Progetti “Riscaldamento” e “Segretaria” 2018

“Segretaria”

Al fine di poter svolgere al meglio tutte le attività di aiuto e sostegno sociale sul territorio (ovvero, di fatto, per poter realizzare tutti gli altri Progetti) sono fondamentali le relazioni istituzionali tra Parrocchia e Stato. In questo senso assume un ruolo importantissimo la figura della Segretaria parrocchiale: una persona di cittadinanza e madrelingua kazaka, in grado di districarsi nella burocrazia locale.

Stipendio mensile: 200 euro; costo per il 2018: 200 x 12 = 2.400 euro.

 

“Riscaldamento”

Grazie ad un contributo di 30.000 $ ricevuti da varie associazioni internazionali, lo scorso anno la Parrocchia si è allacciata al riscaldamento centralizzato. Ciò ha permesso di ridurre i costi di gestione rispetto al precedente riscaldamento autonomo a carbone, garantendo al contempo una migliore resa termica.

260 euro/mese x 6 mesi = 1.560 euro.

Progetto “Sanitario”

La situazione della sanità in Kazakhstan è tale che, spesso, chi non ha possibilità economiche è escluso dai servizi.
La maggior parte dei poveri, poi, molte volte è anche all’oscuro dei propri diritti e quindi basta aiutarli a districarsi nelle procedure burocratiche per accedere a quei servizi gratuiti che lo Stato prevede per tutti i cittadini. Questo è il primo passo che cerchiamo di fare.
Ma spesso, per vari motivi, non basta e allora bisogna rivolgersi a cliniche private o pagare i farmaci (a volte persino quelli che devono essere somministrati in ospedale!) e le altre prestazioni sanitarie erogate dagli ospedali pubblici.
In questi anni siamo riusciti ad aiutare molte persone, la maggior parte ormai senza speranza, tra di loro soprattutto bambini. Alcuni sono guariti, altri sono riusciti a ricevere una pensione di invalidità che permette loro di pagarsi almeno i farmaci per continuare a condurre una vita dignitosa.
Ovviamente il progetto non è quantificabile a livello economico: aiutiamo secondo le necessità che di volta in volta ci si presentano e, soprattutto, secondo le possibilità finanziarie che ci vengono date. Ma grazie alla vostra generosità, fino ad oggi, non abbiamo mai dovuto mandare indietro nessuno.
p. Luca Baino
Ed ecco alcune delle persone che abbiamo aiutato: il piccolo Simeon e nonno Sascia, il giovane Kolia, i fratellini David e Serghej.

Da Taldykorgan ad Almaty… la mano si allunga!

Con la nuova destinazione e i nuovi incarichi assegnati a fra Luca, anche il Progetto “Qua la mano” ha attraversato una fase di assestamento, per cercare di rispondere all’attuale situazione e alle nuove esigenze che si sono presentate.

Ecco a voi la versione aggiornata (la scheda completa è scaricabile qui).

 

Il progetto Qua la mano nasce nella parrocchia cattolica di Taldykorgan (per poi svilupparsi anche in quella di Almaty) a partire dalla consapevolezza delle condizioni di profondo disagio in cui vivono molte persone che abitano nei villaggi circostanti. I bambini sono tra i soggetti più colpiti e spesso non hanno un’istruzione a causa di scuole troppo distanti da casa o professori che non se ne prendono abbastanza cura. Le famiglie poi, a causa dell’estrema povertà, versano in condizioni molto difficili e sono impossibilitate a garantire ai figli un ambiente sereno dove vivere.

Il progetto nasce con la precisa volontà di offrire un aiuto concreto alle famiglie in difficoltà, ma anche a singole persone. Le attività che si vogliono realizzare consistono in visite domiciliari alle famiglie e nella collaborazione con esse per la gestione dei vari aspetti del loro quotidiano. Inoltre accompagnare le persone che si lasceranno aiutare nei percorsi di sviluppo, integrazione sociale, studio, lavoro e relazioni con le istituzioni statali, sanitarie e di altro genere.

Tutto questo vuole essere reso possibile mettendo al centro di ogni progetto la persona umana all’interno dei suoi legami più stretti (famiglia) ed estesi (comunità). Ogni persona e ogni comunità, infatti, rappresentano una risorsa potenziale che ha bisogno di essere valorizzata e apprezzata.

L’approccio può essere riassunto nel “fare con” le persone, partendo dal rapporto con coloro cui il progetto si rivolge e costruendo con esse una via percorribile di sviluppo umano. Qualsiasi progetto di sviluppo deve sostenere l’aggregazione di individui e comunità, riconoscendo e valorizzando l’associazione di corpi intermedi e di un tessuto sociale ricco di partecipazione e di corresponsabilità.

Il progetto ha molteplici obiettivi da realizzare, tutti volti al miglioramento delle condizioni di vita delle persone in difficoltà.

Obiettivo basilare è quello di aiutarle a prendere coscienza del loro essere persona umana a partire dai più elementari bisogni (pulizia personale, dell’abitazione, regole alimentari…).

Fondamentale, inoltre, è aiutarli a sanare e regolare le relazioni tra i membri della famiglia. Devono essere informati circa i diritti del cittadino ed educati ai doveri sia nei confronti della famiglia che dello Stato.

I volontari di Qua la mano collaborano alla ricerca di un lavoro che possa sostentare la famiglia ed educano all’amministrazione del denaro anche per mezzo di piccoli crediti, chiedendo, secondo le possibilità e i tempi, di restituire i soldi ricevuti per aiutare altri in difficoltà.

Ulteriore obiettivo è quello d’invitare le persone aiutate ad incontrarsi e relazionarsi con le persone che frequentano la Parrocchia in diverse attività (sport, doposcuola, lavori manuali…) per conoscere realtà diverse da quelle di provenienza e favorire l’integrazione sociale di categorie marginali. Ma l’aiuto è reciproco: i parrocchiani spesso sono assolutamente ignari dell’esistenza di persone così al limite del degrado e che invece, proprio per questo, possono aiutarli a rendere più attiva e concreta la loro fede.

I beneficiari sono persone in gravi difficoltà sociali ed economiche della zona di Taldykorgan, incontrate lungo il cammino o che vengono presentate man mano, con particolare attenzione ai minorenni specialmente se portatori di handicap. Giovani senza possibilità di costruirsi un futuro (istruzione e/o lavoro).

Dal 2016/17, inoltre, un numero crescente di famiglie di Almaty (inizialmente 10, ora ben 35) che, in collaborazione con il MASP (ONLUS di CL), cerchiamo di sostenere con un aiuto minimo mensile. Interessante è il fatto che in questo progetto siano coinvolti alcuni giovani che in passato hanno ricevuto da noi un aiuto e che ora, ormai avviati nel mondo del lavoro, aiutano noi nella distribuzione degli aiuti e nella visita alle famiglie.

Il progetto s’impegna quotidianamente nel cercare di rendere migliore la qualità della vita delle famiglie più in difficoltà. Lo fa educando i membri al rispetto e alla cura di se stessi e degli altri. Dalla cura personale al rapporto con le istituzioni e alla ricerca di un lavoro, i volontari del progetto permettono a queste persone, senza speranza e senza prospettive, di uscire dal loro isolamento sociale.

Questo crea un meccanismo positivo di maggiore fiducia in se stessi, negli altri e nel futuro. Le persone hanno la possibilità di avere un impiego e questo non può che avere ripercussioni concrete sull’economia locale. I bambini inoltre possono studiare e stare con altri della loro età facendo esperienza di amicizia e di crescita umana. I più giovani rappresentano il futuro e investire su di loro significa investire sulle possibilità di una comunità intera. Inoltre il progetto coinvolge un numero crescente di attori implicati sul campo, sia pubblici che privati, sia locali che internazionali, al fine di rispondere ai bisogni implicati.

Non importava ciò che io facessi ma che io trascorressi tempo con loro

Tante son le cose belle e che vorrei raccontare della Bolivia ma la cosa a cui penso per prima quando devo parlarne son gli occhi dei bambini che ho incontrato.

Nel mese in Bolivia io e Martina, l’amica-sorella con cui sono partita, siamo state in diverse zone, dal centro della città super caotica alle case di fango e legno costruite nel deserto.

Ammetto che all’inizio ho avuto difficoltà a comprendere un popolo molto lontano dal nostro, con le loro abitudini, la loro cultura e le loro usanze, ammetto che forse all’inizio ho avuto occhi giudicanti e vedevo solo ciò che di brutto c’è. Dopodiché ho iniziato a “vivere” i bambini delle case di accoglienza in cui eravamo.

E loro davvero mi hanno fatto innamorare e mi hanno insegnato tanto. Ho conosciuto bambini che nonostante le storie assurde e strazianti erano sempre sorridenti, pronti ad accoglierti a braccia aperte, che si mostrano così come sono, puri ed incontaminati. Credo che in un mese non ho mai sentito un loro lamento, un loro piagnucolare per qualcosa che gli mancava. Li ho visti invece condividere ogni loro gioco o qualsiasi altro oggetto, li ho visti aiutarsi, difendersi l’un l’altro e fare gruppo, li ho ascoltati mille volte dire “grazie” per ogni minima cosa che noi facevamo, dal preparare la pasta all’aiutarli a vestirsi.  Ed è in questo modo che mi hanno dato la testimonianza vivente dell’insegnamento di Cristo. Vivere senza pretese, senza aspettare qualche ricompensa da non so chi, vivere rendendo grazie per quello che si ha, senza paragonarsi a chi “sta meglio” (secondo qualche criterio poi?) e ringraziando per ogni dono che dall’altro viene. Vivere senza nessun legame materiale, difatti quel poco che avevano erano sempre pronti a donarcelo.

Nei primi giorni sentivo la necessità di “fare” qualcosa per poterli aiutare; ma ai giorni in cui non avevamo un attimo per risposare tra le mille cose da fare si alternavano altri in cui non c’era l’apparente necessità di aiuto e quello creava un’ansia assurda, la paura dello star a perdere tempo, del non concludere nulla. Ma anche in questo i bambini mi hanno dato un grande insegnamento: quei piccoli mi hanno fatto capire che a loro non importava ciò che io facessi ma che io trascorressi tempo con loro, allora siamo stati al parco, siamo stati in giardino a giocare e vedevo che quello era la cosa che più li rendeva felici, era ciò che loro più desideravano e quindi era proprio il modo migliore per amarli.  Da questo ho capito che missione non è fare, missione è donarsi, totalmente e nel modo che l’altro desidera e di cui necessita. Non seguendo i miei preconcetti e schemi sul come fare la buona volontaria ma capendo bene come loro volevano essere amati. Alcuni avevano bisogno di abbracci, altri di un aiuto a lavarsi e vestirsi, altri semplicemente che io fossi seduta accanto a loro. Per altri era importantissimo fare qualcosa per me, da un disegno o un bracciale e da quel momento ho iniziato anche a gustare il loro amore, e ne ho ricevuto veramente tanto. Ho capito che loro non solo avevano bisogno di qualcuno che desse loro delle attenzione ma anche qualcuno a cui poter dare il loro amore.

 

Altri ricordi che porterò sempre con me saranno i volti dei vari missionari italiani incontrati, Francesco, Maria, padre Tarcisio, Suor Grazia e tanti altri. Ho visto volti così stanchi ma occhi cosi luminosi da fare invidia, ho invidiato la loro gioia, il loro grande amore e il loro coraggio di abbandonare le loro certezze per abbandonare se stessi all’altro.  Loro sono quelli che alla fine mi hanno fatto anche apprezzare quella cultura cosi lontana dalla mia, perché mi hanno insegnato il loro modo di guardare e di approcciarsi agli altri, mi hanno fatto capire che nessuno può pensare di vivere nel modo migliore, mi hanno fatto vedere i tanti aspetti belli di quel posto, il forte senso di comunità, rispetto per lo “straniero”, la loro capacità di dedicare ancora tempo alle relazioni, di vivere e non solo fare.

Il post missione ha portato con sé una forte solitudine, paura di aver visto e ricevuto tanto ma doverlo impacchettare e metterlo nei ricordi, finché ho capito che alla fine se ho ricevuto la grazia di vivere quest’esperienza è perché Lui vuole che questo approccio missionario alla vita io possa averlo sempre e in ogni luogo. Che quell’attenzione all’altro, quello sguardo diverso che m’hanno insegnato diventino parte di me. Si è missionario nello spirito e non in base al luogo in cui si è.

 

Ambra (qui le sue sensazioni prima della partenza)

In Missione, così come in tutta la nostra vita, con alcuni si può parlare di Gesù, ma con altri bisogna esserlo.

Missione è cammino: è partire, lasciare le proprie sicurezze e comodità per andare ad incontrare. È sporcarsi i piedi con la terra sulla quale cammini per andare al mercato a comprare il lievito per cucinare un dolce per i bambini, quella terra così arida e secca, la stessa che quando piove diventa fango, così tanto fango che non sai dove appoggiare i piedi, ma non devi preoccuparti perché i ragazzi camminano avanti a te, ti guidano e ti sostengono. I bambini in Bolivia sono stati i veri missionari di questo viaggio, sono stati loro a predicarci il Vangelo perché capaci di gesti gratuiti. Me lo ricordo bene quando quel bambino mi ha regalato una pagina del suo album di figurine, era una sola ma era tutto quello che aveva. Pensiamo di andare in Missione con la bisaccia piena per scaricarla agli altri, invece ce la dobbiamo portare vuota per riempirla dei valori che possono darci gli altri.

Missione è scoprirsi: i momenti di fatica ti costringono ad andare all’essenziale, a chiederti ancora una volta perchè sei partita e per chi lo stai facendo. È conoscere come il tuo corpo reagisce alla fame, alla sete o alla stanchezza quando non hai niente a cui aggrapparti. È il Signore che in quel momento ti sta facendo una grazia, ti sta facendo sperimentare che cosa significa essere povero, essere bisognoso, ti sta facendo vedere quanto è importante la mano del tuo fratello pronto ad aiutarti, di cui spesso noi crediamo di non avere bisogno, perché troppo pieni di noi. La fragilità è un dono incomparabile che ti rende nudo di fronte al prossimo e ti fa entrare in relazione con lui, una relazione che sempre arricchisce. Questo ce lo hanno insegnato bene i bambini che in questo tempo trascorso con loro non hanno avuto paura di incontrarci, non hanno avuto paura di volerci bene, di abbracciarci, di cercarci e di parlarci. Con loro parlavamo lingue diverse eppure mi sembrava di capirci così bene. Cercavamo la stessa cosa, l’amore l’uno dell’altro, ci cercavamo e ci trovavamo. Mentre i giorni trascorrevano imparavo a smettere di cercare il mio tornaconto, il mio guadagno personale in quello che facevo e questo mi rendeva una persona sempre più libera.

In Missione il Vangelo si vive, a volte bisogna saper rinunciare a momenti di preghiera per lavare i piatti o accompagnare i bambini a scuola. Si è costretti a cercare la Parola di Dio nella stanchezza che provi a fine giornata, segno che ti sei lasciato consumare dall’Amore, che anche oggi sei felice perchè sei stato pane spezzato per gli altri. Gesù ha bisogno di te, delle tue mani, della tua bocca, delle tue orecchie per portare vita laddove qualcuno ha cercato di strapparla via. È Gesù che vive in te quando accarezzi la fronte di una bambina di dodici anni che non ha più nulla in quel momento se non il tuo affetto. Solo Dio può renderti capace di stare di fronte a tutto questo senza disperarti. In Missione, così come in tutta la nostra vita, con alcuni si può parlare di Gesù, ma con altri bisogna esserlo. “Bisogna essere capaci di annunciare Gesù Cristo lasciando sempre a colui con il quale parliamo uno spiraglio da cui possa scappare lontano. Così il suo incontro si tingerà di libertà, non sarà una costrizione.” Tutto questo siamo chiamati a farlo con gioia. Nel cuore del cristiano c’è sempre la gioia, come dice Papa Francesco, sempre. La gioia accolta come un dono e custodita per essere condivisa con tutti.

Non sento di aver fatto un sacrificio o di aver rinunciato a qualcosa andando in Missione, non mi sento più coraggiosa o più brava degli altri, sento di essermi concessa un lusso, sento che Dio ha voluto donarmi una grazia, ha voluto farmi vedere che cosa significa vivere da figli di Dio. Ora ho visto, ora so, e questo mi chiama a una responsabilità sempre più grande.

Ma così come l’abito non fa il monaco, il posto non fa il missionario. Ora inizia una nuova Missione: tra le mura di casa, all’università, il sabato pomeriggio in giro con le amiche e in qualsiasi posto in cui il Signore mi chiama a vivere il mio oggi. Da ora in poi la mia vita non cambierà, forse non farò cose nuove ma sicuramente le farò con uno sguardo nuovo, attraverso una domanda che sempre si rinnova: “Signore qual è la mia Missione qui oggi?”.

Grazie fratelli e sorelle della Bolivia perché mi avete insegnato il linguaggio dell’amore.

Martina (qui le sue sensazioni prima della partenza)

 

Su la schiena!

Dopo un anno di studio della lingua italiana presso l’Università per stranieri di Perugia, dimorando nel Pensionato del nostro convento di Monteripido, Kolia ha provato a sostenere i famigerati Alfatest per entrare nell’Università di Fisioterapia… senza riuscire a superarli (agli stranieri, fino a due mesi prima degli esami, non era richiesto accumulare crediti!!!). Subito sembrava una tragedia, ma poi ci siamo detti che forse il buon Dio aveva altri piani… e questi non si sono fatti attendere.

Tornato in Kazakhstan, si è subito messo alla ricerca di un lavoro e si è presentata la possibilità di entrare nel progetto di riabilitazione del MASP (un’Associazione italiana che da vent’anni opera nel campo del sociale ad Almaty e nella sua regione). Il Comune chiedeva di aprire un ambulatorio per bambini con varie difficoltà motorie, presenti sul territorio. Mettendo a servizio le sue piccole competenze con grande generosità e talento, i primi risultati non si sono fatti attendere, così che il numero dei bambini ha subito iniziare a crescere, anche se, visto il tempo e le attenzioni che tali pazienti richiedono, purtroppo non si può andare oltre una trentina.

A febbraio, in occasione delle Universiadi, insieme alla nostra squadra italiana è venuta ad Almaty un’equipe dall’Associazione “don Gnocchi” di Fontanellato di Parma. Sono stati con Kolia una giornata, hanno ascoltato la sua storia e visto come lavora. Al termine ci siamo radunati tutti insieme e hanno proposto a Kolia di frequentare dei master mirati alle patologie che qui deve prendere in carico, consigliandogli (visto che la laurea italiana in Kazakhstan non è riconosciuta) di frequentare tutti i corsi che possono dargli la possibilità di lavorare ufficialmente. Così Kolia ha iniziato anche a studiare, conseguendo già due diplomi statali (e non saranno gli ultimi) che gli danno questa possibilità, di cui il primo, nello scorso mese di luglio, proprio a Fontanellato. 

Se è vero che il buon Dio ha sempre piani meravigliosi che neanche possiamo immaginare, è anche vero che, per realizzarli, ha bisogno di uomini di buona volontà come voi che ci sostengono in queste opere.

Il Signore vi benedica e vi ricompensi tutti!

 

fr. Luca Baino

 

Puoi scaricare il nuovo progetto e consultare l’articolo e il progetto precedenti.

Ragazzi fuori… casa!

Il progetto di scolarizzazione “Ragazzi fuori” nasce come necessità di permettere ad alcuni dei più volenterosi e potenzialmente capaci dei ragazzi del Centro Ndako ya bandeko di accedere agli studi superiori. Dovendo frequentare fuori dal Centro (da cui il nome del progetto) a causa della distanza dall’Università, abbiamo permesso loro di vivere a due a due in alcuni monolocali più vicini a scuola. Chiaramente, stando lontani, all’impegno economico per la scuola si aggiunge quello per la casa e i loro bisogni alimentari.

 

 

EKASSI JONATHAN, 25 anni. Cresciuto nel Centro “Ndako ya Bandeko fin dal 2004. Solo al mondo perché mandato via dai familiari. Quest’anno frequenterà il secondo anno di Gestione delle risorse a Brazzaville, presso la ESGAE, l’unica Università privata del Congo che ti permette di fare, oltre alla Licenza, anche il Dottorato.
Non è originario di Brazzaville ma di Kinshasa e per questo ha avuto dei problemi nel dover produrre tutti i documenti richiesti all’Università di Stato.

NSOUKA BIENVENU, 23 anni, anche lui cresciuto al Centro, praticamente non ha famiglia fatta eccezione per una sorella che vive sola con tre figli e senza lavoro. E’ originario di Brazzaville e quest’anno frequenterà l’Università di Stato M. Ngouabi.

 

 

 

 

WAMBA MILANDOU GRATIEN, 25 anni. Da diversi anni al Centro, ma legato ai frati da molto più tempo, in quanto frequentava

la nostra parrocchia di Djiri. Si trova a dover affrontare la vita da solo nonostante abbia una famiglia per incomprensioni con i genitori e storie di violenza e alcool. Frequenterà il primo anno di Economia all’Università statale. Anche lui originario di Brazzaville, ha già conseguito una Licenza in Diritto presso una Università privata, che però non permette di accedere al Dottorato né di passare a quella di Stato. Riprende quindi Economia per fare un piano di studi che lo porterà a mettere insieme le competenze di Diritto e di Economia, con il sogno di lavorare nelle relazioni internazionali o nella diplomazia.

 

 

 

 

MAVUMBA FILS, 21 anni. Lui e suo fratello più grande sono soli al mondo: figli di profughi, sua madre fuggiva dalla guerra di Kisangani quando lui aveva tre anni, mentre il padre, militare, muore nella stessa guerra; la madre morirà in un campo profughi a Kinshasa dopo la notizia della morte del marito. Frequenterà il primo anno di Liceo. Non è originario di Brazzaville ma di Kisangani (RDC); ha vissuto al Centro dal 2004 ma ormai abita con suo fratello, che lavora presso una comunità di suore in centro città.

 

 

Puoi scaricare il progetto.

Da Taldykorgan a Omsk… passando per Torino!

Stanislav, per gli amici “Stass”, ha concluso brillantemente il liceo sportivo di Taldykorgan. In un primo momento aveva deciso, viste le difficolotà economiche della famiglia, di concludere il suo percorso di studi e cercarsi un lavoro.

Incoraggiato dagli insegnanti e dai genitori e sostenuto dagli amici dell'”Istituto Flora” di Torino ha accettato di provare a superare l’esame di ammissione all’Università dello Sport a Omsk (Siberia). Nessuno aveva dubbi che ce l’avrebbe fatta e così, alla fine di agosto, si trasferirà e inizierà il nuovo corso di studi.

 

 

Ringraziamo gli amici suoi coetanei del liceo economico-sociale dell’Istituto Flora che lo hanno accompagnato nel conseguimento del suo primo corso di studi e quelli che lo accompagneranno in questa seconda esperienza.

 

p. Luca

Ciao Andrea!

Mamma Albina e papà Giorgio, con la sua amata Alessandra, hanno deciso di devolvere le offerte del funerale del giovane Andrea, improvvisamente partito per il Cielo, per il nostro progetto sanitario in Kazakhstan.

Con gratitudine vi assicuriamo la nostra vicinanza nella preghiera chiedendo al Signore quella consolazione che solo Lui può dare e, per il nostro amico Andrea, il dono certo del Paradiso.

 

fr. Luca Baino

GM: Sotto a chi tocca!!

Dopo Marco & Ilaria e Matteo e Pietro, ora è la volta di Ambra e Martina…

 

Ciao a tutti! Sono Ambra, 24enne napoletana con “strane” idee per la testa… infatti sto partendo per la Bolivia!!!

Quando sei a pochi giorni dalla partenza speri di avere tutto sotto controllo, speri di avere i farmaci per qualsiasi evenienza, l’abbigliamento adeguato al luogo e lo spray che ti protegge da tutti gli animali. Poi pensi che per quanto la tua mente voglia controllare tutto in realtà non può farlo. In questa missione alla guida non c’è la tua mente, se avessi ascoltato la testa ora sarei su qualche isola greca a godermi l’estate.

Ho ascoltato il cuore, un desiderio profondo che porto dentro da un bel po’. Ho seguito quello che Lui mi ha messo nel cuore; allora con lo stesso spirito di affidamento con cui ho affrontato la preparazione, affronto questo viaggio con l’idea di andare li’ per servire, per donarmi totalmente all’altro senza i miei schemi mentali ma con lo Spirito che sto chiedendo a Lui.

Nei mesi di preparazione mi chiedevo cosa potessi donare, avevo l’idea di dover trovare soluzione alla fame nel mondo, per poi capire che ciò io non posso farlo, posso donare solo me stessa, il mio tempo, il mio amore e la mia testimonianza di averLo incontrato. La cosa fondamentale in questa missione è andare incontro all’altro, accogliendo, amando, servendo e facendosi mezzo.

Parlando con le persone in questi mesi tutti mi chiedevano perché fare una cosa del genere, perché stare via un mese, perché non godermi le vacanze, perché spendermi così tanto…. Per Amore!!! E l’Amore è tanto, l’Amore costa, l’Amore ti consuma…altrimenti che Amore è?

Quello che chiedo ora è di essere strumento. ” Oh Signore fa’ di me un istrumento della tua pace” pregava San Francesco.

 

Sono Martina, ho 20 anni e sono in partenza per la Bolivia. Finalmente il mio desiderio si sta realizzando. Le aspettative sono tante così come la voglia di andare.

Ho sempre avuto, fin dall’inizio del mio cammino di fede, il desiderio di testimoniare la gioia di vivere in Cristo, a partire dalle persone a me care. Questo desiderio si è fatto sempre più profondo e attraverso il corso “giovani e Missione” ho avuto la grazia di metterlo nelle mani del Signore per capire fin dove volesse portarmi. Mi sono lasciata condurre , mi sono fidata delle persone che il Signore ha messo nel mio cammino e che mi hanno sostenuta a accompagnata durante questo tempo. Ho accettato con gioia le sfide davanti a cui il Signore mi ha messo, anche quelle apparentemente più scomode, come quella di non partire con Pietro, il mio ragazzo. Certo i dubbi e le preoccupazioni non mancano, ma ciò che mi attraversa dentro è un profondo senso di pace e allo stesso tempo di gioia.

Ciò che mi fa muovere è il fascino della diversità. Provo ad immaginarmi i volti delle persone che incontrerò, i posti che vedrò, ed è bellissimo. Il Signore si è servito dei suoi missionari per attrarmi a sé e ora desidero io essere, come dice Santa Teresa di Calcutta, una fiaccola nell’ora buia di qualcuno. Sicuramente non mancheranno i momenti di fatica e di sconforto , ma so che il Signore non mancherà di farmi sentire tutto il suo affetto e la sua tenerezza, e tutto questo sarà motivo di crescita per me. Per ora mi vivo la mia grande gioia e affido tutto sotto la protezione materna di Maria, madre sorella e amica.