La storia di Chidé

Dio e suo figlio san Francesco d’Assisi mi hanno dato tutto ciò che ho e questo attraverso un uomo eccezionale. La mia storia non ha in realtà molti ricordi, visto che praticamente non ho mai vissuto con i miei genitori e quindi non saprei cosa dire di loro per potervene parlare. Quel poco che so e che mi hanno raccontato, ve lo dirò.

La storia comincia il 15 luglio 1994 a Brazzaville, quando mio padre morì. Morto dunque prima della mia nascita, non so niente di lui, non ho neanche una foto per poterlo immaginare… poi, il 30 luglio dello stesso anno, nacqui io, vivendo con mia madre che faceva tutto per me, tutto ciò che ha potuto fare fino alla sua partenza per il cielo… ero così piccolo che non ricordo neanche la data esatta della sua morte, ma penso tra il 2004 e il 2005.

Non è una storia né felice né divertente da ascoltare… mio padre morì e siccome nella cultura africana dopo la morte dei genitori qualcun altro avrebbe dovuto occuparsi di me e di mia sorella, per grazia di Dio andammo a vivere dai nonni.

Io piangevo tutto il giorno, ogni giorno perché non riuscivo ad accettare di non avere più dei genitori, sperando di poterli rivedere un giorno… ma purtroppo, niente… e dunque mi ritrovo in questa storia con mia sorella (più grande di me) vivendo entrambi con i genitori di mio padre, dunque i miei nonni. La vita da quelle parti non era molto semplice, in quanto già a sei anni dovevo da solo cercarmi da mangiare e da vestire perché nessuno poteva procurarsi qualcosa se non se la cercava da se stesso… una vita senza speranze di avvenire…

A quei tempi cominciavo la scuola, a scrivere le prime lettere, finché una delle mie zie, venne a prendermi perché io potessi vivere con lei, ma siccome da lei era peggio, tornai a stare con i nonni. Non riuscii a passare gli esami delle elementari perché non c’era nessuno che mi aiutasse a scuola e non avevo né libri né quaderni degni di questo nome. Per questo, mia nonna, d’accordo con un frate francescano, chiede se i frati in qualche modo avessero potuto aiutarmi. Fu così che mi misero in contatto con padre Adolfo del centro Ndako ya Bandeko e, accolto al centro all’età di 14 anni, è lì e solo in quel momento che la mia storia – posso dire – comincia per davvero.

Qui una nuova vita mi attendeva, la scuola innanzitutto. Ripensandoci oggi posso dire che sembra strano… ma è vero: Dio non ci lascia mai soli, neanche quando pensiamo che ci abbia tolto ogni cosa, tutto ciò che abbiamo di più caro… in realtà a Ndako ya Bandeko, Dio mi offriva qualcosa di più e questo qualcosa è la stessa casa, un luogo fatto di persone, una grande famiglia dove mi sentivo veramente a casa: si, Dio mi aveva dato molto di più.

Ricominciai la scuola e a sorpresa, in breve, superai gli esami delle elementari. Ma la famiglia non voleva che vivessi in un centro di accoglienza malgrado le loro difficoltà economiche. Pensavano forse che fosse un insulto ai miei genitori morti il mettermi in un centro del genere e alla fine mi hanno fatto ritornare da dove venivo. La vita si manifestava ancora più difficile per me. Vero è che il centro continuava ad occuparsi di me a distanza pagandomi la retta per la scuola e dando un sostegno alla famiglia per la mia alimentazione.

Facevo ogni giorno almeno sette kilometri a piedi per andare a scuola, poi bisognava traversare in piroga un fiume… questo perché nel mio quartiere non c’erano scuole medie… la sorella di mia nonna decise allora di farmi restare in un altro quartiere vicino a scuola, ospite in casa loro, ma le difficoltà non facevano che aumentare e chiesi di poter ritornare a Bandeko, dicendo che lì sarei stato molto più a mio agio.

In effetti, rientrato a Bandeko, visto che ero già grande, mi proposero la scuola professionale dai salesiani. Mi piacque molto e sono diventato saldatore e tornitore professionale nello spazio di due anni, facendo anche degli stages nelle imprese che sono in città e poi mi diedero anche un certificato di studi professionali e io ne ero veramente fiero. Dopo i Salesiani, l’impresa stessa mi propose un lavoro da loro ma io sentivo che dovevo continuare gli studi e così mi rilanciai perché avevo la speranza di poter diventare un giorno un intellettuale, un uomo con una certa cultura, capace di fare grandi cose nella vita, di sperare di  uscire dalla miseria della mia famiglia. I miei genitori in effetti non erano andati a scuola e nessuno in realtà in tutta la famiglia, a mia conoscenza, aveva fatto degli studi al di là delle elementari… nessuno sembrava avesse voluto osare andare un po’ più lontano. In questa famiglia di quasi analfabeti c’era per me la possibilità di fare altro e soprattutto in quei momenti avevo una grande ambizione, quella di diventare un francescano… ambizione che purtroppo si rivelò essere solo un sogno.

Mi rilanciai negli studi e feci degli sforzi notevoli per recuperare iscrivendomi agli esami di terza media. Purtroppo le cose non vanno sempre come si spera e a causa dei miei sbagli ho dovuto lasciare il centro e sono tornato a vivere dalle parti della nonna e di mia sorella. Peccato che non riuscissi a trovare neanche un lavoro, non vedevo via di uscita… avevo un gran desiderio di casa, provai a prendere in affitto una piccola abitazione (due metri per due di lamiere a 3 euro al mese) dove vivevo solo… ma stavo male e non avevo mai la certezza di poter mangiare ogni giorno.

Dopo sei mesi contatto ancora fr Adolfo per poter tornare a Ndako. Era la mia ultima chance per far avanzare i miei studi e in più io sapevo che era quella la mia vera casa. Quanto sentivo la mancanza di quella mia famiglia… fui accettato ancora e fr Adolfo mi propose un lavoro in una impresa portoghese che si occupava di costruzioni di cui aveva appena conosciuto il capo del personale, ma io gli spiegai che il mio sogno era quello di continuare gli studi. Così ripresi gli studi e dopo gli anni necessari, riuscii ad avere il mio bel diploma: Dio ci dà sempre ciò di cui abbiamo bisogno anche se in realtà non sempre noi sappiamo che cosa è importante per noi. A volte non sappiamo neanche cosa vogliamo dalla vita…

A questo punto una grande paura si installa in me: che fr Adolfo un giorno potesse rientrare in Italia per sempre… e anche se alla fine il momento è arrivato, non mi ha mai fatto sentire abbandonato: con il suo aiuto penso di integrare l’Università in psicologia, soprattutto perché qui la gente è molto superstiziosa, le malattie sono considerate conseguenza della stregoneria e tutto questo per me era (ed è) inaccettabile e ingiusto. L’ignoranza è inaccettabile e ingiusta. Mi fa male vedere le persone perdere la ragione a causa di malattie soprattutto psicologiche. Per questo avrei voluto fare gli studi in psicologia, anche se non mi sentivo molto forte per affrontare questo tipo di studi. Purtroppo il mio paese non aiuta i giovani e non favorisce gli studi: ho fatto subito esperienza di un lungo periodo di sciopero all’Università pubblica e così mi fu data la possibilità di inserirmi in una struttura privata anche se ho dovuto cambiare completamente il campo. Era necessario per non perdere altro tempo. Lo sciopero ha già portato altre volte a fare interi anni bianchi.

Così oggi studio scienze delle risorse umane e sono contento. Poi lo faccio in una università privata e riconosciuta (l’unica non statale riconosciuta dal governo). Adesso posso dire che la mia vita trova il suo vero senso di marcia e l’opportunità di prendermi finalmente in carico un giorno, comincia a presentarsi. Dio mi ha fatto grazia… per davvero! Oramai non penso più a questo passato di alti e bassi che è dietro di me: penso piuttosto a questo presente che mi mette il mondo davanti. L’università che ho sognato da quando ero bambino è qui, di fronte a me.

Considerando la distanza dell’università dal centro, sono ancora stato aiutato: con alcuni dei miei fratelli che sono anche loro all’università, abbiamo lasciato Ndako e abitiamo in un piccolo ma decoroso monolocale vicino a scuola. E quindi anche qui non sono solo. Sono con i miei fratelli di Ndako ya Bandeko: un’altra grazia per non restare da solo. All’inizio avevo tanta paura di lasciare il centro, ma oltre la distanza, anche il fattore età non mi permetteva di restare ancora a lungo laggiù… a casa mia.

Questo nuovo mondo era un po’ difficile all’inizio, tutto era nuovo: scuola, vita… ma come sempre non posso che dire grazie a Dio. Un frate francescano mi diceva sempre: “Chidé, tutto è grazia”. Oggi non posso che dargli ragione: tutto è grazia e Dio non ci abbandona mai e ci ama sempre attraverso delle persone come quelle che ho incontrato. Non ho molte parole per esprimere il mio grazie e mi ci vorrebbe un lungo elenco per dire tutto il bene ricevuto.

Grazie, ai frati e alle loro opere, e grazie a tutte le persone che non ho conosciuto e che forse mai conoscerò, ma che aiutano i frati a fare tanto bene in ogni parte del mondo: quanto è buono Dio! Che Lui stesso vi benedica.

Chidé.

Ragazzi fuori… casa!

Il progetto di scolarizzazione “Ragazzi fuori” nasce come necessità di permettere ad alcuni dei più volenterosi e potenzialmente capaci dei ragazzi del Centro Ndako ya bandeko di accedere agli studi superiori. Dovendo frequentare fuori dal Centro (da cui il nome del progetto) a causa della distanza dall’Università, abbiamo permesso loro di vivere a due a due in alcuni monolocali più vicini a scuola. Chiaramente, stando lontani, all’impegno economico per la scuola si aggiunge quello per la casa e i loro bisogni alimentari.

 

 

EKASSI JONATHAN, 25 anni. Cresciuto nel Centro “Ndako ya Bandeko fin dal 2004. Solo al mondo perché mandato via dai familiari. Quest’anno frequenterà il secondo anno di Gestione delle risorse a Brazzaville, presso la ESGAE, l’unica Università privata del Congo che ti permette di fare, oltre alla Licenza, anche il Dottorato.
Non è originario di Brazzaville ma di Kinshasa e per questo ha avuto dei problemi nel dover produrre tutti i documenti richiesti all’Università di Stato.

NSOUKA BIENVENU, 23 anni, anche lui cresciuto al Centro, praticamente non ha famiglia fatta eccezione per una sorella che vive sola con tre figli e senza lavoro. E’ originario di Brazzaville e quest’anno frequenterà l’Università di Stato M. Ngouabi.

 

 

 

 

WAMBA MILANDOU GRATIEN, 25 anni. Da diversi anni al Centro, ma legato ai frati da molto più tempo, in quanto frequentava

la nostra parrocchia di Djiri. Si trova a dover affrontare la vita da solo nonostante abbia una famiglia per incomprensioni con i genitori e storie di violenza e alcool. Frequenterà il primo anno di Economia all’Università statale. Anche lui originario di Brazzaville, ha già conseguito una Licenza in Diritto presso una Università privata, che però non permette di accedere al Dottorato né di passare a quella di Stato. Riprende quindi Economia per fare un piano di studi che lo porterà a mettere insieme le competenze di Diritto e di Economia, con il sogno di lavorare nelle relazioni internazionali o nella diplomazia.

 

 

 

 

MAVUMBA FILS, 21 anni. Lui e suo fratello più grande sono soli al mondo: figli di profughi, sua madre fuggiva dalla guerra di Kisangani quando lui aveva tre anni, mentre il padre, militare, muore nella stessa guerra; la madre morirà in un campo profughi a Kinshasa dopo la notizia della morte del marito. Frequenterà il primo anno di Liceo. Non è originario di Brazzaville ma di Kisangani (RDC); ha vissuto al Centro dal 2004 ma ormai abita con suo fratello, che lavora presso una comunità di suore in centro città.

 

 

Puoi scaricare il progetto.

Novità dalla Fondazione Congo Brazzaville

p. Roch discute la tesi di Dottorato

Nella solennità di sant’Antonio, martedì 13 giugno 2017, presso l’Accademia Alfonsiana in Roma, il frate minore p. Roch Ekouerembahe ha difeso la tesi dottorale di ricerca di Teologia morale, inerente il matrimonio: Une relecture des traditions matrimoniales en terroir mbochi aà la luniére de la révélation biblique. Analyse critique en perspective c’inculturalité.

Alla discussione è stato presente, tra gli altri, anche padre Bruno Ottavi che nel dicembre 1991 partì per il Congo Brazzaville assieme ad altri frati della COMPI per aprire una missione francescana. Ai frati che vi si sono alternati si unì, più tardi, per circa un decennio, anche il compianto padre Michele Impagnatiello. Tra i primi giovani accolti come probandi vi fu, invece, proprio Roch ed ora la conclusione dei suoi studi alla presenza di altri frati della medesima fondazione mostra che tante fatiche non sono state sterili.

Nella discussione p. Roch ha affermato che la cultura locale ha degli elementi che favoriscono l’inculturazione del Vangelo, anche se accanto a ciò deve esserci sempre un lavoro di purificazione della medesima.

Invitato dalla Commissione esaminatrice ad intervenire, il padre Bruno Ottavi, già Ministro provinciale dei Frati Minori dell’Umbria – eletto dopo il rientro dalla missione in Congo – e ora cappellano presso l’Ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia, ha detto che nella sua presenza in Congo Brazzaville ha visto come “l’inculturazione del Vangelo e l’evangelizzazione della cultura hanno portato buoni frutti. Ma – ha proseguito – ora la sfida è nella globalizzazione del consumismo e del secolarismo, che sta distruggendo tanti valori costitutivi della società: in ciò la Chiesa è fortemente interpellata a continuare la predicazione del Vangelo”.

L’articolo è tratto dal sito dei Frati Minori dell’Umbria

 

Terminata e aperta al culto la cappella di Issengue

P. Pascal è stato di parola: il 3 giugno, nella solennità di Pentecoste, la cappellina di Issengue (di cui abbiamo seguito, passo passo, le fasi di costruzione: 13 gennaio, 10 aprile, 11 maggio), è stata solennemente dedicata al culto durante la celebrazione eucaristica presieduta dal Vescovo di Owando , S.E. mons. Victor Abagna Mossa.

Ora i fedeli di Issengue possono finalmente godere di un luogo più confortevole per cantare le lodi del Signore.

Grazie a voi che, con la vostra generosità, avete reso possibile tutto questo!!

 

 

Issengue – la cappellina cresce!!

Cari amici, p. Pascal continua a tenerci aggiornati circa lo svolgimento dei lavori per la costruzione della nuova cappella a Issengue e conferma che sarà inaugurata il 3 Giugno, per Pentecoste.

 

Aggiornamenti da Issengue

Cari amici, grazie al contributo di un generoso benefattore, p. Pascal ha potuto avviare i lavori di edificazione della cappella di cui vi avevamo parlato (vedi). Nelle foto vi mostriamo le fasi iniziali della costruzione, che dovrebbe essere terminata entro Pentecoste.

 

 

 

Issengue

Issengue è un piccolo villaggio del Congo Brazzaville, a 17 km da Makoua (sede “storica” di un nostro insediamento missionario).Issengue_5

La piccola comunità di fedeli che vi si riunisce è seguita e curata da p. Pascal Taty: comunità piccola ma molto volenterosa, tanto che, pur di pregare insieme e celebrare l’Eucaristia, si adatta a soluzioni non proprio comode soprattutto in caso di maltempo… tipo quando arrivano le piogge equatoriali!Issengue_1

P. Pascal si è quindi deciso a progettare la costruzione di una cappella in muratura e ci chiede aiuto per questo: la spesa prevista ammonta a 5.826 euro.

Contiamo sul vostro generoso sostegno per regalare a questa comunità un luogo di preghiera più confortevole.Issengue_2Issengue_4

«Va’ e anche tu fa’ lo stesso» – lettera di fra Adolfo dal Congo

SAM_4158

 

«Va’ e anche tu fa’ lo stesso» (Lc 10,37).

 

Siamo vicini a fine anno ed è il tempo di fare un po’ di conti. Il centro ha le sue esigenze e prima di imbarcarsi nell’avventura di un nuovo anno bisogna vedere se siamo in grado di farlo…

Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa, per vedere se possiede abbastanza denaro per portarla a termine? (Lc 14,28).

Viviamo di Provvidenza ma questo non esclude la responsabilità. Dio non può supplire alla nostra mancanza di responsabilità.

Dovendo cercare aiuti (grazie a Dio c’è ancora tanta generosità in Italia) cominciavo a riflettere sulla situazione attuale di crisi che non fa che aumentare, e soprattutto del fenomeno migratorio che, sempre con tanta solidarietà e dignità, il nostro paese affronta.

Mi ricordo che diverse persone in Italia mi dicevano: “ma che fai lì in Congo? Vieni qui in Italia, l’Africa ce l’abbiamo qui, è qui la vera missione…”.

È vero, se consideriamo che un paese non è soltanto la sua espressione geografica ma il suo popolo, effettivamente se continuiamo di questo passo tra un po’ il popolo africano si sarà quasi interamente riversato in Europa.

Eppure il problema non è solo quello: sarebbe troppo complesso per affrontarne qui il discorso. Tra l’altro la scelta missionaria – lo sappiamo bene – non si riduce a fare del bene a qualcuno… né tantomeno al fatto di partire in un luogo lontano poiché anche quello, privo di reali motivazioni, sarebbe una fuga o semplicemente turismo. E tuttavia il “fare del bene a qualcuno” è un aspetto sostanziale della vita missionaria…

At 10,38  Gesù di Nazareth, passò facendo del bene … perché Dio era con lui.

Aiutare chi cerca rifugio è una cosa nobile, il Vangelo ce lo chiede e il papa non fa che ripetercelo… aiutare, accogliere… non entro nel merito del dibattito politico, non è questa la sede…

 

Ma non ci possiamo certo limitare a questo. Se – come è vero – per noi cristiani tutto questo risponde a una esigenza evangelica, è pur vero che il Vangelo ci dice anche qualcos’altro. In altri termini: che cosa vuol dire “fare il bene” secondo il Vangelo?

Aiutare qualcuno è anche in vista di una crescita. Non parlo di reciprocità (il bene non chiede nulla in cambio), ma di crescita.

Non ti faccio del bene perché poi tu me ne faccia, ma perché tu possa comprendere il valore del bene e diventi capace di fare altrettanto. Anche se con altri. Il bene ricevuto, in sostanza, diventa germe di responsabilità, un talento, da far crescere e fruttificare in seguito.

Altrimenti è solo assistenzialismo.

A questo riguardo, la parabola dei talenti di Mt 25,14 potrebbe essere illuminante se letta in questa chiave.

Il pericolo poi, è anche quello di una spiritualità non troppo chiara della ricerca di una santità che – alla fine – non tiene molto conto dell’altro (mi spendo per te, così io divento santo!)… e allora ci diamo alla caccia della buona azione…

Il vecchio adagio dice “non dare il pesce ma insegna a pescare”: giustissimo. È vero anche che dobbiamo vedere se l’altro ha voglia di imparare a pescare (intanto)… non sempre questo è scontato… come non è scontato che io sia in grado di insegnarglielo. Io stesso… sono in grado di pescare? Sarei in grado di fare quello che chiedo all’altro?

Sembra paradossale, ma… non è facile fare del bene.

Da quando abbiamo cominciato questa avventura, nel centro di Makabandilou, abbiamo praticamente “adottato” una trentina di ragazzi che vivono con noi (alcuni nomi cambiano ma il numero resta più o meno lo stesso). Al centro vivono, sono seguiti, formati e sostenuti per tutte le necessità che un ragazzo della loro età può avere.

Ma per noi è importante che i nostri ragazzi capiscano il valore del bene ricevuto perché siano capaci di fare altrettanto. Che non sia solo assistenzialismo.

Zaccheo è liberato dal Signore e decide di aiutare gli altri…

La suocera di Pietro è guarita da Gesù e subito dopo si mette a servire lui e gli altri discepoli…

Paolo guarisce dalla sua “cecità” (più spirituale che fisica) e si mette al servizio di Gesù…

Il fariseo capisce cosa vuol dire essere prossimo e Gesù gli dice di fare lo stesso, di diventare a sua volta prossimo di chi è in difficoltà…

Se non riusciamo a trasferire il senso di responsabilità conseguente al bene ricevuto, potremmo mai dire di aver compiuto un’azione evangelizzatrice? Di aver fatto il “bene” che Gesù faceva passando tra la gente? Un bene che rendeva l’altro capace di farlo anche lui…

Un ragazzo al centro, D., avendo visto tanti volontari che “passano da noi facendo loro del bene”, mi chiese: ma noi, potremmo anche noi fare qualcosa del genere… venire da voi per aiutarvi per esempio…?

La gloria di Dio – diceva s. Ireneo – è l’uomo vivente… l’uomo in piedi, autonomo, responsabile… se creiamo delle persone continuamente dipendenti potremmo mai dire di aver “dato gloria” a Dio?

L’albero del Vangelo di Luca (13,6) aveva avuto tante cure ma non riusciva a produrre nulla. Ebbene, non sembra che Gesù sia stato molto dolce nei suoi confronti. O peggio ancora quello di Mc 11,13. E Gesù non parla per gli alberi…

Ma dall’altro lato, ci vuole pazienza per poter vedere i frutti del proprio servizio. E non è neanche detto che personalmente noi li vedremo. Forse altri.

 

Colgo l’occasione per ringraziare ancora il centro missionario di Bologna per il sostegno costante e inoltre per averci quest’anno sostenuto interamente nelle spese scolastiche dei nostri ragazzi.

Per il momento non possiamo che far fruttificare questo bene ricevuto con la nostra preghiera per tutti coloro che ci sostengono (la preghiera è un enorme servizio), ma siamo ben coscienti che stiamo contribuendo tutti (noi e voi) a formare gli uomini del domani di questo paese. O almeno alcuni di loro…

Quanto questo resterà nella coscienza di coloro che stiamo aiutando? Solo il futuro potrà dircelo.

 

Oggi ho avuto la visita inaspettata di uno dei nostri ragazzi più grandi, C., che già da diverso tempo vive oramai per conto suo, autonomamente. Ha studiato cucina ed ora lavora come cuoco e a volte gli danno anche responsabilità di gestione in alcuni ristoranti della città.

A dire il vero, uno di quelli su cui non avrei scommesso un centesimo… eppure.

Ieri mi aveva telefonato dicendomi che sarebbe venuto stamattina a passare una giornata con noi.

È venuto, è stato con gli altri, ha mangiato con noi…

Poi, prima di andare via mi ha detto che avrebbe voluto parlarmi. A dire il vero pensavo che mi avrebbe parlato dei problemi da affrontare e che avrebbe dovuto chiedermi un aiuto economico…

Invece… invece mi ha detto che voleva ringraziarmi. “Grazie per aver fatto di me l’uomo che sono oggi. Sai, al lavoro tanta gente si congratula con me per la mia serietà, per come sono… e io non posso che riconoscere che tutto questo è il frutto di una educazione ricevuta qui: devo dirti grazie, perché mi hai fatto crescere, io non ho nessuno al mondo e non sono mai stato molto “dolce” al centro. Voi siete stati sempre la mia famiglia. Alla fine, eccomi qui, con un buon lavoro, delle buone relazioni, e chissà… sto pensando di aprire un conto in banca per metterci i miei risparmi…e poi, potrei sempre insegnare il mestiere ad uno di questi miei fratelli più piccoli…”

 

Andiamo avanti, speriamo che il futuro ci dica sempre che non abbiamo perso tempo inutilmente.

 

fr. Adolfo Marmorino

Ndako Ya Bandeko 2016

Cosa mi ha lasciato questa missione:

L’aver visto un posto cosi diverso dall’Italia, mi ha mostrato un’altra parte di questo pianeta su cui viviamo. E quanto sono diversi i posti, ma soprattutto le persone, i loro modi di pensare e di vivere; la loro cultura; i loro costumi; le loro relazioni; la loro capacità di adattamento.

L’Africa si sa, è molto affascinante e misteriosa. È così incontaminata che la sua bellezza si conserva nel tempo. E di posti belli ne ho visti, come la savana a Makoua, città a Nord attraversata dall’equatore, così verde e incontaminata con chissà quali animali che ci abitano. O i piccoli villaggi che si intravedono a volte lungo la strada. O tutti questi piccoli e grandi fiumi che incrociano spesso, dove a volte si vedono i bambini giocarci o farci il bagno. A prevalere in Africa è ancora la natura selvaggia.

parrucchiere-minLe case sono tutte povere, e la maggior parte costruite a metà per la mancanza di soldi. Qua tutti vivono nella povertà, tranne qualcuno in città a Brazzaville. Quindi le persone devono adattarsi per sopravvivere, anche rubando, come fanno molti ragazzi. Le strade sono tutte sporche perché l’immondizia viene buttata tutta per strada. Molti vivono in condizioni inimmaginabili: in queste quattro mura, con i tetti di lamiera, con scarafaggi e topi a tenergli compagnia. Anche la fame è molta. Oltre alla manioca, alimento forse più coltivato, possiamo trovare qualche verdura, pesce, pollo e altri tipi di carne. Non avendo il congelatore, per conservarlo, il cibo viene affumicato. Quindi nei banchi lungo la strada, si vedono tutti questi alimenti completamente anneriti. E quante mosche che gli volano intorno!

Il concetto di famiglia è un po’ diverso. È molto raro che uomini e donne si sposino, anche perché costa molto, visto che devono affrontare tre fasi prima di essere effettivamente sposati. Nella prima l’uomo deve pagare la dote alla famiglia della donna. Nella seconda ci si sposa in comune, pagando una certa somma. E nella terza ci si sposa in chiesa, e anche qua bisogna mettere mano al portafogli. Quindi essendo la cultura del matrimonio molto rara, gli uomini si ritrovano a stare con una donna, poi con un’altra, mettendo al mondo figli con donne diverse. È naturale allora che il padre sia spesso una figura assente, e che i figli si affezionino più alla madre. Capita però che i ragazzi si ritrovino rifiutati anche dalla madre, o per mancanza di soldi o perché il nuovo compagno della donna non li vuole. Sono allora molti i ragazzi che rimangono senza famiglia, perché rifiutati da essa, ritrovandosi a vivere per strada.

Non so se è a causa della povertà o per altre causa, ma qua c’è tantissima crudeltà e violenza. Soprattutto contro le donne e i bambini. Cose inimmaginabili. Disumane. Peggio che animali. E sinceramente non lo immaginavo. È veramente un altro mondo. Ma fortunatamente c’è anche molto bene, e lasciatemelo dire, soprattutto grazie alla Chiesa. E ai missionari che hanno portato qua il Vangelo, lasciando tutto per caricarsi dei problemi, della sofferenza e della povertà di questo popolo. Esistono infatti molte Chiese, monasteri e luoghi di aiuto. Sono molte le persone che hanno deciso di consacrarsi a Dio. Frati, suore, preti. Alcuni forse per sfuggire da questa povertà così tremenda. È bello e confortante vedere la Chiesa in mezzo a tutta questa sofferenza e violenza. Il bene in mezzo al male. Un barlume di luce in mezzo a un’oscurità così profonda.anziani-min

La realtà in cui mi sono ritrovato, è una casa che accoglie i ragazzi di strada. Quegli stessi ragazzi che si portano con sé sofferenze troppo grandi, anche per gli uomini più forti del pianeta. È una delle tante opere di bene della Chiesa. Tutti questi ragazzi che ho conosciuto, ognuno così speciale a suo modo, chissà dove sarebbero adesso, se non fossero stati tirati fuori da tutto quel male. Chissà come sarebbero e se avrebbero ancora tutta questa voglia di vivere che hanno adesso. Chissà se sarebbero ancora vivi… Sono tutti ragazzi speciali, come dicevo, molto dolci e tanto simpatici. Nella loro semplicità e nel poco che hanno, riescono a divertirsi così tanto. Si danno molto da fare sia nello studiare, che nel tenere in ordine il luogo in cui vivono responsabilizzandosi sempre più. E anche per convivere tra loro, tant’è che è raro vederli litigare. Passano le giornate quando non sono a scuola, a studiare o a fare i lavori di casa o a giocare. Si danno veramente molto da fare, diversamente dai giovani, me compreso, che vivono in Italia, o in Europa o dove non è così difficile vivere. O meglio sopravvivere. In Italia appunto passiamo le giornate correndo qua e là affannandoci per tantissime cose. Io ho sempre cercato di dedicare il minor tempo possibile alle cose che qua riempiono la giornata, dedicandolo a cose che ho sempre ritenute più importanti. I ragazzi qua in Africa, hanno un’altra relazione col tempo, vivendo a pieno ogni giornata, come se dessero un altro valore alla vita. Forse riescono a percepire meglio di noi la bellezza e l’importanza della vita. E non si ritrovano a sprecare il loro tempo come facciamo noi che l’abbiamo riempita di così tante cose da dimenticarci che la vita è una sola e passa in fretta.makoua_bambini4-min

Sono ragazzi volenterosi, che si aspettano ancora molto dalla vita, riconoscenti di poter avere una seconda possibilità. Per molte cose sono simili a me. Hanno i medesimi desideri e bisogni. Quindi anche se superficialmente sono così diversi, in realtà sono semplici ragazzi o bambini, come lo sono in tutto il resto del mondo. Prima di venire contaminati o formati dalla società in cui viviamo, siamo tutti uguali.

Non credo che tornato a casa, sarò completamente uguale a prima. Dopo avere visto questa realtà ed essermi reso veramente conto che il mondo non sono solo le mie quattro mura e quello che gli sta intorno.

Forse vedrò i miei problemi e quelli del mio popolo in maniera differente. Perché i problemi quaggiù sono di un altro livello.

Se prima non riuscivo mai ad accontentarmi, cercando di avere sempre di più, come soldi, oggetti, lavoro, tempo, relax ecc. adesso forse riuscirò ad apprezzare di più quello che ho.

Se prima il mio scopo era di riuscire ad avere una vita più facile e tranquilla possibile, vivendo nel mio orticello senza che nessuno mi disturbi, adesso so che la vita e le cose vanno guadagnate con il duro lavoro e lottare per esse se necessario.

Se prima ero così indifferente agli altri, alla sofferenza e all’ingiustizia che mi sta intorno, adesso forse non lo sarò più.

E quando mi troverò in difficoltà, sia nelle cose semplici che in quelle importanti, potrò pensare ai ragazzi e alle persone che vivono qua, a cui la vita ha chiesto molto di più.

E quando mi troverò a terra, quando sarò in una situazione di sofferenza, potrò pensare ancora a loro, ai miei coetanei, amici e fratelli dell’Africa, che con la sofferenza ci si ritrovano ogni giorno.

Di questa esperienza posso solo dire grazie, perché ho ricevuto tanto e dato niente.

14/09/2016           Leonardo Guidi

Condividere…

Non pensavo di vivere un’esperienza che mi facesse riflettere sulla mia realtà Italiana.

Pensavo di incontrare qualcosa di esotico, diverso… e invece mi sono confrontato con questioni di vita quotidiana che interessano gli Africani quanto gli Europei.

il-vostro-missionario-minCondividere i pasti, lo studio, il lavoro, la preghiera e il gioco mi ha fatto pensare a quello che abbiamo smesso di condividere nelle nostre case e comunità. Viviamo vite molto spesso parallele che si incontrano molto poco e in maniera estremamente superficiale perché vige il comandamento del self made man, “chi fa da sé fa per tre” e quindi condividere, salire in 100 su un pulmino piuttosto che in 10 rallenta la corsa e fa perdere tempo; ma il tempo è denaro…

Penso ai bambini, a come sorridono sempre e comunque, ti abbracciano a prescindere da chi sei, e da dove vieni. Non hanno il seme della diffidenza che noi adulti qua ormai abbiamo innestato in ogni bambino (“non giocare con gli sconosciuti”, “stai alla larga da quello…”)…makoua_bambini-min

Penso a come facevamo giocare i bambini nella carriola con cui portavamo i mattoni in casa. All’andata caricavamo i mattoni nella carriola e una volta lasciati in casa, caricavamo i bambini e facevamo il viaggio di ritorno giocando insieme.

E penso a tutti i gingilli senza spigoli e difetti che aiutano lo sviluppo psico somatico, cognitivo dei nostri bambini. Però il caso vuole che, nonostante viviamo in una cultura in cui sappiamo tutto, curiamo tutto, le patologie psicologiche dei bambini sono in drammatico aumento. Che la risposta sia in una sgangherata carriola e una maglia sporca e bucata?

Penso alle storie incredibili e drammatiche che hanno vissuto i ragazzi, al cuore infinitamente grande di Padre Adolfo che supera ogni parola che può dire sul Vangelo. Perché gli adolescenti di tutto il mondo probabilmente se ne fregano di quello che dici; però guardano dove sta il cuore di un adulto e dove stanno le scelte di un padre e di una madre e da lì deducono.

Allora penso ad un ragazzo che come sfondo del cellulare ha i genitori di Padre Adolfo dicendo che sono i suoi nonni, perché “non sono i legami di sangue che contano, ma lo spirito con cui ci siamo legati dopo” (parole sue ).

Insomma se pensavo di andare all’avventura mi sono sbagliato. Ma anzi, ho trovato un mondo che forse noi abbiamo perso. Ma la domanda che ora mi pongo è: in nome di chi o che cosa l’abbiamo perso?

Mbote

Matteo Forlani

Notizie da P. Adolfo

 

Finalmente di ritorno.
Oggi pomeriggio, dopo due settimane, C. e R. sono rientrati a casa a Makabandilou.
Riassumo in breve: C. accusava forti dolori al ventre da diverso tempo e dopo controlli, cure e verifiche varie, si è scoperto che aveva dei grossi calcoli al rene sinistro (cinque per la precisione di cui uno di tre cm).
A questo punto bisognava intervenire ma a Brazzaville, per quanto abbiamo cercato, girato e – certamente – pagato, niente di fatto. Dopo tre mesi eravamo al punto di partenza. I dottori non possono operare perché mancano delle sonde. Almeno così dicono.
Ci mettono in lista di attesa. Ogni tanto ci chiamano, ci dicono che è imminente, ci fanno fare le visite con gli anestesisti, ci fanno comprare le medicine che serviranno in ospedale, ma poi… aspetta e aspetta.
Siccome la situazione peggiorava, abbiamo colto l’occasione tramite una suora che andava a Kinshasa per sapere se lì fosse stato possibile.
E così è stato. Abbiamo preso i primi accordi, scambiato alcune informazioni…
Intanto da qualche tempo, i frati di Makoua ci hanno mandato una bambina di 11 anni che aveva apparentemente gli stessi sintomi di C.
R. (il nome della bambina) ha fatto la stessa trafila di C., arrivando anche lei a un passo da quel dunque che non aveva mai seguito… allora abbiamo fatto le pratiche per tutti e due e senza portarla troppo alla lunga, alla fine entrambi sono stati operati a Kinshasa e sono felicemente rientrati oggi pomeriggio.
A entrambi hanno dovuto asportare un rene.
Tutto è comunque andato per il meglio. Adesso riposo per un mese e controllo ad Aprile.
Questo giro ci è stato possibile grazie a quanti ci hanno aiutato. E a quanti ancora ci stanno aiutando per mettere insieme le spese sostenute. È costato parecchio, ma almeno ne è valsa la pena.
Unica nota dolente: penso a quanti ancora stanno aspettando in lista d’attesa in realtà inutilmente… con patologie che poi diventeranno croniche.
Adesso lascio che i nostri amici possano dire due parole:

Ciao, mi chiamo C. e ho 16 anni. Sono in 4° (il primo anno delle nostre superiori).
Mia madre si chiama J. e mio padre C. Ho un fratellino che si chiama G. e una sorellina, E.
Mio padre e mia madre sono separati da tanto tempo e la mamma aveva deciso di lasciare il villaggio e partire con noi figli a Brazzaville dove lei ha cominciato a fare un po’ di piccolo commercio che però a un certo punto non ha più funzionato come prima per questo io e mio fratello ci siamo ritrovati per strada.
Dopo qualche mese vissuto così per strada, abbiamo incontrato l’educatore di un centro che aiuta i ragazzi di strada e dopo qualche settimana che ci ha incontrato e aiutato così dove eravamo, ci ha portati al centro.
Siamo arrivati qui nel 2009, io e mio fratello, accolti da p. Adolfo, dei frati francescani e da allora io vivo in una nuova famiglia.
L’anno successivo il padre ci ha iscritti a una scuola che abbiamo frequentato per due anni finché poi, raggiunto un certo livello, ci ha inseriti in una scuola cattolica, gestita dai frati francescani, che frequentiamo fino ad oggi.
Durante l’anno scolastico passato ho cominciato ad avere un problema che si manifestava con dei dolori frequenti alla pancia. Anche durate le vacanze questo dolore ha continuato al punto che una sera, durante la preghiera, gli altri sono usciti dalla cappella ma io sono rimasto perché non riuscivo ad alzarmi tanto forti erano i dolori. Sentivo caldo e il cuore che mi batteva forte e poi vertigini così che sono caduto per terra.
Dopodiché il padre mi ha chiamato a parte e mi ha chiesto cosa sentivo e dove avevo i dolori. Il giorno dopo mi ha portato all’ospedale e ho fatto l’ecografia dell’apparato urinario e il dottore ci ha detto che il rene sinistro aveva un problema.
Ci ha mandato in un altro ospedale da un urologo il quale mi ha chiesto di fare degli esami che hanno preso praticamente un mese.
Infine mi ha detto che soffro di calcoli renali ed erano questi che mi davano i dolori e gli altri problemi e che dovevo essere operato il più presto possibile.
Ma malgrado gli ospedali contattati e i medici e le liste d’attesa, qui a Brazzaville non abbiamo avuto molta fortuna: per più di tre mesi senza una soluzione e i dottori che dicevano che non c’erano sonde e dunque bisognava aspettare e intanto io soffrivo.
Allora il padre ha deciso che io dovevo partire per Kinshasa per fare l’intervento.
Siamo partiti una prima volta per dei controlli: ciò che il dottore di Brazzaville diceva era vero e lo hanno confermato. Così siamo rientrati, e abbiamo passato le feste di Natale a casa. Dopo le feste, ci hanno chiamato e siamo partiti il 5 gennaio. Siamo arrivati a Kinshasa alle 17, ci hanno dato una camera e l’indomani mattina abbiamo cominciato altri test. Giovedì verso le 9, mi chiamano in sala operatoria e mi dicono che cominciano subito con me, perché eravamo in due, io e una bambina che soffriva anche lei ai reni, si chiama R.
Mi hanno fatto l’anestesia e mi sono svegliato nel tardo pomeriggio senza sapere che tutto era già passato e la suora che ci ha accompagnato mi ha detto che tutto era andato bene e che mi avevano tolto i calcoli e io ero felice.
Il giorno dopo è stato il turno di R. e ci avevano già detto che le avrebbero tolto il rene destro.
Dopo una decina di giorni ci hanno tolto la sutura. L’ultimo giorno abbiamo sistemato la valigia per partire. La suora è partita nell’ufficio del primario per prendere il rapporto medico e quando è uscita e che gli altri erano già fuori, mi ha detto che mi avevano tolto anche a me il rene ma che non c’era nulla da temere perché un rene funziona come due basta solo bere molta acqua. Sono rimasto un po’ in silenzio perché pensavo tutto questo tempo che mi avessero tolto solo i calcoli. Allora il dottore mi ha spiegato che il rene non funzionava più perché questa malattia me la portavo dietro da tanto tempo anche se non lo sapevo e i calcoli con il tempo hanno rovinato il rene.
Ero praticamente mezzo morto ma grazie a voi oggi mi sento bene e in forma.
Io non avrei mai avuto i mezzi per fare questa operazione ma grazie a voi ho potuto essere operato. Grazie perché so che siete tante persone che ci aiutate anche se non vi conosciamo. Le nostre stesse famiglie non avrebbero mai potuto aiutarci in questo modo.
È un grande segno d’amore, non credo che lo dimenticherò mai. Come non ho nulla per ricompensarvi, sappiate che vi porterò sempre nella mia preghiera.
Quando ero per strada vivevo una vita senza scopo: voi me lo avete dato. Oggi questo scopo è la scuola e la mia formazione.
Grazie infinitamente.
C.mandela(1)