Emergenza Siria

pro AleppoDal 2011 la guerra civile causa alla popolazione sirianasofferenze indicibili. Sia le forze di sicurezza che i gruppi “ribelli” hanno condotto diverse operazioni su larga scala, sfociate in esecuzioni di massa, uccisioni, arresti, rapimenti e torture.

L’embargo internazionale impedisce l’esportazione, i prezzi dei prodotti venduti sul mercato nero sono schizzati alle stelle. Molte ditte hanno chiuso i battenti lasciando a casa milioni di lavoratori per i quali è impossibile trovare una nuova occupazione. Il turismo, fonte economica indispensabile al Paese, è ovviamente inesistente.

Questa situazione si ripercuote in maniera drammatica sulla vita quotidiana di tutti i siriani: moltissime famiglie hanno perso la casa; chi ce l’ha, a causa dei frequenti blackout nell’arco della giornata, soffre soprattutto per la carenza di energia (la benzina è stata razionata), la mancanza di cibo e acqua potabile, l’assenza di assistenza e forniture mediche. Si vive nella costante paura che cada un’altra bomba.

La presenza francescana in Siria: un aiuto indispensabile per molti siriani

IT mappa francescani siriaA differenza di molte organizzazioni umanitarie, i frati della Custodia non hanno mai lasciato il Paese e sono ancora saldamente presenti in varie zone della Siria come aLattakia, Damasco, Aleppo e in alcuni villaggi della valle Orontes (Knayeh, Yacoubieh, Jisser e Gidaideh); aiutano la popolazione locale senza distinzione di razza, appartenenza religiosa o nazionalità, con particolare attenzione a bambini e donne.

I frati della Custodia hanno creato quattro centri di accoglienza, che provvedono ai bisogni più immediati dei più poveri della popolazione: acquisto di cibo, indumenti e coperte. Si cerca anche di tamponare l’emergenza che deriva dall’assenza della sanità pubblica,dispensando medicine e provvedendo all’assistenza medica fondamentale, specialmente attraverso l’ospedale di Aleppo gestito dalla Custodia e i dispensari medici dei monasteri francescani.

 

Tratto dal sito di Pro Terra Sancta

Fra Ibrahim: “solo con gli occhi della speranza si può vedere un futuro per Aleppo” (video)

Vi avevamo fatto conoscere Padre Ibrahim Alsabagh a gennaio, pubblicando un video di Piccoli Passi Possibili registrato alla vigilia della sua partenza per la Siria, martoriata dagli attacchi.
A distanza di alcuni mesi la situazione per il popolo siriano non è purtroppo migliorata e il francescano, in poche ma chiarissime parole, racconta che sostegno e aiuto con i suoi confratelli sta portando alla gente e cosa vuol dire testimoniare la carezza della misericordia di Gesù verso tutti, cristiani e musulmani. DA VEDERE E ASCOLTARE!

Mons. Auza: “Urgente salvare anche una sola persona da persecuzioni e atrocità”

Tocca la Siria, il Libano, la Terra Santa, il discorso che mons. Bernardito Auza, osservatore permanente vaticano presso le Nazioni Unite, ha rivolto ieri al Palazzo di Vetro di New York. Intervenendo nel dibattito sulla situazione in Medio Oriente, il presule ha subito chiarito che “la Santa Sede è profondamente preoccupata per la totale mancanza di progressi nei negoziati tra Palestina e Israele”.
Un impasse che genera “frustrazione”, in quanto “Israele ha preoccupazioni reali e legittime per la sua sicurezza”. Tuttavia, ha sottolineato Auza, “a tale sicurezza non arriverà isolandosi dai suoi vicini”, ma “attraverso una pace negoziata con i palestinesi” e la “soluzione dei due Stati”. Soluzione, questa, che “ha il sostegno della Santa Sede”, la quale – afferma – “unisce la sua voce ancora una volta a tutti gli uomini di pace per chiedere negoziati seri e concreti che possano consentire di rilanciare il processo di pace”.
Sempre a nome della Santa Sede, il presule ribadisce l’incoraggiamento ai leader del Libano a risolvere la situazione di stallo che ha impedito l’elezione del presidente dal maggio 2014, “mettendo da parte piccoli interessi politici per la preservazione del bene più grande di un Libano unito”. “Questo vuoto istituzionale – ha rilevato – rende la nazione più vulnerabile e fragile di fronte alla situazione generale in Medio Oriente”. Pertanto “la comunità internazionale deve sostenere il Libano in ogni modo perché riacquisti la stabilità e la normalità istituzionale”, e anche “aiutare il Paese ad assistere l’enorme numero di rifugiati presenti sul suo territorio, che ha creato una situazione di rischio di infiltrazioni estremiste tra i rifugiati”.
Spostando lo sguardo al conflitto in Siria, che – dice – ha raggiunto “livelli di barbarie mozzafiato”, il delegato vaticano sottolinea che “la distruzione indiscriminata delle infrastrutture di base, come le strutture idriche ed elettriche, ospedali e scuole, peggiora la situazione dei civili ogni giorno che passa”. “La caduta di Idlib, a soli 37 km a sud ovest di Aleppo – prosegue – ha seminato il panico tra la popolazione di oltre un milione di persone ad Aleppo. Le minoranze etniche e religiose sono particolarmente angosciate”.
Anche in questo caso l’appello della Santa Sede si rivolge alla comunità internazionale, chiedendo “di prevenire l’enorme disastro umanitario che un assedio e una battaglia per Aleppo sicuramente provocherebbero”. “Dobbiamo fare tutto il possibile per evitare l’ennesima grave violazione del diritto umanitario internazionale e dei diritti umani fondamentali”, afferma mons. Auza.
Ribadisce quindi la forte condanna “di tutti gli attacchi e gli abusi su basi etniche, religiose, razziali e altri motivi” e ricorda “ancora una volta che la scomparsa delle minoranze etniche e religiose del Medio Oriente non solo sarebbe una tragedia religiosa, ma una perdita di un ricco patrimonio che ha così tanto contribuito alle società a cui appartengono”.
In conclusione, l’osservatore permanente rammenta che il mese scorso, a Ginevra, davanti al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, 65 Paesi hanno firmato una dichiarazione a sostegno dei diritti umani dei cristiani e di altre comunità, in particolare in Medio Oriente. “Tale affermazione – rileva – richiama l’attenzione sul fatto che l’instabilità e la guerra in Medio Oriente minaccia seriamente l’esistenza stessa di molte comunità religiose, specialmente dei cristiani”.
Occorre, dunque, che tutti gli Stati si uniscano insieme per “affrontare questa situazione allarmante”, anche perché “ogni intervento è ormai tardivo” per quanti hanno già perso la vita o sono già stati cacciati dalle loro case e dai loro paesi. “D’ora in poi – aggiunge il rappresentante pontificio – ogni azione tesa a salvare anche una sola persona da persecuzioni e da ogni forma di atrocità non è solo tempestiva ma urgente”. E, come ha detto Papa Francesco, per la comunità internazionale “non può mai essere un’opzione quella di restare a guardare in un silenzio complice” certi crimini.

Via ZENIT (news del 22/04/2015)

Il Nunzio Zenari: “in Siria, fede e preghiera sono una grande forza contro il timore del futuro”

(news pubblicata da Zenit il 7/4/2015) – “Auspico che la comunità internazionale non assista muta e inerte di fronte a tale inaccettabile crimine, che costituisce una preoccupante deriva dei diritti umani più elementari. Auspico veramente che la comunità internazionale non rivolga lo sguardo da un’altra parte”. È rimbalzato ovunque nel mondo l’ennesimo appello di Papa Francesco, levato durante il Regina Coeli di lunedì in favore dei cristiani perseguitati in particolare in Iraq e Siria.
“Questo messaggio del Papa, questo richiamo è molto apprezzato dai cristiani di qui e non solo dai cristiani”, ha dichiarato infatti mons. Mario Zenari, nunzio in Siria. “Credo sia un dovere di tutta la comunità internazionale di proteggere questi gruppi minoritari, che alle volte sono aggrediti con atrocità. Qui c’è un dovere di tutta la comunità internazionale. E direi che questo ha incoraggiato, ha dato forza anche ai cristiani della Siria”.
Gli appelli del Pontefice hanno poi “un tocco particolare”, ha affermato mons. Zenari, ricordando le parole del Papa il giorno di Natale quando aveva menzionato per prima “l’amata Siria”: “Questo aggettivo fa molta presa sui cristiani di qui e, ripeto, non solo sui cristiani ma su tutti i siriani, che hanno una grande stima del Santo Padre”, ha detto.

“Venendo da Damasco (sono due ore di strada) – ha proseguito Zenari – si passa attraverso una zona desertica che proprio nei mesi di marzo ed aprile è coperta da una leggera coltre di verde. E io facevo questo pensiero: questi cristiani, questa gente che soffre, che dà la vita perché ama i propri fedeli, ama il proprio popolo, è come questi semi che anche se sono calpestati prima o poi germogliano. Questa, direi, è anche un po’ la speranza della Siria. L’importante è seminare semi di bontà, semi di non violenza, di rispetto della dignità umana e prima o poi questi germoglieranno e sarà veramente primavera, sarà anche la primavera araba”.
Raccontando infine come ha vissuto le feste di Pasqua la comunità cristiana di Damasco, l’arcivescovo ha spiegato di aver celebrato il Venerdì Santo presso la cattedrale greco-cattolico-melkita che “era strapiena di gente, di cristiani”. “Da tutte le parti della Siria, anche qui a Homs, ho sentito dire che mai come ora i cristiani riempiono le chiese”, ha soggiunto, “direi che la fede e la preghiera sono una grande forza contro il timore, contro l’ansia per il futuro, soprattutto dei cristiani”.
“E’ stata una Pasqua molto, molto sentita – ha concluso il nunzio -. Credo, infatti, che i nostri cristiani abbiano sentito molto la Passione del Signore Venerdì Santo. Tutti i siriani, cristiani, musulmani e di altre fedi, hanno dovuto cominciare un cammino di Via Crucis. Quante sofferenze, quante morti… Ora, ci si chiede a quale ‘stazione’ della Via Crucis siamo arrivati. Siamo arrivati alla 14esima, quella che precede la Risurrezione? Oppure, siamo ancora purtroppo a metà del cammino della Via Crucis? Questo è quello che pesa un po’ sull’animo dei cristiani e direi di tutti i siriani”.

La Caritas denuncia il bagno di sangue in Siria: “fermate la violenza”

In quattro anni di conflitto la Caritas italiana ha contribuito a finanziare progetti umanitari per 2 milioni di euro in Siria, Libano, Turchia e Giordania. Di questi fondi, 400.000 euro sono stati destinati ai piccoli siriani, tra le principali vittime della guerra. “Una catastrofe umanitaria – la definisce Caritas – la più grave al mondo. Record assoluto, in negativo, per numero di morti, sfollati, rifugiati, atrocità, distruzione. Dramma nel dramma, il coinvolgimento dei bambini: uccisi, usati, abusati. Una nuova strage di innocenti”.

Secondo quanto emerso dall’analisi effettuata dalla Caritas scesa direttamente in campo per aiutare le popolazioni colpite dal conflitto, la comunità internazionale ha sino ad ora fallito. Per questo l’organismo pastorale della Cei ha dichiarato che è inaccettabile l’impotenza delle autorità di fronte a questo dramma e ha lanciato un appello ai politici interessati affinché fermino queste violenze.

Tra i vari interventi dell’associazione caritatevole, risalta “un progetto pilota in Libano, per una serie di incontri di formazione e di attività pratiche in tutto il Paese, volti ad apprendere le tecniche di risoluzione pacifica dei conflitti, e destinato a giovani rifugiati siriani e libanesi”. L’intera rete Caritas, solo nel 2014, ha aiutato oltre 1,2 milioni di persone nei territori colpiti: “La solidarietà resta un dovere per tutti noi continueremo a tenere vivo questo sentimento presso le nostre comunità”.

fonte In Terris

IRAQ – Urge fermare il genocidio dei cristiani e perseguire penalmente chi istiga alla violenza

Intervistato da Crux, l’osservatore permanente della Santa Sede presso l’Onu, monsignor Silvano Maria Tomasi, ha rilasciato alcune dichiarazioni a proposito della persecuzione dei cristiani in Iraq e Siria ad opera soprattutto dello Stato islamico. Ecco quanto affermato:
«Dobbiamo fermare questo genocidio, altrimenti in futuro ce ne pentiremo chiedendoci perché non abbiamo fatto qualcosa, perché abbiamo permesso che avvenisse una simile tragedia. C’è bisogno di una coalizione ben pensata e coordinata», che includa i paesi musulmani e «che faccia tutto ciò che è possibile per raggiungere un accordo politico senza violenza. Ma se questo non è possibile, allora l’uso della forza sarà necessario». Certo, è compito «dell’Onu e dei suoi membri, soprattutto del Consiglio di Sicurezza, determinare la forma esatta dell’intervento necessario, ma la responsabilità di agire è chiara». Del resto, un’azione internazionale militare in difesa delle minoranze «è una dottrina che è stata sviluppata sia dalle Nazioni Unite che dall’insegnamento sociale della Chiesa cattolica».

Mira invece a far varare una legge per perseguire penalmente i predicatori di religiosi che istigano alla violenza il Patriarca di Babilonia dei Caldei, Louis Raphael I Sako. Nell’Iraq insanguinato dai conflitti settari e in buona parte finito delle mani dei jihadisti, occorre combattere chi mette a rischio la pacifica convivenza tra i cittadini appartenenti a religioni e confessioni diverse. Il Patriarca ha rivolto la richiesta al Parlamento iracheno domenica 15 marzo, nell’ambito di una conferenza organizzata dal Comitato parlamentare per gli affari religiosi. Nel suo intervento, Sako ha delineato la pacifica convivenza tra comunità religiose diverse come un patrimonio condiviso della società irachena, che tutti – a partire dai leader religiosi – devono impegnarsi a custodire e difendere, favorendo anche con la predicazione e con il contributo dato ai programmi educativi e scolastici la diffusione della cultura del pluralismo e dei diritti di cittadinanza.
Il Capo della Chiesa caldea ha anche richiamato la potenziale utilità di avviare una riflessione su un disegno di stato civile che – valorizzando in maniera adeguata il contributo delle comunità e dei soggetti religiosi alla convivenza sociale – riconosca come vantaggioso per tutti il principio della distinzione tra religioni e istituzioni politiche.

Il Comitato amministrativo della Conferenza episcopale degli Stati Uniti invita a pregare per le vittime di tutte le persecuzioni religiose e ha redatto un appello affinché queste violenze si interrompano. “Invitiamo i fedeli di ogni credo – si legge nella dichiarazione – ad unirsi in preghiera per coloro che affrontano la drammatica realtà delle persecuzioni in Medio Oriente e nel resto del mondo”. Ricordando, in particolare, i 21 cristiani copti uccisi dall’Isis il mese scorso, i presuli sottolineano che “la testimonianza del loro martirio coraggioso non è l’unica, insieme a quella di migliaia di famiglie, cristiane e di altre religioni, in fuga da violenze terrificanti”.
I vescovi ricordano che gli estremisti sfruttano spesso l’esclusione in ambito politico ed economico, di qui l’appello a incrementare “l’assistenza umanitaria e lo sviluppo”. Infine, ribadendo che la Quaresima è un tempo forte per “unirsi più strettamente a Cristo sofferente”, la Chiesa di Washington esorta i fedeli a pregare, “con la speranza che un giorno tutti possano condividere la gioia e la pace duratura della risurrezione di Cristo”.

via Agenzia Fides, ZenitTempi.it

SIRIA – Quattro anni di guerra, il Nunzio: “non perdiamo altro tempo”

Riportiamo di seguito l’intervista del nunzio apostolico in Siria, monsignor Mario Zenari, pubblicata da MISNA nel giorni scorsi.

“Se guardo indietro a questi quattro anni vedo la mancanza di buona volontà da parte di chi avrebbe potuto porre fine al conflitto e tante, troppe, occasioni sprecate”: è un quadro amaro quello che il nunzio apostolico in Siria, monsignor Mario Zenari, traccia nel quarto anniversario dall’inizio degli scontri che hanno causato oltre 220 mila morti e quattro milioni di sfollati e rifugiati.

Il conflitto nel paese sta per entrare nel quinto anno. In che condizioni versa la popolazione siriana?
La situazione in Siria è più disperata che mai. Ricordo che all’inizio del conflitto, quando le proteste di piazza del venerdì venivano represse dalle forze dell’ordine, le vittime si contavano di settimana in settimana., Aspettavamo, col fiato sospeso che le moscheee finissero la preghiera rituale chiedendoci cosa sarebbe accaduto e se ci sarebbero state vittime. Da allora sono passati quattro anni, quasi 1500 giorni e adesso i morti si contano a centinaia ogni giorno. Nel 2014, Annus Horribilis di questo conflitto insensato, ne abbiamo contati una media di 200 al giorno.

Una ricerca condotta dalla coalizione di ong With Syria ha rivelato che il conflitto ha spento l’83% delle luci del paese. Praticamente un ritorno al Medioevo… 
I blackout sono un grosso problema che si aggiunge a quelli già quotidianamente sopportati dagli abitanti di questa terra martoriata. In certe zone nei dintorni di Aleppo la luce c’è solo per poche ore al giorno. Ma quello che mi preme di sottolineare è che la Siria non è al buio solo per la mancanza di corrente elettrica. All’oscurità nelle case corrisponde un’oscurità nei notiziari e nella visibilità mondiale. Di Siria non si parla più o comunque non abbastanza, per cercare di trovare una via d’uscita a questa guerra. Troppo spesso si parla del conflitto solo in relazione alle efferatezze del cosiddetto Stato Islamico in Iraq e Siria (Isis) ma si dimentica che qui la guerra causa vittime tutti i giorni. E quei morti stanno davvero diventando ‘invisibili’.

A quasi cinque anni dall’inizio degli scontri, quanto siamo lontani da una possibile soluzione?
Se guardo indietro a questi quattro anni vedo la mancanza di buona volontà da parte di chi avrebbe potuto porre fine al conflitto e tante, troppe, occasioni sprecate. La principale ha una data precisa: 30 giugno 2013, quella posta in calce alla Dichiarazione di Ginevra, quando si riuscì a portare i vari attori del conflitto ad un tavolo dei negoziati per la creazione di un governo di unità. La soluzione era a portata di mano ma non si è voluta cogliere.

Non c’è nessun appiglio per continuare a sperare?
Un risultato positivo in questi anni è stato raggiunto: l’accordo per lo smantellamento dell’arsenale chimico dell’esercito nel settembre 2013. Nonostante le tenui aspettative si è riusciti a portare quegli ordigni micidiali fuori dal paese, grazie alla pressione delle superpotenze. Pensi se ciò non fosse accaduto e quelle armi fossero cadute nelle mani dei gruppi estremisti….

Ritiene che quella stessa determinazione da parte della comunità internazionale e quelle pressioni per un accordo sulle armi chimiche siano mancati per convincere le parti a porre fine alle ostilità?
Le divisioni in seno al Consiglio di sicurezza non sono un segreto per nessuno. E anche gli interessi contrapposti delle potenze regionali non hanno fatto che alimentare la violenza e le divisioni settarie. Ma arrivati a questo punto a chi interessa attribuire colpe? Quello che serve è l’immediata fine dei combattimenti e un programma di aiuti per contrastare una crisi umanitaria che ha ridotto in ginocchio il paese. Che almeno non si perda altro tempo!

SIRIA – Il Giubileo visto da Aleppo. Il Vescovo Abou Khazen: solo la misericordia può salvarci dall’odio e guarire le ferite

Aleppo (Agenzia Fides del 14/03/2015) – L’indizione di un Giubileo straordinario della misericordia, preannunciato ieri da Papa Francesco nel corso della liturgia penitenziale da lui presieduta nella Basilica di san Pietro, suscita riflessioni singolari tra i cristiani della Siria, a partire dalla condizione di ansia e sofferenza da loro vissuta nel momento in cui si entra nel quinto anno del conflitto siriano. “Invochiamo e mendichiamo la misericordia di Dio per noi stessi, per la Chiesa di qui, per tutti i nostri amici e compagni di strada, e anche per tutti questi che commettono cose atroci tirando in ballo il nome di Dio: che Dio stesso abbia davvero misericordia di noi e di loro, e tocchi i cuori di tutti”. Così il Vescovo Georges Abou Khazen OFM, Vicario apostolico di Aleppo per i cattolici di rito latino, descrive i sentimenti e le attese provocati in lui dalla notizia dell’indizione di un anno giubilare dedicato alla misericordia.
“Per tutti noi”, spiega il Vescovo francescano della martoriata metropoli siriana “fare esperienza della misericordia di Dio è una questione vitale, da mendicare come una cosa che ci è necessaria per vivere: solo chi fa esperienza della misericordia di Dio può essere poi misericordioso con gli altri, e farsi loro incontro per aiutarli. Il dolore e la sofferenza degli innocenti ci appaiono assurdi, e di per sé possono indurire e spegnere anche i cuori più generosi, fino a farli incattivire. Solo il miracolo della misericordia può risanare le ferite altrimenti mortali della nostra anima, e produrre frutti di conversione e riconciliazione. Papa Francesco ripete che la misericordia non è un atteggiamento pastorale, ma è la stessa sostanza del Vangelo. E questo, nella condizione a Aleppo, lo percepiamo tutti i giorni, fin nelle pieghe più intime delle nostre vite”.

VIDEO – “Afraid of the Dark”, riaccendere le luci e la speranza in Siria

A quattro anni dall’inizio del conflitto in Siria l’83% di tutte le luci in Siria si è spento.
Lo rivela la Coalizione #WithSyria, formata da 130 organizzazioni umanitarie tra cui Save the Children.
La sconcertante realtà è emersa dall’analisi di alcune immagini satellitari, effettuata dagli scienziati dell’Università di Wuhan in Cina, in collaborazione con la Coalizione: dal marzo 2011 il numero delle luci visibili di notte in Siria si è ridotto fin quasi – in alcune zone del Paese – alla sparizione totale di esse.
Per questo la coalizione #WithSyria ha diffuso il video “Afraid of the Dark”, accompagnato da una petizione indirizzata ai leader mondiali affinché sia riaccesa la luce e la speranza nel paese precipitato nell’orrore di un conflitto sempre più devastante: oltre 200mila persone sono morte dall’esplosione della crisi e 11 milioni di persone, una cifra impressionante, ha dovuto abbandonare le proprie case.
Il video è stato ideato dall’agenzia “Don’t Panic”, (la stessa che ha realizzato nel 2014 il video Most Shocking Second a Day sulla guerra in Siria che ha realizzato oltre 45 milioni di visualizzazioni in tutto il mondo):

“Dal 2011, il popolo siriano e i suoi milioni di bambini sono stati catapultati in un buio angoscioso, deprivato, impaurito e addolorato per la perdita di familiari, persone care, amici, e del paese che tutti conoscevano”, dichiara Valerio Neri, direttore generale di Save the Children Italia. “Dobbiamo fare luce sulla più grande crisi umanitaria dalla Seconda Guerra mondiale – aggiunge – una crisi che la comunità internazionale non ha finora saputo affrontare lasciando milioni di bambini e le loro famiglie senza aiuti e protezione”.
Neri spiega poi che “benché nel 2014 il Consiglio di Sicurezza dell’ONU abbia adottato 3 risoluzioni per l’adozione di misure che garantissero protezione e assistenza ai civili siriani, il 2014 è stato l’anno peggiore di questa terribile guerra con migliaia di morti, milioni di persone sfollate e milioni di bambini e adulti in condizione di estremo bisogno all’interno del paese ma solo in parte raggiunti dagli aiuti che gli operatori umanitari cercano comunque, a rischio della vita, di portare a chi ne ha bisogno”.
Il direttore di Save the Children italia commenta inoltre la la diffusione del nuovo rapporto Failing Syria, redatto dall’associazione con Oxfam, il Consiglio Norvegese per i Rifugiati e altre organizzazioni, per denunciare con forza il fallimento totale delle parti in conflitto e delle potenze internazionali nella applicazione delle risoluzioni Onu.
Unendo la propria voce a quella delle altre Ong e alla Coalizione #WithSyria, Save the Children chiede quindi che si faccia il massimo per “riaccendere le luci” in Siria. Anzitutto “privilegiando una soluzione politica incentrata sul rispetto dei diritti umani”; poi “potenziando la risposta umanitaria per la popolazione siriana, e in particolare i bambini, all’interno del Paese, e all’esterno dove vivono milioni di rifugiati, inclusa l’accelerazione dei programmi di re-insediamento”. Infine “insistendo sulla richiesta di cessazione degli attacchi sui civili delle parti coinvolte nel conflitto e sulla richiesta che venga consentita la distribuzione degli aiuti umanitari”.

via Zenith News Agency

SIRIA – Liberate le 52 famiglie cristiane rapite dallo Stato islamico, gli attacchi però non cessano

Damasco (AsiaNews del 9/3/2015) – “Sono stati liberati senza il pagamento di alcun riscatto” i cristiani rapiti dallo Stato islamico (SI) il 23 febbraio scorso in alcuni villaggi del nord-est della Siria, poco distante dal confine con la Turchia e “rilasciati a metà della scorsa settimana, tra il 5 e il 6 marzo”.
È quanto afferma ad AsiaNews il Nunzio apostolico in Siria mons. Mario Zenari, il quale riferisce che “52 famiglie per giorni nelle mani dei jihadisti” ora si trovano al sicuro. Ad oggi, aggiunge il prelato, “restano nelle mani dei miliziani ancora 16 persone, la metà delle quali cristiani e gli altri curdi”.

Intanto la situazione in Siria resta sempre drammatica, con attacchi aerei, colpi di mortaio e scontri a fuoco che si sono susseguiti per tutta la giornata di ieri a Damasco e ad Aleppo, dove si registrano le situazioni di maggiore criticità.
Il rapimento delle famiglie cristiane – almeno 250 persone, ma sui numeri esatti ha sempre regnato l’incertezza – è avvenuto durante l’offensiva lanciata dallo SI contro villaggi a maggioranza assira del governatorato di Al-Hasakah, nel nord-est. Un’area dall’importanza strategica, perché rappresenta una sorta di ponte fra le terre del Califfato in Siria e Iraq e permette l’apertura di un corridoio con la Turchia per armi, rifornimenti e combattenti.

Testimoni locali riferiscono che, in seguito all’offensiva, oltre 5mila assiri – dei 30mila che componevano una delle più antiche comunità cristiane del Medio oriente – hanno deciso di abbandonare il Paese, scegliendo la via dell’esodo in cerca di un riparo più sicuro. A inizio mese i terroristi hanno liberato un primo gruppo di 19 cristiani, dopo il pagamento di un riscatto di circa 1.700 dollari a testa.

Il nunzio apostolico conferma che “le famiglie cristiane sono state liberate senza il pagamento di riscatto” e che “dietro il sequestro vi fosse la volontà dei miliziani di usarli come scudi umani”, per ripararsi dagli attacchi aerei della coalizione durante il ripiegamento delle forze.

Parlando della situazione siriana, il prelato conferma che “va male, sono stati giorni duri sia a Damasco che ad Aleppo”. “Sentivamo aerei sopra le nostre teste e sono caduti diversi colpi di mortaio in diversi punti della capitale”. Anche i prossimi giorni “non saranno migliori”. Scontri e violenze si sono registrati pure ad Aleppo.

La scorsa settimana è fallito il tentativo di mediazione per una tregua avanzato dall’inviato Onu Staffan De Mistura. Il diplomatico aveva ipotizzato un temporaneo cessate il fuoco ad Aleppo, per consentire l’ingresso di aiuti umanitari in città ed elaborare al contempo una prima bozza di accordo politico. Tuttavia, i delegati del fronte dei ribelli e dei combattenti islamisti non hanno accettato la tregua proposta dalle Nazioni Unite. “C’era da temere che il tentativo di dialogo fallisse – conclude il nunzio apostolico – ora aspettiamo di vedere cosa succede in futuro, ma non vi sono margini per l’ottimismo”.

Dall’inizio della rivolta contro il presidente siriano Bashar al Assad, nel 2011, oltre 3,2 milioni di persone hanno abbandonato la Siria e altri 7,6 milioni sono sfollati interni. Almeno 200mila le vittime del conflitto, molte delle quali civili. Proprio nel contesto del conflitto siriano è emerso per la prima volta, nella primavera del 2013, in tutta la sua violenza e brutalità lo Stato islamico; da quel momento ha iniziato una rapida avanzata nei territori della regione, strappando ampie porzioni di territorio a Damasco e Baghdad e imponendo un vero e proprio regno del terrore.