Santa Chiara in Rwanda: nuova Fondazione

Nell’ormai lontano 1978, S. E. Mons. André Perraudin, allora Vescovo di Kabgayi, in Rwanda, scrisse al Proto-Monastero di Assisi chiedendo aiuto per la fondazione di un Monastero di Clarisse nella sua Diocesi.

A dicembre 1981 partirono le prime due sorelle, sr. Chiara Giovanna e sr. Chiara Myriam, raggiunte, sei mesi dopo, da sr. Chiara Giuseppina e sr. Chiara Pacifica.

Oggi il Monastero Sainte Claire di Kamonyi conta più di quaranta sorelle sorelle, tanto che, nel maggio 2004, ha potuto fondare un altro monastero a Musambira (che lo scorso anno avevamo aiutato con il dono di una impastatrice) e, nell’ottobre 2011, uno anche in Burkina Faso, nella Diocesi di Ouahigouya.

Ora le nostre sorelle di Kamonyi sono state chiamate da S. Ecc. Mons. Servilien Nzakamwita ad iniziare una terza Fondazione, questa volta ancora in Rwanda, nella Diocesi di Byumba.

Vi chiediamo di aiutarle a realizzare questo nuovo Monastero, il cui primo nucleo, l’eremo, è ora appena abbozzato (come si vede nella fotografia accanto): ci piacerebbe sostenere le nostre sorelle con un contributo di 10.000 euro.

Puoi scaricare il volantino e il progetto.

Un Sinodo per l’Amazzonia

«Una regione meravigliosa, dove la foresta custodisce l’acqua e l’acqua custodisce la foresta e dove i popoli originari custodivano e custodiscono la preservazione di questo santuario della natura». Così ha definito l’Amazzonia il cardinale brasiliano dom Claudio Hummes, presidente della Rete ecclesiale panamazzonica (Repam), creata nel settembre 2014 per coordinare gli sforzi di vescovi, sacerdoti, laici, missionarie e missionari nella costruzione di una Chiesa dal volto amazzonico. Lo scorso anno Papa Francesco ha annunciato un Sinodo speciale per “il polmone verde del pianeta”, da tenersi a Roma nell’ottobre del 2019. Ma l’Amazzonia è anche un luogo dove la biodiversità della natura va di pari passo con quella umana, incarnata dai 390 popoli che la abitano. A loro si è rivolto direttamente Francesco durante la sua visita in Perù lo scorso 19 gennaio. Nella città amazzonica di Puerto Maldonado, scelta come prima tappa del viaggio nel Paese latinoamericano, il Pontefice ha salutato tutti i 22 popoli indigeni presenti definendoli i rappresentanti del «volto plurale» dell’Amazzonia, «un volto di un’infinita varietà e di un’enorme ricchezza biologica, culturale, spirituale». E proprio qui, a Puerto Maldonado, dopo il suo discorso, ha avviato il percorso verso il Sinodo dei vescovi per la regione panamazzonica, partecipando di persona alla prima riunione del consiglio pre-sinodale.

 

Tratto da “Amazzonia pronti per il Sinodo”, di Emanuela Citterio,

https://www.mondoemissione.it/america-latina/amazzonia-pronti-sinodo/

Iura e Lena

Iura e Lena sono i superstiti della piccola comunità cattolicadi Sariasek (una ventina di fedeli in tutto): una volta fiorente città militare, poi, con la caduta del regime sovietico, precipitata come molte altre in una povertà assoluta (alcuni, tra cui anche i nostri Iura e Lena, usano ancora il baratto per comprare qualcosa, visto che non ci sono soldi).

Ma il vero problema non è economico, è mentale: ci sono voluti sei anni (!!!) per convincerli a iniziare a riparare quella che era la casa parrocchiale, per uscire dalla casetta nella quale vivono e nella quale nessuno di noi avrebbe fatto vivere neanche un animale… ma al “peggio”, come ho imparato in questi anni, ci si può sempre abituare, fino a ritenerlo “normale” e a perdere completamente la speranza nel “meglio”.

La scorsa estate, ritornato dall’Italia con il nuovo visto, sono passato a trovarli e, con loro grande orgoglio e mia grande commozione, mi hanno mostrato la casa parrocchiale tutta riparata e imbiancata con le sole loro forze (nessuno di noi neanche s’immagina che sforzo titanico debba essere stato per loro!). Ma per andare avanti ci voleva davvero un aiuto esterno.

Di fronte a quanto avevano fatto per uscire dalla loro apatia e disperazione non ho potuto non decidere di iniziare, con loro, a mettere mano anche all’interno.

Speravo avrebbero potuto trasferirsi in una situazione dignitosa già per trascorrere l’inverno… ma, appena messo mano ai muri, hanno incominciato a cadere e così i lavori continuano lentamente… ma senza più perdere la speranza: ”I fratelli e le sorelle oltre frontiera (come Iura e Lena vi chiamano) ci sono, non siamo soli… come vorremmo poterli incontrare e ringraziarli per quanto stanno facendo per noi!”

…chissà che questo loro desiderio non si realizzi!!!!

fr. Luca

Per chi ha bisogno, la mano è sempre qua!

Uno dei principi del progetto “Qua la mano”  è l’aiuto reciproco per educarci a guardarci intorno e scoprire che non siamo gli unici ad avere bisogno.

Così, quando c’è la possibilità, cerchiamo di mettere in contatto persone con bisogni diversi. Per esempio si sono presentati Sascia e Tolik a chiedere se potevano svoltgere qualche lavoro per guadagnare qualche soldo.

Dato che era l’inizio dell’inverno gli abbiamo proposto di aiutare nonna, mamma (alquanto anziane) e figlia (con gravi handicap fisici) a prepararsi all’inverno con il taglio della legna e mettendo il carbone nella carbonaia.

Vista la grave situazione delle tre donne, Sascia e Tolik quasi si vergognavano a ricevere i soldi per il lavoro svolto, avendo visto in loro una forza e una letizia fuori dal normale per persone che faticano così tanto a gestire semplicemente la quotidianeità (non hanno neanche l’acqua in casa e devono ogni giorno attingerla alla fonte con i secchi)!

 

 

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Ricordate nonno Sascia e nonna Natasha? …Hanno preso il volo!!!

Eh sì! Era diventato impossibile per l’anziana donna prendersi cura del marito, nonostante il suo grande amore per lui. Il figlio, dall’America, era tanto che li invitava a trasferirsi a casa sua e di sua moglie con i loro adorati nipoti. Ma come fare a lasciare il Paese dove sei nato e hai vissuto per quasi 80 anni per andare in un Paese straniero, senza conoscer la lingua?!?

Abbiamo vissuto una vera e propria odissea ma siamo riusciti a vendere casa e a ottenere tutti i documenti necessari. Con un taxi speciale e l’aiuto di vari parrocchiani siamo riusciti a raggiungere l’aeroporto in una notte di tempesta di neve (sembrava quasi che l’aereo non potesse partire). Neanche vi immaginate lo stupore del personale aereoportuale nel vedere un frate, una suora e tre persone tutti indaffarati ad aiutare i due anziani… non hanno potuto fare a meno anche loro di mettersi in movimento e darsi da fare con valigie, carrozzine, documenti!

Sasha e Natasha sono arrivati dal figlio e ci telefonano spesso, con infiniti ringraziamenti e assicurandoci che stanno bene e sono felici con il figlio e la loro nuova famiglia.

Auguri cari nonni, e che possiate testimoniare anche ad altri quanto forte ed eterno può essere un amore reciproco come il vostro! Grazie a voi per la vostra testimonianza!!!

 

fr. Luca Baino

 

… e chi ricorda: GM Uganda!

Questa estate in agosto, come avevo detto nella mia testimonianza prima della partenza, quei burloni dei frati mi hanno inviato per tre settimane in Uganda.  Sono stato accolto da Giorgio e Marta, una coppia di missionari francescani laici che hanno una piccola bimba di 9 mesi, Anita, e che mi hanno ospitato presso la missione francescana a Rwentobo.

La missione è stata un dono grande che il Signore, in complicità con i frati burloni e tante altre persone che sono state strumento e testimoni del Suo Amore, mi ha voluto fare.

Quando sono arrivato in Uganda, le paure che il Signore aveva ben controllato in me attraverso una infusione di serenità, tranquillità e fiducia in Lui prima della partenza, le ha un po’ slegate, e me le sono trovate di fronte. E uno direbbe “eh no Signore, così è una fregatura”! Ma Lui mi voleva proprio lì, ad affrontarle e a viverle.

E questo è stato il primo grosso dono, il rendermi più adulto in Africa.

Quello che ho vissuto e che ho visto in Africa mi ha fatto rendere conto che qua viviamo in una bolla fatta di schermi tra le persone e consuetudini malate che ci stanno portando sempre di più lontani da chi siamo, da come il Signore ci ha creato e da come possiamo di più essere espressione del Suo Amore: più empatici, più prossimi, più umani.

Anche le fatiche e le preoccupazioni della vita di tutti i giorni che qua possono sembrare grandi e pesanti, viste con gli occhi nuovi che l’Africa mi ha donato, sono state ridimensionate e viste come piccole, superflue e insensate e ho potuto così rileggerle e inserirle nella “logica” di questo nostro mondo disumanizzante e disumanizzato che viviamo qua.

Ho scoperto là che si può ancora abbracciare uno sconosciuto, che si può prendere una mano di una persona vicina, che per fare del bene non bisogna pensarci. Bisogna solo avere coraggio, il coraggio della carità. Quel coraggio che spesso manca, perché è scomodo, non conviene, perché qua “non si fa così”, perché è anticonvenzionale nella società egoistica del consumo e del profitto. E perché questo coraggio rompe le paure.

Questo è stato un altro grosso dono, e spero di essermelo riportato qua. E la cosa bella è che me lo hanno insegnato i bambini disabili che sono accolti nella struttura in cui sono stato inviato.

Una grossissima lezione me l’ha data una bambina idrocefala che, mentre stava per bere, di fronte alle mani protese di una bambina con spasticità, senza pensarci per nulla, le ha donato il suo bicchiere pieno d’acqua, aiutandola a bere. Lì l’unico vero disabile mi ci sono sentito io: un po’disabile rispetto a loro nell’amare il prossimo.

Ecco che gli occhi, i volti e i sorrisi di chi ti accoglieva, ancor prima che a me passasse per la testa l’idea di farlo, sono stati il cavallo di Troia dei miei freni ad aprire il cuore.

Devo anche dire però che l’Africa è comunque una terra piena di contraddizioni, in cui la vita umana ha meno valore che da noi, e la vita di un bambino disabile vale ancora meno.

Ho potuto poi vivere e gustare il senso di Chiesa universale. Mi sono sentito parte della Chiesa e che Cristo era presente proprio lì accanto a me e ai fratelli e alle sorelle durante la messa in una lingua che non comprendevo, in una chiesa di un paese che neanche c’è su Google Maps di uno stato e di un popolo con idee, abitudini, usi e costumi completamente differenti da quelli che viviamo in Italia. E anche se lo dicevamo in lingue differenti, il Padre Nostro era lo stesso. Ho capito che tutti siamo uniti in Cristo, in Colui che ci ha generato e ci ama infinitamente.

 

Poi tanto e tanto altro: la bellezza di vivere in comunità e di affrontare insieme l’esperienza della missione, camminando nella fede, anche se ognuno a livelli e momenti diversi del proprio cammino. È stata una missione nella missione, vita fraterna condivisa in Cristo.

La preziosità dell’acqua. Che in Africa c’è poca acqua e la gente ha poco da mangiare lo so da quando sono piccolino, ma averlo vissuto è un’altra cosa. Là se non piove non possono coltivare i campi e se non hanno qualche soldo da parte è difficile per loro cibarsi. E così non va. Non è giusto questo divario che c’è tra qua, società dell’opulenza e dell’abbondanza e là. E spesso sono proprio i nostri comportamenti che possono impoverirli anche di più.

Mi porto a casa quindi la consapevolezza che è fondamentale e imperativo fare scelte consapevoli e non egoistiche per non gravare ancora di più. Ogni piccolo gesto quotidiano è importante. Questo mondo e le sue risorse sono un dono importante che il Signore ci dà, ma non è personale, lo ha donato a tutti. A chi è venuto prima e a chi verrà dopo di noi. E abbiamo il dovere di custodirlo.

Mi porto anche a casa l’aver imparato a stare. Io che avevo l’ansia di fare. Ed è bello che questa cosa ritorna in tante testimonianze di altri missionari. Anche se qua tutto ci spinge e ci affanna a fare, a produrre, a riempire agende. Ma quanto questo ci allontana da chi ci è più prossimo?

Ecco perché è importante lo stare e il dedicare tempo. Una bella poesia di Elli Michler augura il tempo. Io penso che il Signore con la missione mi abbia voluto proprio fare anche questo regalo, il regalo del tempo.

Dentro il cammino della missione che Il Signore mi ha chiamato “per caso” a compiere sono arrivati tutti questi bellissimi doni. E ora, qua, a quattro mesi dalla missione, bisogna prima di tutto non scordarsene e affidarsi a Dio Padre Onnipotente e Buono per farli fruttare secondo la Sua Volontà!

GM: chi è agli inizi…

Dopo il primo incontro, tenutosi a Novembre, il corso di formazione “Giovani & Missione” ha da poco vissuto il suo secondo appuntamento.

I 16 partecipanti, accolti a s. Maria degli Angeli dalle Suore Francescane Missionarie di Gesù Bambino, hanno condiviso momenti di ascolto e riflessione sostenuti dalla preghiera e…

dai manicaretti dell’impareggiabile Adriana (coadiuvata per l’occasione da Martina e Pietro, che hanno così voluto “restituire” quanto ricevuto lo scorso anno).

 

 

 

 

 

La prima sera, in particolare, Giorgio ci ha condiviso la sua esperienza di conversione e ricerca vocazionale, che lo ha portato a sognare una modalità missionaria poi realizzata insieme a Marta, nel frattempo divenuta sua moglie.

Il giorno seguente la prof.ssa Simona Segoloni Ruta, docente di Ecclesiologia presso l’Istituto Teologico di Assisi, ci ha aiutato a conoscere e comprendere i modi in cui, lungo i secoli, la Chiesa ha pensato e vissuto la propria missionarietà.

Sabato sera, invece, il gruppo si è spostato ad Assisi “alta”, presso il Santuario della spogliazione, per assistere al musical “Francesco e Chiara d’Assisi” dell’Associazione culturale e di volontariato Lolek, rappresentato a favore di Aiuto Bambini Betlemme.

 

Arrivederci a tutti tra un mese!!!

 

 

 

Natale al Banco alimentare

Cari amici, è bello vedere i frutti della vostra generosità!

Il MASP, infatti, ha potuto organizzare un bel pranzo natalizio con alcune delle famiglie che, grazie a voi, aiutiamo con i prodotti del Banco alimentare di Almaty.

Al termine, Silvia e le altre operatrici hanno voluto rendere “tangibile” la vostra presenza anche attraverso una frase che è stata donata a tutti i partecipanti: “il senso del Natale è che non siamo più soli”.

A quanto ci hanno scritto è stato davvero un bel momento di festa: i volontari hanno preparato il pranzo con molta cura e i giochi con molta fantasia e le famiglie erano contentissime!

Grazie di cuore!

 

La storia di Chidé

Dio e suo figlio san Francesco d’Assisi mi hanno dato tutto ciò che ho e questo attraverso un uomo eccezionale. La mia storia non ha in realtà molti ricordi, visto che praticamente non ho mai vissuto con i miei genitori e quindi non saprei cosa dire di loro per potervene parlare. Quel poco che so e che mi hanno raccontato, ve lo dirò.

La storia comincia il 15 luglio 1994 a Brazzaville, quando mio padre morì. Morto dunque prima della mia nascita, non so niente di lui, non ho neanche una foto per poterlo immaginare… poi, il 30 luglio dello stesso anno, nacqui io, vivendo con mia madre che faceva tutto per me, tutto ciò che ha potuto fare fino alla sua partenza per il cielo… ero così piccolo che non ricordo neanche la data esatta della sua morte, ma penso tra il 2004 e il 2005.

Non è una storia né felice né divertente da ascoltare… mio padre morì e siccome nella cultura africana dopo la morte dei genitori qualcun altro avrebbe dovuto occuparsi di me e di mia sorella, per grazia di Dio andammo a vivere dai nonni.

Io piangevo tutto il giorno, ogni giorno perché non riuscivo ad accettare di non avere più dei genitori, sperando di poterli rivedere un giorno… ma purtroppo, niente… e dunque mi ritrovo in questa storia con mia sorella (più grande di me) vivendo entrambi con i genitori di mio padre, dunque i miei nonni. La vita da quelle parti non era molto semplice, in quanto già a sei anni dovevo da solo cercarmi da mangiare e da vestire perché nessuno poteva procurarsi qualcosa se non se la cercava da se stesso… una vita senza speranze di avvenire…

A quei tempi cominciavo la scuola, a scrivere le prime lettere, finché una delle mie zie, venne a prendermi perché io potessi vivere con lei, ma siccome da lei era peggio, tornai a stare con i nonni. Non riuscii a passare gli esami delle elementari perché non c’era nessuno che mi aiutasse a scuola e non avevo né libri né quaderni degni di questo nome. Per questo, mia nonna, d’accordo con un frate francescano, chiede se i frati in qualche modo avessero potuto aiutarmi. Fu così che mi misero in contatto con padre Adolfo del centro Ndako ya Bandeko e, accolto al centro all’età di 14 anni, è lì e solo in quel momento che la mia storia – posso dire – comincia per davvero.

Qui una nuova vita mi attendeva, la scuola innanzitutto. Ripensandoci oggi posso dire che sembra strano… ma è vero: Dio non ci lascia mai soli, neanche quando pensiamo che ci abbia tolto ogni cosa, tutto ciò che abbiamo di più caro… in realtà a Ndako ya Bandeko, Dio mi offriva qualcosa di più e questo qualcosa è la stessa casa, un luogo fatto di persone, una grande famiglia dove mi sentivo veramente a casa: si, Dio mi aveva dato molto di più.

Ricominciai la scuola e a sorpresa, in breve, superai gli esami delle elementari. Ma la famiglia non voleva che vivessi in un centro di accoglienza malgrado le loro difficoltà economiche. Pensavano forse che fosse un insulto ai miei genitori morti il mettermi in un centro del genere e alla fine mi hanno fatto ritornare da dove venivo. La vita si manifestava ancora più difficile per me. Vero è che il centro continuava ad occuparsi di me a distanza pagandomi la retta per la scuola e dando un sostegno alla famiglia per la mia alimentazione.

Facevo ogni giorno almeno sette kilometri a piedi per andare a scuola, poi bisognava traversare in piroga un fiume… questo perché nel mio quartiere non c’erano scuole medie… la sorella di mia nonna decise allora di farmi restare in un altro quartiere vicino a scuola, ospite in casa loro, ma le difficoltà non facevano che aumentare e chiesi di poter ritornare a Bandeko, dicendo che lì sarei stato molto più a mio agio.

In effetti, rientrato a Bandeko, visto che ero già grande, mi proposero la scuola professionale dai salesiani. Mi piacque molto e sono diventato saldatore e tornitore professionale nello spazio di due anni, facendo anche degli stages nelle imprese che sono in città e poi mi diedero anche un certificato di studi professionali e io ne ero veramente fiero. Dopo i Salesiani, l’impresa stessa mi propose un lavoro da loro ma io sentivo che dovevo continuare gli studi e così mi rilanciai perché avevo la speranza di poter diventare un giorno un intellettuale, un uomo con una certa cultura, capace di fare grandi cose nella vita, di sperare di  uscire dalla miseria della mia famiglia. I miei genitori in effetti non erano andati a scuola e nessuno in realtà in tutta la famiglia, a mia conoscenza, aveva fatto degli studi al di là delle elementari… nessuno sembrava avesse voluto osare andare un po’ più lontano. In questa famiglia di quasi analfabeti c’era per me la possibilità di fare altro e soprattutto in quei momenti avevo una grande ambizione, quella di diventare un francescano… ambizione che purtroppo si rivelò essere solo un sogno.

Mi rilanciai negli studi e feci degli sforzi notevoli per recuperare iscrivendomi agli esami di terza media. Purtroppo le cose non vanno sempre come si spera e a causa dei miei sbagli ho dovuto lasciare il centro e sono tornato a vivere dalle parti della nonna e di mia sorella. Peccato che non riuscissi a trovare neanche un lavoro, non vedevo via di uscita… avevo un gran desiderio di casa, provai a prendere in affitto una piccola abitazione (due metri per due di lamiere a 3 euro al mese) dove vivevo solo… ma stavo male e non avevo mai la certezza di poter mangiare ogni giorno.

Dopo sei mesi contatto ancora fr Adolfo per poter tornare a Ndako. Era la mia ultima chance per far avanzare i miei studi e in più io sapevo che era quella la mia vera casa. Quanto sentivo la mancanza di quella mia famiglia… fui accettato ancora e fr Adolfo mi propose un lavoro in una impresa portoghese che si occupava di costruzioni di cui aveva appena conosciuto il capo del personale, ma io gli spiegai che il mio sogno era quello di continuare gli studi. Così ripresi gli studi e dopo gli anni necessari, riuscii ad avere il mio bel diploma: Dio ci dà sempre ciò di cui abbiamo bisogno anche se in realtà non sempre noi sappiamo che cosa è importante per noi. A volte non sappiamo neanche cosa vogliamo dalla vita…

A questo punto una grande paura si installa in me: che fr Adolfo un giorno potesse rientrare in Italia per sempre… e anche se alla fine il momento è arrivato, non mi ha mai fatto sentire abbandonato: con il suo aiuto penso di integrare l’Università in psicologia, soprattutto perché qui la gente è molto superstiziosa, le malattie sono considerate conseguenza della stregoneria e tutto questo per me era (ed è) inaccettabile e ingiusto. L’ignoranza è inaccettabile e ingiusta. Mi fa male vedere le persone perdere la ragione a causa di malattie soprattutto psicologiche. Per questo avrei voluto fare gli studi in psicologia, anche se non mi sentivo molto forte per affrontare questo tipo di studi. Purtroppo il mio paese non aiuta i giovani e non favorisce gli studi: ho fatto subito esperienza di un lungo periodo di sciopero all’Università pubblica e così mi fu data la possibilità di inserirmi in una struttura privata anche se ho dovuto cambiare completamente il campo. Era necessario per non perdere altro tempo. Lo sciopero ha già portato altre volte a fare interi anni bianchi.

Così oggi studio scienze delle risorse umane e sono contento. Poi lo faccio in una università privata e riconosciuta (l’unica non statale riconosciuta dal governo). Adesso posso dire che la mia vita trova il suo vero senso di marcia e l’opportunità di prendermi finalmente in carico un giorno, comincia a presentarsi. Dio mi ha fatto grazia… per davvero! Oramai non penso più a questo passato di alti e bassi che è dietro di me: penso piuttosto a questo presente che mi mette il mondo davanti. L’università che ho sognato da quando ero bambino è qui, di fronte a me.

Considerando la distanza dell’università dal centro, sono ancora stato aiutato: con alcuni dei miei fratelli che sono anche loro all’università, abbiamo lasciato Ndako e abitiamo in un piccolo ma decoroso monolocale vicino a scuola. E quindi anche qui non sono solo. Sono con i miei fratelli di Ndako ya Bandeko: un’altra grazia per non restare da solo. All’inizio avevo tanta paura di lasciare il centro, ma oltre la distanza, anche il fattore età non mi permetteva di restare ancora a lungo laggiù… a casa mia.

Questo nuovo mondo era un po’ difficile all’inizio, tutto era nuovo: scuola, vita… ma come sempre non posso che dire grazie a Dio. Un frate francescano mi diceva sempre: “Chidé, tutto è grazia”. Oggi non posso che dargli ragione: tutto è grazia e Dio non ci abbandona mai e ci ama sempre attraverso delle persone come quelle che ho incontrato. Non ho molte parole per esprimere il mio grazie e mi ci vorrebbe un lungo elenco per dire tutto il bene ricevuto.

Grazie, ai frati e alle loro opere, e grazie a tutte le persone che non ho conosciuto e che forse mai conoscerò, ma che aiutano i frati a fare tanto bene in ogni parte del mondo: quanto è buono Dio! Che Lui stesso vi benedica.

Chidé.

Da Taldykorgan ad Almaty… la mano si allunga!

Con la nuova destinazione e i nuovi incarichi assegnati a fra Luca, anche il Progetto “Qua la mano” ha attraversato una fase di assestamento, per cercare di rispondere all’attuale situazione e alle nuove esigenze che si sono presentate.

Ecco a voi la versione aggiornata (la scheda completa è scaricabile qui).

 

Il progetto Qua la mano nasce nella parrocchia cattolica di Taldykorgan (per poi svilupparsi anche in quella di Almaty) a partire dalla consapevolezza delle condizioni di profondo disagio in cui vivono molte persone che abitano nei villaggi circostanti. I bambini sono tra i soggetti più colpiti e spesso non hanno un’istruzione a causa di scuole troppo distanti da casa o professori che non se ne prendono abbastanza cura. Le famiglie poi, a causa dell’estrema povertà, versano in condizioni molto difficili e sono impossibilitate a garantire ai figli un ambiente sereno dove vivere.

Il progetto nasce con la precisa volontà di offrire un aiuto concreto alle famiglie in difficoltà, ma anche a singole persone. Le attività che si vogliono realizzare consistono in visite domiciliari alle famiglie e nella collaborazione con esse per la gestione dei vari aspetti del loro quotidiano. Inoltre accompagnare le persone che si lasceranno aiutare nei percorsi di sviluppo, integrazione sociale, studio, lavoro e relazioni con le istituzioni statali, sanitarie e di altro genere.

Tutto questo vuole essere reso possibile mettendo al centro di ogni progetto la persona umana all’interno dei suoi legami più stretti (famiglia) ed estesi (comunità). Ogni persona e ogni comunità, infatti, rappresentano una risorsa potenziale che ha bisogno di essere valorizzata e apprezzata.

L’approccio può essere riassunto nel “fare con” le persone, partendo dal rapporto con coloro cui il progetto si rivolge e costruendo con esse una via percorribile di sviluppo umano. Qualsiasi progetto di sviluppo deve sostenere l’aggregazione di individui e comunità, riconoscendo e valorizzando l’associazione di corpi intermedi e di un tessuto sociale ricco di partecipazione e di corresponsabilità.

Il progetto ha molteplici obiettivi da realizzare, tutti volti al miglioramento delle condizioni di vita delle persone in difficoltà.

Obiettivo basilare è quello di aiutarle a prendere coscienza del loro essere persona umana a partire dai più elementari bisogni (pulizia personale, dell’abitazione, regole alimentari…).

Fondamentale, inoltre, è aiutarli a sanare e regolare le relazioni tra i membri della famiglia. Devono essere informati circa i diritti del cittadino ed educati ai doveri sia nei confronti della famiglia che dello Stato.

I volontari di Qua la mano collaborano alla ricerca di un lavoro che possa sostentare la famiglia ed educano all’amministrazione del denaro anche per mezzo di piccoli crediti, chiedendo, secondo le possibilità e i tempi, di restituire i soldi ricevuti per aiutare altri in difficoltà.

Ulteriore obiettivo è quello d’invitare le persone aiutate ad incontrarsi e relazionarsi con le persone che frequentano la Parrocchia in diverse attività (sport, doposcuola, lavori manuali…) per conoscere realtà diverse da quelle di provenienza e favorire l’integrazione sociale di categorie marginali. Ma l’aiuto è reciproco: i parrocchiani spesso sono assolutamente ignari dell’esistenza di persone così al limite del degrado e che invece, proprio per questo, possono aiutarli a rendere più attiva e concreta la loro fede.

I beneficiari sono persone in gravi difficoltà sociali ed economiche della zona di Taldykorgan, incontrate lungo il cammino o che vengono presentate man mano, con particolare attenzione ai minorenni specialmente se portatori di handicap. Giovani senza possibilità di costruirsi un futuro (istruzione e/o lavoro).

Dal 2016/17, inoltre, un numero crescente di famiglie di Almaty (inizialmente 10, ora ben 35) che, in collaborazione con il MASP (ONLUS di CL), cerchiamo di sostenere con un aiuto minimo mensile. Interessante è il fatto che in questo progetto siano coinvolti alcuni giovani che in passato hanno ricevuto da noi un aiuto e che ora, ormai avviati nel mondo del lavoro, aiutano noi nella distribuzione degli aiuti e nella visita alle famiglie.

Il progetto s’impegna quotidianamente nel cercare di rendere migliore la qualità della vita delle famiglie più in difficoltà. Lo fa educando i membri al rispetto e alla cura di se stessi e degli altri. Dalla cura personale al rapporto con le istituzioni e alla ricerca di un lavoro, i volontari del progetto permettono a queste persone, senza speranza e senza prospettive, di uscire dal loro isolamento sociale.

Questo crea un meccanismo positivo di maggiore fiducia in se stessi, negli altri e nel futuro. Le persone hanno la possibilità di avere un impiego e questo non può che avere ripercussioni concrete sull’economia locale. I bambini inoltre possono studiare e stare con altri della loro età facendo esperienza di amicizia e di crescita umana. I più giovani rappresentano il futuro e investire su di loro significa investire sulle possibilità di una comunità intera. Inoltre il progetto coinvolge un numero crescente di attori implicati sul campo, sia pubblici che privati, sia locali che internazionali, al fine di rispondere ai bisogni implicati.

Non importava ciò che io facessi ma che io trascorressi tempo con loro

Tante son le cose belle e che vorrei raccontare della Bolivia ma la cosa a cui penso per prima quando devo parlarne son gli occhi dei bambini che ho incontrato.

Nel mese in Bolivia io e Martina, l’amica-sorella con cui sono partita, siamo state in diverse zone, dal centro della città super caotica alle case di fango e legno costruite nel deserto.

Ammetto che all’inizio ho avuto difficoltà a comprendere un popolo molto lontano dal nostro, con le loro abitudini, la loro cultura e le loro usanze, ammetto che forse all’inizio ho avuto occhi giudicanti e vedevo solo ciò che di brutto c’è. Dopodiché ho iniziato a “vivere” i bambini delle case di accoglienza in cui eravamo.

E loro davvero mi hanno fatto innamorare e mi hanno insegnato tanto. Ho conosciuto bambini che nonostante le storie assurde e strazianti erano sempre sorridenti, pronti ad accoglierti a braccia aperte, che si mostrano così come sono, puri ed incontaminati. Credo che in un mese non ho mai sentito un loro lamento, un loro piagnucolare per qualcosa che gli mancava. Li ho visti invece condividere ogni loro gioco o qualsiasi altro oggetto, li ho visti aiutarsi, difendersi l’un l’altro e fare gruppo, li ho ascoltati mille volte dire “grazie” per ogni minima cosa che noi facevamo, dal preparare la pasta all’aiutarli a vestirsi.  Ed è in questo modo che mi hanno dato la testimonianza vivente dell’insegnamento di Cristo. Vivere senza pretese, senza aspettare qualche ricompensa da non so chi, vivere rendendo grazie per quello che si ha, senza paragonarsi a chi “sta meglio” (secondo qualche criterio poi?) e ringraziando per ogni dono che dall’altro viene. Vivere senza nessun legame materiale, difatti quel poco che avevano erano sempre pronti a donarcelo.

Nei primi giorni sentivo la necessità di “fare” qualcosa per poterli aiutare; ma ai giorni in cui non avevamo un attimo per risposare tra le mille cose da fare si alternavano altri in cui non c’era l’apparente necessità di aiuto e quello creava un’ansia assurda, la paura dello star a perdere tempo, del non concludere nulla. Ma anche in questo i bambini mi hanno dato un grande insegnamento: quei piccoli mi hanno fatto capire che a loro non importava ciò che io facessi ma che io trascorressi tempo con loro, allora siamo stati al parco, siamo stati in giardino a giocare e vedevo che quello era la cosa che più li rendeva felici, era ciò che loro più desideravano e quindi era proprio il modo migliore per amarli.  Da questo ho capito che missione non è fare, missione è donarsi, totalmente e nel modo che l’altro desidera e di cui necessita. Non seguendo i miei preconcetti e schemi sul come fare la buona volontaria ma capendo bene come loro volevano essere amati. Alcuni avevano bisogno di abbracci, altri di un aiuto a lavarsi e vestirsi, altri semplicemente che io fossi seduta accanto a loro. Per altri era importantissimo fare qualcosa per me, da un disegno o un bracciale e da quel momento ho iniziato anche a gustare il loro amore, e ne ho ricevuto veramente tanto. Ho capito che loro non solo avevano bisogno di qualcuno che desse loro delle attenzione ma anche qualcuno a cui poter dare il loro amore.

 

Altri ricordi che porterò sempre con me saranno i volti dei vari missionari italiani incontrati, Francesco, Maria, padre Tarcisio, Suor Grazia e tanti altri. Ho visto volti così stanchi ma occhi cosi luminosi da fare invidia, ho invidiato la loro gioia, il loro grande amore e il loro coraggio di abbandonare le loro certezze per abbandonare se stessi all’altro.  Loro sono quelli che alla fine mi hanno fatto anche apprezzare quella cultura cosi lontana dalla mia, perché mi hanno insegnato il loro modo di guardare e di approcciarsi agli altri, mi hanno fatto capire che nessuno può pensare di vivere nel modo migliore, mi hanno fatto vedere i tanti aspetti belli di quel posto, il forte senso di comunità, rispetto per lo “straniero”, la loro capacità di dedicare ancora tempo alle relazioni, di vivere e non solo fare.

Il post missione ha portato con sé una forte solitudine, paura di aver visto e ricevuto tanto ma doverlo impacchettare e metterlo nei ricordi, finché ho capito che alla fine se ho ricevuto la grazia di vivere quest’esperienza è perché Lui vuole che questo approccio missionario alla vita io possa averlo sempre e in ogni luogo. Che quell’attenzione all’altro, quello sguardo diverso che m’hanno insegnato diventino parte di me. Si è missionario nello spirito e non in base al luogo in cui si è.

 

Ambra (qui le sue sensazioni prima della partenza)