Non importava ciò che io facessi ma che io trascorressi tempo con loro

Tante son le cose belle e che vorrei raccontare della Bolivia ma la cosa a cui penso per prima quando devo parlarne son gli occhi dei bambini che ho incontrato.

Nel mese in Bolivia io e Martina, l’amica-sorella con cui sono partita, siamo state in diverse zone, dal centro della città super caotica alle case di fango e legno costruite nel deserto.

Ammetto che all’inizio ho avuto difficoltà a comprendere un popolo molto lontano dal nostro, con le loro abitudini, la loro cultura e le loro usanze, ammetto che forse all’inizio ho avuto occhi giudicanti e vedevo solo ciò che di brutto c’è. Dopodiché ho iniziato a “vivere” i bambini delle case di accoglienza in cui eravamo.

E loro davvero mi hanno fatto innamorare e mi hanno insegnato tanto. Ho conosciuto bambini che nonostante le storie assurde e strazianti erano sempre sorridenti, pronti ad accoglierti a braccia aperte, che si mostrano così come sono, puri ed incontaminati. Credo che in un mese non ho mai sentito un loro lamento, un loro piagnucolare per qualcosa che gli mancava. Li ho visti invece condividere ogni loro gioco o qualsiasi altro oggetto, li ho visti aiutarsi, difendersi l’un l’altro e fare gruppo, li ho ascoltati mille volte dire “grazie” per ogni minima cosa che noi facevamo, dal preparare la pasta all’aiutarli a vestirsi.  Ed è in questo modo che mi hanno dato la testimonianza vivente dell’insegnamento di Cristo. Vivere senza pretese, senza aspettare qualche ricompensa da non so chi, vivere rendendo grazie per quello che si ha, senza paragonarsi a chi “sta meglio” (secondo qualche criterio poi?) e ringraziando per ogni dono che dall’altro viene. Vivere senza nessun legame materiale, difatti quel poco che avevano erano sempre pronti a donarcelo.

Nei primi giorni sentivo la necessità di “fare” qualcosa per poterli aiutare; ma ai giorni in cui non avevamo un attimo per risposare tra le mille cose da fare si alternavano altri in cui non c’era l’apparente necessità di aiuto e quello creava un’ansia assurda, la paura dello star a perdere tempo, del non concludere nulla. Ma anche in questo i bambini mi hanno dato un grande insegnamento: quei piccoli mi hanno fatto capire che a loro non importava ciò che io facessi ma che io trascorressi tempo con loro, allora siamo stati al parco, siamo stati in giardino a giocare e vedevo che quello era la cosa che più li rendeva felici, era ciò che loro più desideravano e quindi era proprio il modo migliore per amarli.  Da questo ho capito che missione non è fare, missione è donarsi, totalmente e nel modo che l’altro desidera e di cui necessita. Non seguendo i miei preconcetti e schemi sul come fare la buona volontaria ma capendo bene come loro volevano essere amati. Alcuni avevano bisogno di abbracci, altri di un aiuto a lavarsi e vestirsi, altri semplicemente che io fossi seduta accanto a loro. Per altri era importantissimo fare qualcosa per me, da un disegno o un bracciale e da quel momento ho iniziato anche a gustare il loro amore, e ne ho ricevuto veramente tanto. Ho capito che loro non solo avevano bisogno di qualcuno che desse loro delle attenzione ma anche qualcuno a cui poter dare il loro amore.

 

Altri ricordi che porterò sempre con me saranno i volti dei vari missionari italiani incontrati, Francesco, Maria, padre Tarcisio, Suor Grazia e tanti altri. Ho visto volti così stanchi ma occhi cosi luminosi da fare invidia, ho invidiato la loro gioia, il loro grande amore e il loro coraggio di abbandonare le loro certezze per abbandonare se stessi all’altro.  Loro sono quelli che alla fine mi hanno fatto anche apprezzare quella cultura cosi lontana dalla mia, perché mi hanno insegnato il loro modo di guardare e di approcciarsi agli altri, mi hanno fatto capire che nessuno può pensare di vivere nel modo migliore, mi hanno fatto vedere i tanti aspetti belli di quel posto, il forte senso di comunità, rispetto per lo “straniero”, la loro capacità di dedicare ancora tempo alle relazioni, di vivere e non solo fare.

Il post missione ha portato con sé una forte solitudine, paura di aver visto e ricevuto tanto ma doverlo impacchettare e metterlo nei ricordi, finché ho capito che alla fine se ho ricevuto la grazia di vivere quest’esperienza è perché Lui vuole che questo approccio missionario alla vita io possa averlo sempre e in ogni luogo. Che quell’attenzione all’altro, quello sguardo diverso che m’hanno insegnato diventino parte di me. Si è missionario nello spirito e non in base al luogo in cui si è.

 

Ambra (qui le sue sensazioni prima della partenza)

In Missione, così come in tutta la nostra vita, con alcuni si può parlare di Gesù, ma con altri bisogna esserlo.

Missione è cammino: è partire, lasciare le proprie sicurezze e comodità per andare ad incontrare. È sporcarsi i piedi con la terra sulla quale cammini per andare al mercato a comprare il lievito per cucinare un dolce per i bambini, quella terra così arida e secca, la stessa che quando piove diventa fango, così tanto fango che non sai dove appoggiare i piedi, ma non devi preoccuparti perché i ragazzi camminano avanti a te, ti guidano e ti sostengono. I bambini in Bolivia sono stati i veri missionari di questo viaggio, sono stati loro a predicarci il Vangelo perché capaci di gesti gratuiti. Me lo ricordo bene quando quel bambino mi ha regalato una pagina del suo album di figurine, era una sola ma era tutto quello che aveva. Pensiamo di andare in Missione con la bisaccia piena per scaricarla agli altri, invece ce la dobbiamo portare vuota per riempirla dei valori che possono darci gli altri.

Missione è scoprirsi: i momenti di fatica ti costringono ad andare all’essenziale, a chiederti ancora una volta perchè sei partita e per chi lo stai facendo. È conoscere come il tuo corpo reagisce alla fame, alla sete o alla stanchezza quando non hai niente a cui aggrapparti. È il Signore che in quel momento ti sta facendo una grazia, ti sta facendo sperimentare che cosa significa essere povero, essere bisognoso, ti sta facendo vedere quanto è importante la mano del tuo fratello pronto ad aiutarti, di cui spesso noi crediamo di non avere bisogno, perché troppo pieni di noi. La fragilità è un dono incomparabile che ti rende nudo di fronte al prossimo e ti fa entrare in relazione con lui, una relazione che sempre arricchisce. Questo ce lo hanno insegnato bene i bambini che in questo tempo trascorso con loro non hanno avuto paura di incontrarci, non hanno avuto paura di volerci bene, di abbracciarci, di cercarci e di parlarci. Con loro parlavamo lingue diverse eppure mi sembrava di capirci così bene. Cercavamo la stessa cosa, l’amore l’uno dell’altro, ci cercavamo e ci trovavamo. Mentre i giorni trascorrevano imparavo a smettere di cercare il mio tornaconto, il mio guadagno personale in quello che facevo e questo mi rendeva una persona sempre più libera.

In Missione il Vangelo si vive, a volte bisogna saper rinunciare a momenti di preghiera per lavare i piatti o accompagnare i bambini a scuola. Si è costretti a cercare la Parola di Dio nella stanchezza che provi a fine giornata, segno che ti sei lasciato consumare dall’Amore, che anche oggi sei felice perchè sei stato pane spezzato per gli altri. Gesù ha bisogno di te, delle tue mani, della tua bocca, delle tue orecchie per portare vita laddove qualcuno ha cercato di strapparla via. È Gesù che vive in te quando accarezzi la fronte di una bambina di dodici anni che non ha più nulla in quel momento se non il tuo affetto. Solo Dio può renderti capace di stare di fronte a tutto questo senza disperarti. In Missione, così come in tutta la nostra vita, con alcuni si può parlare di Gesù, ma con altri bisogna esserlo. “Bisogna essere capaci di annunciare Gesù Cristo lasciando sempre a colui con il quale parliamo uno spiraglio da cui possa scappare lontano. Così il suo incontro si tingerà di libertà, non sarà una costrizione.” Tutto questo siamo chiamati a farlo con gioia. Nel cuore del cristiano c’è sempre la gioia, come dice Papa Francesco, sempre. La gioia accolta come un dono e custodita per essere condivisa con tutti.

Non sento di aver fatto un sacrificio o di aver rinunciato a qualcosa andando in Missione, non mi sento più coraggiosa o più brava degli altri, sento di essermi concessa un lusso, sento che Dio ha voluto donarmi una grazia, ha voluto farmi vedere che cosa significa vivere da figli di Dio. Ora ho visto, ora so, e questo mi chiama a una responsabilità sempre più grande.

Ma così come l’abito non fa il monaco, il posto non fa il missionario. Ora inizia una nuova Missione: tra le mura di casa, all’università, il sabato pomeriggio in giro con le amiche e in qualsiasi posto in cui il Signore mi chiama a vivere il mio oggi. Da ora in poi la mia vita non cambierà, forse non farò cose nuove ma sicuramente le farò con uno sguardo nuovo, attraverso una domanda che sempre si rinnova: “Signore qual è la mia Missione qui oggi?”.

Grazie fratelli e sorelle della Bolivia perché mi avete insegnato il linguaggio dell’amore.

Martina (qui le sue sensazioni prima della partenza)

 

GM il ritorno: Etiopia

Eccoci qui, siamo Ilaria e Marco, tornati sani e salvi dalla nostra avventura. Tre settimane molto cariche di esperienze ed incontri. Abbiamo conosciuto la realtà Salesiana di Pignudo, Abobo ed Addis Ababa, ma anche quella quotidiana di chi vive in queste zone. Abbiamo conosciuto una fede semplice, che prega e canta perché davvero non manchi il pane quotidiano. Abbiamo conosciuto un modo di condividere che non è un’eccezione alle singole quotidianità, ma che è fondamento della società, tanto da dare il nome all’etnia che ci ha ospitati: “Anuak”.

Abbiamo capito che con solo il sole a farti da lampione, 12 ore di luce a disposizione, temperature impossibili già dalle 10 di mattina o pioggia battente se è la stagione delle piogge, l’unica possibilità è fare quello che si può, come si può e quando si può. Abbiamo capito che se hai anche solo mal di pancia, non sai se qualcuno sarà in grado di capire il problema e curarti (ma per fortuna qualcuno che capisce il problema e ti cura c’è, magari a tre ore di macchina).

Abbiamo conosciuto Abba Giorgio che dopo una vita di missione non dimentica il piacere della compagnia davanti a un bel bicchiere di grappa. Abbiamo conosciuto Maria Teresa, missionaria laica che ogni giorno prova a metterci del suo per migliorare una fetta di mondo. Abbiamo conosciuto ragazzi che come tutti i ragazzi vivono, crescono e imparano al meglio delle loro capacità.

Abbiamo maturato la consapevolezza che non esiste un mondo migliore e un mondo peggiore ma esiste un mondo che ha bisogno di aiuto da parte di un mondo che ha la possibilità di aiutare, entrambi costituiti da persone con uguale speranza, forza e dignità.

Ringraziamo Abba Filippo, per il suo immancabile entusiasmo e supporto. Grazie a Gnigwo che ci ha accolti come fratelli. Grazie a tutti i Salesiani conosciuti ad Addis Ababa che hanno condiviso con noi pasti ed esperienze di vita. Grazie ai frati e ai compagni del gruppo missionario per la formazione e la vicinanza.

… E grazie ad Adriana: sono stati i suoi manicaretti a farci tornare dopo il primo incontro!!!

GM: Sotto a chi tocca!!

Dopo Marco & Ilaria e Matteo e Pietro, ora è la volta di Ambra e Martina…

 

Ciao a tutti! Sono Ambra, 24enne napoletana con “strane” idee per la testa… infatti sto partendo per la Bolivia!!!

Quando sei a pochi giorni dalla partenza speri di avere tutto sotto controllo, speri di avere i farmaci per qualsiasi evenienza, l’abbigliamento adeguato al luogo e lo spray che ti protegge da tutti gli animali. Poi pensi che per quanto la tua mente voglia controllare tutto in realtà non può farlo. In questa missione alla guida non c’è la tua mente, se avessi ascoltato la testa ora sarei su qualche isola greca a godermi l’estate.

Ho ascoltato il cuore, un desiderio profondo che porto dentro da un bel po’. Ho seguito quello che Lui mi ha messo nel cuore; allora con lo stesso spirito di affidamento con cui ho affrontato la preparazione, affronto questo viaggio con l’idea di andare li’ per servire, per donarmi totalmente all’altro senza i miei schemi mentali ma con lo Spirito che sto chiedendo a Lui.

Nei mesi di preparazione mi chiedevo cosa potessi donare, avevo l’idea di dover trovare soluzione alla fame nel mondo, per poi capire che ciò io non posso farlo, posso donare solo me stessa, il mio tempo, il mio amore e la mia testimonianza di averLo incontrato. La cosa fondamentale in questa missione è andare incontro all’altro, accogliendo, amando, servendo e facendosi mezzo.

Parlando con le persone in questi mesi tutti mi chiedevano perché fare una cosa del genere, perché stare via un mese, perché non godermi le vacanze, perché spendermi così tanto…. Per Amore!!! E l’Amore è tanto, l’Amore costa, l’Amore ti consuma…altrimenti che Amore è?

Quello che chiedo ora è di essere strumento. ” Oh Signore fa’ di me un istrumento della tua pace” pregava San Francesco.

 

Sono Martina, ho 20 anni e sono in partenza per la Bolivia. Finalmente il mio desiderio si sta realizzando. Le aspettative sono tante così come la voglia di andare.

Ho sempre avuto, fin dall’inizio del mio cammino di fede, il desiderio di testimoniare la gioia di vivere in Cristo, a partire dalle persone a me care. Questo desiderio si è fatto sempre più profondo e attraverso il corso “giovani e Missione” ho avuto la grazia di metterlo nelle mani del Signore per capire fin dove volesse portarmi. Mi sono lasciata condurre , mi sono fidata delle persone che il Signore ha messo nel mio cammino e che mi hanno sostenuta a accompagnata durante questo tempo. Ho accettato con gioia le sfide davanti a cui il Signore mi ha messo, anche quelle apparentemente più scomode, come quella di non partire con Pietro, il mio ragazzo. Certo i dubbi e le preoccupazioni non mancano, ma ciò che mi attraversa dentro è un profondo senso di pace e allo stesso tempo di gioia.

Ciò che mi fa muovere è il fascino della diversità. Provo ad immaginarmi i volti delle persone che incontrerò, i posti che vedrò, ed è bellissimo. Il Signore si è servito dei suoi missionari per attrarmi a sé e ora desidero io essere, come dice Santa Teresa di Calcutta, una fiaccola nell’ora buia di qualcuno. Sicuramente non mancheranno i momenti di fatica e di sconforto , ma so che il Signore non mancherà di farmi sentire tutto il suo affetto e la sua tenerezza, e tutto questo sarà motivo di crescita per me. Per ora mi vivo la mia grande gioia e affido tutto sotto la protezione materna di Maria, madre sorella e amica.

PARTITI!!!! – Primi “GM” sbarcati a destinazione

Conclusa la quinta edizione del corso di formazione missionaria “Giovani & Missione”, i primi 4 partecipanti hanno da poco raggiunto le loro destinazioni: Ilaria e Marco a Pugnido, in Etiopia, nella missione salesiana di Abba Filippo; Matteo e Pietro a Rushooka, in Uganda.

 

Ecco le loro testimonianze prima della partenza:

Marco e Ilaria:

Ciao a tutti!

Siamo Marco e Ilaria, sposetti da circa 9 mesi; Ilaria medico e Marco biotecnologo, viviamo nelle ridenti campagne tra Padova e Venezia.

Tra pochi giorni partiremo per l’Etiopia con destinazione la missione salesiana di Pugnido, nella regione di Gambella. Sarà il nostro viaggio di nozze (ritardato). La destinazione deriva da una proposta fattaci da abba Filippo, che vive nella missione di Pugnido e non ci è stata affidata dai frati durante il corso Giovani e Missione, come accade di solito.

Le nostre sensazioni sono un po’ altalenanti e per questo cerchiamo di supportarli a vicenda. Io, Marco, mi sento di partire con il cuore leggero, svuotato dagli impegni e le preoccupazioni quotidiane, pronto a riempirlo con i volti delle persone che incontreremo e dei luoghi in cui vivremo.

Io, Ilaria, ad oggi faccio ancora fatica a non preoccuparmi delle cose da preparare… E se penso in quali insetti o animali ci imbatteremo mi viene la pelle d’oca! Ma le parole di fra Iuri e di due amici partiti prima di noi sono state provvidenziali per focalizzare l’unico vero obiettivo: incontrare.

Ed proprio con questo spirito che vogliamo affidare Il nostro viaggio al Signore perché possa permetterci di incontrarlo nei volti che incroceremo. E a voi che leggete chiediamo una preghiera per noi.

Pace e bene!

Marco e Ilaria

P.s. Se anche voi come noi desiderate partire non dimenticate due cose essenziali: il corso dei frati e i vaccini! 😉

Pietro:
Sono tante le emozioni e i pensieri che in questi momenti mi frullano in testa: la tristezza di salutare le persone care e un po’ di preoccupazione sui loro volti che si mischia alla gioia e alla trepidazione della partenza, la forza emotiva scatenata dai saluti e dagli abbracci, le preoccupazioni e le incertezze per il viaggio e la missione e la curiosità di un mondo nuovo e sconosciuto… ma tutto ciò è sostenuto da una base di tranquillità e serenità (insolita per il mio carattere) che mi sorprende tanto… ma so da Chi viene.
Viene da Chi mi ha “incastrato” attraverso le vie del Suo Amore: prima a fare il corso GM, poi a dire sì e a fidarmi, anche se la mia ragazza, con cui speravo di partire, quei burloni dei frati l’hanno mandata in Bolivia… e a me in Uganda!!! Nonostante il mio ribellarmi e non capire, il Signore con il tempo e alcuni suoi testimoni mi hanno fatto capire il razionale e la bellezza di questa scelta.
E poi questa tranquillità sta anche nel sentire vicine tutte le persone che so che mi stanno accompagnando nella preghiera. Ed è un sacco bello. So che il Signore non delude. Di fronte alle mie incertezze e paure posso solo fidarmi del Padre mio che mi ama infinitamente e che dà solo cose buone ai suoi figli.
E andare!

Aggiornamenti kazaki

Carissimi, ecco a voi alcune notizie dal nostro p. Luca.

Concerto di fine anno

Anche quest’anno sono stato invitato al concerto di fine anno della “Scuola musicale” di Taldykorgan, dove si avviano i bambini alla cultura musicale ed, eventualmente, si selezionano per il conservatorio di Almaty o di Astana.

Quest’anno hanno invitato i loro “colleghi” di Almaty che, come potete vedere dai video, sin dalla più tenera età sono preparati a lavorare insieme in orchestra.

Quest’anno, la sorpresa è stata che a dirigerli non c’era un loro insegnante ma un bambino di soli 10 anni ma ormai pronto ad esercitare la professione di direttore. E’ stato impressionante vedere con quanto sentimento e passione dirigeva i suoi più o meno coetanei!

La mia presenza con l’abito francescano è sempre un’occasione di testimonianza di come noi cattolici non stiamo rinchiusi nelle chiese ma ci impegniamo lì dove ci viene chiesta collaborazione, in questo caso nel campo della cultura e dell’arte.​

Esperimento riuscito

Forse ricordate che qualche tempo avevo annunciato che, viste le difficoltà burocratiche ad aprire nuovamente asilo e dopo scuola, ci volevamo comunque impegnare ad aiutare le mamme (senza marito) a trovare un lavoro e/o a formarsi in vista di un’assunzione.

Mamma Gianna ha finito il corso di sartoria ed è stata assunta in una delle poche fabbriche di questo campo presenti a Taldykorgan. Fatti quattro conti abbiamo visto che ci potevamo impegnare a pagare l’asilo per il piccolo Aleksei e la cosa è tornata molto utile anche per il suo sviluppo psico-motorio visto che, altrimenti, sarebbe rimasto in casa, spesso semplicemente seduto sul divano di fronte al televisore.

 

 

Ed ecco mamma Gianna all’opera e con i primi risultati del suo lavoro… per i figli! Brava mamma Gianna.

 

Un documentario per p. Odorico

Nonostante sia terminato il centenario della nascita del Servo di Dio, p.Odorico d’Andrea, non si spengono in Nicaragua la devozione e le iniziative per “El santito del Norte”.

Tra le tante iniziative che hanno coinvolto migliaia di fedeli e che hanno ricordato padre Odorico per il suo impegno sociale a San Rafael, ricordiamo in particolare quelle che lo ricordano come “uomo di pace”.

La situazione politica in Nicaragua, nel 1953, anno del suo arrivo dall’Umbria, era di grande instabilità e successivamente di lotta rivoluzionaria contro la dittatura. In questo contesto difficile in cui San Rafael era poco più che un villaggio in cui mancava tutto, p. Odorico fa arrivare l’acqua potabile e si adopera per la realizzazione di una diga e di una linea di trasporto da lui gestita che collega San Rafael con Matagalpa e Managua. Siamo nel 1962 e comincia la costruzione dell’ospedale a San Rafael, di strade, scuole, chiese e dispensari nei paesi circostanti.

In questo contesto di lotta rivoluzionaria, p. Odorico si fa mediatore di pace tra i gruppi armati, riuscendo ad ottenere qualche tregua. Al suo apparire i due eserciti nemici si fermano, abbandonano le armi, vanno incontro al “Padrecito”, come lo chiamano affettuosamente i nicaraguensi, ed ascoltano devotamente la messa, sul campo di battaglia trasformato in altare.

Questo suo impegno a favore della pace tra due fazioni rivali – che fa tanto pensare al Cantico delle Creature di San Francesco, in particolare alla strofa sul perdono: “Laudato si mi Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore”, anche quella scritta in un’occasione analoga – e tante altre virtù, sono al centro di un documentario prossimo ad essere disponibile al pubblico dei fedeli.

Il documentario, diretto da Roger Mantica e prodotto da RoMa Production, attraverso testimonianze di frati o semplici fedeli, ricostruisce la figura di p. Odorico e del suo impegno, tra gli altri, per il ristabilimento della pace. Di seguito riportiamo il trailer del documentario.

L’articolo è tratto dal sito dei Frati Minori dell’Umbria

Aiutiamo Ravìl a studiare: un nuovo progetto per il Kazakhstan

Ravìl è il terzo di nove figli della famiglia Panova, con la quale sono iniziati tutti i nostri progetti. Per un certo periodo mamma Svieta era riuscita a fare a meno di noi, ma ora che i figli crescono le difficoltà e… le spese aumentano. Si sono trasferiti in un villaggio ad una cinquantina di km da Taldykorgan, tra le steppe, nella speranza che i costi fossero inferiori e che i campi avrebbero permesso loro di vivere almeno senza la spesa degli alimentari. Ma anche questo… non basta!
Inoltre, ultimamente, sono comparsi seri problemi di salute: lei stessa dovrebbe ricoverarsi per curarsi il cuore ma non sa a chi lasciare i figli e così, come può, cerca di prendere qualche medicina che le permetta di tirare avanti.
Sascia (il primo bambino con cui abbiamo iniziato il progetto “Qua la mano”) sarà ricoverato al centro di tubercolosi qui a Taldykorgan, a causa di gravi lesioni ai bronchi (sembra che i polmoni non siano danneggiati): forse a causa della malnutrizione e dell’aver trascorso l’inverno non adeguatamente vestito! Abbiamo già organizzato un gruppo di parrocchiani che potranno visitarlo e assisterlo quotidianamente, nella speranza che possa guarire presto.
Ravìl, da diverso tempo, ha espresso il desiderio di studiare come “paramedico” (qui è più di un infermiere e meno di un medico), soprattutto spinto dall’aver visto come nei villaggi sia difficile trovare chi ti cura!!! Quest’anno sta finendo la prima superiore con ottimi risultati e ci sembra sia pronto a… spiccare il volo per la grande città: Almaty. Con l’aiuto di Kolia abbiamo trovato un ottimo istituto, alquanto quotato, per i suoi studi. Dovrà perdere la prima classe già frequentata ma, per lui, sarà solo un bene, visto lo scarso livello di preparazione scolastica nei villaggi. Se si trova chi può aiutarlo tra i tanti amici italiani, vivrà nel convitto cattolico della parrocchia di Kapcigai, aperto per permettere ai bambini dell’orfanotrofio parrocchiale di ricevere, crescendo, un’adeguata formazione ad Almaty.
Ci affidiamo alla bontà di tutti voi nella speranza di aiutare anche Ravìl a costruirsi un buon futuro, soprattutto premiando il suo cuore generoso e le sue buone intenzioni di essere, un giorno, utile in uno dei tanti villaggi sparsi tra le steppe, dove la gente non può raggiungere in tempo un ospedale per ricevere cure adeguate.
fr. Luca Baino

Aiuti medici in Kazakhstan

Il piccolo Simeon

Simeon è un bambino di tre anni: sveglio, intelligente, sempre allegro e… pronto per l’asilo! Almeno così sembrava. Già durante l’inserimento sembrava avesse difficoltà a rimanere solo in classe senza la mamma e, quando faceva quello che sembravano essere dei capricci, non gli si dava tanta importanza fino a quando i capricci si sono trasformati in difficoltà respiratoria e perdita dei sensi con tremore di tutto il corpo. Portato subito in ospedale, anche qui non gli si è dato molta importanza, suggerendo ai genitori di attendere qualche tempo e riprovare l’inserimento. Ma anche questa seconda volta la scena si è ripetuta con l’aggiunta di convulsioni.

A questo punto è stata fatta la diagnosi di “epilessia” con il suggerimento di tenere il bambino a casa senza ulteriori indicazioni o terapie. Fortunatamente mamma e papà non si sono arresi (come invece succede spesso da queste parti) e, con l’aiuto di un’altra organizzazione di mia conoscenza, siamo riusciti a trovare una buona clinica ad Almaty a cui rivolgersi. Ovviamente viaggio, esami, terapie sono molto costosi e così, grazie al progetto sanitario, siamo riusciti ad aiutare il piccolo Simeon ad iniziare il suo percorso che lo ha liberato dalla diagnosi di “epilessia” (che lo avrebbe, tra l’altro, estromesso da un normale programma scolastico) ed è stato spiegato ai genitori che, in alcuni casi, nei primi 5 anni di vita si possono manifestare queste crisi, assicurando che entro il 6° anno sarebbe tutto scomparso.

Prescritta una giusta terapia di sostegno, fatti ancora ulteriori periodici esami di controllo, non ci sono più state manifestazioni e speriamo a settembre possa partecipare alle attività dell’asilo con tutti gli altri suoi coetenei.

 

Nonno Sascia

Nonno Sascia e nonna Natascia sono una bellissima coppia con 58 anni di felice matrimonio alle spalle, una bella testimonianza di matrimonio cristiano per tutti e di attiva vita in parrocchia. Purtroppo nonno Sascia è stato affetto da in’infezione che lo ha portato ad un invecchiamento precoce che lo ha quasi paralizzato. Nonostante il suo stato, non si arrende e combatte con tutte le forze per non fermarsi del tutto e avere un sorriso e una parola saggia per tutti quelli che lo vengono a trovare. Ha bisogno di medicine che gli permettano una vita dignitosa e lo aiutino in questa lotta. Le due piccole pensioni non permettono loro di acquistarle. Quando ho detto loro che avremmo potuto aiutarli si sono commossi fino alle lacrime e non finivano più di ringraziare e hanno assicurato per tutti voi le loro preghiere e… contateci che… arrivano!!!!

fra Luca Baino

Novità dal Kazakhstan – nuovo incarico per fra Luca

Carissimi,
durante lo scorso capitolo della Fondazione di S. Francesco di Russia e Kazakhstan, mi è stato chiesto di diventare parroco anche di Almaty (oltre che già di Taldykorgan e Jarkent).
Ieri sono stato presentato ufficialmente dal Vescovo alla comunità di Almaty durante la Messa in russo della mattina. Poco per volta cerco di entrare nell’ingranaggio di questa parrocchia alquanto complessa ma molto viva: la comunità di lingua russa celebra due Messe alla mattina e alla sera della domenica; quella inglese (diplomatici e fillippine che lavorano come badanti) al sabato alle 17.00; quella di lingua coreana (con un giovane sacerdote diocesano appena arrivato dalla Corea che può seguire la comunità  e celebrare nella loro lingua) la domenica alle 15.00; la comunità greco-cattolica con il loro sacerdote, la domenica alle 13.00. Di tutti sono parroco e il compito principale è fare in modo che tutti si sentano a casa e, in qualche modo, parte di un’unica famiglia.
E poi i vari gruppi di catechesi: dai bambini, agli adolescenti, alla scuola di Bibbia dopo la Messa vespertina la domenica sera; il gruppo delle famiglie una volta al mese, il gruppo di preghiera “notturna” il sabato dalle 20.00 alle 22.00.
E io che faccio avanti e indietro tra due parrocchie perché per la terza (Jarkent, ai confini con la Cina) il Dipartimento per gli affari religiosi non mi da ancora la Licenza Missionaria e ci sarà da fare ancora parecchio per risolvere la situazione. Dovrebbe essere in arrivo un altro fratello sacerdote, che attendiamo agli inizi di giugno e che sarà, con me, vicario parrocchiale delle tre parrocchie.
Inoltre ad Almaty è attivo un ambulatorio per senza tetto e poveri, gestito da due nostri fratelli laici coreani molto apprezzato e frequentato e una mensa che serve pasti, la possibilità di lavarsi e ricevere abiti puliti, attiva quattro giorni alla settimana. Come sapete, collaboro anche con il nostro centro sociale italiano  MASP soprattutto aiutando alcuni giovani (usciti dall’orfanotrofio o da qualche carcere o comunque con gravi difficoltà famigliari) a costruirsi un futuro.
Come vedete il da fare non mi manca ma neanche mi spaventa… santa incoscienza!!!
Mi affido alle vostre preghiere assicurandovi anche le mie.
Il Signore ci dia la sua pace!
fr. Luca