Lui è fedele alle sue promesse e non alle mie aspettative

Bolivia, 22 luglio – 29 agosto 2016

Non sono necessarie tante parole per descrivere la mia esperienza in Bolivia, ne basta solo una: GRAZIA! Questa semplice parola racchiude in sé tutto, perché è stato voluto da Lui sin dall’inizio. Non avrei mai pensato di propormi per una esperienza simile, eppure durante un incontro con il mio direttore spirituale, lui stesso mi ha consigliato di iscrivermi al percorso Giovani e Missione organizzato dai frati minori delle province della Toscana, dell’Umbria, del Lazio e delle Marche. Così ho iniziato a fidarmi di Lui e sono andata al primo incontro. Chissà cosa mi aspettavo dall’idea di missione, ero già pronta per partire con lo zaino in spalla, ma quelle giornate hanno rimesso in gioco tutti i miei pensieri e le mie aspettative: “il missionario ha gli occhi di un pellegrino. La missione è lo stile di vita di un cristiano, è il primo compito della Chiesa e si è missionari sempre ed in ogni luogo e questo percorso non porterà necessariamente ad una partenza”. Non avevo mai riflettuto sul fatto che io sono missionaria sin dal battesimo: che grande responsabilità!! Ma poi pensavo anche: “ma come non si parte? Questo percorso non serve per prepararsi ad una partenza? Non ci dicono cosa fare, cosa portare, cosa dire?”. Ma dalla domanda “PERCHE’?” sono passata a dire: “TU SAI!” e nell’incertezza e senza sapere per quale motivo mi aveva chiamata a questa cosa, ho continuato a fidarmi ed ho partecipato al secondo incontro. Anche questa volta mi ha chiamata a rimettere in discussione le mie idee ed a riflettere: “cosa deve fare un missionario e che cosa annuncia? La missione di un cristiano è quella di portare la logica della croce, che è amore. Non vado a portare nulla, se non la mia esperienza di fede. E la missione è urgente, guai a me se non annunciassi il Vangelo ai miei fratelli! Dal momento in cui ho incontrato Cristo nasce la responsabilità, la chiamata ad annunciarLo e condividere generosamente il bene che ho ricevuto come dono, perché l’altro ha bisogno, come me, della Sua Salvezza”. Così dal “TU SAI!” ho iniziato a chiederGli: “PER COSA?” e mi sono messa in pieno ascolto perché il terzo incontro era decisivo, era il fine settimana della risposta alla chiamata, quella di partire o di restare.

Ero pronta a dare la mia disponibilità ma Lui mette nuovamente in discussione la mia decisione. “Ma se ho fatto discernimento un mese intero, ora mi dici che non va bene?”. I quei giorni mi ha portata a riflettere e capire che il SI era frutto di un mio percorso, non avevo messo Lui al centro di tutto. Alla fine sono arrivata a dare lo stesso la mia disponibilità, ma questa volta nella Verità, con Lui. Mi ha portata a capire che non si è mai pronti al 100% ad essere missionari ma il Suo desiderio si unifica al nostro in missione, l’intuizione della chiamata si purifica vivendo il mandato. Perciò andiamo, mi fido! Ed in quel momento la domanda sorgeva spontanea: “DOVE ANDRO’?”. Ancora una volta misi davanti le mie certezze e le mie sicurezze: “parlo abbastanza bene la lingua francese, la missione per eccellenza è li, perciò non ho dubbi, andrò in Africa! Posso già iniziare a preparare tutto, tanto sono sicura, IT’S TIME FOR AFRICA!”.

Arrivò così il momento più atteso, quello del mandato in Porziuncola, luogo tanto caro a San Francesco, da dove ha inviato i primi fratelli a portare l’annuncio di salvezza in tutto il mondo. Ora anche io, come loro, stavo per essere mandata dalla Chiesa e chissà con chi. Ci siamo… “Eleonora, la Chiesa ti manda ad annunciare il Vangelo in ……….. Bolivia!”. “BOLIVIA???? Ma dove si trova??? Ma non dovevo andare in Africa??? Ma se io non ho mai studiato lo spagnolo, non potevi mandarmi in Africa? Ma che c’è in Bolivia? No, non dovevi farmi questo!! Non dovevi proprio farmelo!!”. Ebbene si, si era divertito nuovamente con me a far cadere le mie certezze e sicurezze e mi aveva destinata alla missione in Bolivia con Adriana ed Anna, perché Lui è fedele alle sue promesse e non alle mie aspettative e mi dice: “Lo so, ti aspettavi una destinazione completamente diversa, dove pensavi di poter contare sulle tue forze e sulle tue conoscenze, ma li sarebbe stato troppo facile! Invece ti mando in Bolivia e vedrai quanta bellezza nel trovarmi li dove non ti aspetteresti mai!”.dscn0601_1

Come potergli dire di no, dopo tutto era stato Lui a condurre il gioco fino ad allora, non mi rimaneva che abbassare definitivamente tutte le mie difese e rinnovare la mia disponibilità. MI FIDO E MI AFFIDO!

Con questa consapevolezza mi sono preparata per partire, cercando di liberare il mio cuore da tutti quei pregiudizi che mi portavano a pensare alla Bolivia come una terra “anonima”, dalle false aspettative di tornare diversa (perché si sa, la missione ti cambia la vita, lo dicono tutti!!), dall’illusione di andare li e fare chissà cosa di straordinario… avevo preparato il mio cuore eppure quante aspettative c’erano ancora che non vedevo.

Arrivai finalmente in Bolivia pronta a fare, a mettermi al servizio, a stare con i bimbi e invece non ero arrivata neanche da 3 giorni che già si parte… destinazione Tarija e poi Chaco boliviano. Di nuovo in aereo, di nuovo valigie. “Ma come, sono venuta qui per portare e fare e invece mi metto in viaggio? Ma cosa andiamo a fare? Cosa ci sarà mai da fare li? Ma non sono venuta per stare con i bimbi dell’hogar a Santa Cruz?”. Ed invece Tarija è stata una tappa fondamentale per me. Poco il tempo trascorso li con Padre Diodato, un frate toscano con più di 80 anni, costretto da qualche anno a stare su una sedia a rotelle, con difficoltà motorie e di dialogo, eppure con un cuore grande ed una forza d’animo che lo tengono più attivo che mai. Avrebbe voluto fare tutto con noi, anche viaggiare, perché la sua fede lo porta a voler fare molte cose, tanto da avere le forze di regalarci un suo libro autobiografico e scriverci una dedica. Tarija, come pure i giorni trascorsi in foresta, mi sono serviti anche a capire cos’è la Bolivia per la Chiesa, come è iniziata l’evangelizzazione, cosa è stato fatto, cosa si fa e cosa si vuol fare. Tanto è stato fatto dai missionari, tanto si fa ancora adesso e tante idee nuove da voler portare a termine.

Il Chaco mi ha messa KO fisicamente e spiritualmente, sono stata molto provata, ma non mi sono arresa, ero li e ci dovevo stare. Io che credevo di andare li per servire mi sono ritrovata a sentirmi inutile perché il mio ruolo in quel momento era quello di STARE. Non ero stata chiamata a fare ma ad osservare ed ascoltare perché questo momento di stasi mi è servito ad apprezzare la Bolivia, la mia destinazione, il mio mandato.

Nel periodo trascorso nel Chaco i missionari incontrati sono stati di grande testimonianza. Dai consacrati ai laici, ognuno con una forte fede che li ha spinti a lasciare tutto e a vivere la loro vocazione missionaria. Ognuno è missionario nel proprio quotidiano ma c’è chi è chiamato dal Signore a vivere la propria vocazione nei popoli stranieri e loro hanno detto SI, lo rinnovano quotidianamente chi da più di 40 anni chi da 10 o meno e lo fanno incarnandosi nei fratelli, che non si tratta di imposizione e di mettersi in una posizione superiore, ma di affiancarsi a loro, di uniformarsi a loro, di vivere come loro, di parlare la loro lingua e testimoniare la misericordia di Dio semplicemente con la presenza, con lo stare, con l’esserci. Cristo va annunciato con gioia e non con proselitismo, perché se si ha il Signore nel cuore si profuma di bello e l’altro se ne accorge ed è attratto da questa bellezza e quindi da Dio.

Con grande stupore e meraviglia ci siamo ritrovati a vivere la festa del Perdono di Assisi a Camiri, nel convento di Santa Maria degli Angeli. Abbiamo marciato con i marciatori boliviani ed è stato un momento di forte riflessione. Nel 2014 ho partecipato alla marcia francescana che mi ha regalato molto e quest’anno pensare di non poter partecipare nuovamente all’arrivo dei ragazzi in Porziuncola mi dispiaceva molto. Ma il Signore mi stava chiamando a vivere l’estate in maniera differente e nonostante ciò ha realizzato il desiderio che avevo e mi ha fatto marciare per gli ultimi 10 km con i marciatori boliviani. Quanta bellezza vedere tanti giovani con l’entusiasmo che avevo io marciando, con la stessa gioia, forza, grinta e fede… colori diversi, abbigliamenti opposti, ma figli di uno stesso padre senza nessuna differenza… l’arrivo era sempre lo stesso: la misericordia del Padre. Questa esperienza mi ha portato a pensare che la Bolivia non è distante, il fratello non è diverso da me, la diversità in fondo non esiste perché l’altro è il mio specchio.

Nel tempo in cui siamo stati nella zona del Chaco abbiamo avuto modo di conoscere da vicino il popolo Guarani. Due parole che racchiudono un po’ lo spirito di queste persone è ACOGIDA e COMPARTIR, accoglienza e condivisione, perché nonostante fossimo degli sconosciuti, siamo stati trattati davvero come dei membri delle comunità ed accolti come fratelli all’interno delle comunità dove hanno condiviso con noi quelle poche cose che avevano, dal cibo agli oggetti che avevano nelle loro umili abitazioni. Ad esempio una sera, arrivati nella comunità di Isoso dopo molte ore di viaggio, veniamo accolti dalle donne che ci mostrano fiere il loro artigianato. Quel poco denaro che hanno lo guadagnano lavorando minuziosamente al telaio tappeti, borse ed amache. Dietro quel semplice oggetto c’è tutta la passione, la pazienza e l’amore di quelle donne che sedute davanti casa o raccolte attorno ad un piccolo fuoco con su il pasto del giorno, accarezzano quei fili per farne venire fuori un’opera unica. Dopo aver visto il loro lavoro ci hanno accompagnato nella scuola del paese (composta solamente da due stanze) nel quale avevano posizionato dei letti per farci trascorrere li la notte. Quanta tenerezza negli occhi di due bambine che in previsione del freddo notturno ci hanno offerto le loro coperte. Loro, piccole bimbe, che offrono le loro coperte personali a noi!! E poi a cena e a colazione per farci sentire a nostro agio hanno portato fuori casa un piccolo tavolo dove noi avremmo consumato il pasto da loro preparato e condiviso. Non sapevo che la loro abitudine è quella di mangiare attorno al fuoco e non seduti a tavola, però per quel poco che potevano ci sono venuti incontro facendoci sentire accolti e a casa. Quelle coperte e quel tavolo sono stati per me segno di gratitudine e di amore gratuito verso il fratello, anche se straniero e sconosciuto. Questo mi ha portata a riflettere su come nonostante ci siano 32 differenti etnie in Bolivia, tra di loro c’è solidarietà, fratellanza, accoglienza, incontro, unione, condivisione ed uguaglianza. Quanto sarebbe bello se facessimo nostre queste parole, se le vivessimo anche noi nell’accoglienza dell’altro, senza tenere conto del diverso colore della pelle, della religione, della lingua, della storia, della identità. Se capissimo davvero che nell’amare il fratello si ama Cristo tutto avrebbe un altro sapore, tutta la nostra vita sarebbe piena di colori e di incontri che ci arricchiscono.img_0119-1

Diverse le realtà viste nel Chaco e molte le persone conosciute che mi hanno lasciato tanto anche con poco: laici e consacrati che dedicano la loro vita al fratello con l’aiuto del Signore, bimbi cresciuti prima del tempo ma che non hanno perso la spensieratezza, il gioco ed il sorriso dei loro coetanei, donne anziane ospitate in una casa di riposo, adolescenti e adulti disabili che vengono accolti in una struttura per dar loro dignità ed affetto, ragazzi con problemi di droga o di alcol che vivono assieme ad un educatore della Comunità Papa Giovanni XXIII e che vengono rieducati attraverso lavori manuali e assistenza psicologica. A tutti loro non so cosa ho lasciato, ma devo dire semplicemente GRAZIE perché sono stati loro a lasciare molto a me, quel mio essere turista mi ha resa pellegrina e consapevole del mio essere li.

Ma l’avventura era solo a metà perché dopo il Chaco siamo tornate a Santa Cruz dove ci si iniziava a “sporcare” le mani mettendoci al servizio dell’altro. Quanta paura al rientro in città: “io che con i bambini non ci so proprio fare, che non ho pazienza più di un’ora con loro, come farò a sopravvivere due settimane?! Cosa gli faccio fare? Cosa mi inventerò? Come passerò il mio tempo con loro? Si stava tanto bene nella foresta! Spendersi per l’altro richiede fatica ed io voglio STARE e non FARE! Due settimane sono lunghe, non ce la farò mai!”. Questi pensieri mi hanno accompagnata per un paio di giorni fino a quando non abbiamo iniziato concretamente a vivere con i bambini. Io che mi preoccupavo di non sapere cosa fare non dovevo fare assolutamente nulla perché non erano i bimbi a dover entrare nella mia vita, ma io nella loro. Io dovevo semplicemente entrare nel loro quotidiano, nelle loro giornate, nei loro ritmi. Ancora una volta ero chiamata a STARE e non a FARE.

Il mio stare in Bolivia è stata una esperienza molto forte ed arricchente che non mi rende né straordinaria né tanto meno coraggiosa, e non mi sento neanche una missionaria, perché la vocazione missionaria va vissuta incarnandosi nei fratelli vivendo con loro molto più di un semplice mese. Io ho solamente risposto ad una chiamata che mi ha portata a vivere una esperienza di missione, ma non una missione ad gentes. Andare li mi è servito per poter vivere la mia missione quotidiana qui nel mio piccolo, nella mia famiglia, nelle mie amicizie, nelle mie relazioni. La missione è andare, tornare e ripartire, ma questo se il Signore lo vorrà perché, come ha condotto il gioco per tutto questo tempo, continuo a lasciarlo fare, a fidarmi del suo progetto e non delle mie aspettative e tutto avrà un gusto ed un sapore diverso.

La Bolivia è nel mio cuore, ora e sempre, e c’era già prima ancora di partire e questo il Signore me lo ha fatto capire piano piano, fino a condurmi direttamente li. E di questo gli rendo grazie e lode!!

 

Eleonora Faiazza

“Siempre bajo el mismo cielo… siempre en los brazos del mismo Padre”

“Sempre sotto lo stesso cielo… sempre tra le braccia dello stesso Padre”

25 luglio – 29 agosto 2016, Bolivia

 

“Il rientro sarà tosto” mi dicevano…io non pensavo, e invece, è proprio così.

Sono tornata da poco più di una settimana dalla mia missione, dalla mia BOLIVIA, eppure è ancora tutto così strano: camminare per le strade vuote e silenziose senza sentire il sottofondo della musica latino-americana che ti rallegra la giornata, img_0010passeggiare senza dover fare gli slalom tra i venditori ambulanti, sedermi a guardare la tv su un divano da sola e non su un tappeto con tanti altri bimbi, e ancora…uscire dalla stanza e non essere sommersa dall’affetto di chi non aspetta altro che TU esca dalla stanza pronta per stare in mezzo a loro, che in non più di un nano secondo, ti dimostrano con la loro ingenua semplicità quanto tu sia prezioso ai loro occhi solo perché sei LI’, con loro.

Ma perché la missione? Perché la Bolivia?

A novembre dello scorso anno, su consiglio del mio padre spirituale, in merito a un mio desiderio di approfondire la tematica della missione, ho iniziato il cammino “Giovani & Missione” a Costano, promosso dai frati della Toscana, Marche, Umbria e Lazio ed articolato in 4 week end. Durante questi incontri ci si mette in gioco e in discussione in prima persona e con il Signore, cercando di fare luce sul proprio desiderio in merito ad un’esperienza di missione e cercando di capire la Sua volontà, attraverso un buon discernimento e mettendosi in ascolto. Al termine del cammino, c’è la possibilità di dare la propria disponibilità per vivere un’esperienza di missione e così è stato per me e per altri miei fratelli: lo scorso 19 marzo in Porziuncola, ad Assisi, abbiamo ricevuto il mandato missionario ed io, insieme ad Eleonora e Adriana sono stata destinata alla Bolivia, con Fra Beppe, la nostra “botte di ferro”.

Siamo atterrati a Santa Cruz de la Sierra il 26 luglio, dando così inizio alla nostra missione ad gentes. I primi dieci giorni siamo stati nel chaco, (la foresta): accompagnati da volontari e abitanti del posto, abbiamo avuto la possibilità di conoscere diverse realtà: abbiamo visitato Gutierrez, dove Padre Tarcisio ha fondato una casa e un’università con ben quattro facoltà, in cui vengono accolti i ragazzi che intendono studiare e allo stesso tempo fare vita comune; abbiamo visitato San Nicholas, dove in questi anni è stato realizzato un pozzo per far sì che al villaggio arrivasse l’acqua necessaria per vivere; siamo stati al villaggio di Guyrayurarenda, dove grazie ad un altro progetto è stata costruita una cappellina per la preghiera e per celebrare la S. Messa; siamo stati a Ivo, ospiti da Maria Vaccaro, una laica che gestisce e si prende cura dei bimbi di un villaggio sperduto nella foresta; siamo andati a visitare Isoso,  un altro villaggio del chaco, dove, ospiti di donna Eugenia, abbiamo potuto conoscere l’artigianato locale fatto a telaio e  condividere due giorni di vita concreta con le famiglie; abbiamo visitato l’Arca, una comunità che si occupa di assistenza a 360° di persone diversamente abili gravi e meno gravi; abbiamo visitato una casa della comunità Papa Giovanni XXIII, che accoglie ex alcolisti; abbiamo visitato l’Hogar delle Suore Francescane di Gesù Bambino, una mensa gestita dalle Suore (Onoria) e una casa di riposo per anziani…insomma, non ci siamo fatti mancare nulla. In lungo e in largo abbiamo percorso tanti, tanti chilometri…se solo i nostri piedi potessero raccontare ogni passo che hanno compiuto, il colore della terra che hanno toccato, il profumo dell’aria che hanno respirato, forse, renderebbero di più l’idea di ciò che sono stati questi 35 giorni per me, per noi… Abbiamo visitato e vissuto tante diverse realtà, ma c’è qualcosa che le accomuna tutte, nessuna esclusa: l’ “ACCOHIDA” e il “COMPARTIR” (l’accoglienza e la condivisione). Sì, perché non ci siamo mai sentiti ospiti, MAI, in nessun luogo. Ci siamo sempre sentiti parte della famiglia o della comunità che abbiamo visitato, tante volte, ancor prima di giungervi. Ci aspettavano, sempre, a qualsiasi ora, in qualsiasi luogo. Ed è bello sentirsi desiderati e imparare a desiderare e ad accogliere l’altro, iniziare ad essere felici ancor prima che l’altro arrivi, a prescindere da chi sia, semplicemente consapevoli del fatto che l’altro, il fratello o la sorella che mi trovo di fronte non è altro che Gesù stesso, che mi chiede ogni giorno di accoglierlo e di amarlo e che fa sì che io mi faccia amare per quella che sono.img_0111

Terminata la parentesi della foresta, che ci ha fatto entrare a piccoli passi in quella che ora mi piace definire anche la “nostra” Bolivia, siamo tornate alla base, a Santa Cruz, ospiti dalle Suore di Santa Elisabetta d’Ungheria, dove siamo state per quasi una ventina di giorni. Abbiamo avuto la grande possibilità di vivere all’interno dell’hogar da loro gestito e questo è stato il primo dono grande. Abbiamo mangiato, ballato, dormito, cantato, riso, giocato, studiato… tutto sempre insieme a 30 splendidi bimbi che si sono presi cura di noi. Sì, perché non siamo noi ad aver fatto qualcosa per loro, anzi, sono loro ad aver fatto grandi cose in noi, perché era inevitabile incontrare il Signore nel loro sguardo sincero, nelle loro mani che ti accarezzavano, nel loro cercarti per stare con te sempre, a qualsiasi ora, a qualsiasi costo… Io, se penso a cosa ho fatto di concreto in questa missione, fatico a trovare una risposta… mi rispondo che ho detto il mio SI’, che ho dato la mia disponibilità per partire e sono concretamente partita. Questo è quello che ho fatto; una volta arrivata, semplicemente sono STATA, lì o là, dove il Signore mi chiedeva di stare, cercando di capire perché mi stava chiamando a vivere una realtà piuttosto che un’altra, cercando di non perdermi mai nulla di ciò che stavo vivendo, nelle gioie, ma anche e soprattutto nelle piccole fatiche quotidiane in cui davvero sperimenti la bellezza dell’affidamento: ciò che desideri è solo rendere grazie a Lui per gli infiniti doni ricevuti cercando di abbandonarti ogni giorno nelle Sue mani, cercando di compiere la Sua volontà, nei momenti facili e in quelli più difficili, imparando così dal Suo sguardo a volere bene, dalla sua misericordia a perdonare e dal Suo amore vincente e liberante a vivere e ad amare.

Ora, nella fatica, ma allo stesso tempo nella bellezza del rientro, mi riempie pensare che siamo sempre sotto lo stesso cielo e tra le braccia dello stesso Padre: sì, perché davvero credo e sento di avere una seconda grande famiglia a distanza che mi ha accolta, che mi ha voluta bene e si è presa cura di me come una figlia. Inevitabilmente e inaspettatamente un pezzettino del mio cuore l’ho lasciato lì, in quella casa, in quelle strade, nel cuore di ognuno di loro. Perché se parti con un cuore disposto a mettersi in gioco, la missione ti smonta, ti insegna a guardare tutto ciò che ti circonda e tutto ciò che vivi; ti riempie di un desiderio di AMARE che sembra alle volte quasi insaziabile, ti fa venire appetito di tutto ciò che è essenziale e così, silenziosamente, ti ricostruisce, ti dona DUE OCCHI E UN CUORE NUOVO, ancora più grande, più desideroso e forse, più capace di amare.

Anna

Giovani&Missione … Si parte !!!

Qualche settimana fa, in Porziuncola alcuni dei fratelli e delle sorelle che hanno partecipato al Corso G&M, hanno ricevuto il mandato missionario, eccoli insieme alle loro destinazioni.

Il percorso era iniziato a Novembre ed ora è giunto alla sua conclusione, o forse al suo inizio … già perchè ogni partenza è un nuovo inizio.

Vi chiediamo di accompagnare questi nostri fratelli con la preghiera.

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II Tappa G&M

Lo scorso 22-23-24 Gennaio si è tenuta la seconda tappa del Corso Giovani&Missione : “Scontro o Comunione”?

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“L’amore totale ti smonta”.

Queste parole credo che riassumano alla perfezione questo secondo week end.

Mi sento proprio così, smontata e traboccante del suo amore infinito e con il cuore colmo della sua presenza concreta davvero unica ed indispensabile.

Lui è il mio epicentro: è dal suo sguardo che voglio imparare a guardare e ad osservare il mondo, è dalla sua misericordia che voglio imparare a perdonare, è dal suo amore vincente e liberante che voglio imparare a vivere ed amare.  (Anna)

L’altro è diverso, ma da cosa? In cosa consiste la diversità?

L’altro non è diverso, è unico! L’altro non è diverso ma è il mio specchio! Nel fratello posso vedere me stessa, un peccatore assetato di Dio e della sua misericordia, una persona ferita che cerca guarigione in Lui. Da questo devo necessariamente sentire il bisogno di condividere generosamente il bene che ho ricevuto come dono, Gesù Cristo. L’altro ha bisogno come me della Sua salvezza ed io ho una grande responsabilità davanti a questa Verità unica, quella di ascoltare e vivere in modo coerente il Vangelo, perché non sono necessarie tante parole, basta la testimonianza della vita quotidiana per diffondere la Bellezza di cui l’altro non può non innamorarsi.
L’altro mi da la possibilità di spendermi, di donare, ma anche di ricevere perché il fratello è Dio che mi chiede amore e di essere accolto donando la vita per Lui. (Eleonora)

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Nembrini

Primo Incontro G&M

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“Camminando si apre il cammino “! Con queste parole ha inizio la mia prima tappa di Giovani e Missioni, perché racchiudono il senso che vorrei dare a questa nuova esperienza…! Giulia.

Più che un’esperienza per imparare è stata un’esperienza per iniziare a pormi domande e cercare risposte. Maurizio.

Ma io sono una turista o una pellegrina…??? Sicuramente sono alla ricerca “dell’essere una pellegrina” …del divenire una pellegrina. Maria Grazia.

Non sempre nella vita il percorso ci è conosciuto sin dal primo passo e questo primo incontro è stato il momento per conoscere di più se stessi e offrire la disponibilità ad ascoltare, a prepararsi e ad accogliere un desiderio ancora giovane di affacciarsi a una missione all’Estero ma ancor più in generale nella propria vita e nel luogo in cui si chiamati ad essere speranza e testimonianza. Mario.

Prima di portarlo agli altri bisogna fare del vangelo la nostra vita aprire, abbandonare completamente il nostro cuore all’amore misericordioso di Gesù, fare testimonianza del suo Amore e che siamo tutti suoi figli. Pamela.

Questo corso servirà a fare molta chiarezza dentro di me, affrontando così le paure più nascoste, per scoprire che alla fine “l’altro” non è poi così distante da noi, anzi siamo tutti fratelli uniti in Cristo che hanno voglia di testimoniare la stessa verità: “Noi amiamo perché egli ci ha amato per primo”. Alessandra.

Prepararci per partire per la nostra missione AD GENTES: …dobbiamo essere pronti a TESTIMONIARE i fatti realmente accaduti riguardanti la nostra fede, dobbiamo essere pronti a CONDIVIDERE la vita dei poveri, dobbiamo essere disposti ad ACCOGLIERE l’altro nella verità, dobbiamo e dovremo essere semplicemente CHIESA ovunque andremo. Anna.

Il momento dell’Adorazione, in cui ciascun Fratello ha offerto al Signore un oggetto lo rappresentasse o a cui tenesse in particolar modo, spunto per chiedermi “Quanto sono disposto a rinunciare per Dio? A cosa sono disposto a rinunciare per il prossimo?” Mario.

Sono chiamata ad essere, non specchio di qualche modello o di qualche super eroe bensì, riflesso del Suo volto.
Essere cristiani è una vera e propria vocazione, per questo oggi nutro un desiderio nel cuore:
vivere e portare un pezzetto di Cielo anche qui sulla terra. Stefania.

Il primo atto è stato capire il posizionamento di me stessa nel cammino per portare la Verità della Chiesa. Non siamo venditori di filastrocche, siamo pescatori d’uomini, ed una cosa assai impegnativa. Emilia.

Quando sperimenti la pienezza di Cristo, quando gusti la bellezza viva e vera della sua parola, nasce un desiderio forte di correre ad annunciare, di essere possibilità per l’altro, di rivedere il tuo modo di relazionarti, di imparare a vivere nella gratuità e nella carità, di posare il tuo sguardo sull’essenziale. Mauro.

L’esperienza di G&M sin dal primo incontro ci ha spinti ad una maggiore riflessione e sui noi stessi e sulle autentiche motivazioni che stanno alla base del nostro desiderio di servire Cristo attraverso il prossimo. Che sia qui o dall’altra parte del mondo. Francesco e Federica.

Continuo a chiedermi ancora il motivo per il quale mi ha spinta qui e cosa mi sta preparando, ma basta con i tanti “perché?”, cambio il punto di vista e dico “Tu sai!”. Mi fido e mi affido e vediamo quale abbondanza di pesci mi riserva! Eleonora.

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Il corso Giovani&Missione tra qualche settimana prenderà di nuovo il via … la testimonianza di Maria Chiara ci aiuta a capire come cambia il cuore di chi si scopre un Amore più grande.vigna-roda

 

“Non amate per la bellezza, perché un giorno finirà.
Non amate per l’ammirazione, perché un giorno vi deluderà.
Amate e basta, perché il tempo non può far finire un amore che non ha spiegazioni.”

Madre Teresa di Calcutta

Oggi ho “casualmente” intravisto questa frase e i miei occhi vi si sono soffermati senza alcuna esitazione. Sono giorni che i miei pensieri sfociano nella stessa direzione: l’Amore e il Servizio.
Mi viene in mente un sogno che ho fatto qualche settimana fa, non per trovarci un significato particolare nella mia vita adesso, ma sicuramente mi fa riflettere: ero distesa in un letto di ospedale accanto ad un bambino, che ho realmente conosciuto in Brasile, e lo accudivo, stringendolo forte a me, nonostante la febbre alta e una malattia contagiosa. Gli cambiavo le pezze bagnate e lo accarezzavo per farlo addormentare. La cosa che mi è rimasta più impressa è stata lo sguardo di Amore che c’era nei nostri occhi: un Amore gratuito e senza aspettative. Semplicemente stare in quel posto, al mio posto, e Amare infinitamente quel bambino, quella situazione, quel dolore.

Mi sto accorgendo giorno per giorno che qualcosa che mi urtava particolarmente, sta cominciando a farsi spazio nel mio cuore con molta delicatezza. Tutti i giorni rivivo un episodio importante che mi ha segnato durante la missione in Brasile: era il giorno del mio Battesimo, l’8 Agosto, e nel primo pomeriggio Marianna ed io siamo andate con alcuni volontari al progetto di fraternità che le suore hanno in una zona poverissima di Nova Xavantina, in Mato Grosso. Non era la prima volta che andavamo lì, ma quel giorno era diverso: abbiamo aperto l’oratorio della piccola chiesa e ci siamo subito rese disponibili per aiutare i volontari. I giochi erano davvero fatiscenti e arrugginiti, in una saletta dietro la chiesa, Donna Soccorro, una volontaria, ha cominciato a preparare il sugo con i wusterl da mettere nei panini, come merenda insieme al succo di maracuja. Mano a mano i bambini cominciavano ad arrivare e dopo poco si è presentata una bimba di appena sette anni: il suo nome è Estephany. Si è aggrappata a me, tirandomi la maglietta in cerca di attenzione. Abbiamo giocato insieme saltando con la corda e su dei coperchioni di gomma, usati come tappeti elastici, con una bambola rotta e a “nascondino” sullo scivolo. Voleva essere presa in braccio. Cercava il mio sguardo, la mia attenzione, il contatto fisico. Ad un certo punto si avvicina una volontaria, di nome Toninha, e mi dice che Estephany, affidata alla nonna con il vizio dell’alcol, fino a due anni fa non è mai stata lavata da nessuno; è stata lavata la prima volta da questa volontaria nel lavandino dell’oratorio e la piccola, alla tenera età di cinque anni, ha esclamato: “Finalmente un bagno”. Nel frattempo avevo notato anche una protuberanza dura sul braccio di Estephany che mi ha lasciato un po’ perplessa.
Subito ho preso le distanze da quella bambina, non solo fisicamente. Nella mia testa vagavano tantissimi pensieri, come impazziti, ma in un’unica direzione: dovevo preservarmi perché poteva trasmettermi qualche malattia, era sporca e io non dovevo starle vicina. Umanamente ho provato rifiuto nei confronti di quella bimba. Inoltre, alla fine della merenda avevamo dato ai bimbi delle caramelle e molti di loro avevano buttato le carte per terra: in quel momento mi sono arrabbiata molto e li ho richiamati perché non era rispettoso comportarsi così. Si spintonavano tra di loro, scaraventavano le biciclette sui giochi, rompendoli. Perché dovevo avvicinarmi a loro?
Ritornando a casa avevo tanti pensieri che mi hanno scombussolato e anche fisicamente non mi sono sentita bene, mi sentivo svenire, avevo la pressione molto bassa. Provavo tanta incomprensione e mi ripetevo: “Perché questi volontari continuano a venire qui, ad offrire il loro tempo e il loro servizio ogni sabato, se poi in questi bambini non si vede un margine di miglioramento? Non sono capaci neanche di buttare la carta delle caramelle nel cestino … Cosa vengono a fare qui se poi questi bambini non crescono nell’educazione e nel rispetto? Il mio giudizio è prevalso anche qui. Non mi capacitavo di una cosa simile.
Sono uscita dalla camera per prendere un po’ d’aria e ho incontrato sr. Marcilene, con cui ho scambiato quattro parole. Ad un certo punto sono scoppiata in lacrime e sono andata in cappella, inginocchiandomi di fronte al Santissimo. In quel momento il Signore mi aveva messo in ginocchio. Fino ad allora, nonostante la consapevolezza, avevo continuato a tenere le redini della mia vita, ma in quell’istante la mia autosufficienza è crollata. Le mie ragioni sono svanite. I miei giudizi si sono smaterializzati. Il Signore mi aveva letteralmente messo a tappeto, come mai mi è capitato durante le gare di karate. In quel momento si è fatta spazio nel mio cuore un’altra logica, la logica di Dio. Ho cominciato a benedire la perseveranza di queste suore, di questi volontari che puntualmente ogni sabato vanno ad aprire l’oratorio e a preparare la merenda a questi bimbi. Cos’ è che li spinge a dedicarsi pienamente a questo progetto? Il motore di Tutto: l’Amore! Non esisteva la logica del cambiamento, del fare qualcosa per vedere i risultati, ma la logica dello STARE. Esserci nella pienezza e nell’Amore con Passione. La loro missione è portare frutto, non risultato: il frutto ha dentro di sé il seme, ha il profumo e il gusto dell’eternità.
Questa è la Bellezza di cui mi sono innamorata: una Bellezza che non appassirà mai, perché è eterna.

E’ un Dono grande che il Signore mi ha fatto vivere e toccare con mano: è difficile trasmetterlo agli altri e a volte penso che alcune cose debbano rimanere nella mia intimità di ciò che ho sperimentato con Lui.

Qualche tempo fa ho partecipato alla missione in preparazione al matrimonio di Simone ed Elena a Carignano, un paese vicino Torino e durante la veglia, in cui c’era l’Adorazione alla Croce, Gesù mi ha voluto consegnare una frase: “Chi rimane in me ed io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla” (Gv 15,5). Questa frase la rileggo tutti i giorni ed è per me: senza Gesù porterò risultato, ma non frutto. Padre mio il desiderio più grande che ho è quello di portare frutto per amare gli altri, di vivere consumandomi, spezzandomi per il mio prossimo, per chi Gesù vorrà donarmi.
Desidero che la mia vita sia come quella pezza: sprecata, consumata, vissuta per Amore, profumata di nardo, il profumo dell’eternità!

Imparare a Stare!!! la Testimonianza di Daniele e Michela di ritorno da Betlemme

Siamo stati a Betlemme dal 31 maggio al 13 giugno 2015 soggiornando nella guest house della società Antoniana.
Il nostro servizio si è concretizzato in aiuto in cucina e nel far compagnia alle signore anziane ricoverate presso la struttura.
La ha struttura nell’organico 4 suore di cui la superiora e altre donne stipendiate per la gestione della casa: cucina, pulizie ed infermeria.
Abbiamo vissuto il tempo donato con pazienza e spirito di servizio affidandoci completamente a quello che ci veniva chiesto, se volevamo, di fare (cucinare, passeggiare con le anziane ed aiutarle nel pranzo, pulizie varie, raccolta frutti..). Il tono di richiesta delle suore ci è sempre sembrato “se vi va di fare quello che vi chiediamo: grazie”, altrimenti se non ce la sentivamo la risposta era comunque un sorriso ed il parlare con loro era un punto di incontro e di confronto.
Il nostro e loro obbiettivo non era di farci occupare il tempo, occupandoci in cose da fare, ma di STARE.
Per le suore e soprattutto per le ospite anziane della struttura era importante vederci, parlarci (nei limiti dati nella differenza di lingua, che comunque “a gesti” ci si intendeva sempre), stringerci la mano e nei loro occhi si poteva leggere la gioia di vedere attorno persone interessate a loro che rendevano le giornate un po’ diverse.
La testimonianza di cristianità che ci è stata data dalle suore in quel luogo è stata grande, ci ha fatto davvero riflettere su quelle che possono essere le nostre abitudini a casa nostra. L’essere persone gratuite è spesso un peso, invece in loro era proprio un dono, espressione del loro stare bene e del loro offrirsi agli altri completamente.
L’essere stati inviati a Betlemme ha significato molto anche come coppia, non ci è sembrata una località scelta a caso per noi: anzi abbiamo vissuto questo tempo come esperienza, per stare insieme e vivere il servizio insieme; vivendo anche i momenti in cui non vi era “nulla” da fare occupandoci di NOI. Riposare, passeggiare e respirare le persone che incontravamo aprendo occhi ed orecchie… senza essere turisti nonostante i molti posti che avremmo potuto visitare.
Tornati a casa vorremmo essere sempre più testimoni di cristianità lavorando sui nostri limiti umani di persone che ci rendono lontani da questo obbiettivo.
Non vogliamo fare qui un servizio simile a quello fatto Betlemme ma come le suore ci hanno insegnato vorremmo stare in mezzo alle persone: standoci, ascoltandole e vivendole per crescere nelle relazioni con le persone cercando in loro il volto di Cristo. Michela & Daniele.IMG_5575

Viaggio di nozze in missione … perché vivere è rendere Grazie!

Luca e Valentina, sposi a dicembre 2014, hanno frequentato il corso G&M, e da pochi giorni si trovano in Kosovo, presso la casa della Caritas Umbria, per …. il loro viaggio di nozze!

Ecco le loro impressioni a poche ore dalla partenza.

Ci siamo, fra qualche giorno parto per una missione in Kosovo. La compagnia aerea permette un bagaglio di massimo 20 kg… poco male, voglio portare solo me stesso (..qualcuno conoscendo la mia stazza avrebbe da ridire..) e lasciare a casa le mie maschere, le mie convinzioni, i miei pregiudizi e facili giudizi e gli stereotipi, insomma le mie miserie. Sarà per questo che sono insolitamente teso e quasi impaurito; si perché di solito nelle varie situazioni porto l’organizzatore pronto ad ogni evenienza, ma questa volta è diverso; questa volta non mi sento all’altezza di quello che rappresenterò anche se mi consola la presenza di Dio al mio fianco. A pensarci bene qualcosina l’ho già sbagliata ancora prima di partire; infatti non credo che aver avvisato la Farnesina del viaggio e di aver preparato un foglio con tutti i numeri utili esprima appieno il concetto di affidarsi ma credo che Dio mi perdonerà questa piccola mancanza, in fondo sono un “novello missionario” senza voler peccare di superbia. Tempo fa ho deciso, assieme a quella che oggi è mia moglie Valentina, di iniziare il cammino del matrimonio con un atto d’amore; Dio mi da dato molto ed è giusto che anch’io doni agl’altri. Anche se l’ideale di partenza, che mi ha spinto a scegliere una missione come viaggio di nozze, è di un buon cristiano, quello ad essere profondamente sbagliato era il modo in cui mi immaginavo di farlo. In quella valigia avrei infatti messo il mio ego, la classica arroganza dell’ ingegnere pronto a calcolare tutto per ogni evenienza, quello che li avrebbe migliorati e organizzati, quello che avrebbe aiutato il missionario… Grazie a Padre Alfio, che mi ha caldamente invitato a partecipare al corso GM1 e a tutti i frati che ci hanno accompagnato amorevolmente durante il corso, ho capito che errore avrei commesso. Il corso mi ha mostrato il vero punto di vista sulla missione… quello della logica del Vangelo, sicuramente più impegnativa e scomoda ma l’unica che veramente ti mette in gioco concretamente e che mi permetterà di guardare con il cuore. Sono convinto che riceverò molto più di quanto riuscirò ad offrire e mi auguro di tornare un cristiano migliore di quello che parte. Grazie a tutti voi cari frati.
Luca

Prima di sposarmi non avevo un’idea chiara di quello che fosse il mio rapporto con Dio…e sicuramente ancora adesso c’è molta strada da percorrere. Nella mia infanzia mi ha accompagnato la presenza di Dio nei sacramenti ma se ripercorro quelle tappe e in generale le tappe della mia infanzia e adolescenza non ricordo di aver messo Dio al centro. Non ho mai frequentato l’ambiente parrocchiale, non sapevo cosa fosse il Grest e non ho fatto le esperienze che, molte persone che ho incontrato hanno avuto modo di fare in parrocchia.
Ad un certo punto della mia vita e in particolare in occasione del corso fidanzati SOG è come se si fosse accesa una luce, come se tutto quello che fino al quel momento consideravo importante fosse in realtà marginale. Ho compreso che il passo che stavo facendo, il Matrimonio, non era una semplice festa da organizzare nei minimi particolari, senza tralasciare nulla e stando attenta a scegliere il posto giusto, il menù giusto e il vestito giusto, ma una scelta di vita. Sposandomi avrei detto sì alla Vita e all’Amore che mi è stato donato, avrei detto Sì alla persona che mi è stata messa accanto da Colui che mia ha voluto da sempre…
E’ qui che ho scoperto insieme al mio fidanzato e ora marito, l’importanza di vivere la vita rendendo grazie di tutto quello che mi viene donato, avendo Fede che, Chi mi ha voluto non mi lascerà mai sola e mi accompagnerà sempre, anche quando mi dimentico di Lui, quando sono presa dallo sconforto o arrabbiata perché le cose non vanno come voglio…sì perché la difficoltà più grande è accettare di non avere il controllo su tutto. Quanto è difficile…quanto è difficile lasciare spazio alla Fede in Lui, accettare che quello che accade a me o intorno a me ha un senso anche se io non lo comprendo, quanto è difficile accogliere le idee, la diversità di chi mi circonda, quanto è difficile accettare di sbagliare…
La mia idea di missione prima del GM era “vado in missione per aiutare gli altri, per sentirmi utile per qualcuno, per insegnare qualcosa…” ora invece so di andare in missione per imparare a vivere come Cristo ci ha insegnato.
Sono 3 le parole che vorrei mi accompagnassero in questa esperienza: Servizio, Accoglienza, Fede.
Servizio perché so quanto per me sarà difficile imparare a fare un passo indietro, a non imporre il mio modo di essere, di gestire, organizzare e controllare tutto. Vorrei imparare ad essere una “serva inutile” a mettere davanti a me e alle mie esigenze i miei fratelli, come Gesù ci ha insegnato.
Accoglienza perché accogliere qualcuno significa accettare chi hai di fronte in ogni suo aspetto, col sorriso senza giudicare il suo modo di essere e di fare, ponendosi alla pari perché siamo tutti fratelli in ugual modo.
Fede perché sento che questa esperienza potrà arricchire la mia Fede verso Colui che è Vita. Spesso nel mio rapporto con Dio ho la sensazione di non essere “sintonizzata”, di non pregare nel modo e nei tempi giusti, di non fare abbastanza. Coltivare la Fede è come coltivare una pianta, bisogna prendersene cura e ognuno lo fa a suo modo; sono consapevole che non esiste un modo giusto e un modo sbagliato ma sento la necessità di cercare la Pace dentro di me per poterla poi donare agli altri e viverla con chi mi circonda e spero che la missione possa darmi la grazia di trovare e accettare la mia strada di Fede.
Sono certa che l’esperienza che mi aspetta non sarà semplice e ancora più difficile sarà portare nella mia quotidianità, nella vita di coppia, nel lavoro ciò che questa esperienza mi insegnerà. Non voglio partire con delle aspettative, ma immagino che questa esperienza saprà arricchire, il mio rapporto con Dio e con la persona che Lui ha voluto mettermi accanto.
A 15 giorni dalla partenza non posso fare altro che pregare il Signore affinché mi dia la forza di accogliere e vivere questa esperienza missionaria semplicemente come un dono: sono certa di Lui saprà come guidarmi.

Valentina

 

SposiABC

“Vamos a Santa Cruz” Riflessioni di Veronica in Partenza per la Bolivia.

Domani si parte. Mi sono spogliata di ogni chincaglieria: con me ho solo il Tau, due braccialetti a forma di Rosario, l’anello missionario e un orologio in gomma, tanto per ricordarmi che sarò a ben 9 ore di fuso orario da casa. Missione: Bolivia.
Attorno a me, ormai da settimane, tutti si affannano a chiedermi come sto: emozionata, agitata, in ansia? No, semplicemente spaventata. Per ragioni di studio (e nel mio caso anche di lavoro) ho viaggiato spesso in luoghi lontani dall’Italia, USA e Giappone in particolare. Ma è la prima volta che mi sento così spiazzata. Non è la destinazione a preoccuparmi, ma le persone che incontrerò: perché sento che questa chiamata è davvero più grande di me. Parto con i miei dubbi, le mie incertezze, le mie debolezze e povertà: per questo mi sento inadeguata, anche impotente, di fronte a tanti volti sofferenti che di sicuro incontreranno il mio. Ma è così che deve essere: riceverò ben più di quello che con grande gioia sono desiderosa di dare. La missione che Dio mi ha affidato, chiamandomi per nome, non è unilaterale: è un incontro in cui scoprire Gesù nello sguardo del fratello. E può spaventare essere toccati dalla Verità.
So che per affrontare questa Missione ho delle grandi risorse che il Signore ha messo a mia disposizione lungo il cammino di formazione: il gruppo dei Giovani Missionari, persone che vivono la loro quotidiana missione nella realtà in cui vivono. Sono frati, guide spirituali sempre disponibili all’ascolto, ma anche ragazzi come me, desiderosi di donare almeno quanto ricevuto. In una parola, amici: compagni di preghiera con i quali ho condiviso e continuerò a condividere l’esperienza dell’Amore di Dio per noi. E poi, le mie sorelle di missione, Elena e Sara, una benedizione per questo cammino in Bolivia. Infine, ma non ultima in termini di importanza, la preghiera. Perché non posso niente senza il mio Signore. E così, anche se parto debole, so che sarò forte, perché..Tu sei la mia forza. Entonces, vamos a Santa Cruz, los niños están esperando!007

“Smontare e Rimontare” Maria Chiara prima della partenza per Goiania, Brasile.

La partenza è ormai alle porte e dentro di me c’è un subbuglio di emozioni che continuano ad accompagnarmi fin dal giorno in cui ho ricevuto il mandato della mia missione: un viaggio desiderato, ma allo stesso tempo inaspettato!

A Novembre dell’anno scorso ho cominciato il percorso “Giovani e Missione”, un desiderio coltivato da tempo, ma che si è fatto più concreto dopo un colloquio con il mio Padre Spirituale.
Sebbene l’idea di partire in missione mi abbia da sempre incuriosita, ho cominciato il percorso GM senza alcuna aspettativa di partire: ne ero affascinata, ma mancava il desiderio profondo, quel motore che ti spinge ad andare oltre, ad uscire dal nido caldo e protettivo, il proprio Io.
Tappa dopo tappa, però, il Signore ha parlato silenziosamente al mio cuore e con grande stupore sono stata subito spiazzata attraverso la sua “logica diversa”. Tutte le conoscenze che fino a quel momento potevo sfoggiare, tutti i miei calcoli e i miei schemi, che da sempre hanno governato il mio agire, sono diventati piccoli piccoli, fino a svanire.

Ho sempre pensato che ero io a dover fare qualcosa: potevo essere d’aiuto ai poveri e trovare delle soluzioni alle loro “mancanze”. Tutto partiva da me, dal mio agire, dal mio pensare. Ed è proprio qui che il Signore mi ha frenato: se non mi fossi lasciata “smontare e rimontare” da Lui, avrei annunciato i miei schemi e non la sua Parola.

Il 13 marzo in Porziuncola, insieme alla mia compagna di viaggio con cui vivrò questa esperienza missionaria, mi è stato affidato il mandato per il Brasile. E’ difficile descrivere le emozioni che ho provato in quel momento; da una parte la preoccupazione e la paura di come avrebbero reagito i miei familiari, dall’altra lo stupore di una meta che non avrei mai preso in considerazione: lontana, oltre che geograficamente, soprattutto dai miei piani. Il Signore mi aveva nuovamente spiazzata, ma con una consapevolezza in più: un viaggio pensato e preparato per me da Lui.

Questo percorso mi ha permesso di scoprire il significato vero e profondo di Missione, ribaltando completamente le mie idee iniziali, e di vivere anche altri aspetti più quotidiani: dalla fraternità e condivisione, attraverso il dono di fratelli e compagni di viaggio, all’accoglienza, grazie alla guida dei frati che ci hanno accompagnato in questo anno soprattutto con la loro preghiera.

Molte volte mi sono chiesta quali aspettative ripongo in questo viaggio e, soprattutto, qual è la motivazione di fondo che mi spinge a partire.
Partire per me significa rispondere alla domanda “chi vuoi essere?” “come vuoi stare nella tua vita?”. Abbandonare le mie resistenze, ciò che ancora mi tiene legata ai miei schemi, e giocarmi fino in fondo nell’Amore, in un Amore più grande.
Dio sta giocando a rilancio nella mia vita e ora punta una posta più alta di quella che io stessa avrei mai pensato di puntare nella mia vita.
Sento riecheggiare nel mio cuore le stesse parole che il Signore disse a Mosè: “Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo!” (Es 3,5). Partire per me significa spogliarmi della mia autosufficienza per riempirmi del suo Amore! Sperimentare la mia debolezza, i miei limiti senza trovare una soluzione, ma accogliere ciò che il Signore vorrà donarmi per lasciarmi amare totalmente da Lui. Spezzarmi e sprecarmi fino all’ultima goccia, perché chi è capace di sprecarsi è capace di amare.

In questo viaggio mi accompagnerà la figura di Santa Caterina da Siena, una donna tanto innamorata del Signore che nella sua piccolezza ha lasciato trasparire l’immensità dell’Amore di Dio. Faccio mia una frase che Gesù disse alla Beata Angela da Foligno: “Tu fatti capacità ed io mi farò corrente”. Capacità intesa, non come essere in grado di fare qualcosa, ma di contenere dentro di me l’amore di Dio, cioè lasciare che Lui mi riempia e che questo amore trabocchi, attraverso il desiderio di portarlo al mio prossimo.

Maria Chiara

Maria Chiara e Marianna in partenza per il Brasile

Maria Chiara e Marianna in partenza per il Brasile