Stefano

Da S. Maria degli angeli a Taldykorgan

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Due anni fa, p. Massimo Lelli ci aveva regalato i disegni del presepio allestito nel giardino di s. Chiara presso la basilica di s. Maria degli angeli. Lo scorso anno non siamo riusciti a realizzarlo ma quest’anno….è stata una bellissima avventura. Appena mamma Lucia presepio 1e papà Jenia hanno visto i disegni si messi in moto: lei per i disegni, lui per il materiale e l’allestimento della capanna da prepararsi nel territorio del nostro piccolo oratorio. E’ stata una collaborazione veramente riuscita che ha visto all’opera adulti, giovani, adolescenti e bambini sia della parrocchia che del progetto dopo scuola.

L’averlo poi realizzato all’aperto e illuminato di notte è un’ulteriore occasione di testimonianza: molti si fermano (soprattutto genitori con i bambini) e addirittura entrano per fotografarsi tra i personaggi o all’interno della capanna e se incontrano qualcuno di noi, non esitano a chiedere spiegazione di cosa sia questa: “bella cosa che avete fatto”.

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Grazie a p. Massimo per averci dato questa opportunità, grazie a s. Francesco per aver voluto vedere con gli occhi della carne la nascita del bambino Gesù.

P. Luca Baino

Concerto di Beneficenza

MANIFESTO A3

Punto i piedi e salto in acqua…seconda parte!

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Requena all’apparenza mi sembrò meglio di Iquitos: meno inquinamento, meno traffico, meno confusione. Salimmo su due motocarri e ci recammo alla Missione dei Frati del “Progetto Amazzonia”, al centro della città, proprio di fronte al grande Collegio Lopez Pardo, fondato cento anni fa dai Frati missionari poco dopo essere giunti a Requena.

Non lo avevo messo in conto ma in missione: si parla molto, si legge molto, si mangiano cose che non avresti mai mangiato (una tartaruga, per esempio), si discute di tutto e si conoscono un sacco di cose nuove. Per prima cosa la Chiesa: giunti a Requena incontrammo subito il Vescovo: padre Juan, anzi, come vuole essere chiamato: l’ermano juan. Un uomo “mite e umile di cuore”, che ci mostrò un volto di Chiesa che porterò sempre con me. Una persona unica, al servizio della Chiesa e degli ultimi. Vestito in maglietta e pantaloncini, mai distante nei modi e sempre disponibile all’ascolto, ci accolse con simpatia e… normalità, qualità che non sempre è facile intravedere nei pastori con così grandi responsabilità.

Sistemate le valigie, Pepo ci fece un quadro del programma della missione: avremmo trascorso qualche giorno a Requena e poi saremmo partiti per Sant’Elena, un piccolo paesino sul Rio Tapiche, a un giorno e mezzo di barca. Lì avremmo trascorso circa due settimane, per poi tornare in città.

Nei giorni trascorsi a Requena frequentammo la messa giornaliera, recitammo insieme la liturgia delle ore e ci recammo nelle periferie della città. Periferie segnate dalla mancanza d’igiene, dall’immondizia, dalla presenza di cani randagi malati, da fabbricati in legno, dalla scarsità di acqua potabile. Ma tutte strapiene di bambini. Bambini poverissimi e tuttavia pieni di gioia, una gioia che ti trasmetteva serenità, ma che t’interrogava nel profondo. Con loro giocammo a pallavolo (lì è lo sport nazionale), pregammo, celebrammo la messa, facemmo nuove amicizie. Ovunque andassimo finivamo sempre circondati da bambini. I più piccoli Flavia spesso se li ritrovava anche in braccio. Un pomeriggio Sara, che è medico, poté persino aiutare una donna che aveva appena partorito.

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Sempre con l’obbiettivo di accompagnare i frati nella vita ordinaria della loro missione, c’incamminammo verso San Marco, un quartiere distante poche decine di minuti dalla città. Lì trovammo una situazione decisamente più problematica: niente acqua se non quella fangosa del Rio, niente elettricità e poca, pochissima scuola. Di una cosa imparammo che la selva peruviana aveva fame: di dottori, di sacerdoti, di animatori liturgici preparati e di insegnanti. I bambini frequentavano pochissimo la scuola a causa del forte assenteismo dei docenti, molto spesso residenti in luoghi lontani.

Ma il cuore dei giorni di missione nella selva furono le due settimane a Sant’Elena, un piccolo paesino a un giorno e mezzo di lancia da Requena, sulle rive del Rio Tapiche. Partimmo con la “Perla Negra” di lunedì con l’obbiettivo di raggiungere Sant’Elena il giorno seguente. Ci arrivammo giovedì.

Dopo alcune ore di viaggio Manuel ebbe la pessima idea di vagare con la fantasia: “Immaginatevi se si rompe la barca qui…”, ci disse.

Alle cinque del mattino l’albero motore andò fuori uso. Rimanemmo quattro giorni su quella barca dividendo il nostro tempo tra chiacchierate, dormite, letture, silenzi, pensieri. Ma non fu tempo perso: chiusi in quello spazio piccolissimo ci ricordammo che non eravamo venuti fino a lì per “fare” ma per ascoltare. Ascoltare il popolo peruviano, i missionari e il Signore. Niente di più.

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Essendo circondati dall’acqua non resistemmo al richiamo di farci un bagno… anche perché l’odore cominciava a farsi sentire. Più tardi scoprimmo che non era stata un’ottima idea perché l’acqua era abitata… e non solo da delfini. Sulla barca non eravamo partiti da soli: a piano inferiore della Perla Negra si erano imbarcate diverse persone, che però, già dopo poche ore dal guasto, avevamo avuto modo di salire su alcuni peche-peche di passaggio. I peche-peche sono canoe con un piccolo motore su cui possono starci, a seconda delle dimensioni, fino a sei, sette, forse dieci persone.

I giorni passavano lenti e sempre uguali. Avevamo da mangiare in abbondanza, perché Pepo si era premurato di portare molte scorte per le due settimane, e potevamo fare una sola cosa: aspettare. Il capitano, infatti, la mattina stessa dell’incidente era uscito dalla nave e aveva cercato nelle vicinanze della foresta se ci fossero dei caserìos, cioè degli abitanti della selva. Sono uomini e donne che decidono di vivere in luoghi isolati all’interno della foresta. Evidentemente aveva trovato qualcuno perché Carpio, così si chiamava, era sparito da lunedì.

Pensarci ora mi fa venire i brividi. Eravamo in una situazione pericolosissima: soli, su una barca rotta da tre giorni, in mezzo alla foresta amazzonica e nelle mani di una persona che non conoscevamo, che avevamo già pagato per il trasporto e che non sapevamo se sarebbe mai tornata.

Eppure eravamo felici. Certo non proprio entusiasti, perché tre giorni in pochi metri quadrati con un bagno da film dell’orrore sono tanti e cominciavamo a sentirci come condannati all’ergastolo. Senza contare che il nostro desiderio era di arrivare a sant’Elena. Ma avevamo sperimentato qualcosa di straordinario: essere come bambini impotenti nelle mani di altri. Dovevamo “aiutare” e ora eravamo in cerca di aiuto. Sono i segni tipici dei “fuori schema” che tanto piacciono al Signore.

Il terzo giorno Francisco, a cui prudevano le mani da giorni non potendo lavorare o darsi da fare per gli altri, ci disse: “Andiamo a visitare i caserìos!”. Accettammo subito.

Salimmo sul peche-peche attraccato vicino alla Perla Negra e salpammo verso uno spiazzo non molto distante dalla spiaggia su cui si era fermata la barca. “Lì”, pensammo, “ci sarà sicuramente qualche casa”.

Arrivati non molto distanti dalla meta, notammo due persone che ci fissavano dall’alto della piccola collinetta che si gettava a spiovente sul Rio Tapiche. Ci accolsero un uomo e una donna: lui peruviano e lei dai lineamenti particolari, vagamente orientali. Capimmo pochi istanti dopo che non si trattava di uno stanziamento di caserìos, ma di un piccolo villaggio turistico. Ci accolsero con gioia e a noi parve di sognare: case in legno ben costruite e rialzate da terra, una pagoda, una cucina, dei bagni… se li avessimo visti solo qualche settimana fa ci sarebbero sembrati normali, ora invece sembravano il paradiso.

Era veramente la provvidenza: dopo due giorni di cibo freddo finalmente potevamo mangiare qualcosa di cucinato.

La sera tornammo alla barca e proprio quella notte Carpio si rifece vivo.

Ci mise un po’ a sistemare l’albero motore ma dopo qualche ora la Perla Negra si rimise in moto. Finalmente. Ma i guai non erano finiti.

Manuel iniziò a stare male: prima una febbre leggera, poi sempre peggio, al punto che iniziammo a pensare che fosse malaria. D’altronde tre notti arrestati sulla spiaggia del Rio avevano attirato un gran numero di moscerini, insetti e mosche tropicali. Usavamo i mosquiteros sulle amache ma non era sufficiente ad escludere la possibilità più temuta.

Fortunatamente dopo qualche giorno avemmo conferma che non si trattava di Malaria.

Quando arrivammo a Santa Elena dalla Perla Negra vedemmo per primi i bambini. Seguivano l’imbarcazione dalla strada in paese e, partiti in pochi, erano diventati sempre di più ad alzare il braccio e scuotere la mano per salutarci. Quando l’imbarcazione si fermò, la Perla Negra fu invasa. E non nascondo che ci guardammo un po’ spaventati. Dentro di noi qualcosa diceva: “Vi vogliono derubare!”, “Attenti, è pericoloso!”.

Ci portarono a terra quasi tutte le valigie, le bottiglie d’acqua potabile, i sacchi con il cibo. Volevano aiutarci, non derubarci.

Ci sistemammo nella vecchia missione di Santa Elena, a fianco della Chiesa Parrocchiale: una grande casa con tre stanze da letto, una cucina e una grande sala dove forse un tempo si tenevano gli incontri di catechesi. Eravamo privilegiati: la nostra era una delle poche strutture completamente in muratura, con i vetri alle finestre e le zanzariere. Avere le zanzariere può sembrare un lusso. In realtà in un paese dove la prima causa di morte è la malaria è un dettaglio che può fare la differenza.

L’acqua per le docce e per lavare i piatti era quella piovana, che gli abitanti della selva usavano anche per bere. Non tutti, però: un buon numero utilizzava l’acqua del Rio, che non ingeriva subito ma lasciava in secchi per permettere alla terra di cadere sul fondo.

Le settimane a Sant’Elena furono le più belle e le più intense. La mattina Sara si recava con Francisco al Centro Medico, una specie di piccolo ospedale guidato da un infermiere (dottori non ci sono), per aiutare i pazienti con problemi nella deambulazione, alle ossa o ai muscoli. Io, Sara e fra Manuel, invece, visitavamo le case delle famiglie per una preghiera, per conoscere la popolazione e per invitare tutti alla messa, che veniva celebrata ogni sera alle 18.00.

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Il pranzo era sempre nelle case del paese. Incontrammo tantissime persone, ognuna con una storia particolare e diversa. Ognuna con le sue ferite, i suoi desideri, le sue attese. Ricordo una ragazza madre di sedici anni con il suo bambino. Ricordo il suo sorriso così assurdo e spiazzante. Ricordo due anziani signori in una baracca. Ricordo l’odore. Ricordo le tante mamme con i tanti figli da crescere.

Ricordo un nonno con troppe notti alle spalle e suo figlio disabile. Ricordo quel signore muto da quando aveva avuto un ictus, curato troppo tardi per non lasciare tracce.

Ricordo i pastori protestanti, così diversi: chi improvvisava un sermone, chi si commuoveva al pensiero che qualcuno, fratello in Cristo come lui, si fermasse col sorriso sulle labbra a parlare senza pregiudizi. Ricordo una coppia felice, con i loro bambini, e la signora che ci domandava: “pensavate che nella selva si vivesse seminudi sugli alberi, con le scimmie e i coccodrilli, vero?”.

Vero.

Il pranzo era più o meno sempre uguale: riso bianco, pasta, patate e pollo. Tutto in un unico piatto, insieme a acqua e ananas o acqua e limone. Mai acqua pura, perché il sapore della pioggia non è così gustoso.

Mi sforzavo sempre di mangiare tutto, perché sapevo che per loro non era un pasto povero. Era il pasto dell’accoglienza.

Al pomeriggio si faceva oratorio: dalle tre arrivavano i bambini in missione e si cominciava a giocare. Erano bambini che non avevano mai avuto nessuno, al di là di mamma e (quando c’era) papà, che li facesse giocare, pregare e divertire. Bambini pieni di voglia di vivere, affamati di giochi nuovi. Giocavamo spesso a calcio, a piedi nudi, sul grande campo nel centro del paese. E posso dire di non aver mai visto dei bambini divertirsi così tanto a giocare a pallone. Ridevano, ridevano sempre. Mai un litigio, una parola di troppo per qualche spinta o fallo.

Si giocava veramente.

Finito il tempo dei giochi, dopo una doccia (ghiacciata se il tempo era stato brutto), c’era la messa, i vespri e la cena. Bisognava terminare di mangiare presto perché l’elettricità arrivava in casa dalle sei alle nove di sera. E se non si cucinava in tempo non si mangiava o si mangiava freddo. Dopocena, seduti intorno al tavolo, parlavamo molto, spesso accompagnati dall’immancabile “manzanlla”, la camomilla della sera. Non so quante camomille abbiamo bevuto ma devono essere state davvero tante.

A Sant’Elena vivemmo in pieno anche il tempo della festa del paese, che riempì le strade di tanti “borrachos”, ubriachi. Vedemmo uomini trasformarsi in larve senza dignità. Come una droga usata per scappare dalle sofferenze, dalle povertà, soprattutto umane, che succhiavano il sangue agli abitanti della selva, la “fiesta de la Virgen” servì da narcotizzante.

Lì scoprimmo un altro volto dei “figli della selva”.

Ci fu anche il tempo per una “pizza amazzonica” cucinata nel grande forno in terra di un panettiere di Sant’Elena e per una giornata passata a pescare.

I giorni trascorsero veloci e il tempo di tornare a Requena giunse inesorabile. Il viaggio questa volta non durò molto, o perlomeno non quanto quello d’andata. Tornati in città ci fu il tempo per una nuova piccola Missione a San Marco, dove trascorremmo gli ultimi giorni in Perù.

E fu il tempo della revisione, dell’esame di coscienza. Cosa ho lasciato e cosa mi ha lasciato questo posto? È servita tutta questa fatica?

Sono stato realmente missionario?

Abbiamo lasciato qualcosa che rimarrà qui o è stato tutto un buco nell’acqua?

Abbiamo portato Gesù alle persone che abbiamo incontrato?

Ho vissuto al meglio questa esperienza?

Di nuovo domande, e ancora domande.

Ma la verità è che il Signore ci aveva parlato in queste settimane. Aveva mostrato il suo volto attraverso tante persone. E a noi non restava che accorgercene.

Punto i piedi e salto nell’acqua.

Il colore grigio del Tapiche mi accoglie e mi abbraccia fino all’ultimo dito del piede.

L’acqua è fredda. Vedo poco o niente.

Risalgo in superficie e mi accorgo che la corrente è forte e mi sta trasportando.

Sento i vestiti che mi si sono appiccicati addosso, l’aria fredda che arriva sul volto.

Ma sono qui per una ragione: devo riprendere il pallone.

Muovo le braccia in stile libero e con mia sorpresa arrivo quasi subito alla meta.

Agguanto il pallone e mi giro verso Francisco. “L’ho preso!”

La corrente mi trasporta.

Provo a nuotare controcorrente, verso la zattera da cui ero partito. Ma resto fermo.

Allora capisco: devo nuotare a riva. Due bracciate e finalmente tocco terra.

Lancio la palla a Francisco.

“Cavolo… ce l’ho fatta!”, penso tra me.

Il sole si sta abbassando.

È tempo di tornare a casa.

Un abbraccio di pace

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Il colore della terra bruciata dal sole

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Il colore della terra bruciata dal sole, il profumo delle jacarande in fiore, uomini a piedi scalzi che camminano chilometri e chilometri ai lati della strada: è questo ciò che ho trovato all’arrivo in Malawi, terra africana di circa 12 milioni di persone, situata tra Zambia, Tanzania e Mozambico. Fin da piccola ho avuto la possibilità di vedere molti luoghi e conoscere culture diverse in paesi per lo più industrializzati, ma avevo nel cuore il sogno di andare in un paese del terzo mondo, ed è per questo che, quando mi è stato proposto il Malawi nel 2010 sono partita una prima volta, a cui è seguita una seconda e, ancora, una terza. Se la prima volta che si atterra in Malawi si comincia a tastare il terreno, a sentire profumi nuovi e a osservare gli stili di vita di una popolazione differente dalla nostra, è solo andandoci ancora che la si apprezza di più.

Uno dei motivi per cui si può partire per questo luogo è il voler aiutare gli altri, eppure si scopre come siano i Malawiani a donare molto a chi decide di fare quest’esperienza, grazie al loro stile di vita fondato su valori che la nostra ‘società del benessere’ sembra aver dimenticato. In poche parole, il Malawi è, per me, come mettersi ai piedi di una montagna e sentirsi piccoli, e poter solo stare ad osservare, rendendosi conto che esiste molto di più del nostro io.

Sono tre le realtà che questa volta, nel periodo compreso tra il 18 giugno e il 18 luglio, ho potuto conoscere: l’ospedale e gli altri progetti dell’Associazione ‘Amici del Malawi’ della diocesi di Perugia, le strutture che ospitano la missione delle Suore Sacramentine di Bergamo e ‘l’Alleluya Care Centre’, orfanotrofio realizzato da Rita Milesi, volontaria di Bergamo.

Per quanto riguarda l’associazione  “Amici del Malawi”,  essa rappresenta una onlus di estrazione cattolica iscritta nel registro delle associazioni di volontariato della Regione Umbria, operante per lo sviluppo sociale, tecnico, sanitario e scientifico del Malawi. L’associazione ha dato avvio a diversi progetti, tra cui l’ospedale di Pirimiti, ,  e le scuole e i progetti per l’emancipazione femminile di Lisanjala, uno dei luoghi più interni ed isolati del Malawi. All’interno dell’ospedale ho potuto svolgere per lo più il ruolo di ostetrica, osservando un’assistenza alla gravidanza e al parto tanto diversa da quella italiana, ma, soprattutto, un vivere in modo molto naturale la maternità da parte delle donne. Lisanjala mi ha, invece, permesso di osservare una natura  ancora incontaminata e che appare nella sua maestosità; gente che cammina tutto il giorno, da una città all’altra, con l’unico scopo di portare del cibo a casa la sera; gente che abita in case con tetti di paglia e mattoni rossi che si sbriciolano se si prova a lanciare loro un sasso; gente che nei momenti di convivialità si riempie i piatti del cibo che è cucinato per loro, perché forse quel cibo sarà ciò che mangeranno nei tre giorni successivi. Eppure, davanti a quella povertà, quella stessa gente dice ‘Palibe!’, ‘non fa niente!’, e i bambini ridono e si divertono con giochi semplici, imparando, fin da piccoli, a condividere giochi e cibo con gli altri.

Per quanto riguarda la congregazione delle Suore Sacramentine di Bergamo, essa è presente in Malawi da circa 20 anni, suddividendosi in varie strutture che occupano tutto il territorio. La struttura dove ho potuto passare la maggioranza del mio tempo è quella di Ntcheu, dove le suore si occupano della gestione della casa, dell’educazione ai bambini malawiani divisi in otto classi d’età e dell’evangelizzazione nelle prigioni. Altre strutture si occupano, invece, degli orfani, come quella di Rita Milesi, volontaria di Bergamo, che nel 1991 ha creato ‘l’Alleluya Care Centre’, il quale accoglie bambini orfani fino a 3 anni di età, alcuni dei quali malati di AIDS, che vengono affidati alla struttura da parte dei centri sociali o dei parenti che non hanno possibilità economiche per permetterne la sopravvivenza al villaggio di appartenenza. L’assistenza offerta ai bambini è continuativa durante il giorno e comprende alimentazione, igiene, giochi e attenzioni.

L’opera di evangelizzazione alle prigioni e l’orfanotrofio hanno rappresentato, per me, le esperienze più intense all’interno del mio pellegrinaggio in Malawi. La prima, per la miseria che si può osservare all’interno della prigione, ma anche il modo in cui l’annuncio della Parola permette di osservare un sorriso nel volto dei prigionieri, ancora più del pane a loro portato; la seconda, per la necessità della relazione e dell’amore che necessitano i bambini, ma, più in generale, tutti gli uomini.

IMG_3746Essendo per me la terza esperienza in questo territorio, posso dire come sia stato fondamentale il corso di preparazione alle missioni estere svolto dai Frati Minori per comprendere il vero significato dell’andare in missione, e quali siano le differenze tra un primo viaggio in cui si insegue il sogno di visitare un paese del terzo mondo, cercando di aiutare chi si crede che abbia bisogno, e un secondo o terzo, nel quale si va alla ricerca di qualcosa di ben specifico, come un pellegrino, lasciandosi, poi, travolgere da una quotidianità diversa dalla propria. Il corso aiuta il pellegrino a prepararsi alla missione non solo materialmente, ma, soprattutto, spiritualmente, in modo tale che il missionario sappia il motivo per cui si è chiamati alla missione ed il fine della presenza dei gruppi religiosi missionari all’estero.

La frase che mi è maggiormente rimasta nel cuore appartiene al Vangelo di Matteo (Mt 10, 42): ‘E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua ad uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa’. Questo perché dietro ogni sguardo, ogni gesto o gioco dei bambini malawiani è davvero possibile riconoscere un volto: quello di Gesù.

Sono partita con la valigia quasi vuota, poiché sapevo che non solo non sarebbe stato necessario gran parte del mio guardaroba, ma, soprattutto, che si sarebbe riempita di fatti, pensieri, immagini, sorrisi e pianti che necessiteranno di tanto tempo per essere elaborati ma che, mi auguro, potranno portare a dei cambiamenti nella mia vita e una piccola testimonianza per chi ne verrà a conoscenza.

Lucia