Situazione in Sud Sudan

SudSudanIl 9 luglio 2016 il più giovane Stato del mondo, il Sud Sudan, compiva 5 anni: nel 2011, infatti, si staccò dal Sudan dopo anni di tensioni e violenti scontri. Un’indipendenza minacciata in questi anni, quasi senza sosta, da una cruenta guerra civile per gli scontri tra il Presidente Salva Kiir e l’ex vice Presidente Riek Macher, che ha causato oltre 50 mila morti e 2 milioni di sfollati.

Qualche mese fa venne stilato un accordo di pace, l’ultimo di una serie che purtroppo non è bastata a far tacere le armi: proprio nelle ultime settimane, infatti, si sono riaccesi gli scontri tra le fazioni/etnie con le conseguenti, insensate, violenze sulla popolazione inerme.

Una delle zone più colpite è ovviamente la capitale, Juba, dove era presente una Comunità missionaria di Frati Minori, tra cui p. Marco Freddi della nostra Provincia Serafica di San Francesco d’Assisi.

Le testimonianze, attinte personalmente da p. Marco nei giorni scorsi, ci hanno Freddi_bimbodato la possibilità di sentire quasi la paura della gente del posto che, per ripararsi, cercava rifugio in chiesa nella speranza che fosse più sicura delle loro capanne. Ma i nostri frati, che pure accoglievano quanti chiedevano asilo, sapevano che il luogo sacro e l’abito che indossano non erano sufficienti per fermare la violenza che si andava sempre più concretizzando attraverso l’odio, la fame, l’impossibilità di curarsi…

Questa situazione, in via di progressivo e inesorabile peggioramento, ha condotto i nostri fratelli a prendere la dolorosa ma necessaria decisione di lasciare almeno temporaneamente il Paese, per far ritorno alle Nazioni di provenienza.

P. Marco, in particolare, è rientrato in Italia due giorni fa, il 19 luglio 2016.

Questa situazione, naturalmente, ha causato l’immediata sospensione dei nostri Progetti.

Chiediamo a tutti coloro che ci leggono, fratelli in Cristo e persone di buona volontà, di pregare perché il fratello non continui ad uccidere il fratello, e perché possano tacere le armi per far parlare la fraternità che, in quanto uomini, ci accomuna.

L’articolo, con alcune modifiche dovute alla rapida evoluzione degli avvenimenti, è tratto da alcune pagine del sito ufficiale dei Frati Minori dell’Umbria:

Guerra civile in Sud Sudan

Imploriamo misericordia e pace per Nizza e Juba

Morte e vita… visitate e benedette da Dio

morteSe penso alla Pasqua, alla notte di Pasqua dove il fuoco santo “consuma” la cenere che è stata “imposta” su di noi 40 giorni prima, penso a Dio ed a come Lui possa dare vita dove davvero non c’è vita…

Cosa c’è di più “morto” della cenere, impalpabile, senza sapore, senza calore, basta un leggero soffio di vento per disperderla e non essere più ritrovata, eppure Dio può ritrasformarla in un FUOCO NUOVO.

Nulla di già visto, qualcosa di nuovo.

A noi che spesso viviamo di “cocci spezzati”, alla ricerca continua e a volte compulsiva di risistemare “le cose” alla meno peggio, Dio invece ci dice che vuole fare “cose nuove” e nuove tutte le cose!

Qui in Sud Sudan, i cocci sono davvero spezzati, e si tenta e ritenta di incollarli, ma senza alcun successo, perché un nuovo coccio si spezza e si ricomincia da capo. Un “da capo” che è pesantissimo e che impantana come le strade (?!?!) qui durante la stagione delle piogge, un pantano così forte che la Jeep a quattro ruote motrici si ritrova letteralmente incollata al suolo, e se ti avvicini, per tentare di fare qualcosa, questo pantano blocca pure te, e sei condannato a rimanere li, impantanato anche tu… solo una fune, qualcosa che per salvarti sceglie un’ “altra strada”, “il cielo”, può liberarti e liberare…

Ecco la mia pasqua quest’anno, in un paese totalmente “impantanato”, il Sud Sudan, un paese dove gli aiuti arrivano e ne arrivano tanti… e “si impantanano” anche loro, divorati dal fango dell’avidità del potere e del disinteresse assoluto verso chi soffre… da “bambini” viziati e prepotenti piene di stellette che sanno dire solo “mio, tutto mio…”, dove tutto ciò che è tuo… deve diventare mio e lo diventa! “Bambini” che non vedono persone, ma cose da avere… per accumulare…

Un paese impantanato che aspetta una salvezza nuova, attraverso una via nuova, un paese abituato a guardare in basso e incapace di guardare in alto…

Eppure la Salvezza viene donata, anzi la salvezza è già lì, in attesa di essere conosciuta e presa come quella fune…

Una cara amica mi chiedeva tempo fa come potessi credere nonostante la tanta sofferenza che vedo, come potessi vedere Dio lì…

La risposta a questa domanda che io nemmeno mi ero fatto, me l’ha data un pomeriggio al campo rifugiati una donna Nuer: il genio femminile non ha tribù 😉 ed è capace di vedere attraverso, e oltre, di intuire.

Ma cos’è il campo rifugiati per me?

Camminare fra le tende al campo (noi siamo gli unici bianchi che camminiamo fra le tende) per me è sempre un’esperienza di vita… nonostante la morte che si vede e in alcune tende si sente anche nell’odore acre e stantio della malattia…

Quando si cammina in mezzo a quelle “tende infuocate” dal sole, in quel campo senza alberi, senza ombra, senza riparo, senza respiro… si sentono le grida dei bambini che avvisano “i grandi” della mia presenza, perché un “kawaii” (un bianco) come dicono i Nuer, viene sempre annunciato e non passa inosservato.

Bambini che qualche mese fa quando mi vedevano passare tra loro gridavano… “kawaii… kawaii…” ora in tanti gridano… “abuna ( padre)… abuna” e alcuni… “abuna Marco… Abuna Marco…” bambini che ora mi riconoscono… e anche adulti… adulti che si presentano dicendoti “tu non mi conosci io so chi sei”!

Bambini che mi corrono dietro, addosso… per salutarmi dandomi la mano destra, e poi dopo li vedi guardarsi e toccarsi la mano per vedere se toccando la mano di un kawaii gli è rimasto “attaccato qualcosa” e poi vederli ritornare… ritoccarti, sorridere… e rimane… una folla che mi segue, mentre i catechisti tentano invano di allontanarli, perché “i bambini sono bambini” e devono stare lontano dagli adulti, non possono “disturbare” gli adulti… quanto mi ricorda la fatica inutile dei discepoli di proteggere chi non vuole farsi proteggere…

Se questa è la “folla che mi segue” poi dentro le tende che visito… cala il silenzio, i toni spesso sono mesti, gli odori sono forti, il caldo toglie il respiro…

Dentro quelle tende dove accadono i miracoli perchè Dio tocca la loro carne attraverso le mani di un sacerdote… al di là delle guarigioni visibili o no. Perché dove l’uomo viene toccato con amore… sempre viene guarito, perché viene visitato… e amato, non lasciato solo nel suo dolore…

Come ha fatto Gesù nel suo tragitto verso il calvario, un tragitto vissuto in comunione con chi è condannato, non per sua scelta, a vivere “il calvario”, una vicinanza estrema, fino alla condivisione anche della morte più cruenta e denigrante… la croce, chiamata a diventare… l’amore eterno presente di Dio dovunque!

Camminando, passando in mezzo alle tende, salutando, benedicendo… una donna mi ha visto… mi ha aspettato e mi ha detto: “Ho letto nella bibbia che Gesù passava e benediceva tutti ed è quello che tu stai facendo… per me sei come Gesù, ti devo parlare…”

Dov’è Gesù in mezzo al dolore, alla morte?

Gesù è li nell’uomo che passa accanto facendo le cose che faceva Gesù, non solo in me, non solo in un sacerdote, ma in ogni uomo.

Penso che la domanda da fare è non tanto dove è Gesù nel dolore, nella sofferenza, ma: dove sono “io”, dove è l’uomo e che cosa fa l’uomo nel dolore e nella sofferenza sua o altrui? Cammina, tocca chi è nel dolore? Si lascia visitare e toccare quando soffre?

Oppure invece che camminare scappa? Invece che farsi visitare chiude la porta?

Ancora una volta la Pasqua si “avvicina” al Natale… “Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo… Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome” (Gv 1,9-12)

A noi la scelta di accoglierLo nella nostra vita, a noi la scelta nella nostra morte di lasciarci vedere, guardare e toccare da Lui, per ricevere la vita nuova della Pasqua, ed essere abitati dalla Sua Pasqua per essere sua presenza nel mondo facendo ciò che Lui ha fatto, passare benedicendo tutti…

Vivendo una benedizione che compromette, che “sporca” un po’, come la corda lanciata nel fango per liberare chi è impantanato nella morte, una corda che parla di cielo… una corda che si sporca per amare e per liberare.

Chi ama necessariamente si compromette e si “sporca”, un fango che viene impastato della luce della presenza e dalla misericordia di Dio e che genera nuove creature, uomini e donne nuove capaci da lasciarsi guardare e visitare da Dio per guardare con i Suoi occhi e toccare con le Sue mani i Suoi figli nostri fratelli e sorelle.

Una santa Pasqua dove la morte visitata, vista e toccata dalla misericordiosa presenza di Dio diventa vita NUOVA!!

Abuna Marco

vita

PS: In queste due foto la morte e la vita sono state visitate… perché se è vero che la morte viene visitata e toccata dalla presenza di Dio, è anche vero che la vita per “rimanere in vita” deve essere nutrita dal dono della gratitudine, che rende attuale e viva la presenza di Dio.

Una foto credo sia abbastanza eloquente e non servono commenti, nell’altra invece ci sono io insieme ad Elizabeth e alla piccola Marie Clare. Questa è la foto della gratitudine per essere state visitate. Marie Clare è la prima bambina alla quale ho dato il nome, così si usa fra i Nuer, è una bambina che ho visitato e benedetto lo scorso anno quando era appena nata, la mamma Elizabeth qualche settimana fa era malata, ma ora, come si vede nella foto è guarita. Una foto che a me dice la bellezza di un incontro “casuale” che lega, perché Marie Clare, nel suo nome, porterà sempre con sé, nel suo nome, il ricordo di un incontro di cui non ha memoria ma che è accaduto…

Ritorno in Sud Sudan

IMG-20160222-WA0003Silenzio dichiarato nel primo post 😉

Un po’ mi conosco, inizio, ma poi mi perdo un po’ per strada…

Inoltre i mesi scorsi sono stati mesi impegnativi, sono stato in Italia per alcuni problemi familiari grazie a Dio risolti.

Desideravo, dopo tanto tempo aggiornarvi un po’ e dirvi qualcosa della nostra missione e presenza a Juba in Sud Sudan.

Tenterò di dirvi qualcosa di noi, anche se non è per niente semplice.

Di primo acchito direi che qui facciamo tutto, ma può sembrare una affermazione esagerata, allora diciamo che facciamo di tutto un po’… alcune cose del “po’ ” che facciamo se continuate a leggere… lo scoprirete… ma è solo un po’… molto è ancora nascosto… e “incomprensibile” anche per me che sono qui!!!

Ogni giorno se ne scopre una nuova!!!

Come lo facciamo? Bene? Magari!!! Diciamo “work in progress”.

Ma chi siamo?

Questa la so!!!! Siamo una fraternità di cinque frati minori, per ora l’unica presenza francescana maschile in tutto il Sud Sudan “siamo noi” anche se i primi frati minori sono arrivati qui in Sud Sudan nel 1862 e per tanti motivi poi la missione è stata chiusa, sicuramente la vita non era per nulla facile… (se qualche “storico”, non ha idee per la tesi… e volesse approfondire questo argomento ci farebbe un piacere immenso… visto che non ci sono studi in merito almeno che noi sappiamo).

Ritorniamo al “chi siamo”… fra Jesus messicano di nascita e americano di adozione… fra Mario maltese di nascita e Australiano di adozione, fra Masseo slovacco, fra Federico romagnolo di nascita e romano di adozione, e io romagnolo di nascita e umbro di adozione…

Una fraternità mista e ben mixata… quasi da barzelletta… c’è un americano, un australiano… un… e si inzia a ridere.

frati JubaLe cose buone sono tante, si lavora, si prega parecchio e sappiamo che non ci capiamo sempre. Quest’ultima cosa aiuta tanto in fraternità, non si dà per scontato che l’altro abbia capito quello che l’altro voleva dire, ovviamente questo crea anche “difficoltà superabili”, a volte desidero fortemente essere capito al volo, o parlare senza pensare troppo al: “ho detto davvero quello che volevo dire?”

Come quando leggo il vangelo nella lingua locale ancora mi chiedo : “sto leggendo lo stesso vangelo del quale ho preparato l’omelia?”

Perché potrei leggere anche la lista della spesa, pensando che sia il Vangelo, io non me ne accorgerei e i parrocchiani non batterebbero ciglio, perché il rispetto è tanto e per queste cose direi forse troppo, nessun feedback.

Ma tutti noi sappiamo anche quanto sia difficile vivere con persone delle quali capisci la lingua, capisci tutte le parole, ma non capisci che cosa vuole dire davvero, o puoi non sentirti capito o capita.

Noi abbiamo la grazia “pesante” che sappiamo che l’altro non ci capisce, quindi in teoria dovrebbero cadere tutte le pretese, in teoria ho detto, ma la realtà è che continuiamo con “work in progress”.

Ma qui non si parla mai di difficoltà, solo di “challenges”, di sfide.

Cosa facciamo?

Dichiaro subito che farò solo qualche accenno e aggiungerò altro nei prossimi blog… se mi ricordo 😉

Abbiamo una parrocchia, di quanti abitanti? Chi lo sa? Non esiste anagrafe e tanto meno archivi parrocchiali, questo significa che qui tante persone per lo stato “non esistono”, così, semplicemente, non esistono, anche se esistono visto che io le vedo e gli parlo!!!! I documenti di identità, tipo la carta di identità costano tanto e la gente li chiede solo se sono necessari per potere lavorare negli uffici pubblici. Quindi vi lascio pensare altre cose che non esistono come l’assistenza sanitaria, ecc…

Qualcuno potrà pensare: “quindi non si pagano le tasse!”

Esatto è un paese dove non si pagano le tasse, ma, se ti ferma la polizia, devi pagare “un offerta”, visto che non viene pagata, o se vai all’ospedale, devi pagare tutto, tutto significa tutto, l’ingresso all’ospedale, i cerotti, la visita, ecc…

A volte l’unico documento è il certificato di battesimo. Un foglio consegnato da un testimone, che è spesso un fratello più grande. Una volta ci è capitato il fratello più grande di un anno (?!?!?!?) che ha giurato di ricordarsi il battesimo della sorella che aveva ricevuto appena nata, oppure una dichiarazione a voce nella quale dice che la mamma ha detto che è stato battezzato il tal giorno, nel tal posto, ma non sa l’anno.

Spesso infatti alla domanda: “quanti anni hai?” La risposta è un altra domanda: “tu quanti me ne dai?”

Perché realmente non lo sanno. La scuola inizia quando hai i soldi per pagarla, per esempio, e ci possono essere ventenni in classe con bambini di 7 anni.

Per i certificati di battesimo un po’ è colpa dei catechisti… e un po’ anche dei sacerdoti, mi ci metto anche io perché qualche mese fa andando a visitare i malati all’ospedale e facendo l’unzione degli infermi ho trovato diversi bambini malati e non battezzati e che quindi non potevano ricevere l’unzione degli infermi perché non battezzati. Come abbiamo risolto questo problema? Ho ascoltato i parrocchiani, vedendoli per la prima volta in vita mia sicuri e organizzati, “che nome date al vostro bambino?” “Come si chiamano i genitori?” “C’è qualcuno che può fare da padrino qui?” (e si offrivano i nostri parrocchiani che non avrebbero mai più visto quella persona… ma per battezzare serviva ed erano orgogliosi di essere padrini o madrine) e poi… “c’è un po’ d’acqua?” Per fortuna avevo una bottiglietta con me, e… “Mary io ti battezzo nel nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo”, battesimo fatto!!!! Battesimi fatti… 18 battezzati.

Ecco non si deve fare così, ma l’ho fatto…

Ritorniamo al che cosa facciamo!!!

La nostra parrocchia “Holy Trinity Parish” conta 8 outstations (più quatto cappelle all’interno del campo UN per la protezione dei civili di Juba, 38000 persone che vivono in situazioni non umane, che sono lì perché altrimenti sarebbe state uccise durante lo scoppio della guerra civile del dicembre 2013).

Grazie a diversi benefattori e anche al Segretariato per le missioni dei frati di Umbria e Sardegna siamo riusciti a costruire alcune cappelle (non dappertutto ancora), nelle quali le comunità cristiane si possono riunire in preghiera al riparo del sole e della pioggia.

L’ outstation più lontana dista 75 km dalla parrocchia. Nella stagione secca, quando non piove, ci vogliono “solo” tre ore con la jeep per raggiungerla (strada dissestata!!!!) , oppure come mi è successo durante la stagione delle piogge semplicemente sono ritornato indietro perché sulla strada ci sono pozze così profonde che oltre alle quatto ruote motrici della jeep sarebbe servita forse anche un’elica dietro tipo airboat… ma la nostra jeep non è full optional.

L’opzione deltaplano non è stata accolta… sarebbe un ottimo bersaglio per fare esercitare i bambini e non solo col tiro con l’arco e altro…

Diciamo che la nostra è una pastorale degli inizi, la presenza della chiesa è giovanissima, ha poco più di un centinaio di anni, inoltre anni di guerra hanno annientato il paese e le persone.

Una chiesa giovane povera di tanto, davvero , ma potenzialmente ricca…

Per ora è una pastorale all’arrembaggio… come avete intuito da qualche accenno… che ho fatto.

Ma piena di “challenge” di sfide, così qui si chiamano i problemi, sfide.. e questo cambio di parola, forse aiuta : “quanti problemi hai? Nessuno… ho solo centinaia di sfide!!!” Proviamo a vedere se ci viene più voglia di superare i nostri problemi\sfide!!!!

 

Si corre sulle urgenze, che sono urgenze davvero, un paese pieno di ONG (Organizzazioni Non Governative), che secondo alcuni hanno distrutto il paese rendendolo del tutto dipendente, per altri invece le ONG lo hanno salvato. La verità non la conosce nessuno, ma si sa e si vede che il paese, il Sud Sudan, soffre e la gente soffre. Basta digitare su Google “sud sudan” e vedere che cosa esce!

Parrocchiani che muoiono per “malattia”, cioè di fame e per la debolezza poi muoiono di malaria o altro. Parrocchiani che non possono andare all’ospedale da soli, perché troppo lontano, perché non ci sono medicine, perché non ci sono soldi, perché manca competenza. Quando vediamo che la situazione è davvero molto grave allora portiamo noi direttamente la persona all’ospedale a nostro rischio, perché se accadesse qualcosa lungo il viaggio la colpa potrebbe essere attribuita a noi.

Malati che poi vanno seguiti e visitati tutti i giorni per verificare (in ospedale!!!!) se hanno preso le medicine che noi abbiamo comprato e a volte siamo costretti a chiedere all’infermiera : “perché non gli hai dato le medicine?”,  sentendoci rispondere che le medicine sono nella borsa sotto il letto, e tu ti chiedi e le chiedi: “ma non ti ho chiesto dove sono”… eppure questa è la risposta… a volte… Uomini e donne che soffrono senza piangere… e mi chiedo fino a quando potranno reggere?

Oppure durante una visita ai malati al campo ONU, puoi scoprire una giovane donna di 39 anni, Marta, con un cancro al seno in stato avanzato,vedere che se viene toccata la ferita sanguina, vedere il suo dolore, cercare di portarla all’ospedale del campo ONU e sentirsi dire dal dottore : “qui in sud Sudan non c’è chemioterapia!”.

Io all’inizio avevo pensato di avere capito male, che forse il dottore volesse dire che qui in città a Juba, che è la capitale fra l’altro, non ci fosse un ospedale dove era possibile fare la chemioterapia, e invece accorgersi che il medico si riferiva a tutto il Sud Sudan!

In tutto il Sud Sudan, non c’è possibilità di cura per chi è malato di tumore.

Marta è la zia di quella ragazza con in piedi impastati nel fango che ho condiviso nel post della scorsa Pasqua, quella a sinistra è la capanna di Marta. Marta è morta la scorsa estate. Battezzata, comunicata, e con il conforto di Dio e dei suoi cari.

Pasqua 2015 JubaFacciamo anche molto altro c’è chi insegna all’università, gruppi giovani in parrocchia, predicazione, visita ai carcerati, registrazioni per la radio diocesana… ecc…

 

Che cosa faccio io?

Vi dico solo alcune cose…

Personalmente Dio mi sta benedicendo e preparando strade belle.

Io sono incaricato in particolare per il PoC (Protection of Civilians) il campo di 38000 persone (ovviamente non tutti cristiani cattolici) che accennavo all’inizio, per ora ho iniziato visitando i malati, benedicendo, amministrando il sacramento dell’unzione degli infermi e insegnando a pregare attraverso l’adorazione eucaristica, chiedendo doni di guarigione, emotiva in particolare, visto che tutti hanno traumi legati alla guerra, gente abitata da rabbia, vendetta, risentimenti, paure, paura anche di toccare un palloncino perché il suo scoppio potrebbe ricordare gli spari che hanno sentito…

E la gioia di vedere che la preghiera “funziona”, la testimonianze belle di persone che dicono che prima della preghiera avevano paura a causa di quello che avevano visto, e dopo “qualcosa è cambiato”… senza “effetti speciali” ti dicono… “ora sento che non sono più arrabbiata… ” Dio benedice!

E per me una nuova strada bella che si sta aprendo specie in questo anno giubilare della misericordia, è quella di essere il cappellano di un gruppo di preghiera della divina misericordia, stiamo organizzando ritiri e Dio li ha benedetti, e abbiamo diverse idee per il futuro, e per il presente… vi aggiornerò

 

Ps: Purtroppo la mia connessione non mi permette di inserire più di una foto, per chi può si possono vedere altre foto sul mio profilo FB, il modo più veloce ed economico in termini di MB

freddimarco.blogspot.com

Sud Sudan

SudSudanA Juba, capitale del Sud Sudan, i frati hanno posto una pietra miliare nella loro missione con la benedizione e l’apertura ufficiale del loro nuovo convento. Situato sulla proprietà della chiesa, all’interno del complesso della chiesa parrocchiale, la costruzione è iniziata ai primi di febbraio di quest’anno e ha proceduto senza grossi problemi.

Il 26 ottobre 2015, i frati sono stati raggiunti dai parrocchiani della parrocchia di Holy Trinity (Santa Trinità), da diversi religiosi locali e dal vescovo Santo Laku Pio, Vescovo ausiliare dell’Arcidiocesi di Juba, che ha presieduto il rito di benedizione. Durante il suo intervento ha parlato di questa nuova casa come segno di uno sviluppo significativo della presenza dei frati in Sud Sudan, riferendosi ad essa come un luogo dove lo spirito francescano può offrire alla gente locale un luogo di accoglienza e di apertura verso gli altri. Riuniti sotto l’icona della beata vergine Maria, una parte dell’affresco della chiesa della Porziuncola, tutti i presenti hanno pregato affinché sia un luogo dove anche gli angeli di Dio si sentano a casa e possano offrire la loro protezione a quanti vi risiedono.

Dopo la preghiera e l’omelia, il Vescovo Santo, accompagnato dai frati, è entrato nella casa e ha camminato intorno alla parte esterna, benedicendola con l’acqua santa.

Quindi, il gruppo si è recato presso la chiesa parrocchiale dove è stata celebrata l’Eucaristia per la Giornata della Gioventù della parrocchia che ha adottato il beato Contardo Ferrini come patrono. Al termine, nel nuovo convento sono stati ospitati per il pranzo i numerosi visitatori, offrendo loro un programma di intrattenimento nel pomeriggio.

Il nuovo convento dispone di otto camere da letto e sarà in grado di ospitare non solo la Fraternità esistente, ma anche di accogliere i visitatori e un numero limitato di candidati, perché possano condividere la vita con i frati per il discernimento della loro vocazione alla vita francescana.

L’edificio comprende anche un ufficio parrocchiale e una grande sala che può essere utilizzata come aula di scuola e come stanza d’incontro per i parrocchiani.

Tratto dal sito dell’Ordine dei Frati Minori

 

Puoi seguire la missione dei nostri fratelli sui loro blog:

fr. Marco Freddi

fr. Federico Gandolfi (in inglese e in italiano)

Una “Pasqua incarnata”…mente corpo e…cuore

Un viaggio lungo… ma se riguardo indietro forse nemmeno tanto lungo, ma che cosa fa lungo il viaggio? Non solamente il tempo, a volte ci sono attimi che sembrano eterni, e durano cronometricamente un batter
di ciglia, ma si scrivono e si incidono in modo indelebile dentro di noi, tanto da non potere mai essere dimenticati, magari rimangono coperti solo da un po’ di polvere o cenere, che il Vento può da un momento all’altro spazzare via.
Ma finchè questo Vento non ci visita la cenere rimane e copre, nasconde… e tiene al caldo nella attesa piena di speranza di riprendere fuoco.
Il biglietto per il mio arrivo a Juba, come ogni biglietto aereo aveva una data di partenza, un orario di partenza, dei consigli… presentarsi almeno due ore prima per il check-in, una “gate”, un numero di volo, un check-in, uno scalo… un terminal di arrivo… e un costo… ma non aveva calcolato che il cuore… ha altri biglietti… altri orari, altre “gates”, altri check-in da fare… altri terminals… altri costi, altri orari di arrivo, a volte anticipa, a volte ritarda, e a volte non
arriva… Il mio biglietto diceva che sarei arrivato a Juba il 13 gennaio 2015 alle 11, 15 am terminal 1 (l’unico mi sembra di ricordare).
Sono arrivato il 13 gennaio, il mio corpo è arrivato puntuale, la mia mente sorvolava Juba e il Sud Sudan da mesi, anzi da anni, aspettando che i frati arrivassero anche li.
La mia mente come google Earth aveva già visitato Juba ma per poi riprendere subito il volo, girovagando un po’qua e là, il mio cuore invece non era ancora partito, credevo di averlo imbarcato con me, ma arrivato qui mi sono accorto che non c’era, era rimasto a terra, mi sa che non aveva ancora i “documenti in regola”. Per fortuna Qualcuno lo
ha imbarcato, ed è arrivato giovedì 2 aprile, almeno mi sembra, e per puro dono di Dio in un giorno speciale,
Giovedì santo, giorno tanto bello per noi sacerdoti, e per tutti spero, giorno nel quale riceviamo il dono dell’Eucarestia, il dono dell’amore di Dio che in Gesù si abbassa e ci lava e ci bacia i piedi chiedendo il permesso per amarci… e ci da la possibilità di amare come Lui, che mistero…
“Scusa ti posso amare?” Dio che chiede un permesso così “assurdo”… chi di noi non vorrebbe sentirsi amato, ma poi scopriamo quando sia difficile accogliere un amore così libero e che rende liberi, difficile da accogliere perché l’amore compromette, compromette sempre, anche quando lo riceviamo.
Non possiamo essere indifferenti ad un gesto d’amore, non s può, un giorno porterà comunque frutto.
Possiamo dire anche noi come Pietro di no a Gesù: “no, non farlo, TU non mi laverai mai i piedi, no mai, non a me!!”
Perché nell’amore c’è sempre un TU davanti a noi, un tu che diventa spesso un “tutti” e quindi “un nessuno”, “nessuno mi laverà mai i piedi, nessuno si prenderà cura di me…” e chissà dietro queste parole, quanta “pretesa di intelligenza”, “non ho bisogno, ce la faccio, … ma tu che vuoi… chi sei tu per toccarmi i piedi…ma che ne sai della mia
vita… non ne sono degno, non me lo merito” e chissà quanti altri “pensieri pazzi” ci abitano per dire di no a Dio… al suo amore silenzioso, silenzioso come il Suo mettersi in ginocchio e lavare i piedi, silenzio che viene rotto solo dal suono sommesso del bacio di chi ha paura di fare rumore e di svegliare la persona che ama, ma che non può trattenere.
Un gesto che non lascia indifferenti e anche i cuori più induriti (più delicati e feriti) si sciolgono davanti a qualcuno che chiede il permesso, si abbassa indifeso, lava i piedi, li asciuga e li bacia.
Giovedì giorno nel quale la Chiesa ricorda anche l’istituzione del sacerdozio… essere altri Gesù che dicono le Sue parole, che fanno i suoi gesti, che offrono la propria vita come ha fatto Lui, che amano “come” Lui ha amato i suoi figli e figlie… un cuore chiamato ad allargarsi, alla “misura del cuore Gesù”.
Un cuore che allargandosi, si allarga , si allarga… si allarga fino a “squarciarsi” come il velo del tempio durante la morte di Gesù sulla croce.
L’amore di Dio non può più essere nascosto, deve essere visto, visto anche con gli occhi del corpo come il cuore di Gesù sulla croce, un cuore squarciato che restituisce ancora tutto, sangue ed acqua, amore vita, tutto quello che aveva ricevuto dal Padre lo ridona a noi, a tutti, sia che siamo vicini sia che siamo lontani, questo non importa…
L’amore di Dio non guarda queste nostre distanze, “spreca”, rompe il vasetto come Maria a Betania, e dove non arriva l’unzione, arriva il profumo dell’unzione… per chiamarci… in modo più delicato ancora della parola… ed entrare in noi… perché non possiamo non respirare, noi possiamo essere lontani… ma non possiamo mai impedire a Lui di farsi vicino.
L’amore “sprecato”, dato con generosità, diventa dono per tutti, ringraziamento al Padre per il Suo amore e la Sua fedeltà e diventa dono per tutti, diventa Eucaristia.
La bellezza di quel giovedì santo e la preghiera di tante persone hanno aperto il cuore di Dio per farmi questo dono preparato e atteso anche da Lui e il mio cuore è “atterrato” a Juba, ora sta facendo i controlli 😉 .
Un regalo atteso anche da Dio… perché è così, attende anche chi fa il regalo, quanta preparazione e cura ci mettiamo quando noi facciamo un regalo a qualcuno che amiamo e quante domande: “gli piacerà, che faccia farà, che penserà…”, sarà così anche per Dio? Io penso di si, i regali vanno preparati anche quando li fa Dio 😉 .
Finalmente il mio cuore è atterrato giovedì santo poi il Triduo santo lo ho vissuto nella gioia, contemplando il coraggio amante di chi mi ama nel dolore, un amore che fa attraversare il dolore, che non lo sorvola, che non fa lo slalom, ma lo attraversa, ci passa in mezzo, con gli occhi fissi su chi ama, il Padre e noi-me e te, un amore che
si fida della fedeltà amorosa del Padre, il desiderio di mostrare il Suo amore per i suoi figli, per noi, senza sconti, fino alla fine.
Giovedì santo, venerdì santo, sabato santo, tre giorni o un giorno solo, dove siamo stati chiamati a contemplare, a stare, per accogliere un dono, IL DONO, la morte è vinta dalla fedeltà del Padre e dal Suo amore, una vita che non muore più, non per le nostre forze, non siamo noi che “ci risorgiamo”, noi “siamo stati risorti” da questo amore
fedele ed eterno.
Una Pasqua che non finisce più, perché non dipende da noi… è dono dell’amore di Dio, una Pasqua che la riceviamo in dono tutte le volte che ci fidiamo con amore, che attraversiamo le nostre tenebre, che viviamo la nostra vita credendo che Dio davvero è fedele, che Dio davvero non si dimentica di noi, che davvero “anche se una madre si
dimenticasse di suo figlio, LUI non si dimenticherò mai di lui, di noi,di me e di te”… e allora sarà sempre Lui che ci farà risorgere.
A noi che tante volte facciamo lo slalom per “non morire” e che dopo tanta fatica ci troviamo stanchi, tristi e senza vita, Dio ci chiede di vivere da risorti, di vivere nella fiducia amorosa che Dio è Padre e si prende cura davvero di noi, consegnarci a Lui, amare Lui e i fratelli, e Lui ci farà risorgere, ci farà vivere da risorti, e non ci farà mancare il Suo sostegno lungo il cammino, la sua misericordia.
Arrivato e atterrato finalmente a Juba, mente corpo e cuore, ora si apre il cammino per vivere da risorti dove sono e, per ognuno di noi dove siamo, impastati dalla realtà, con lo sguardo fisso a Lui.
Vi condivido queste tre foto, che a me ricordano la mia Pasqua qui a Juba, e che cosa è per me la Pasqua perché non deve essere un bel ricordo… ma un cammino nuovo che si apre, un nuovo modo di vivere.
Queste foto mi sono care, non solo come ricordo di questa mia prima Pasqua in Sud Sudan, ma come “memoriale” della Pasqua, una foto in particolare mi ha aperto il cuore ed è entrata in me, è una foto che ho scattato i giorni scorsi al campo profughi dopo un breve acquazzone, questa ragazza è per me il volto dell’ “incarnazione della “Pasqua”, perché la Pasqua deve essere incarnata in una morte se no non è una vera Pasqua, questi piedi sporchi di fango… impastati con la realtà e questo sorriso che apre alla bellezza lì dove si trova, una “vera” Pasqua… piedi che verranno lavati sempre dalla misericordia di Dio e dal Suo amore fedele.

Una Santà Pasqua a tutti un po’ in ritardo… ma la Pasqua… continua… e già guarda alla Pentecoste… quasi per paura di “perdere la Pasqua”…

Fra Marco

Nuove strade sterrate

Pace! “Yukan”!
Ovviamente la seconda parola è nella lingua locale della tribù nella quale vivo. La tribù si chiama “Bari” e non ha nulla a che vedere con la nostra città italiana di Bari e la lingua men che meno. -Il Bari è una “lingua nilotica”, tradotto … complicatissima!!! Qui a Juba (città di un milione di abitanti), la tribù Bari è la più numerosa, qui siamo nella “Bari land”, nella terra dei Bari anche se sono presenti anche altre tribù, Dinka , Nuer, Mundari, ecc…
Tanti mi hanno chiesto, nell’ordine: “come stai? Che cosa mangi? Dove vivi? Che tempo fa? Che cosa fai? Mandaci delle foto!!!!”. Piano piano risponderò alle domande, e saranno risposte passate e attraversate da ciò che vedo con i miei occhi e che sentono le mie orecchie… risposte “incarnate”. E dirò anche che cosa facciamo qui ma visto che lo sto scoprendo piano piano… risponderò piano piano 😉 .
Alle prima domanda la risposta è breve e semplice: Sto bene!
Alla seconda: “che cosa mangi?” […] la mia “dieta”(ma mangio ogni giorno tre volte al giorno) ha come base, fagioli e riso, a volte pasta, Chapati, carne (capra e pollo così mi hanno detto (!?)), verdura, e frutta locale; banane (il mio potassio è ok!!!!), mango, papaya, ananas…e…basta.
Una dieta semplice, per fortuna mi piace riso e fagioli, altrimenti sarebbe “complicato” stare qui…MANGIO e, se posso aggiungere, il mio stomaco sta benissimo.
Invece avevo pensato di condividere un aspetto che qui subito salta agli occhi… e poi al naso, all’udito, al tatto, al gusto… ecc… è la DIVERSITA’, diversità alla quale mi sono appena affacciato perché sono qui da poco, ma qui in una terra lontana, le “ovvietà” nelle quali ho vissuto in Italia, e che porto con me, sono più lampanti e balzano agli occhi e nel cuore con una forza maggiore… come il ragù di capra con i chiodi di garofano… un romagnolo capisce che risonanza può avere avuto in me questa”nuova ricetta”…e non c’è bisogno di aggiungere altro… se non che non era male!!!
Diceva qualcuno, che ognuno di noi ha una propria “valigia”, qualcosa che gli è stato dato in eredità in famiglia, dalle proprie esperienze, conoscenze, ferite, ecc…, che porta con sé e non sempre se ne accorge. In missione questa “valigia” è piena di “è ovvio, è così, è sempre stato così, si fa così” viene guardata e rovistata molto molto spesso perché la realtà parla “un’altra lingua”.
Per esempio se io vi chiedessi: “in Sud Sudan la guida è a destra o a sinistra?” Che risposta dareste?
strada polverosa-763462La risposta, che io darei aprendo la “mia valigia” sarebbe: si guida a destra, poi, guardando le auto, tutto si complica. Auto che si muovono come formiche che hanno trovato del miele, che si agitano e si muovono a destra e a sinistra velocemente, schivando pedoni e moto, o meglio moto e pedoni che schivano auto, perché vince il più “grosso”. Ma non si guidava a destra? Poi guardando un po’ più in basso e cioè la “strada” (altro concetto che meriterebbe una trattazione approfondita), quando uso la parola “strada”, giusto per capirci, non intendo qualcosa di asfaltato, con un manto omogeneo. Intendo solamente “un luogo sul quale transitano dei veicoli” e si capisce che la competenza richiesta ad un autista qui non è quella di conoscere i segnali stradali, di sapere dove è il freno, l’acceleratore, le frecce, ma quello di cercare di entrare nelle buche “più attraversate”, sì, entrare nelle buche, non se ne parla nemmeno di scansare le buche sarebbe impossibile, perché ci sono buche che in alcuni tratti diventano “rotaie”, rotaie profonde anche più di un metro.
Avete visto il video di Gazzè, Silvestri e Fabi, girato in Sud Sudan?
“Life is sweet”! Ecco lì c’è un assaggio di quello di cui parlo. Ma li è tutto bello: tir impantanati, persone che aiutano, sorrisi…Poi se vai con una jeep Toyota a celebrare la messa a 70 km da casa e magari rimani bloccato fino al finestrino (cosa già successa ad un nostro frate) che fai se non aspettare…aspetti, aspetti… aspetti che un camion passi e ti aiuti…e un camion passa sempre, sul quando dipende 😉 .
Ecco un piccolo esempio di “diversità” ma mi piaceva condividerlo, forse non è nemmeno il più affascinante, anzi non lo è. Parleremo altre volte delle incisioni che alcune tribù hanno, proprio per riconoscersi o per dire a chi appartengono e quindi di conseguenza chi non sono…Incisioni che qui in Sud Sudan, negli anni passati e in alcune parti anche oggi, sono pericolose perché: “se non sei dei nostri… allora sei un nemico”…Ma ne parleremo.
La diversità è un dato di fatto. Quanti di noi hanno sperimentato la bellezza di sentirsi figli di Dio, unici e amati… Ecco, una prima conseguenza pratica dell’essere unici è che siamo diversi, oggettivamente diversi. Qui lo si vede di più… per capire io qui sono quello bianco, qui direbbero “Kawaja” e non è proprio un complimento.
Vengono i bambini si avvicinano, ti accarezzano le braccia… e sicuramente pensano, che strano un uomo con i peli sulle braccia, sarà una scimmia??? Siamo unici e diversi, tutti siamo diversi, oggettivamente diversi, per storia, conoscenze, esperienza, sesso, capacità, carismi, doni, paure, fragilità, cultura, abitudini… abbiamo “valigie diverse” che portiamo con noi, e gli altri pure… valigie che consultiamo senza nemmeno rendercene conto e che ci fanno leggere la realtà in un certo modo che è un modo, il mio. Continua a leggere

Fra Marco: “una risata, un sorriso e una soluzione”, riflessioni dal Sud Sudan

E “scoppiò” la risata di Joyce, la cuoca che ci aiuta per il pranzo. Una risata fragorosa, che spesso si sente in casa, una risata che mette allegria perché è sempre accompagnata da un sorriso luminoso.
Noi frati eravamo a tavola a mangiare e a un tratto sentiamo una risata, la risata di Joyce, una risata che noi tutti conosciamo, ma siamo incuriositi, che sarà successo? Andiamo a vedere subito e la sorpresa: Joyce che ha acceso il fuoco con alcune pietre e sta ultimando la cottura di alcune “chapati” (non se come si scrive e sicuramente non si scrive così… ma so come si mangiano e non è difficile 😉 )! La nostra cucina è molto semplice, un vecchio fornello Joyce1russo con le bombole a metano a tre fuochi, di cui ne funzionano solo due… E che era successo? Era finito il gas all’interno delle bombole della cucina! E Joyce che cosa ha fatto? Si è fatta una risata, ha trovato tre pietre in “giardino” (un giorno vi farò vedere il “giardino”), ha acceso il fuoco e ha continuato a cucinare, senza perdere tempo in chiacchiere, malumori accuse…senza sese fossi stata più attenta, se i frati avessero controllato… sese… Tutti se veri… ma che non avrebbero cotto le “chapati”. Tutto ciò mi ha fatto pensare alla facilità con cui ha risolto il problema, e quante volte invece ci può accadere di arenarci ai se… se avessi, se lui, se lei… e la vita non cambia, non “cammina”, non “si cuoce”. Chissà se fosse successo a noi? Che cosa avremmo pensato? Che cosa avremmo detto? Che avremmo fatto? Alla fine avremmo mangiato? Per rassicuravi… noi abbiamo mangiato!!!! Grazie a Joyce. Una risata, un sorriso e una soluzione trovata!!! Perché condividere questo con voi? Non per dirvi che mi piaccioni le\i “chapati” e nemmeno che abbiamo una brava cuoca che è pure simpatica. Ma perché questo fatto piccolo, possiamo dire, mi ha dato luce, su come superare le difficoltà. Tre parole che possono accompagnarci: una risata, un sorriso e una soluzione.
Una risata…[…] Farsi una risata è rompere il circolo vizioso della lamentela…dell’accusa…del giudizio…del perché a me? Del se lui, se lei , se loro, se io…se Dio…Farsi una risata è accogliere la vita, la realtà, così come è. Farsi una risata quindi non è ridere in modo spensierato, ma accogliere la realtà, sapere dire: “è così!”. Nelle prove dolorose sappiamo quanto è difficile dire: “è così!”. Ieri siamo stati a portare un po’ di cibo a 300 persone, sfollate, o meglio scappate, perché il loro villaggio è stato bruciato, e quindi hanno perso tutto, proprio tutto. Vedere le donne che con gli occhi tristi e il sorriso sulle labbra mentre pulivano i fagioli che la provvidenza gli aveva portato, questo è accogliere la realtà, la realtà amara e dolorosa, accogliere non è dire che è bella, che è giusta, è accoglierla e vivere. Questa ultima condivisione era per sottolineare che la “risata” di cui parlo non è una risata superficiale, non è una risata semplice da fare, è una risata a volte amara, molto amara, ma che permette di accogliere la realtà e quindi diventa una possibilità per continuare il cammino.
Un sorriso…È il sorriso della speranza, è il sorriso che da forza nel cammino, che permette di continuare a portare il peso della realtà, di chi sa che c’è Qualcuno che si prende cura, Qualcuno che ascolta il grido del suo popolo, dei suoi figli. E’ il sorriso di chi si scopre e si sente figlio e di chi decide di vivere da figlio, fidandosi del Padre, che presto o tardi arriverà e con la certezza che arriverà. Abbiamo bisogno di un sorriso che accompagni i nostri passi, e questo sorriso che illumina è la presenza di Dio in noi che accompagna e illumina il cammino, perché il sorriso illumina, ci sono sorrisi che li puoi vedere solamente con gli occhiali da sole ;-). Il sorriso è anche il sostegno che altri ti danno…accogliere un sorriso è accogliere anche uno sguardo nuovo su di noi, chi ti sorride ti restituisce la dignità, ti mette in una storia di salvezza, in una storia che non fugge la realtà ma ti dice…guarda chi ha già vissuto quello che hai vissuto tu e ha superato il problema…ed è felice. […] E una soluzione…E troverai una soluzione, perché la vita è concreta, i problemi sono concreti e così le soluzioni. Scriveva qualcuno che serve la sapienza del contadino, una sapienza che è tanto diversa dalla sapienza dell’intellettuale. L’intellettuale può permettersi di dire: “mi sono sbagliato, la mia ipotesi e la mia teoria erano sbagliate”. Il contadino non può dirlo, perché se sbaglia non mangia (e anche questo qui in Sud Sudan è una amara realtà). La soluzione deve essere concreta per il problema che viviamo, per quel singolo problema.
Il Sorriso ci permette di attraversare le fatiche e di trovare una soluzione, non le soluzioni a tutti i problemi, quello ci penseremo poi con calma, ma forse dobbiamo iniziare a risolvere un problema alla volta. Ci sono persone che per trovare “la soluzione perfetta”, la soluzione che risolve tutti i problemi, studiano una vita, e intanto… i problemi cambiano… La vita non ci aspetta, sia che siamo pronti, sia che non lo siamo le cose accadono. Una risata, un sorriso e una soluzione… Joyce ha fatto tutto questo in pochi secondi… forse la vita l’ha abituata a non perdersi in chiacchiere inutili… sarà fatta così… non lo so… ma se lo ha fatto lei… perché non possiamo farlo anche noi?

fra Marco Freddi, missionario in Sud Sudan

 PER LEGGERE IL POST IN VERSIONE INTEGRALE: http://freddimarco.blogspot.it/2015/01/e-scoppio-la-risata.html