Natale al Banco alimentare

Cari amici, è bello vedere i frutti della vostra generosità!

Il MASP, infatti, ha potuto organizzare un bel pranzo natalizio con alcune delle famiglie che, grazie a voi, aiutiamo con i prodotti del Banco alimentare di Almaty.

Al termine, Silvia e le altre operatrici hanno voluto rendere “tangibile” la vostra presenza anche attraverso una frase che è stata donata a tutti i partecipanti: “il senso del Natale è che non siamo più soli”.

A quanto ci hanno scritto è stato davvero un bel momento di festa: i volontari hanno preparato il pranzo con molta cura e i giochi con molta fantasia e le famiglie erano contentissime!

Grazie di cuore!

 

La storia di Chidé

Dio e suo figlio san Francesco d’Assisi mi hanno dato tutto ciò che ho e questo attraverso un uomo eccezionale. La mia storia non ha in realtà molti ricordi, visto che praticamente non ho mai vissuto con i miei genitori e quindi non saprei cosa dire di loro per potervene parlare. Quel poco che so e che mi hanno raccontato, ve lo dirò.

La storia comincia il 15 luglio 1994 a Brazzaville, quando mio padre morì. Morto dunque prima della mia nascita, non so niente di lui, non ho neanche una foto per poterlo immaginare… poi, il 30 luglio dello stesso anno, nacqui io, vivendo con mia madre che faceva tutto per me, tutto ciò che ha potuto fare fino alla sua partenza per il cielo… ero così piccolo che non ricordo neanche la data esatta della sua morte, ma penso tra il 2004 e il 2005.

Non è una storia né felice né divertente da ascoltare… mio padre morì e siccome nella cultura africana dopo la morte dei genitori qualcun altro avrebbe dovuto occuparsi di me e di mia sorella, per grazia di Dio andammo a vivere dai nonni.

Io piangevo tutto il giorno, ogni giorno perché non riuscivo ad accettare di non avere più dei genitori, sperando di poterli rivedere un giorno… ma purtroppo, niente… e dunque mi ritrovo in questa storia con mia sorella (più grande di me) vivendo entrambi con i genitori di mio padre, dunque i miei nonni. La vita da quelle parti non era molto semplice, in quanto già a sei anni dovevo da solo cercarmi da mangiare e da vestire perché nessuno poteva procurarsi qualcosa se non se la cercava da se stesso… una vita senza speranze di avvenire…

A quei tempi cominciavo la scuola, a scrivere le prime lettere, finché una delle mie zie, venne a prendermi perché io potessi vivere con lei, ma siccome da lei era peggio, tornai a stare con i nonni. Non riuscii a passare gli esami delle elementari perché non c’era nessuno che mi aiutasse a scuola e non avevo né libri né quaderni degni di questo nome. Per questo, mia nonna, d’accordo con un frate francescano, chiede se i frati in qualche modo avessero potuto aiutarmi. Fu così che mi misero in contatto con padre Adolfo del centro Ndako ya Bandeko e, accolto al centro all’età di 14 anni, è lì e solo in quel momento che la mia storia – posso dire – comincia per davvero.

Qui una nuova vita mi attendeva, la scuola innanzitutto. Ripensandoci oggi posso dire che sembra strano… ma è vero: Dio non ci lascia mai soli, neanche quando pensiamo che ci abbia tolto ogni cosa, tutto ciò che abbiamo di più caro… in realtà a Ndako ya Bandeko, Dio mi offriva qualcosa di più e questo qualcosa è la stessa casa, un luogo fatto di persone, una grande famiglia dove mi sentivo veramente a casa: si, Dio mi aveva dato molto di più.

Ricominciai la scuola e a sorpresa, in breve, superai gli esami delle elementari. Ma la famiglia non voleva che vivessi in un centro di accoglienza malgrado le loro difficoltà economiche. Pensavano forse che fosse un insulto ai miei genitori morti il mettermi in un centro del genere e alla fine mi hanno fatto ritornare da dove venivo. La vita si manifestava ancora più difficile per me. Vero è che il centro continuava ad occuparsi di me a distanza pagandomi la retta per la scuola e dando un sostegno alla famiglia per la mia alimentazione.

Facevo ogni giorno almeno sette kilometri a piedi per andare a scuola, poi bisognava traversare in piroga un fiume… questo perché nel mio quartiere non c’erano scuole medie… la sorella di mia nonna decise allora di farmi restare in un altro quartiere vicino a scuola, ospite in casa loro, ma le difficoltà non facevano che aumentare e chiesi di poter ritornare a Bandeko, dicendo che lì sarei stato molto più a mio agio.

In effetti, rientrato a Bandeko, visto che ero già grande, mi proposero la scuola professionale dai salesiani. Mi piacque molto e sono diventato saldatore e tornitore professionale nello spazio di due anni, facendo anche degli stages nelle imprese che sono in città e poi mi diedero anche un certificato di studi professionali e io ne ero veramente fiero. Dopo i Salesiani, l’impresa stessa mi propose un lavoro da loro ma io sentivo che dovevo continuare gli studi e così mi rilanciai perché avevo la speranza di poter diventare un giorno un intellettuale, un uomo con una certa cultura, capace di fare grandi cose nella vita, di sperare di  uscire dalla miseria della mia famiglia. I miei genitori in effetti non erano andati a scuola e nessuno in realtà in tutta la famiglia, a mia conoscenza, aveva fatto degli studi al di là delle elementari… nessuno sembrava avesse voluto osare andare un po’ più lontano. In questa famiglia di quasi analfabeti c’era per me la possibilità di fare altro e soprattutto in quei momenti avevo una grande ambizione, quella di diventare un francescano… ambizione che purtroppo si rivelò essere solo un sogno.

Mi rilanciai negli studi e feci degli sforzi notevoli per recuperare iscrivendomi agli esami di terza media. Purtroppo le cose non vanno sempre come si spera e a causa dei miei sbagli ho dovuto lasciare il centro e sono tornato a vivere dalle parti della nonna e di mia sorella. Peccato che non riuscissi a trovare neanche un lavoro, non vedevo via di uscita… avevo un gran desiderio di casa, provai a prendere in affitto una piccola abitazione (due metri per due di lamiere a 3 euro al mese) dove vivevo solo… ma stavo male e non avevo mai la certezza di poter mangiare ogni giorno.

Dopo sei mesi contatto ancora fr Adolfo per poter tornare a Ndako. Era la mia ultima chance per far avanzare i miei studi e in più io sapevo che era quella la mia vera casa. Quanto sentivo la mancanza di quella mia famiglia… fui accettato ancora e fr Adolfo mi propose un lavoro in una impresa portoghese che si occupava di costruzioni di cui aveva appena conosciuto il capo del personale, ma io gli spiegai che il mio sogno era quello di continuare gli studi. Così ripresi gli studi e dopo gli anni necessari, riuscii ad avere il mio bel diploma: Dio ci dà sempre ciò di cui abbiamo bisogno anche se in realtà non sempre noi sappiamo che cosa è importante per noi. A volte non sappiamo neanche cosa vogliamo dalla vita…

A questo punto una grande paura si installa in me: che fr Adolfo un giorno potesse rientrare in Italia per sempre… e anche se alla fine il momento è arrivato, non mi ha mai fatto sentire abbandonato: con il suo aiuto penso di integrare l’Università in psicologia, soprattutto perché qui la gente è molto superstiziosa, le malattie sono considerate conseguenza della stregoneria e tutto questo per me era (ed è) inaccettabile e ingiusto. L’ignoranza è inaccettabile e ingiusta. Mi fa male vedere le persone perdere la ragione a causa di malattie soprattutto psicologiche. Per questo avrei voluto fare gli studi in psicologia, anche se non mi sentivo molto forte per affrontare questo tipo di studi. Purtroppo il mio paese non aiuta i giovani e non favorisce gli studi: ho fatto subito esperienza di un lungo periodo di sciopero all’Università pubblica e così mi fu data la possibilità di inserirmi in una struttura privata anche se ho dovuto cambiare completamente il campo. Era necessario per non perdere altro tempo. Lo sciopero ha già portato altre volte a fare interi anni bianchi.

Così oggi studio scienze delle risorse umane e sono contento. Poi lo faccio in una università privata e riconosciuta (l’unica non statale riconosciuta dal governo). Adesso posso dire che la mia vita trova il suo vero senso di marcia e l’opportunità di prendermi finalmente in carico un giorno, comincia a presentarsi. Dio mi ha fatto grazia… per davvero! Oramai non penso più a questo passato di alti e bassi che è dietro di me: penso piuttosto a questo presente che mi mette il mondo davanti. L’università che ho sognato da quando ero bambino è qui, di fronte a me.

Considerando la distanza dell’università dal centro, sono ancora stato aiutato: con alcuni dei miei fratelli che sono anche loro all’università, abbiamo lasciato Ndako e abitiamo in un piccolo ma decoroso monolocale vicino a scuola. E quindi anche qui non sono solo. Sono con i miei fratelli di Ndako ya Bandeko: un’altra grazia per non restare da solo. All’inizio avevo tanta paura di lasciare il centro, ma oltre la distanza, anche il fattore età non mi permetteva di restare ancora a lungo laggiù… a casa mia.

Questo nuovo mondo era un po’ difficile all’inizio, tutto era nuovo: scuola, vita… ma come sempre non posso che dire grazie a Dio. Un frate francescano mi diceva sempre: “Chidé, tutto è grazia”. Oggi non posso che dargli ragione: tutto è grazia e Dio non ci abbandona mai e ci ama sempre attraverso delle persone come quelle che ho incontrato. Non ho molte parole per esprimere il mio grazie e mi ci vorrebbe un lungo elenco per dire tutto il bene ricevuto.

Grazie, ai frati e alle loro opere, e grazie a tutte le persone che non ho conosciuto e che forse mai conoscerò, ma che aiutano i frati a fare tanto bene in ogni parte del mondo: quanto è buono Dio! Che Lui stesso vi benedica.

Chidé.

Progetti “Riscaldamento” e “Segretaria” 2018

“Segretaria”

Al fine di poter svolgere al meglio tutte le attività di aiuto e sostegno sociale sul territorio (ovvero, di fatto, per poter realizzare tutti gli altri Progetti) sono fondamentali le relazioni istituzionali tra Parrocchia e Stato. In questo senso assume un ruolo importantissimo la figura della Segretaria parrocchiale: una persona di cittadinanza e madrelingua kazaka, in grado di districarsi nella burocrazia locale.

Stipendio mensile: 200 euro; costo per il 2018: 200 x 12 = 2.400 euro.

 

“Riscaldamento”

Grazie ad un contributo di 30.000 $ ricevuti da varie associazioni internazionali, lo scorso anno la Parrocchia si è allacciata al riscaldamento centralizzato. Ciò ha permesso di ridurre i costi di gestione rispetto al precedente riscaldamento autonomo a carbone, garantendo al contempo una migliore resa termica.

260 euro/mese x 6 mesi = 1.560 euro.

Progetto “Sanitario”

La situazione della sanità in Kazakhstan è tale che, spesso, chi non ha possibilità economiche è escluso dai servizi.
La maggior parte dei poveri, poi, molte volte è anche all’oscuro dei propri diritti e quindi basta aiutarli a districarsi nelle procedure burocratiche per accedere a quei servizi gratuiti che lo Stato prevede per tutti i cittadini. Questo è il primo passo che cerchiamo di fare.
Ma spesso, per vari motivi, non basta e allora bisogna rivolgersi a cliniche private o pagare i farmaci (a volte persino quelli che devono essere somministrati in ospedale!) e le altre prestazioni sanitarie erogate dagli ospedali pubblici.
In questi anni siamo riusciti ad aiutare molte persone, la maggior parte ormai senza speranza, tra di loro soprattutto bambini. Alcuni sono guariti, altri sono riusciti a ricevere una pensione di invalidità che permette loro di pagarsi almeno i farmaci per continuare a condurre una vita dignitosa.
Ovviamente il progetto non è quantificabile a livello economico: aiutiamo secondo le necessità che di volta in volta ci si presentano e, soprattutto, secondo le possibilità finanziarie che ci vengono date. Ma grazie alla vostra generosità, fino ad oggi, non abbiamo mai dovuto mandare indietro nessuno.
p. Luca Baino
Ed ecco alcune delle persone che abbiamo aiutato: il piccolo Simeon e nonno Sascia, il giovane Kolia, i fratellini David e Serghej.

Da Taldykorgan ad Almaty… la mano si allunga!

Con la nuova destinazione e i nuovi incarichi assegnati a fra Luca, anche il Progetto “Qua la mano” ha attraversato una fase di assestamento, per cercare di rispondere all’attuale situazione e alle nuove esigenze che si sono presentate.

Ecco a voi la versione aggiornata (la scheda completa è scaricabile qui).

 

Il progetto Qua la mano nasce nella parrocchia cattolica di Taldykorgan (per poi svilupparsi anche in quella di Almaty) a partire dalla consapevolezza delle condizioni di profondo disagio in cui vivono molte persone che abitano nei villaggi circostanti. I bambini sono tra i soggetti più colpiti e spesso non hanno un’istruzione a causa di scuole troppo distanti da casa o professori che non se ne prendono abbastanza cura. Le famiglie poi, a causa dell’estrema povertà, versano in condizioni molto difficili e sono impossibilitate a garantire ai figli un ambiente sereno dove vivere.

Il progetto nasce con la precisa volontà di offrire un aiuto concreto alle famiglie in difficoltà, ma anche a singole persone. Le attività che si vogliono realizzare consistono in visite domiciliari alle famiglie e nella collaborazione con esse per la gestione dei vari aspetti del loro quotidiano. Inoltre accompagnare le persone che si lasceranno aiutare nei percorsi di sviluppo, integrazione sociale, studio, lavoro e relazioni con le istituzioni statali, sanitarie e di altro genere.

Tutto questo vuole essere reso possibile mettendo al centro di ogni progetto la persona umana all’interno dei suoi legami più stretti (famiglia) ed estesi (comunità). Ogni persona e ogni comunità, infatti, rappresentano una risorsa potenziale che ha bisogno di essere valorizzata e apprezzata.

L’approccio può essere riassunto nel “fare con” le persone, partendo dal rapporto con coloro cui il progetto si rivolge e costruendo con esse una via percorribile di sviluppo umano. Qualsiasi progetto di sviluppo deve sostenere l’aggregazione di individui e comunità, riconoscendo e valorizzando l’associazione di corpi intermedi e di un tessuto sociale ricco di partecipazione e di corresponsabilità.

Il progetto ha molteplici obiettivi da realizzare, tutti volti al miglioramento delle condizioni di vita delle persone in difficoltà.

Obiettivo basilare è quello di aiutarle a prendere coscienza del loro essere persona umana a partire dai più elementari bisogni (pulizia personale, dell’abitazione, regole alimentari…).

Fondamentale, inoltre, è aiutarli a sanare e regolare le relazioni tra i membri della famiglia. Devono essere informati circa i diritti del cittadino ed educati ai doveri sia nei confronti della famiglia che dello Stato.

I volontari di Qua la mano collaborano alla ricerca di un lavoro che possa sostentare la famiglia ed educano all’amministrazione del denaro anche per mezzo di piccoli crediti, chiedendo, secondo le possibilità e i tempi, di restituire i soldi ricevuti per aiutare altri in difficoltà.

Ulteriore obiettivo è quello d’invitare le persone aiutate ad incontrarsi e relazionarsi con le persone che frequentano la Parrocchia in diverse attività (sport, doposcuola, lavori manuali…) per conoscere realtà diverse da quelle di provenienza e favorire l’integrazione sociale di categorie marginali. Ma l’aiuto è reciproco: i parrocchiani spesso sono assolutamente ignari dell’esistenza di persone così al limite del degrado e che invece, proprio per questo, possono aiutarli a rendere più attiva e concreta la loro fede.

I beneficiari sono persone in gravi difficoltà sociali ed economiche della zona di Taldykorgan, incontrate lungo il cammino o che vengono presentate man mano, con particolare attenzione ai minorenni specialmente se portatori di handicap. Giovani senza possibilità di costruirsi un futuro (istruzione e/o lavoro).

Dal 2016/17, inoltre, un numero crescente di famiglie di Almaty (inizialmente 10, ora ben 35) che, in collaborazione con il MASP (ONLUS di CL), cerchiamo di sostenere con un aiuto minimo mensile. Interessante è il fatto che in questo progetto siano coinvolti alcuni giovani che in passato hanno ricevuto da noi un aiuto e che ora, ormai avviati nel mondo del lavoro, aiutano noi nella distribuzione degli aiuti e nella visita alle famiglie.

Il progetto s’impegna quotidianamente nel cercare di rendere migliore la qualità della vita delle famiglie più in difficoltà. Lo fa educando i membri al rispetto e alla cura di se stessi e degli altri. Dalla cura personale al rapporto con le istituzioni e alla ricerca di un lavoro, i volontari del progetto permettono a queste persone, senza speranza e senza prospettive, di uscire dal loro isolamento sociale.

Questo crea un meccanismo positivo di maggiore fiducia in se stessi, negli altri e nel futuro. Le persone hanno la possibilità di avere un impiego e questo non può che avere ripercussioni concrete sull’economia locale. I bambini inoltre possono studiare e stare con altri della loro età facendo esperienza di amicizia e di crescita umana. I più giovani rappresentano il futuro e investire su di loro significa investire sulle possibilità di una comunità intera. Inoltre il progetto coinvolge un numero crescente di attori implicati sul campo, sia pubblici che privati, sia locali che internazionali, al fine di rispondere ai bisogni implicati.

Non importava ciò che io facessi ma che io trascorressi tempo con loro

Tante son le cose belle e che vorrei raccontare della Bolivia ma la cosa a cui penso per prima quando devo parlarne son gli occhi dei bambini che ho incontrato.

Nel mese in Bolivia io e Martina, l’amica-sorella con cui sono partita, siamo state in diverse zone, dal centro della città super caotica alle case di fango e legno costruite nel deserto.

Ammetto che all’inizio ho avuto difficoltà a comprendere un popolo molto lontano dal nostro, con le loro abitudini, la loro cultura e le loro usanze, ammetto che forse all’inizio ho avuto occhi giudicanti e vedevo solo ciò che di brutto c’è. Dopodiché ho iniziato a “vivere” i bambini delle case di accoglienza in cui eravamo.

E loro davvero mi hanno fatto innamorare e mi hanno insegnato tanto. Ho conosciuto bambini che nonostante le storie assurde e strazianti erano sempre sorridenti, pronti ad accoglierti a braccia aperte, che si mostrano così come sono, puri ed incontaminati. Credo che in un mese non ho mai sentito un loro lamento, un loro piagnucolare per qualcosa che gli mancava. Li ho visti invece condividere ogni loro gioco o qualsiasi altro oggetto, li ho visti aiutarsi, difendersi l’un l’altro e fare gruppo, li ho ascoltati mille volte dire “grazie” per ogni minima cosa che noi facevamo, dal preparare la pasta all’aiutarli a vestirsi.  Ed è in questo modo che mi hanno dato la testimonianza vivente dell’insegnamento di Cristo. Vivere senza pretese, senza aspettare qualche ricompensa da non so chi, vivere rendendo grazie per quello che si ha, senza paragonarsi a chi “sta meglio” (secondo qualche criterio poi?) e ringraziando per ogni dono che dall’altro viene. Vivere senza nessun legame materiale, difatti quel poco che avevano erano sempre pronti a donarcelo.

Nei primi giorni sentivo la necessità di “fare” qualcosa per poterli aiutare; ma ai giorni in cui non avevamo un attimo per risposare tra le mille cose da fare si alternavano altri in cui non c’era l’apparente necessità di aiuto e quello creava un’ansia assurda, la paura dello star a perdere tempo, del non concludere nulla. Ma anche in questo i bambini mi hanno dato un grande insegnamento: quei piccoli mi hanno fatto capire che a loro non importava ciò che io facessi ma che io trascorressi tempo con loro, allora siamo stati al parco, siamo stati in giardino a giocare e vedevo che quello era la cosa che più li rendeva felici, era ciò che loro più desideravano e quindi era proprio il modo migliore per amarli.  Da questo ho capito che missione non è fare, missione è donarsi, totalmente e nel modo che l’altro desidera e di cui necessita. Non seguendo i miei preconcetti e schemi sul come fare la buona volontaria ma capendo bene come loro volevano essere amati. Alcuni avevano bisogno di abbracci, altri di un aiuto a lavarsi e vestirsi, altri semplicemente che io fossi seduta accanto a loro. Per altri era importantissimo fare qualcosa per me, da un disegno o un bracciale e da quel momento ho iniziato anche a gustare il loro amore, e ne ho ricevuto veramente tanto. Ho capito che loro non solo avevano bisogno di qualcuno che desse loro delle attenzione ma anche qualcuno a cui poter dare il loro amore.

 

Altri ricordi che porterò sempre con me saranno i volti dei vari missionari italiani incontrati, Francesco, Maria, padre Tarcisio, Suor Grazia e tanti altri. Ho visto volti così stanchi ma occhi cosi luminosi da fare invidia, ho invidiato la loro gioia, il loro grande amore e il loro coraggio di abbandonare le loro certezze per abbandonare se stessi all’altro.  Loro sono quelli che alla fine mi hanno fatto anche apprezzare quella cultura cosi lontana dalla mia, perché mi hanno insegnato il loro modo di guardare e di approcciarsi agli altri, mi hanno fatto capire che nessuno può pensare di vivere nel modo migliore, mi hanno fatto vedere i tanti aspetti belli di quel posto, il forte senso di comunità, rispetto per lo “straniero”, la loro capacità di dedicare ancora tempo alle relazioni, di vivere e non solo fare.

Il post missione ha portato con sé una forte solitudine, paura di aver visto e ricevuto tanto ma doverlo impacchettare e metterlo nei ricordi, finché ho capito che alla fine se ho ricevuto la grazia di vivere quest’esperienza è perché Lui vuole che questo approccio missionario alla vita io possa averlo sempre e in ogni luogo. Che quell’attenzione all’altro, quello sguardo diverso che m’hanno insegnato diventino parte di me. Si è missionario nello spirito e non in base al luogo in cui si è.

 

Ambra (qui le sue sensazioni prima della partenza)

In Missione, così come in tutta la nostra vita, con alcuni si può parlare di Gesù, ma con altri bisogna esserlo.

Missione è cammino: è partire, lasciare le proprie sicurezze e comodità per andare ad incontrare. È sporcarsi i piedi con la terra sulla quale cammini per andare al mercato a comprare il lievito per cucinare un dolce per i bambini, quella terra così arida e secca, la stessa che quando piove diventa fango, così tanto fango che non sai dove appoggiare i piedi, ma non devi preoccuparti perché i ragazzi camminano avanti a te, ti guidano e ti sostengono. I bambini in Bolivia sono stati i veri missionari di questo viaggio, sono stati loro a predicarci il Vangelo perché capaci di gesti gratuiti. Me lo ricordo bene quando quel bambino mi ha regalato una pagina del suo album di figurine, era una sola ma era tutto quello che aveva. Pensiamo di andare in Missione con la bisaccia piena per scaricarla agli altri, invece ce la dobbiamo portare vuota per riempirla dei valori che possono darci gli altri.

Missione è scoprirsi: i momenti di fatica ti costringono ad andare all’essenziale, a chiederti ancora una volta perchè sei partita e per chi lo stai facendo. È conoscere come il tuo corpo reagisce alla fame, alla sete o alla stanchezza quando non hai niente a cui aggrapparti. È il Signore che in quel momento ti sta facendo una grazia, ti sta facendo sperimentare che cosa significa essere povero, essere bisognoso, ti sta facendo vedere quanto è importante la mano del tuo fratello pronto ad aiutarti, di cui spesso noi crediamo di non avere bisogno, perché troppo pieni di noi. La fragilità è un dono incomparabile che ti rende nudo di fronte al prossimo e ti fa entrare in relazione con lui, una relazione che sempre arricchisce. Questo ce lo hanno insegnato bene i bambini che in questo tempo trascorso con loro non hanno avuto paura di incontrarci, non hanno avuto paura di volerci bene, di abbracciarci, di cercarci e di parlarci. Con loro parlavamo lingue diverse eppure mi sembrava di capirci così bene. Cercavamo la stessa cosa, l’amore l’uno dell’altro, ci cercavamo e ci trovavamo. Mentre i giorni trascorrevano imparavo a smettere di cercare il mio tornaconto, il mio guadagno personale in quello che facevo e questo mi rendeva una persona sempre più libera.

In Missione il Vangelo si vive, a volte bisogna saper rinunciare a momenti di preghiera per lavare i piatti o accompagnare i bambini a scuola. Si è costretti a cercare la Parola di Dio nella stanchezza che provi a fine giornata, segno che ti sei lasciato consumare dall’Amore, che anche oggi sei felice perchè sei stato pane spezzato per gli altri. Gesù ha bisogno di te, delle tue mani, della tua bocca, delle tue orecchie per portare vita laddove qualcuno ha cercato di strapparla via. È Gesù che vive in te quando accarezzi la fronte di una bambina di dodici anni che non ha più nulla in quel momento se non il tuo affetto. Solo Dio può renderti capace di stare di fronte a tutto questo senza disperarti. In Missione, così come in tutta la nostra vita, con alcuni si può parlare di Gesù, ma con altri bisogna esserlo. “Bisogna essere capaci di annunciare Gesù Cristo lasciando sempre a colui con il quale parliamo uno spiraglio da cui possa scappare lontano. Così il suo incontro si tingerà di libertà, non sarà una costrizione.” Tutto questo siamo chiamati a farlo con gioia. Nel cuore del cristiano c’è sempre la gioia, come dice Papa Francesco, sempre. La gioia accolta come un dono e custodita per essere condivisa con tutti.

Non sento di aver fatto un sacrificio o di aver rinunciato a qualcosa andando in Missione, non mi sento più coraggiosa o più brava degli altri, sento di essermi concessa un lusso, sento che Dio ha voluto donarmi una grazia, ha voluto farmi vedere che cosa significa vivere da figli di Dio. Ora ho visto, ora so, e questo mi chiama a una responsabilità sempre più grande.

Ma così come l’abito non fa il monaco, il posto non fa il missionario. Ora inizia una nuova Missione: tra le mura di casa, all’università, il sabato pomeriggio in giro con le amiche e in qualsiasi posto in cui il Signore mi chiama a vivere il mio oggi. Da ora in poi la mia vita non cambierà, forse non farò cose nuove ma sicuramente le farò con uno sguardo nuovo, attraverso una domanda che sempre si rinnova: “Signore qual è la mia Missione qui oggi?”.

Grazie fratelli e sorelle della Bolivia perché mi avete insegnato il linguaggio dell’amore.

Martina (qui le sue sensazioni prima della partenza)

 

Su la schiena!

Dopo un anno di studio della lingua italiana presso l’Università per stranieri di Perugia, dimorando nel Pensionato del nostro convento di Monteripido, Kolia ha provato a sostenere i famigerati Alfatest per entrare nell’Università di Fisioterapia… senza riuscire a superarli (agli stranieri, fino a due mesi prima degli esami, non era richiesto accumulare crediti!!!). Subito sembrava una tragedia, ma poi ci siamo detti che forse il buon Dio aveva altri piani… e questi non si sono fatti attendere.

Tornato in Kazakhstan, si è subito messo alla ricerca di un lavoro e si è presentata la possibilità di entrare nel progetto di riabilitazione del MASP (un’Associazione italiana che da vent’anni opera nel campo del sociale ad Almaty e nella sua regione). Il Comune chiedeva di aprire un ambulatorio per bambini con varie difficoltà motorie, presenti sul territorio. Mettendo a servizio le sue piccole competenze con grande generosità e talento, i primi risultati non si sono fatti attendere, così che il numero dei bambini ha subito iniziare a crescere, anche se, visto il tempo e le attenzioni che tali pazienti richiedono, purtroppo non si può andare oltre una trentina.

A febbraio, in occasione delle Universiadi, insieme alla nostra squadra italiana è venuta ad Almaty un’equipe dall’Associazione “don Gnocchi” di Fontanellato di Parma. Sono stati con Kolia una giornata, hanno ascoltato la sua storia e visto come lavora. Al termine ci siamo radunati tutti insieme e hanno proposto a Kolia di frequentare dei master mirati alle patologie che qui deve prendere in carico, consigliandogli (visto che la laurea italiana in Kazakhstan non è riconosciuta) di frequentare tutti i corsi che possono dargli la possibilità di lavorare ufficialmente. Così Kolia ha iniziato anche a studiare, conseguendo già due diplomi statali (e non saranno gli ultimi) che gli danno questa possibilità, di cui il primo, nello scorso mese di luglio, proprio a Fontanellato. 

Se è vero che il buon Dio ha sempre piani meravigliosi che neanche possiamo immaginare, è anche vero che, per realizzarli, ha bisogno di uomini di buona volontà come voi che ci sostengono in queste opere.

Il Signore vi benedica e vi ricompensi tutti!

 

fr. Luca Baino

 

Puoi scaricare il nuovo progetto e consultare l’articolo e il progetto precedenti.

GM il ritorno: Etiopia

Eccoci qui, siamo Ilaria e Marco, tornati sani e salvi dalla nostra avventura. Tre settimane molto cariche di esperienze ed incontri. Abbiamo conosciuto la realtà Salesiana di Pignudo, Abobo ed Addis Ababa, ma anche quella quotidiana di chi vive in queste zone. Abbiamo conosciuto una fede semplice, che prega e canta perché davvero non manchi il pane quotidiano. Abbiamo conosciuto un modo di condividere che non è un’eccezione alle singole quotidianità, ma che è fondamento della società, tanto da dare il nome all’etnia che ci ha ospitati: “Anuak”.

Abbiamo capito che con solo il sole a farti da lampione, 12 ore di luce a disposizione, temperature impossibili già dalle 10 di mattina o pioggia battente se è la stagione delle piogge, l’unica possibilità è fare quello che si può, come si può e quando si può. Abbiamo capito che se hai anche solo mal di pancia, non sai se qualcuno sarà in grado di capire il problema e curarti (ma per fortuna qualcuno che capisce il problema e ti cura c’è, magari a tre ore di macchina).

Abbiamo conosciuto Abba Giorgio che dopo una vita di missione non dimentica il piacere della compagnia davanti a un bel bicchiere di grappa. Abbiamo conosciuto Maria Teresa, missionaria laica che ogni giorno prova a metterci del suo per migliorare una fetta di mondo. Abbiamo conosciuto ragazzi che come tutti i ragazzi vivono, crescono e imparano al meglio delle loro capacità.

Abbiamo maturato la consapevolezza che non esiste un mondo migliore e un mondo peggiore ma esiste un mondo che ha bisogno di aiuto da parte di un mondo che ha la possibilità di aiutare, entrambi costituiti da persone con uguale speranza, forza e dignità.

Ringraziamo Abba Filippo, per il suo immancabile entusiasmo e supporto. Grazie a Gnigwo che ci ha accolti come fratelli. Grazie a tutti i Salesiani conosciuti ad Addis Ababa che hanno condiviso con noi pasti ed esperienze di vita. Grazie ai frati e ai compagni del gruppo missionario per la formazione e la vicinanza.

… E grazie ad Adriana: sono stati i suoi manicaretti a farci tornare dopo il primo incontro!!!

Da cosa nasce cosa: piccoli GM crescono

Riceviamo questa bella testimonianza da Elisa, che partecipò al corso “Giovani&Missione” qualche anno fa…

 

Ciao, sono Elisa Seghetti.

Sono già passati 3 anni dalla mia prima esperienza missionaria in Bolivia dopo il corso ad Assisi. Fu un’ esperienza bella, che fece girare dentro di me un piccolo ingranaggio che ha messo in moto un grande progetto per la mia vita.
Il mio lavoro è nutrizionista e dopo un anno di pausa, due anni fa vengo a conoscenza dell’associazione Nutrizionisti senza frontiere e… il desiderio di partire per servire, incontrare e ricevere si è riacceso.
A giugno sono partita per la seconda volta per il Guatemala dove ci occupiamo di progetti di contrasto alla malnutrizione infantile attraverso un centro di recupero nutrizionale e progetti per lo sviluppo agricolo, nutrizionale e culturale del territorio.
Esperienze che hanno cambiato la mia vita e mi stanno chiamando di nuovo a scegliere di andare per essere veramente felice e vivere in pienezza: per questo avevo il desiderio di condividere e ringraziare voi tutti per essere stati primo strumento di questa meravigliosa avventura chiamata missione!
Grazie di cuore
Il Signore vi benedica e vi renda santi
Un caro abbraccio
Elisa