AMERICA DEL SUD – La povertà rallenta ma aumenta l’indigenza

Nel 2014, la povertà ha interessato il 28% della popolazione dell’America Latina, un dato stabile rispetto al 2012 e 2013 e che dovrebbe mantenersi tale anche nel 2015: unito alla crescita demografica si traduce in ogni caso in un aumento in numeri assoluti, fino a colpire complessivamente 167 milioni di persone.
È quanto emerge dalle proiezioni del Panorama sociale 2014 stilato dalla Commissione economica per l’America Latina e i Caraibi (Cepal) presentato a Santiago del Cile. Le preoccupazioni, tuttavia, riguardano l’estrema povertà o indigenza: questa è invece aumentata con certezza dall’11,43% del 2012 all’11,7% nel 2013, pari a un incremento di tre milioni di persone, fino a raggiungere 69 milioni di persone. Secondo la Cepal, nel 2014 si è alzata ulteriormente, fino al 12%: ciò implica che dei 167 milioni di poveri nell’anno appena concluso, gli indigenti sono stati 71 milioni.
Alicia Bárcena, segretaria esecutiva della Cepal, ha parlato di un’occasione persa, lamentando che la ‘lezione’ della crisi finanziaria internazionale non abbia generato “il rafforzamento di politiche di tutela sociale capaci di diminuire la vulnerabilità di fronte ai vari cicli economici”.
Eppure, nonostante la mancanza di progressi in termini di media regionale, in cinque dei 12 paesi che hanno reso disponibili i propri dati la povertà si è ridotta. Ciò è accaduto in Paraguay (49,6% nel 2011, 40,7% nel 2013), El Salvador (45,3% nel 2012, 40,9% nel 2013), Colombia (32,9% nel 2012, 30,7% nel 2013), Perú (25,8% nel 2012, 23,9% nel 2013) e Chile (10,9% nel 2011, 7,8% nel 2013).

PERU’ – Nota dei Vescovi: “il paese merita una pace duratura, basata sulla dignità della persona e sulla trasparenza del servizio pubblico”

Lima (notizia pubblicata da Agenzia Fides) – “Come Pastori osserviamo con grande preoccupazione come aumenti la violenza… Il crescente sovraffollamento dei penitenziari replica e incoraggia la violenza. A ciò si aggiunge la corruzione e la mancanza di sicurezza”: inizia con questo sguardo angosciato sulla realtà peruviana, la nota dei Vescovi intitolata “Riflessioni pastorali di fronte all’insicurezza e alla costruzione della pace nel nostro paese”, pubblicata a conclusione della 105ª Assemblea Plenaria della Conferenza Episcopale peruviana.
I Vescovi proseguono così l’analisi: nelle ultime elezioni un numero significativo di candidati erano legati al traffico di droga e alla corruzione, alcuni di loro sono stati eletti; la violenza quotidiana in vari luoghi del paese “coinvolge gli adolescenti e i giovani fin dalla più tenera età”; sono abituali la violenza sulle donne, il disprezzo per la dignità della vita umana, la mancanza di rispetto per le comunità indigene, l’uso irrazionale delle risorse naturali, lo sfruttamento minorile e il traffico di persone.
Questa realtà mostra i segni inequivocabili del “grave deterioramento morale della nostra vita sociale” concludono i Vescovi, mentre “la stragrande maggioranza del paese vuole costruire la pace e chiede ai suoi governanti un’azione decisiva contro la corruzione, il traffico di droga e la violenza di tutti i giorni”.
Quindi ribadiscono che “la pace è la buona notizia del Vangelo. Lavorare per la pace significa lottare contro la corruzione in tutte le sue forme” e che “tutti siamo chiamati a costruire la pace nei diversi ambiti della nostra vita”. Dopo aver ricordato che “educare alla pace è un processo pedagogico” i Vescovi chiedono espressamente a tutte le istituzioni sociali di moltiplicare gli sforzi “per rendere questo valore un asse trasversale della pianificazione dei prossimi cinque anni”.
“Le nuove generazioni, in particolare i giovani, sono gli attori fondamentali nella costruzione della pace” prosegue la nota. Nella creazione di una cultura di pace un ruolo particolare è inoltre ricoperto dai mass media, per questo i Vescovi sottolineano: “No ad una comunicazione che mette in luce la violenza quotidiana e corrompe il cuore e la dignità! Sì alla bontà, alla solidarietà e alla ricerca della pace che sono presenti nella vita quotidiana di molti cittadini!”
Richiamando le autorità a svolgere “un ruolo attivo ed efficace soprattutto contro la criminalità e le sue reti”, la Conferenza episcopale fa eco alle parole di Papa Francesco sulla necessità di “riabilitare la politica”, e chiama “i veri cristiani e tutti gli uomini di buona volontà ad impegnarsi politicamente per una riforma urgente dello Stato e una partecipazione etica dei cittadini. Il Perù merita una pace sostenibile e duratura, basata sulla dignità della persona umana e sulla pratica trasparente del servizio pubblico”.

GPIC – COP 20: Incontro mondiale per la giustizia climatica, tutte le chiese a difesa del creato

Lima (Agenzia Fides del 2/12/2014) – I membri e i partner del Consiglio Mondiale delle Chiese (WCC) hanno invitato a promuovere la causa della giustizia climatica secondo una prospettiva basata sulla fede, nell’ambito della 20.ma Conferenza delle Parti (COP) della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), che si terrà dall’1 al 12 dicembre a Lima (Perù).
La COP 20 è un altro passo avanti nel lungo percorso che mira ad elaborare un documento che sostituisca il protocollo di Kyoto (firmato nel 1997), con l’obiettivo di mitigare decisamente le emissioni di gas che provocano l’effetto serra e di adattarsi all’attuale cambiamento climatico che danneggia milioni di esseri umani in tutto il mondo.
Il dottor Guillermo Kerber, coordinatore del programma “Care for Creation and Climate Justice” del WCC ha sottolineato che “questo incontro è un’opportunità per rafforzare i legami ecumenici e interreligiosi e dare visibilità al lavoro delle Chiese del mondo nelle questioni della difesa ambientale e del cambiamento climatico”.
A Lima sono riuniti delegati provenienti da oltre 195 paesi per redigere l’accordo globale per affrontare il cambiamento climatico, che deve essere approvato in Francia nel 2015.
Anche la Conferenza Episcopale Peruviana ha pubblicato un lungo comunicato al riguardo dove si legge: “Una delle attività principali si terrà venerdì 5 dicembre, con la riunione ad alto livello sullo sviluppo umano, tra i Vescovi che vengono da tutto il mondo, con i rappresentanti dei governi partecipanti al vertice COP 20”.

PERU’ – Migliaia di giovani in pellegrinaggio al posto della “festa di Halloween”

Arequipa (Agenzia Fides del 31/01/2014) – Per il terzo anno di seguito i giovani di Arequipa (Perù) si preparano a vivere la “Terza Festa dei Giovani per la Fede e la Vita”: un pellegrinaggio al Santuario della Madonna di Chapi che si svolgerà oggi, 31 ottobre, e sabato primo novembre.
L’Arcivescovo di Arequipa descrive così l’evento: “Come ogni anno, i giovani arriveranno al Santuario il 31 ottobre a partire dalle 18 e la festa durerà fino a mezzogiorno del primo novembre, che è il giorno in cui la Chiesa celebra la festa di Tutti i Santi. Avremo momenti di preghiera e di divertimento. Ci sarà un concerto di musica e uno spettacolo di danza”. L’iniziativa è nata durante la celebrazione dell’Anno della Fede e da allora è diventata un evento annuale che attira migliaia di giovani nel Santuario mariano situato a 60 km dalla città.
Ci saranno sacerdoti per ascoltare le confessioni dei giovani e un grande omaggio (serenata) alla Vergine. Dopo il riposo della notte, nelle tende e nei sacchi a pelo, la festa continuerà e si concluderà con una Messa solenne. Quest’anno si sono già prenotati oltre 4.000 giovani appartenenti a parrocchie, comunità, movimenti laicali e alle diverse organizzazioni che partecipano alle attività per l’Anno della Gioventù indetto nell’arcidiocesi di Arequipa.
“Così, in modo festoso, si pregherà per i nostri giovani e per chiedere la materna protezione della Madonna di Chapi, nella certezza che Lei meglio di chiunque altro può portarci a Gesù Cristo” spiega ancora l’Arcivescovo. Un modo molto cristiano di dire “no” ad Halloween e riprendere una festa secondo la tradizione cristiana.(CE)

Progetto MATERIALE PER CATECHESI [CODICE PE1]

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ORELLANA – PERÙ

Il Perù è uno stato che si trova nell’America meridionale. Esso confina a nord con Equador e Colombia, a est con il Brasile, a sud-est con la Bolivia, a sud con il Cile, e ad ovest con l’Oceano Pacifico.  La Cordigliera delle Ande corre parallela all’Oceano Pacifico e separa le tre regioni tradizionalmente utilizzate per descrivere geograficamente il paese. La Costa è una stretta pianura, in gran parte arida, ad eccezione delle valli create dai fiumi stagionali. La Sierra è la regione delle Ande, costituita da altipiani con vette che superano spesso i 6000 metri di altezza mentre la Selva è formata da un vastissimo bassopiano che è attraversato da grandi fiumi che danno origine al Rio delle Amazzoni; questa regione, dal clima caldo e umido, è ricoperta da un manto di foreste impenetrabili, ed è la zona meno abitata del Perù. Il Perù non ha un clima tropicale in tutte le sue regioni in quanto le alte montagne andine determinano una grande diversità climatica tra le diverse regioni. La costa ha un clima arido, con temperature influenzate dalle correnti oceaniche; nella sierra oltre i 1000 m, il clima è temperato mentre al di sopra dei 3000 m le temperature si abbassano ulteriormente avvicinandosi ai 0°C. Nell’Amazzonia invece il clima è generalmente più caldo e piovoso.

Il Perù ottiene l’indipendenza dalla Spagna il 28 luglio del 1821 dopo secoli di dominazione, ma diventa politicamente indipendente solo nel 1824 quando le truppe spagnole vengono definitivamente sconfitte. Quando gli spagnoli fanno il loro ingresso in Perù, nel 1532, la zona è dominata dall’Impero Inca nella sua fase di massimo splendore. Gli spagnoli s’inseriscono in una lotta fratricida per la successione al trono e, una volta eliminati i due pretendenti, incoronano un re da loro scelto per dominare l’impero. La colonizzazione muta profondamente i modelli di proprietà ed usufrutto della terra, mentre il pagamento dei tributi alla Spagna e i lavori forzati scardinano le basi della vecchia società incaica. Anche le vecchie divinità pagane sono sostituite, per lo meno ufficialmente, dalla religione cattolica. In ogni caso, alcune regioni e città che avevano fatto parte dell’antico impero incaico riescono a sopravvivere per secoli fuori dal raggio d’influenza della Corona spagnola. Dopo l’indipendenza nel XIX secolo, il Perù è coinvolto in una serie di lotte di potere e di guerre con paesi come la Bolivia, Colombia e la Spagna stessa.

Il Perù è un paese multietnico, formato dalla combinazione di diverse etnie nell’arco degli ultimi cinque secoli. Circa la metà dei peruviani è di origine quechua o aymará, le principali etnie indigene che vivono sulla sierra. Sulla costa predominano i meticci (discendenti di indigeni e spagnoli), con piccoli nuclei di discendenti di schiavi africani. Nella regione amazzonica orientale sopravvivono alcune etnie indigene. Esistono minoranze d’immigrati cinesi e giapponesi. La religione ufficiale e maggioritaria è quella cattolica con espressioni sincretistiche legate alle credenze indigene. Le lingue ufficiali sono lo spagnolo, il quechua e l’aymará.

Il contesto

La Parrocchia di Orellana, situata nella provincia di Ucayali (Dipartimento di Loreto) e appartenente al Vicariato di Requena, è creata nel 1969 e fin dall’inizio sono i frati francescani a occuparsene (per 50 anni padre José Ramón Palací Garrido). La parrocchia, oltre al centro abitato di Orellana, conta quasi 40 villaggi situati sulle rive del fiume Ucayali. Da 50 anni anche le Francescane Missionarie della Natività partecipano alla pastorale della parrocchia oltre a dirigere una scuola professionale che appartiene al Vicariato. Le attività di evangelizzazione e la pastorale sono molto impegnative, ma i mezzi a disposizione scarsi a causa dell’estrema povertà del territorio.

Attività e risultati attesi

Il progetto s’inserisce nell’ambito delle attività pastorali della Parrocchia di Orellana e riguarda l’evangelizzazione dei parrocchiani tramite dei corsi di catechismo per bambini, giovani e adulti. I corsi iniziano generalmente a marzo per poi concludersi a dicembre e sono tenuti dalle suore Francescane Missionarie della Natività di Orellana, in collaborazione con il parroco e con il coordinatore del progetto, il vescovo Juan Oliver Climent.

Obiettivi

Obiettivo del progetto è formare i parrocchiani per dare loro una maggiore consapevolezza della propria fede.

Beneficiari

I beneficiari del progetto sono gli abitanti dei vari villaggi (Hermanos, Huamantuyo, Carrión,…) e di alcune cappelle di Orellana (Paca e San Isidro). Il numero è molto difficile da precisare: i centri abitati sono piccoli (si stima che gli abitanti dei villaggi citati siano circa 800)  e un po’ di più quelli che vivono attorno alle cappelle di Orellana.

Sostenibilità

Questo progetto coinvolge non solo i destinatari delle catechesi, ma anche tutte quelle persone che collaborano aiutando i volontari della pastorale con il proprio lavoro (trasferimento materiale, apporto di legno per la fabbricazione dei mobili, ecc…).

Costi

I costi necessari al progetto sono così ripartiti:

  • acquisto dei libri (principalmente Bibbie): 2,000 Nuevos Soles
  • acquisto di catechismi e schede: 2.500 Nuevos Soles
  • costruzione di lavagne, tavoli e sedie: 6.000 Nuevos Soles

Il totale è di 10.500 Nuevos Soles circa 2730 euro (a ragione dei 3.85 Soles ogni Euro).

Responsabile del progetto è

Juan Oliver Climent

(Vescovo del vicariato apostolico di Requena).

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Punto i piedi e salto in acqua…seconda parte!

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Requena all’apparenza mi sembrò meglio di Iquitos: meno inquinamento, meno traffico, meno confusione. Salimmo su due motocarri e ci recammo alla Missione dei Frati del “Progetto Amazzonia”, al centro della città, proprio di fronte al grande Collegio Lopez Pardo, fondato cento anni fa dai Frati missionari poco dopo essere giunti a Requena.

Non lo avevo messo in conto ma in missione: si parla molto, si legge molto, si mangiano cose che non avresti mai mangiato (una tartaruga, per esempio), si discute di tutto e si conoscono un sacco di cose nuove. Per prima cosa la Chiesa: giunti a Requena incontrammo subito il Vescovo: padre Juan, anzi, come vuole essere chiamato: l’ermano juan. Un uomo “mite e umile di cuore”, che ci mostrò un volto di Chiesa che porterò sempre con me. Una persona unica, al servizio della Chiesa e degli ultimi. Vestito in maglietta e pantaloncini, mai distante nei modi e sempre disponibile all’ascolto, ci accolse con simpatia e… normalità, qualità che non sempre è facile intravedere nei pastori con così grandi responsabilità.

Sistemate le valigie, Pepo ci fece un quadro del programma della missione: avremmo trascorso qualche giorno a Requena e poi saremmo partiti per Sant’Elena, un piccolo paesino sul Rio Tapiche, a un giorno e mezzo di barca. Lì avremmo trascorso circa due settimane, per poi tornare in città.

Nei giorni trascorsi a Requena frequentammo la messa giornaliera, recitammo insieme la liturgia delle ore e ci recammo nelle periferie della città. Periferie segnate dalla mancanza d’igiene, dall’immondizia, dalla presenza di cani randagi malati, da fabbricati in legno, dalla scarsità di acqua potabile. Ma tutte strapiene di bambini. Bambini poverissimi e tuttavia pieni di gioia, una gioia che ti trasmetteva serenità, ma che t’interrogava nel profondo. Con loro giocammo a pallavolo (lì è lo sport nazionale), pregammo, celebrammo la messa, facemmo nuove amicizie. Ovunque andassimo finivamo sempre circondati da bambini. I più piccoli Flavia spesso se li ritrovava anche in braccio. Un pomeriggio Sara, che è medico, poté persino aiutare una donna che aveva appena partorito.

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Sempre con l’obbiettivo di accompagnare i frati nella vita ordinaria della loro missione, c’incamminammo verso San Marco, un quartiere distante poche decine di minuti dalla città. Lì trovammo una situazione decisamente più problematica: niente acqua se non quella fangosa del Rio, niente elettricità e poca, pochissima scuola. Di una cosa imparammo che la selva peruviana aveva fame: di dottori, di sacerdoti, di animatori liturgici preparati e di insegnanti. I bambini frequentavano pochissimo la scuola a causa del forte assenteismo dei docenti, molto spesso residenti in luoghi lontani.

Ma il cuore dei giorni di missione nella selva furono le due settimane a Sant’Elena, un piccolo paesino a un giorno e mezzo di lancia da Requena, sulle rive del Rio Tapiche. Partimmo con la “Perla Negra” di lunedì con l’obbiettivo di raggiungere Sant’Elena il giorno seguente. Ci arrivammo giovedì.

Dopo alcune ore di viaggio Manuel ebbe la pessima idea di vagare con la fantasia: “Immaginatevi se si rompe la barca qui…”, ci disse.

Alle cinque del mattino l’albero motore andò fuori uso. Rimanemmo quattro giorni su quella barca dividendo il nostro tempo tra chiacchierate, dormite, letture, silenzi, pensieri. Ma non fu tempo perso: chiusi in quello spazio piccolissimo ci ricordammo che non eravamo venuti fino a lì per “fare” ma per ascoltare. Ascoltare il popolo peruviano, i missionari e il Signore. Niente di più.

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Essendo circondati dall’acqua non resistemmo al richiamo di farci un bagno… anche perché l’odore cominciava a farsi sentire. Più tardi scoprimmo che non era stata un’ottima idea perché l’acqua era abitata… e non solo da delfini. Sulla barca non eravamo partiti da soli: a piano inferiore della Perla Negra si erano imbarcate diverse persone, che però, già dopo poche ore dal guasto, avevamo avuto modo di salire su alcuni peche-peche di passaggio. I peche-peche sono canoe con un piccolo motore su cui possono starci, a seconda delle dimensioni, fino a sei, sette, forse dieci persone.

I giorni passavano lenti e sempre uguali. Avevamo da mangiare in abbondanza, perché Pepo si era premurato di portare molte scorte per le due settimane, e potevamo fare una sola cosa: aspettare. Il capitano, infatti, la mattina stessa dell’incidente era uscito dalla nave e aveva cercato nelle vicinanze della foresta se ci fossero dei caserìos, cioè degli abitanti della selva. Sono uomini e donne che decidono di vivere in luoghi isolati all’interno della foresta. Evidentemente aveva trovato qualcuno perché Carpio, così si chiamava, era sparito da lunedì.

Pensarci ora mi fa venire i brividi. Eravamo in una situazione pericolosissima: soli, su una barca rotta da tre giorni, in mezzo alla foresta amazzonica e nelle mani di una persona che non conoscevamo, che avevamo già pagato per il trasporto e che non sapevamo se sarebbe mai tornata.

Eppure eravamo felici. Certo non proprio entusiasti, perché tre giorni in pochi metri quadrati con un bagno da film dell’orrore sono tanti e cominciavamo a sentirci come condannati all’ergastolo. Senza contare che il nostro desiderio era di arrivare a sant’Elena. Ma avevamo sperimentato qualcosa di straordinario: essere come bambini impotenti nelle mani di altri. Dovevamo “aiutare” e ora eravamo in cerca di aiuto. Sono i segni tipici dei “fuori schema” che tanto piacciono al Signore.

Il terzo giorno Francisco, a cui prudevano le mani da giorni non potendo lavorare o darsi da fare per gli altri, ci disse: “Andiamo a visitare i caserìos!”. Accettammo subito.

Salimmo sul peche-peche attraccato vicino alla Perla Negra e salpammo verso uno spiazzo non molto distante dalla spiaggia su cui si era fermata la barca. “Lì”, pensammo, “ci sarà sicuramente qualche casa”.

Arrivati non molto distanti dalla meta, notammo due persone che ci fissavano dall’alto della piccola collinetta che si gettava a spiovente sul Rio Tapiche. Ci accolsero un uomo e una donna: lui peruviano e lei dai lineamenti particolari, vagamente orientali. Capimmo pochi istanti dopo che non si trattava di uno stanziamento di caserìos, ma di un piccolo villaggio turistico. Ci accolsero con gioia e a noi parve di sognare: case in legno ben costruite e rialzate da terra, una pagoda, una cucina, dei bagni… se li avessimo visti solo qualche settimana fa ci sarebbero sembrati normali, ora invece sembravano il paradiso.

Era veramente la provvidenza: dopo due giorni di cibo freddo finalmente potevamo mangiare qualcosa di cucinato.

La sera tornammo alla barca e proprio quella notte Carpio si rifece vivo.

Ci mise un po’ a sistemare l’albero motore ma dopo qualche ora la Perla Negra si rimise in moto. Finalmente. Ma i guai non erano finiti.

Manuel iniziò a stare male: prima una febbre leggera, poi sempre peggio, al punto che iniziammo a pensare che fosse malaria. D’altronde tre notti arrestati sulla spiaggia del Rio avevano attirato un gran numero di moscerini, insetti e mosche tropicali. Usavamo i mosquiteros sulle amache ma non era sufficiente ad escludere la possibilità più temuta.

Fortunatamente dopo qualche giorno avemmo conferma che non si trattava di Malaria.

Quando arrivammo a Santa Elena dalla Perla Negra vedemmo per primi i bambini. Seguivano l’imbarcazione dalla strada in paese e, partiti in pochi, erano diventati sempre di più ad alzare il braccio e scuotere la mano per salutarci. Quando l’imbarcazione si fermò, la Perla Negra fu invasa. E non nascondo che ci guardammo un po’ spaventati. Dentro di noi qualcosa diceva: “Vi vogliono derubare!”, “Attenti, è pericoloso!”.

Ci portarono a terra quasi tutte le valigie, le bottiglie d’acqua potabile, i sacchi con il cibo. Volevano aiutarci, non derubarci.

Ci sistemammo nella vecchia missione di Santa Elena, a fianco della Chiesa Parrocchiale: una grande casa con tre stanze da letto, una cucina e una grande sala dove forse un tempo si tenevano gli incontri di catechesi. Eravamo privilegiati: la nostra era una delle poche strutture completamente in muratura, con i vetri alle finestre e le zanzariere. Avere le zanzariere può sembrare un lusso. In realtà in un paese dove la prima causa di morte è la malaria è un dettaglio che può fare la differenza.

L’acqua per le docce e per lavare i piatti era quella piovana, che gli abitanti della selva usavano anche per bere. Non tutti, però: un buon numero utilizzava l’acqua del Rio, che non ingeriva subito ma lasciava in secchi per permettere alla terra di cadere sul fondo.

Le settimane a Sant’Elena furono le più belle e le più intense. La mattina Sara si recava con Francisco al Centro Medico, una specie di piccolo ospedale guidato da un infermiere (dottori non ci sono), per aiutare i pazienti con problemi nella deambulazione, alle ossa o ai muscoli. Io, Sara e fra Manuel, invece, visitavamo le case delle famiglie per una preghiera, per conoscere la popolazione e per invitare tutti alla messa, che veniva celebrata ogni sera alle 18.00.

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Il pranzo era sempre nelle case del paese. Incontrammo tantissime persone, ognuna con una storia particolare e diversa. Ognuna con le sue ferite, i suoi desideri, le sue attese. Ricordo una ragazza madre di sedici anni con il suo bambino. Ricordo il suo sorriso così assurdo e spiazzante. Ricordo due anziani signori in una baracca. Ricordo l’odore. Ricordo le tante mamme con i tanti figli da crescere.

Ricordo un nonno con troppe notti alle spalle e suo figlio disabile. Ricordo quel signore muto da quando aveva avuto un ictus, curato troppo tardi per non lasciare tracce.

Ricordo i pastori protestanti, così diversi: chi improvvisava un sermone, chi si commuoveva al pensiero che qualcuno, fratello in Cristo come lui, si fermasse col sorriso sulle labbra a parlare senza pregiudizi. Ricordo una coppia felice, con i loro bambini, e la signora che ci domandava: “pensavate che nella selva si vivesse seminudi sugli alberi, con le scimmie e i coccodrilli, vero?”.

Vero.

Il pranzo era più o meno sempre uguale: riso bianco, pasta, patate e pollo. Tutto in un unico piatto, insieme a acqua e ananas o acqua e limone. Mai acqua pura, perché il sapore della pioggia non è così gustoso.

Mi sforzavo sempre di mangiare tutto, perché sapevo che per loro non era un pasto povero. Era il pasto dell’accoglienza.

Al pomeriggio si faceva oratorio: dalle tre arrivavano i bambini in missione e si cominciava a giocare. Erano bambini che non avevano mai avuto nessuno, al di là di mamma e (quando c’era) papà, che li facesse giocare, pregare e divertire. Bambini pieni di voglia di vivere, affamati di giochi nuovi. Giocavamo spesso a calcio, a piedi nudi, sul grande campo nel centro del paese. E posso dire di non aver mai visto dei bambini divertirsi così tanto a giocare a pallone. Ridevano, ridevano sempre. Mai un litigio, una parola di troppo per qualche spinta o fallo.

Si giocava veramente.

Finito il tempo dei giochi, dopo una doccia (ghiacciata se il tempo era stato brutto), c’era la messa, i vespri e la cena. Bisognava terminare di mangiare presto perché l’elettricità arrivava in casa dalle sei alle nove di sera. E se non si cucinava in tempo non si mangiava o si mangiava freddo. Dopocena, seduti intorno al tavolo, parlavamo molto, spesso accompagnati dall’immancabile “manzanlla”, la camomilla della sera. Non so quante camomille abbiamo bevuto ma devono essere state davvero tante.

A Sant’Elena vivemmo in pieno anche il tempo della festa del paese, che riempì le strade di tanti “borrachos”, ubriachi. Vedemmo uomini trasformarsi in larve senza dignità. Come una droga usata per scappare dalle sofferenze, dalle povertà, soprattutto umane, che succhiavano il sangue agli abitanti della selva, la “fiesta de la Virgen” servì da narcotizzante.

Lì scoprimmo un altro volto dei “figli della selva”.

Ci fu anche il tempo per una “pizza amazzonica” cucinata nel grande forno in terra di un panettiere di Sant’Elena e per una giornata passata a pescare.

I giorni trascorsero veloci e il tempo di tornare a Requena giunse inesorabile. Il viaggio questa volta non durò molto, o perlomeno non quanto quello d’andata. Tornati in città ci fu il tempo per una nuova piccola Missione a San Marco, dove trascorremmo gli ultimi giorni in Perù.

E fu il tempo della revisione, dell’esame di coscienza. Cosa ho lasciato e cosa mi ha lasciato questo posto? È servita tutta questa fatica?

Sono stato realmente missionario?

Abbiamo lasciato qualcosa che rimarrà qui o è stato tutto un buco nell’acqua?

Abbiamo portato Gesù alle persone che abbiamo incontrato?

Ho vissuto al meglio questa esperienza?

Di nuovo domande, e ancora domande.

Ma la verità è che il Signore ci aveva parlato in queste settimane. Aveva mostrato il suo volto attraverso tante persone. E a noi non restava che accorgercene.

Punto i piedi e salto nell’acqua.

Il colore grigio del Tapiche mi accoglie e mi abbraccia fino all’ultimo dito del piede.

L’acqua è fredda. Vedo poco o niente.

Risalgo in superficie e mi accorgo che la corrente è forte e mi sta trasportando.

Sento i vestiti che mi si sono appiccicati addosso, l’aria fredda che arriva sul volto.

Ma sono qui per una ragione: devo riprendere il pallone.

Muovo le braccia in stile libero e con mia sorpresa arrivo quasi subito alla meta.

Agguanto il pallone e mi giro verso Francisco. “L’ho preso!”

La corrente mi trasporta.

Provo a nuotare controcorrente, verso la zattera da cui ero partito. Ma resto fermo.

Allora capisco: devo nuotare a riva. Due bracciate e finalmente tocco terra.

Lancio la palla a Francisco.

“Cavolo… ce l’ho fatta!”, penso tra me.

Il sole si sta abbassando.

È tempo di tornare a casa.

Un abbraccio di pace

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Punto i piedi e salto in acqua…prima parte!

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C’è poco da parlare. Il pallone corre veloce, molto più di me. Rotola saltando da un sasso a un tronco, supera il filo spinato, slitta sul fango. Non sudo, non penso, non parlo. Corro e basta. Se non lo prendo in tempo prima che finisca la discesa e tocchi l’acqua, il Rio Tapiche probabilmente se lo porterà via. Salto oltre la piccola ringhiera in legno, mi muovo a passi corti, tenendo i piedi storti per non scivolare.

La palla rotola. “Date prisa!”, urlano da sù. Alzo lo sguardo: il pallone è quasi a riva. Ce la faccio? Mi appoggio ad un albero e  mi lascio scivolare sulla terra bagnata. Ma è troppo tardi. La palla rimbalza sulla zattera attraccata e casca in acqua. La corrente non è fortissima ma il pallone se ne va. Sembra si sia sdraiato a prendere il sole sull’acqua fangosa del Tapiche.

Pochi secondi per pensare a cosa fare. “Mi butto?”.

Di colpo arriva Francisco, uno dei bambini che stava giocando prima che la palla cascasse nel fiume. Frangetta ben sistemata, maglietta verde, sguardo sveglio.

“Mi butto?”.

Mi guarda, io lo guardo. Egoista, un po’ infame, gli chiedo in itagnolo: “¿sabes nadar?”

Lui scuote la testa. “Nooo”, dice. Mentitore.

La palla inizia ad essere lontana.

Mi butto.

Ormai sono passati quasi due mesi dal mio ritorno in Italia, dopo un mese nell’Amazzonia peruviana. Ricordo ancora bene come tutto è iniziato.

È stato più un anno fa. Ero alla marcia francescana, un’esperienza per giovani di tutta Italia organizzata dai frati minori di Umbria e Sardegna. Sono dieci giorni in cui cammini con i frati, le suore, e giovani come te verso la Porziuncola, che è un po’ la casa della Misericordia. E ci vai con l’obbiettivo di arrivarci il 2 agosto, giorno del “perdono di assisi”, cioè un giorno particolare in cui puoi ricevere l’indulgenza plenaria. È una botta enorme, una sfida a te stesso. Con lo zaino sulle spalle pensi: dove sto andando io nella mia vita? Cosa mi porto dietro d’inutile, di schifoso, di non bello. “Tu sei bellezza” era proprio il tema di quell’anno. Dio è nella Bellezza, nelle persone Belle. Belle con la B maiuscola. Quelle che la Bellezza te la lasciano nel cuore, non nell’iride. E di persone Belle quell’anno ne incontrai molte.

Una sera, seduto con la schiena appoggiata al muro di una delle tante palestre che ci dava ospitalità per la notte, chiacchierando con il mio padre spirituale, Francesco, avevo chiesto una dritta per trovare una missione all’estero con cui collaborare. Un’Associazione di Milano di cui facevo parte cercava un nuovo progetto di solidarietà da sostenere.

“Io tiro l’acqua al mio mulino…”, mi disse. “C’è Manuel, quel frate che hai visto l’altra sera. Prova a chiedere a lui…”. Detto, fatto. Al ritorno a casa mando una mail un po’ formale e Manuel non tarda a rispondermi allegando al messaggio i progetti di solidarietà del Segretariato Missioni Estere sparsi per tutto il mondo. Ma non solo. Al termine del messaggio, mi scrive: “Ti allego anche il volantino degli incontri di formazione missionaria che facciamo per preparare i giovani a partire per un mese in missione.”

“E chi te li ha chiesti?”, si potrebbe pensare. E invece no, perché senza saperlo quel frate che non mi conosceva, aveva risposto ad un desiderio che avevo nel cuore da tanti anni e che non ero mai riuscito veramente a concretizzare. O almeno non del tutto. Qualche anno fa con una Onlus ero stato in Moldova, il paese più povero d’Europa, ma la mia era stata soprattutto un’esperienza di conoscenza di quella realtà così difficile e lontana. Conoscenza, non condivisione. In più erano stati solo pochi giorni… utili solo a rendermi conto di essere un vero privilegiato a vivere nella ricca Europa. Mancava il Vangelo: non avevo portato Gesù. Inaspettatamente ora mi si era propinata davanti la possibilità di partire per una missione. Di diventare missionario… “Missionario”, questa parola così lontana e abusata, stravolta nel suo senso originario che è quello di apostolo, inviato. Quando la sentiamo subito ci saltano alla mente le immagini del sacerdote un po’ vecchietto con la barba bianca circondato da bambini africani. E non puoi che pensare: questo non sono io. Io non posso essere così…

È un po’ come la parola “santo”, termine che per qualcuno è stato coniato solo per semidei, buoni per immaginette e calendari.  Ma davvero è così? O forse tutti siamo chiamati ad essere santi e missionari?

Dopo essermi confrontato con Francesco iniziai il corso. Ci trovavamo in una Parrocchia dei frati non molto distante da Santa Maria degli Angeli, ad Assisi, per vivere due giorni di vera fraternità. Mangiavamo (benone grazie a due volontarie di Roma stupende), pregavamo, chiacchieravamo e scavavamo nei nostri desideri. Tutti i partecipanti, giovani come me, avevano preso la macchina o il treno ed erano arrivati lì spinti da una marea di domande: che cos’è questo desiderio di missione che sento di avere? Che significa essere missionario? Quali rischi corro? Perché voglio partire? Ma soprattutto: è giusto, per me, ora, in questo momento particolare della mia vita, andare lontano per annunciare Gesù e servirlo nelle persone che incontrerò? E perché non farlo qui, a casa mia, dove vivo?

Tutte le grandi cose partono da grandi domande. Persino Maria, davanti all’angelo, “si domandava in cuor suo che senso avessero tali parole.” Per questo il corso missionario divenne un passaggio fondamentale. Prima di tutto perché invece che diminuire le tante domande, il corso le aumentò a dismisura.  E le aumentò al punto che, dopo il primo “step” (Il corso era fatto di tre momenti distinti), misi seriamente in dubbio la mia partenza. Stavo vivendo un momento particolare della mia vita e pensavo di correre il rischio di una fuga. Di scappare lontano da persone e situazioni. Ma Gesù in questi momenti non ti lascia solo e ti aiuta con le guide che ti ha messo vicino e con i fatti che ti modellano e ti aprono a nuove prospettive. Sentivo forte in me la convinzione che dovunque fossi andato, tra i poveri, il Signore mi avrebbe parlato. Ero sicuro che quello che avrei potuto fare sarebbe stato poco, molto poco, forse quasi niente. Ma che avrei ricevuto doni inaspettati. In fondo per questo partivo: per ricevere regali. Gratis e per sempre.

È questa la promessa che Gesù ci ha fatto, una promessa di amore gratuito e definitivo.

E così ad aprile, soli in una Santa Maria degli Angeli piena di sogni e desideri, raccolti nella Porziuncola, noi giovani futuri missionari francescani ricevemmo le destinazioni: alcuni vennero inviati a Betlemme, in un orfanotrofio. Altri in Congo, in una Casa di accoglienza per ragazzi di strada. E infine noi: io, Sara, Flavia e fra Manuel, in Perù. Meglio: nell’amazzonia peruviana.

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A sentire Fra Pierpaolo pronunciare proprio quella destinazione un brivido mi salì lungo la schiena. Non avevo chiesto al Signore un luogo particolare dove fare missione, ma dentro di me era grande il desiderio di partire per l’America latina…dove di preciso non lo sapevo.

I mesi passarono e il momento di partire si avvicinò sempre di più. Ma non andò tutto liscio. Partire ha un costo e bisognava mettere in conto una bella spesa. E poi c’erano le vaccinazioni da fare, con l’oratorio estivo già partito e poco tempo per prepararmi seriamente. La “marcia” l’anno prima mi aveva già allenato a portare con me solo lo stretto necessario e ad abituarmi a tempi frenetici, in cui lo spazio per fermarsi è davvero poco. In fondo la vita cristiana è questo: rimanere sempre in cammino, non fermarsi mai. Altrimenti, come direbbe Papa Fra, “la cosa non va”.

Le vaccinazioni furono un disastro (l’asl mi programmò le ultime il giorno prima di partire) e anche il viaggio in aereo non fu dei migliori. Il pomeriggio prima del volo mi chiamò fra Manuel: “Mirko c’è un problema, devi partire questa sera…”

Mi misi subito all’opera per terminare lo zaino, mentre fuori sembrava scendere il diluvio universale. Saltò anche la corrente e finii lo zaino al buio, buttandoci dentro un po’ di tutto. Dopo una notte trascorsa a Madrid, la mattina incontrai i miei compagni di viaggio. Pronti, partenza, via: trasvolata oceanica, atterraggio a Lima, poi volo per Iquitos, la città più importante e grande della selva peruviana. La preparazione al viaggio non era stata delle migliori. Non parlavo granché spagnolo e sapevo ben poco del luogo dove avrei trascorso un mese. Avevo scavato nei miei desideri, avevo cercato i perché di questa esperienza, ma avevo la sensazione di non essermi preparato al meglio. È come se di punto in bianco qualcuno mi avesse detto: “Devi partire!”.

Per questo l’accoglienza dei frati missionari ci aiutò molto: c’inserimmo in una fraternità fatta di persone provenienti dal brasile, dall’argentina, dalla Bolivia. E tuttavia, nonostante le differenze geografiche, nelle sere passate insieme seduti al tavolo della sala nella missione di Requena, si respirava un clima gioioso, famigliare.

L’obbiettivo del nostro essere missionari nella selva peruviana era quello di sostenere e accompagnare i frati missionari del posto. Il nostro gruppo si inserì nella fraternità dei frati del neonato “Progetto Amazzonia”, partito solo due anni fa e ancora in una fase di progettazione. I frati che ci accompagnarono furono fra Francisco, un frate brasiliano simpaticissimo, bravissimo a cucinare, che masticava un po’ l’italiano e sapeva tirarci sempre su di morale. Frase tipica? Tranquilo danilo! Menomale che c’era lui. Poi c’era fra Attilio, anche lui brasiliano, una specie di frate-esploratore-inventore. E poi Pepo, il frate guardiano, argentino, che rideva sempre quando parlavamo italiano e si beveva spesso il Mate della sua terra. Ci accolsero a Iquitos Pepo e Francisco all’uscita dell’aeroporto. L’impatto con la selva fu subito particolare. Sulla macchina un po’ scassata di un signore che ci aveva offerto il passaggio verso la missione dei frati di Iquitos ti ritrovavi per la prima volta avvolto da un mondo sconosciuto e sentivi che non saresti potuto più tornare indietro. La strada asfaltata divideva in due un paesaggio fatto di qualche casa in muratura e molte baracche. A Manuel ricordò subito l’Africa. Sull’asfalto strani mezzi di trasporto, quasi degli ibridi tra motociclette e macchine, che più avanti ci sarebbero diventati familiari con il nome di “motocarri”, sfrecciavano avanti e indietro insieme a qualche automobile. Le ultime auto che avremmo visto sarebbero state proprio queste. Una città insomma, di quelle densamente abitate e trafficate, difficile da immaginare negli stereotipi tipici sull’amazzonia, fatti di liane, scimmie e coccodrilli affamati. Dopo una notte passata a Iquitos e qualche disavventura alla ricerca di un passaporto smarrito, il mattino seguente ci recammo al porto per salpare verso Requena, geograficamente più a nord e raggiungibile solo in barca. Si tratta della città più importante del Rio Ucayali, in piena selva peruviana. Lì sarebbe iniziata davvero la nostra missione. C’imbarcammo al piano superiore di una lancia e dormimmo per la prima volta sulle amache. Fu anche il primo vero contatto con la gente: ci sembrò subito un popolo particolare, gentile e disponibile all’ascolto, ma non facile da comprendere.

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Una mamma ci offrì anche della frutta. Non so quanti eravamo sopra quella barca ma arrivammo per tempo a destinazione. Insieme con noi, al piano basso, c’erano mattoni, ghiaccio per conservare il pesce, galline, un bue, materiale edile, sacchi di cemento, banane… il tutto trasportato e scaricato a mano, senza l’aiuto di nessun macchinario …fine prima parte

Mirko

Ritorno dal Perù: Flavia

 

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“Hai mai pensato di avere una missione?”

Con questa grande domanda è iniziata questa grande esperienza.

Posso dire che il mio viaggio è incominciato durante gli incontri di preparazione, in cui tutti noi partecipanti abbiamo affrontato delle tematiche importanti e ci siamo messi un po’ in discussione…

Prima di affrontare il viaggio devi capire da dove stai partendo e dove sei diretto ed è  proprio dalla domanda che Dio rivolge ad Adamo “Dove sei?”che mi sono messa in cammino, per poi scoprire il senso ed il gusto di vivere una missione cristiana.

Ho vissuto la mia esperienza nel nord del Perù, al confine con il Brasile, piena foresta Amazzonica.

Sono partita il 30 luglio con i miei compagni di viaggio: Sara, Mirko e fra Manuel, direi un bel gruppetto  ben assortito.

La prima grande sorpresa di quei luoghi è stata la maestosità della natura: paesaggi molto diversi dai nostri, spazi più ampi, tutto sembrava più grande e con colori più intensi e vivaci, fiumi immensi e tanto tanto verde. Navigare su quei fiumi, spesso con imbarcazioni da avventura è stata una grande emozione, davanti a noi c’era solo acqua e, ai lati, foresta. Anche il modo di vivere delle persone con usanze tanto diverse dalle nostre è stata una grande sorpresa, per la prima volta nella mia vita mi sono trovata in un contesto veramente nuovo, in cui i miei punti di riferimento venivano meno. Era talmente tanta la meraviglia che sarei stata ore e ore a guardare il paesaggio, le persone, il loro modo di lavorare e di vivere in quel luogo per me insolito,era come se avessi la sensazione che i miei occhi non bastassero per accogliere tutto quello che avevo davanti.

In quei luoghi è presente una giovane missione francescana composta da quattro frati, che stanno esplorando e conoscendo i posti ed i loro abitanti. Per tutto il mese siamo stati insieme a tre di loro che ci hanno guidato e accompagnato, facendoci conoscere la cultura locale e le difficoltà che stanno incontrando nel dar vita a una nuova missione.

La prima tappa è stata Requena, una città nel bel mezzo della selva lungo il Rio Tapiche, là abbiamo conosciuto il vescovo del Vicariato di Requena, una persona di grande semplicità e disponibilità: un grande esempio. Abbiamo visitato alcuni quartieri della periferia e ci siamo resi conto delle necessità e delle difficoltà di vivere in quel luogo. Abbiamo conosciuto tanti, tantissimi bambini che giravano per le strade e quando è stato possibile siamo stati insieme a loro, organizzando giochi e altre attività.

Dopo qualche giorno ci siamo imbarcati di nuovo per raggiungere il villaggio di Sant’Elena, il viaggio è stato più lungo del previsto a causa di un inconveniente al motore, ma alla fine siamo riusciti ad arrivare a destinazione. Ciò che colpisce molto in questi luoghi è la concezione del tempo: non c’è fretta, non esiste l’ansia di fare tutto e  subito, non esistono orari, tutto procede con la calma amazzonica.

L’arrivo a Sant’Elena è stato molto bello, fin dal primo momento siamo stati accolti con grande calore, grandi abbracci e tanti sorrisi. Sono apparse subito evidenti la semplicità e la povertà del luogo: capanne in legno con tetti fatti con foglie di palma, senza corrente elettrica ed acqua nelle case. La vita è molto semplice e le giornate trascorrono in modo molto lento. Le famiglie sono numerosissime, con sei, otto figli. Una grande ricchezza di questi posti sono proprio i bambini, non mi scorderò mai la loro vivacità e il loro affetto, per niente sospettosi o diffidenti. Occhioni grandi, lucenti e sorrisi allegri, pieni di vita.

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Durante la mattina andavamo a trovare le persone nelle loro abitazioni, è stato bellissimo vedere  con quanta  disponibilità ci accoglievano e ci parlavano della loro vita, raccontandoci, a volte, anche storie molto dure. Tutti erano incuriositi da noi, quattro ragazzi diversi da loro sia nell’aspetto che nelle movenze, apparivamo molto buffi ai loro occhi e spesso ci chiedevano perché eravamo venuti via dal nostro paese, da un posto così lontano e pieno di macchine, come dicevano loro per indicare che da noi c’è benessere, ed eravamo finiti proprio là. Non era facile rispondere a questa domanda…

Andare nelle loro case, stare con loro, ascoltare le loro storie e raccontare la nostra, condividere una semplice preghiera, spiegare un’immagine di Santa Chiara o San Francesco o il significato del Tau, che lasciavamo come ricordo, sono stati momenti di grande crescita e di presa di coscienza della bellezza e dell’importanza dell’essere testimoni della Parola di Dio.

Da questi gesti semplici, infatti, mi sono resa conto che noi stavamo testimoniando l’amore di Gesù, stavamo lasciando un piccolo messaggio. Questa consapevolezza mi ha aiutato a riscoprirmi cristiana, perché quando sei tu a testimoniare e ad annunciare questo Amore, ti metti in discussione e ti chiedi se ci credi veramente e come stai concretizzando la fede nella tua vita ed è un po’ come se quello che vuoi trasmettere a loro lo stessi dicendo a te stessa. Un’altra scoperta è stata capire che essere cristiano non è un’idea, un concetto astratto, ma è concretezza, è azione, è andare, è proporsi e non avere paura.

Un pensiero particolare va a tutti i bambini di Sant’Elena che abbiamo conosciuto e con cui abbiamo condiviso tanti momenti di gioco e di allegria. Un momento significativo che ricordo con emozione è stata la consegna dei Tau durante l’ultima messa prima della nostra partenza, tutti i bambini in fila, in attesa di ricevere questo segno. Spesso mi chiedo se hanno capito fino in fondo l’importanza del gesto, ma comunque spero che la nostra permanenza non venga dimenticata e che il Tau ricevuto li accompagni sempre.

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Siamo stati in Perù un mese, un mese pieno di grandi emozioni e grandi sorprese, in cui abbiamo conosciuto una cultura completamente nuova e diversa dalla nostra, nella quale non vale quanto hai o cosa fai, ma semplicemente Chi sei. Ho capito che esistono tante tipologie di povertà e di ricchezze, non solo quelle materiali, ma anche umane e spirituali e ho visto come una povertà materiale può essere ricca di solidarietà e attenzione all’altro, per questo ringrazio tutti gli abitanti di Sant’Elena per il grande insegnamento che mi hanno dato.