Aiutaci ad aiutare!

“La vita si rafforza donandola e si indebolisce nell’isolamento e nell’agio” Papa Francesco, Evangelium Gaudium, 10.

Abbiamo questo dono prezioso, la vita, che continuamente deve sbocciare, crescere nel bene e nella bellezza, tanti di noi hanno già fatto l’esperienza che “donando si riceve”, donando, conoscendo, uscendo dalla nostra “comfort zone” la vita ha un respiro più grande, più bello!

Tanti missionari, religiosi e laici hanno fatto questa esperienza, lasciare la “propria terra”, le proprie certezze e sicurezze per avventurarsi fidandosi della chiamata di Dio ad andare in ogni periferia per amare come Gesù ha amato.

Una chiamata che Dio ha benedetto da sempre manifestandosi concretamente grazie all’aiuto di tanti, tutto è stato ed è prezioso, e tanto bene è stato fatto anche grazie alla generosità di tanti e in tanti modi, come la preghiera, la vicinanza amicale che i missionari hanno sempre sentito e ogni tipo di aiuto economico.

Noi come frati continuiamo a ricordarvi a Dio perchè continui a benedirvi e a mostrarsi come vostro Padre, grati per quello che avete già fatto o farete.

Il nostro segretariato in questo momento è in contatto con diversi missionari e proporremo diversi progetti di sostegno per le comunità che serviamo o di cui conosciamo le necessità.

Grazie del vostro aiuto e il Signore vi ricompensi con ogni benedizione.

                                  

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la Russia, i cattolici, i giovani

A dieci anni dalla sua consacrazione episcopale, l’arcivescovo metropolita a Mosca, monsignor Paolo Pezzi dialoga di Russia, martirio e giovani con Adriano Dell’Asta. L’incontro si è svolto al Meeting di Rimini 2018, luogo d’incontro per antonomasia.

A. Dell’Asta
La prima domanda è: che senso ha e che ne è della presenza cattolica oggi in Russia? Com’è la situazione, qual è il significato, quali sono le speranze?

Mons. P. Pezzi
Devo dire innanzitutto che in questo ultimo anno è iniziata in me una riflessione molto seria sulla nostra presenza, sul significato della nostra presenza in Russia. E questo mi ha portato a proporre una discussione seria, che spero avverrà in tutto questo anno, cioè da settembre a giugno dell’anno prossimo, sul valore e sul significato missionario delle nostre comunità, delle parrocchie e delle piccole comunità d’ambiente. Ciò che ho notato è che corriamo il forte rischio di una lenta eutanasia della Chiesa cattolica in Russia. Cioè là dove noi perdiamo il significato della nostra presenza, allora si continuano a fare anche molto bene tutte le cose, ma non c’è più prospettiva, come dicevi tu Adriano, non c’è più speranza. Questo ho notato visitando la diocesi, soprattutto visitando le parrocchie.
Ora ciò non significa che non restino le difficoltà, i problemi, ma è un po’ venuto meno il gusto, l’entusiasmo. Sì, bisogna dirlo direttamente, il gusto e l’entusiasmo per Cristo. E quindi non tanto i problemi organizzativi, perché non è che ci sia da organizzare molto nella nostra realtà che è piuttosto piccola, ma proprio il fatto di procedere secondo un’onda che potremmo descrivere con il motto: «Abbiamo fatto così per tanti anni, continuiamo!» Ecco, questo mi sembra un po’ il punto. Come dire, è la necessità di dover ricominciare.

Hai usato alcune parole che mi provocano. Hai parlato di missione, hai parlato di stanchezza, del fare le cose ripetendo consuetudini, ecc… Pensando alla missione può venire in mente l’«andare alla conquista». Ora, padre Scalfi ci ha sempre educato a concepire la missione assieme all’ecumenismo, come anelito all’unità. Nello specifico della Russia, dunque, in rapporto con la Chiesa ortodossa. Si va in missione non per conquistare qualcuno o per far vedere quanto siamo bravi, ma innanzitutto per convertire noi stessi. Diceva infatti: «Che i cattolici siano sempre più cattolici e gli ortodossi sempre più ortodossi. L’unità della Chiesa è un dono di Cristo». Come crescono i rapporti con la Chiesa ortodossa?

Dopo che divenni vescovo dieci anni fa, nel 2008, mi invitarono qui al Meeting per un incontro. E in quella occasione ripresi una cosa che era nata da un dialogo di alcuni anni prima con padre Scalfi, e cioè che la missione comincia dove finisce il proselitismo. Penso che sia questa oggi la questione: una missione non dettata da un voler ingrossare le fila del proprio gruppo, ma che sia totalmente determinata dalla gratuità, dalla gratitudine per la bellezza di quello che si è incontrato nella propria vita.
Quando questo atteggiamento è determinante, si vede immediatamente il cambiamento. Si vede immediatamente, per esempio, la possibilità di incontrarsi, di dialogare. Non stai più ad aspettare che l’altro cambi, ma con questa tua posizione tu hai già iniziato a cambiarlo: vedi che anche in lui nasce una disponibilità, una apertura, una semplicità.
Oggi celebriamo la festa di san Bartolomeo. San Bartolomeo mi stupisce sempre quando leggo il Vangelo di Giovanni. Stupisce quest’uomo! Era certamente il più saggio tra gli apostoli, quello più posato, forse il vero maestro di Israele, il vero rabbì. Un uomo che ha una buona esperienza, che conosce bene come stanno le cose e non ha problemi a dirlo: «Da Nazareth non può venire nulla di buono!». Ma questo per lui non è un blocco! San Bartolomeo ha la saggezza dell’uomo maturo, ma dentro ha il cuore di un bambino. Non ha problemi dinanzi a quel pivellino di Filippo che gli dice: «Va beh, vieni comunque a vedere». Lui ci va! Non è chiuso, è aperto. Questo è il fattore che io ritengo più importante per me nel rapporto e nel dialogo con gli ortodossi. Non rinunciare alla mia identità, non annacquare quello che siamo e, soprattutto, non perdere di vista la coscienza di tutto ciò che noi possiamo portare, ma nello stesso tempo non fare di questo una chiusura, bensì una possibilità di incontro con l’altro.
Negli ultimi anni, una delle cose per me più significative è stato l’incontro con alcuni sacerdoti ortodossi di periferia. L’incontro è stato abbastanza casuale, attraverso dei giovani cattolici e ortodossi coi quali periodicamente mi incontro. Devo dire che questi incontri sono molto stimolanti, perché mettiamo a tema la passione pastorale, la passione missionaria per la gente che ci è affidata. E mi colpisce molto come questo superi le barriere. Non c’è in nessuno l’intenzione di volere meno bene alla propria Chiesa. Non vengono mai fuori lamentele. Si condivide sempre il gusto di appartenere alla propria Chiesa, mettendo in gioco questa passione missionaria. Ecco, quello che a me interessa è un dialogo con gli ortodossi a questo livello.

 

Parlavi di barriere che si devono superare e che nell’incontro si trovano superate quasi naturalmente. Il nostro mondo vive da una parte della totale caduta di qualsiasi barriera, di ogni differenza, dall’altra di una ricerca, dello sforzo di formare una identità che molte volte finisce per criticare, per respingere l’altro e non stare neppure più ad ascoltarlo. È il fenomeno della globalizzazione o della perdita di identità. La società russa di oggi, i ragazzi, i giovani, avvertono questo? La Russia è presa anch’essa dentro questo movimento mondiale o in qualche maniera ne è fuori?

Non so se si possa dire che c’è qualcosa di analogo a quello che avviene nel resto del mondo, anche perché riconosco di non conoscere bene la situazione dei giovani nel resto del mondo. Una certa idea me la sono fatta attraverso il documento preparatorio per il Sinodo e, soprattutto, attraverso il documento che i giovani hanno presentato al Papa in occasione della domenica delle Palme in vista del Sinodo di ottobre. A questo incontro ha partecipato anche una nostra ragazza russa. Ciò che maggiormente l’ha colpita è, per dirla in negativo, questa paura di progettare, di guardare al proprio futuro, e in positivo un bisogno di certezze, di un punto di appoggio che non ti elimini. Mi sembra che nella società russa i giovani vivano soprattutto questo secondo rischio: avere dei punti di appoggio anche relativamente sicuri e fondanti, ma che ti tolgono il rischio, ti eliminano il rischio della libertà. Sto usando, capisco anch’io, frasi un po’ generiche, ma dato il poco tempo non è facile sviluppare tutto. Questo è quello che, per esempio, più mi colpisce: genitori che cercano di fare il bene dei figli, ma hanno già pensato quale deve essere il loro futuro, quale strada devono scegliere, se e a quale facoltà universitaria andare. Tutto con buonissime ragioni, con buonissime intenzioni. Il timore di addentrarsi sul terreno evidentemente scivoloso del rischio della libertà mi sembra l’aspetto oggi più provocante nella vita dei giovani.

Io avevo in mente un’ultima domanda molto legata a quello che hai appena detto, riguardo al futuro e alla paura di correre il rischio della libertà. Nella vostra storia, nella storia della Russia, c’è un momento nel passato in cui il rischio della libertà è stato corso in maniera luminosa ed è la storia del martirio. Che valore rappresenta oggi la memoria del martirio?

Magari desto scandalo, ma devo dire che abbiamo forse un po’ tradito questa memoria. Il martire oggi è molto scandaloso e quindi si cerca di edulcorarlo, di farlo rientrare dentro alcuni schemi, per lo meno in determinati canoni di legalità. Se ne eliminano anche concretamente gli aspetti più spigolosi. Si va verso l’oblio. Il martirio non diviene nemmeno più oggetto di interesse ideologico, cioè non si utilizza nemmeno più la figura del martire per appoggiare una propria ideologia, un proprio pensiero, una propria linea da perseguire. Semplicemente lo si addomestica o si cerca di dimenticarlo. Questo secondo me è un altro grosso rischio che viviamo. Posso capire tante ragioni sia dello Stato che della Chiesa ortodossa, ad esempio il desiderio di ripristinare come erano in origine i monasteri divenuti poi lager. Personalmente non vedo nemmeno la necessità di dovere, in modo talvolta anche un po’ pruriginoso, insistere sempre e solo sulla negatività del lager. Ma cancellare questa pagina della propria storia non penso che aiuti.
Voglio parlare innanzitutto dei martiri cattolici. Sto facendo una grandissima fatica a far passare un ricordo vivo dei nostri martiri! Nella migliore delle ipotesi si riesce a parlarne solo in termini ideologici. Quest’anno ho pensato di fare in Quaresima dei «venerdì di memoria» in cui raccontare la vita di questi martiri per provare a ridestare questa memoria. Riconosco, in tutta coscienza, che sono io il primo a subire questa mentalità, cioè io stesso rischio di fare del martirio uno strumento ideologico oppure di lasciar andare. Di dire, insomma, che in fondo noi dobbiamo preoccuparci di ben altre cose. Invece la memoria del martirio, soprattutto là dove splende come purità di testimonianza a Cristo e di Cristo, per noi è fondamentale oggi, perché se non recuperiamo questa dimensione personale e originale del rapporto con Cristo noi non abbiamo futuro! I frutti, i risultati sono nelle mani di Dio, non ci interessano, ma il valore stesso del nostro essere in Russia dipende dalla memoria dei martiri in questo senso, cioè dipende dalla memoria del fatto che il rapporto con Cristo è la vera questione con cui siamo chiamati a fare i conti. Senza la memoria di questo incontro possiamo fare dei progetti geniali, bellissimi, ma non avviene nessun cambiamento. Invece là dove è vissuto cambia il quotidiano! E può arrivare a cambiare persino l’istituzione. Non bisogna avere questo timore.

Testo non rivisto dai relatori

http://www.lanuovaeuropa.org/chiesa/2018/09/17/la-russia-i-cattolici-i-giovani

Ravil ha concluso il primo anno!

Circa un anno fa vi avevamo raccontato un nuovo incontro di p. Luca con la famiglia Panova, “capostipite” del Progetto “Qua la mano”: in particolare avevamo aperto una sottoscrizione per permettere a uno dei figli più grandi, Ravil, di frequentare il Corso di studi per la professione di “Paramedico”.

 

Ebbene, grazie al vostro aiuto Ravil ha potuto alloggiare in un collegio studentesco e completare con successo e soddisfazione il suo primo anno di Corso. Ecco la testimonianza di p. Luca.

E il primo anno è finito! E come è finito! Chi l’avrebbe mai detto che un ragazzino di un villaggio sperso in mezzo alle steppe avrebbe potuto finire così brillantemente il primo corso di “paramedico”?! E invece Ravil ce l’ha fatta!

E’ stata un scommessa per noi, che l’abbiamo sostenuto con il vostro aiuto economico, ma soprattutto per lui stesso. Nonostante la sua formazione fosse ben lontana da quella che ricevono in città, non si è mai arreso, studiando con impegno e recuperando tutto quello che non aveva ricevuto prima, senza lasciarsi distrarre dalla vita caotica e attraente della città. Bravo Ravil!

 

Ora sta lavorando con Kolia per capire meglio cosa lo attende come fisioterpista dell’età evolutiva. E’ profondamente toccato da quanti bambini si trovino in così gravi e pesanti situazioni fisiche, psicologiche ed affettive. “Sono davvero contento di aver scelto questa professione e questi bambini mi stanno confermando che questa è la strada che Dio ha pensato per me!”, mi ha detto un giorno.
Dio! Eh Si! Perchè forse, in tutta questa storia, la cosa più bella che è capitata a Ravil è aver incontrato Dio, essersi preparato al Battesimo, alla Confermazione e alla Prima Comunione che ha ricevuto la notte di Pasqua, nella Cattedrale di Almaty, direttamente dal Vescovo, con altri 5 suoi coetanei e una ventina di adulti.
Ad agosto Ravil tornerà al villaggio per aiutare mamma e i suoi numerosi fratelli e sorelle a mettere da parte e conservare i frutti della terra per l’inverno, per poi tornare in città a settembre e continuare gli studi… che l’anno prossimo lo vedranno anche impegnato direttamente in corsia.
Rivolgo a tutti voi, da parte sua, un profondo e sentito “grazie” e il ricordo sicuro nella sua preghiera.
p. Luca Baino
NB: Presto sarà disponibile il Progetto di sottoscrizione per aiutare Ravil a proseguire il suo Corso di studi.

Mariapoli focolarina in Kazakhstan

 

Come ormai da 6 anni, anche quest’anno le parrocchie di Taldykorgan ed Almaty hanno vissuto il loro incontro “Mariapoli” nella casa di accoglienza diocesana della parrocchia di Kapcigai, vicino all’omonimo lago.

L’incontro è organizzato dal movimento dei Focolari (che vengono da Mosca) ed ha come scopo fondamentale quello di fare l’esperienza di Maria: incarnare la Parola, soprattutto con atti concreti di amore reciproco.

Ogni mattina si inizia ricevendo una frase del Vangelo che si cerca di incarnare durante tutto il giorno, condividendo alla sera quanto si è vissuto. Ci sono momenti in cui si approfondisce, in particolare, il tema dell’unità secondo la preghiera di Gesù in Gv. 17: “Che tutti siano uno come io e Te, Padre, siamo uno!” e questo resta lo scopo fondamentale di tutti i partecipanti (famiglie, adolescenti, giovani, anziani) al di là di quello che si fa: così anche gli intervalli o i bagni al lago diventano occasioni privilegiate per servire e amare l’altro ed è davvero bello contemplare questa gara di servizio così che non c’è bisogno di turni per le pulizie o per lavare i piatti etc!

 

 

Quest’anno eravamo una quarantina: molti dei fedelissimi, alcuni nuovi, cattolici, protestanti, ortodossi, un paio in cammino verso il battesimo… insomma, come in ogni famiglia, tanto diversi ma con un unico scopo: amare Gesù nel fratello!

fr. Luca

In arte… Lola!

Lola è una ragazza figlia di ragazza madre, con un’altra sorella molto intelligente e attiva. Lei invece è molto introversa, soprattutto perché cosciente delle sue difficoltà intellettuali che non le rendono facile lo studio.

Mamma ce la mette tutta, lavorando in diversi luoghi, per arrivare alla fine del mese con qualcosa che assomigli ad uno stipendio.

Abbiamo provato a coinvolgere Lola in diverse attività, ma il contatto con i suoicoetanei la mette sempre in imbarazzo. Un giorno mi confida che le piace molto

disegnare… Abbiamo cercato un corso di pittura adatto a lei e, da quando le stanno insegnando come esprimere i suoi talenti, ha cominciato ad uscire, ad essere più sicura di sè e a pensare che, appena finita la scuola primaria, forse anche lei potrebbe affrontare il liceo artistico: sarebbe un successone!!!

Grazie per il vostro aiuto anche da parte di Lola e della sua mamma che, tramite me, vi conoscono e pregano per voi!

fr. Luca Baino

Pronti, si guida!

L’attività di avviamento al lavoro per i giovani continua imperterrita. Il problema è aiutare chi non ha voglia di studiare!

Ultimamente si è vista la possibilità di aiutare alcuni di loro a prendere la patente per le categorie B e C e di iniziare a lavorare come autisti. Così è stato per Russlan, Andrej (nella foto) e ultimamente per Alioscia. Conseguita la patente hanno subito trovato lavoro: due presso grosse ditte di trasporti tra Almaty e Taldykorgan, l’altro come autista personale di un ricco signore e della sua famiglia a Taldykorgan. Auguriamo a tutti loro di poter continuare a guadagnarsi onestamente il pane quotidiano.

fr. Luca Baino

Iura e Lena: aggiornamenti

Vi ricordate di Iura e Lena?

Vi avevamo raccontato il loro commovente tentativo di rimettere in sesto l’ex casa parrocchiale di Sariasek.

Ebbene, finalmente i lavori sono quasi ultimati e, oltre al riscaldamento, forse riusciremo anche a ricavare un piccolo bagno… all’interno della casa, cosa inaudita!!!!

Speriamo, una volta finiti i lavori, di poter ritornare a invitare la gente a pregare con noi e… chissà che da tutto questo Amore (vostro e nostro) non torni a vivere questa cellula del corpo di Gesù! 

 

fr. Luca Baino

Nonna Vanda

Anche ad Almaty il lavoro non manca: basta guardarsi un po’ intorno, anche solo tra i vicini, e subito si vede che c’è bisogno di qualcosa.
Nonna Vanda vive con la figlia (che, tra un’ubriacatura e l’altra, cerca di lavorare un po’) e due nipoti che cerca di educare e mandare a scuola come può. Qualche tempo fa ha avuto un ictus che le ha reso difficile sia il camminare che vari movimenti in genere e si è lasciata prendere dallo scoraggiamento e dalla disperazione, come spesso accade quando ne hai già tante e te ne succede ancora qualcuna.
Con alcuni amici del nostro Centro Italiano (MASP) siamo andati a trovarle: il cortile sembrava una discarica pubblica (non siamo riusciti a capire da dove arrivasse tanta immondizia!) e in casa non era molto meglio. Da non molto avevano chiesto ad un idraulico di portare i tubi dell’acqua in casa, ma il soggetto aveva preso un sacco di soldi e non aveva isolato adeguatamente l’ultimo pezzo di tubatura, con il rischio di rimanere senz’acqua durante l’inverno. 
All’inizio nonna Vanda non voleva lasciarci fare nulla… allora abbiamo deciso che le due ragazze chiedessero un po’ di the, da mangiare con i biscotti che avevamo portato, così noi uomini siamo rimasti liberi di fare pulizia ed ordine in cortile e cominciare ad isolare il tubo. Quando, dopo un’ora, nonna Vanda si è insospettita circa la nostra assenza ed è uscita, visto il cambiamento radicale del cortile si è precipitata anche lei a a fare qualcosa.
Quando siamo tornati la seconda volta, per aggiustare il lavandino in casa e fare altri piccoli lavori che erano rimasti, con nostro grande stupore ci siamo trovati cortile e casa puliti e in ordine e, ad aspettarci, anche la figlia e i bambini che con orgoglio aspettavano i nostri complimenti… che sono arrivati con grande gioia!
La maggior parte delle volte, la semplice compagnia e il prendersi cura riescono a mettere in moto quelle persone che avevano ormai deciso di non lottare più.
fr. Luca Baino

Iura e Lena

Iura e Lena sono i superstiti della piccola comunità cattolica di Sariasek (una ventina di fedeli in tutto): una volta fiorente città militare, poi, con la caduta del regime sovietico, precipitata come molte altre in una povertà assoluta (alcuni, tra cui anche i nostri Iura e Lena, usano ancora il baratto per comprare qualcosa, visto che non ci sono soldi).

Ma il vero problema non è economico, è mentale: ci sono voluti sei anni (!!!) per convincerli a iniziare a riparare quella che era la casa parrocchiale, per uscire dalla casetta nella quale vivono e nella quale nessuno di noi avrebbe fatto vivere neanche un animale… ma al “peggio”, come ho imparato in questi anni, ci si può sempre abituare, fino a ritenerlo “normale” e a perdere completamente la speranza nel “meglio”.

La scorsa estate, ritornato dall’Italia con il nuovo visto, sono passato a trovarli e, con loro grande orgoglio e mia grande commozione, mi hanno mostrato la casa parrocchiale tutta riparata e imbiancata con le sole loro forze (nessuno di noi neanche s’immagina che sforzo titanico debba essere stato per loro!). Ma per andare avanti ci voleva davvero un aiuto esterno.

Di fronte a quanto avevano fatto per uscire dalla loro apatia e disperazione non ho potuto non decidere di iniziare, con loro, a mettere mano anche all’interno.

Speravo avrebbero potuto trasferirsi in una situazione dignitosa già per trascorrere l’inverno… ma, appena messo mano ai muri, hanno incominciato a cadere e così i lavori continuano lentamente… ma senza più perdere la speranza: ”I fratelli e le sorelle oltre frontiera (come Iura e Lena vi chiamano) ci sono, non siamo soli… come vorremmo poterli incontrare e ringraziarli per quanto stanno facendo per noi!”

…chissà che questo loro desiderio non si realizzi!!!!

fr. Luca

Per chi ha bisogno, la mano è sempre qua!

Uno dei principi del progetto “Qua la mano”  è l’aiuto reciproco per educarci a guardarci intorno e scoprire che non siamo gli unici ad avere bisogno.

Così, quando c’è la possibilità, cerchiamo di mettere in contatto persone con bisogni diversi. Per esempio si sono presentati Sascia e Tolik a chiedere se potevano svoltgere qualche lavoro per guadagnare qualche soldo.

Dato che era l’inizio dell’inverno gli abbiamo proposto di aiutare nonna, mamma (alquanto anziane) e figlia (con gravi handicap fisici) a prepararsi all’inverno con il taglio della legna e mettendo il carbone nella carbonaia.

Vista la grave situazione delle tre donne, Sascia e Tolik quasi si vergognavano a ricevere i soldi per il lavoro svolto, avendo visto in loro una forza e una letizia fuori dal normale per persone che faticano così tanto a gestire semplicemente la quotidianeità (non hanno neanche l’acqua in casa e devono ogni giorno attingerla alla fonte con i secchi)!

 

 

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Ricordate nonno Sascia e nonna Natasha? …Hanno preso il volo!!!

Eh sì! Era diventato impossibile per l’anziana donna prendersi cura del marito, nonostante il suo grande amore per lui. Il figlio, dall’America, era tanto che li invitava a trasferirsi a casa sua e di sua moglie con i loro adorati nipoti. Ma come fare a lasciare il Paese dove sei nato e hai vissuto per quasi 80 anni per andare in un Paese straniero, senza conoscer la lingua?!?

Abbiamo vissuto una vera e propria odissea ma siamo riusciti a vendere casa e a ottenere tutti i documenti necessari. Con un taxi speciale e l’aiuto di vari parrocchiani siamo riusciti a raggiungere l’aeroporto in una notte di tempesta di neve (sembrava quasi che l’aereo non potesse partire). Neanche vi immaginate lo stupore del personale aereoportuale nel vedere un frate, una suora e tre persone tutti indaffarati ad aiutare i due anziani… non hanno potuto fare a meno anche loro di mettersi in movimento e darsi da fare con valigie, carrozzine, documenti!

Sasha e Natasha sono arrivati dal figlio e ci telefonano spesso, con infiniti ringraziamenti e assicurandoci che stanno bene e sono felici con il figlio e la loro nuova famiglia.

Auguri cari nonni, e che possiate testimoniare anche ad altri quanto forte ed eterno può essere un amore reciproco come il vostro! Grazie a voi per la vostra testimonianza!!!

 

fr. Luca Baino