Ritorno in Sud Sudan

IMG-20160222-WA0003Silenzio dichiarato nel primo post 😉

Un po’ mi conosco, inizio, ma poi mi perdo un po’ per strada…

Inoltre i mesi scorsi sono stati mesi impegnativi, sono stato in Italia per alcuni problemi familiari grazie a Dio risolti.

Desideravo, dopo tanto tempo aggiornarvi un po’ e dirvi qualcosa della nostra missione e presenza a Juba in Sud Sudan.

Tenterò di dirvi qualcosa di noi, anche se non è per niente semplice.

Di primo acchito direi che qui facciamo tutto, ma può sembrare una affermazione esagerata, allora diciamo che facciamo di tutto un po’… alcune cose del “po’ ” che facciamo se continuate a leggere… lo scoprirete… ma è solo un po’… molto è ancora nascosto… e “incomprensibile” anche per me che sono qui!!!

Ogni giorno se ne scopre una nuova!!!

Come lo facciamo? Bene? Magari!!! Diciamo “work in progress”.

Ma chi siamo?

Questa la so!!!! Siamo una fraternità di cinque frati minori, per ora l’unica presenza francescana maschile in tutto il Sud Sudan “siamo noi” anche se i primi frati minori sono arrivati qui in Sud Sudan nel 1862 e per tanti motivi poi la missione è stata chiusa, sicuramente la vita non era per nulla facile… (se qualche “storico”, non ha idee per la tesi… e volesse approfondire questo argomento ci farebbe un piacere immenso… visto che non ci sono studi in merito almeno che noi sappiamo).

Ritorniamo al “chi siamo”… fra Jesus messicano di nascita e americano di adozione… fra Mario maltese di nascita e Australiano di adozione, fra Masseo slovacco, fra Federico romagnolo di nascita e romano di adozione, e io romagnolo di nascita e umbro di adozione…

Una fraternità mista e ben mixata… quasi da barzelletta… c’è un americano, un australiano… un… e si inzia a ridere.

frati JubaLe cose buone sono tante, si lavora, si prega parecchio e sappiamo che non ci capiamo sempre. Quest’ultima cosa aiuta tanto in fraternità, non si dà per scontato che l’altro abbia capito quello che l’altro voleva dire, ovviamente questo crea anche “difficoltà superabili”, a volte desidero fortemente essere capito al volo, o parlare senza pensare troppo al: “ho detto davvero quello che volevo dire?”

Come quando leggo il vangelo nella lingua locale ancora mi chiedo : “sto leggendo lo stesso vangelo del quale ho preparato l’omelia?”

Perché potrei leggere anche la lista della spesa, pensando che sia il Vangelo, io non me ne accorgerei e i parrocchiani non batterebbero ciglio, perché il rispetto è tanto e per queste cose direi forse troppo, nessun feedback.

Ma tutti noi sappiamo anche quanto sia difficile vivere con persone delle quali capisci la lingua, capisci tutte le parole, ma non capisci che cosa vuole dire davvero, o puoi non sentirti capito o capita.

Noi abbiamo la grazia “pesante” che sappiamo che l’altro non ci capisce, quindi in teoria dovrebbero cadere tutte le pretese, in teoria ho detto, ma la realtà è che continuiamo con “work in progress”.

Ma qui non si parla mai di difficoltà, solo di “challenges”, di sfide.

Cosa facciamo?

Dichiaro subito che farò solo qualche accenno e aggiungerò altro nei prossimi blog… se mi ricordo 😉

Abbiamo una parrocchia, di quanti abitanti? Chi lo sa? Non esiste anagrafe e tanto meno archivi parrocchiali, questo significa che qui tante persone per lo stato “non esistono”, così, semplicemente, non esistono, anche se esistono visto che io le vedo e gli parlo!!!! I documenti di identità, tipo la carta di identità costano tanto e la gente li chiede solo se sono necessari per potere lavorare negli uffici pubblici. Quindi vi lascio pensare altre cose che non esistono come l’assistenza sanitaria, ecc…

Qualcuno potrà pensare: “quindi non si pagano le tasse!”

Esatto è un paese dove non si pagano le tasse, ma, se ti ferma la polizia, devi pagare “un offerta”, visto che non viene pagata, o se vai all’ospedale, devi pagare tutto, tutto significa tutto, l’ingresso all’ospedale, i cerotti, la visita, ecc…

A volte l’unico documento è il certificato di battesimo. Un foglio consegnato da un testimone, che è spesso un fratello più grande. Una volta ci è capitato il fratello più grande di un anno (?!?!?!?) che ha giurato di ricordarsi il battesimo della sorella che aveva ricevuto appena nata, oppure una dichiarazione a voce nella quale dice che la mamma ha detto che è stato battezzato il tal giorno, nel tal posto, ma non sa l’anno.

Spesso infatti alla domanda: “quanti anni hai?” La risposta è un altra domanda: “tu quanti me ne dai?”

Perché realmente non lo sanno. La scuola inizia quando hai i soldi per pagarla, per esempio, e ci possono essere ventenni in classe con bambini di 7 anni.

Per i certificati di battesimo un po’ è colpa dei catechisti… e un po’ anche dei sacerdoti, mi ci metto anche io perché qualche mese fa andando a visitare i malati all’ospedale e facendo l’unzione degli infermi ho trovato diversi bambini malati e non battezzati e che quindi non potevano ricevere l’unzione degli infermi perché non battezzati. Come abbiamo risolto questo problema? Ho ascoltato i parrocchiani, vedendoli per la prima volta in vita mia sicuri e organizzati, “che nome date al vostro bambino?” “Come si chiamano i genitori?” “C’è qualcuno che può fare da padrino qui?” (e si offrivano i nostri parrocchiani che non avrebbero mai più visto quella persona… ma per battezzare serviva ed erano orgogliosi di essere padrini o madrine) e poi… “c’è un po’ d’acqua?” Per fortuna avevo una bottiglietta con me, e… “Mary io ti battezzo nel nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo”, battesimo fatto!!!! Battesimi fatti… 18 battezzati.

Ecco non si deve fare così, ma l’ho fatto…

Ritorniamo al che cosa facciamo!!!

La nostra parrocchia “Holy Trinity Parish” conta 8 outstations (più quatto cappelle all’interno del campo UN per la protezione dei civili di Juba, 38000 persone che vivono in situazioni non umane, che sono lì perché altrimenti sarebbe state uccise durante lo scoppio della guerra civile del dicembre 2013).

Grazie a diversi benefattori e anche al Segretariato per le missioni dei frati di Umbria e Sardegna siamo riusciti a costruire alcune cappelle (non dappertutto ancora), nelle quali le comunità cristiane si possono riunire in preghiera al riparo del sole e della pioggia.

L’ outstation più lontana dista 75 km dalla parrocchia. Nella stagione secca, quando non piove, ci vogliono “solo” tre ore con la jeep per raggiungerla (strada dissestata!!!!) , oppure come mi è successo durante la stagione delle piogge semplicemente sono ritornato indietro perché sulla strada ci sono pozze così profonde che oltre alle quatto ruote motrici della jeep sarebbe servita forse anche un’elica dietro tipo airboat… ma la nostra jeep non è full optional.

L’opzione deltaplano non è stata accolta… sarebbe un ottimo bersaglio per fare esercitare i bambini e non solo col tiro con l’arco e altro…

Diciamo che la nostra è una pastorale degli inizi, la presenza della chiesa è giovanissima, ha poco più di un centinaio di anni, inoltre anni di guerra hanno annientato il paese e le persone.

Una chiesa giovane povera di tanto, davvero , ma potenzialmente ricca…

Per ora è una pastorale all’arrembaggio… come avete intuito da qualche accenno… che ho fatto.

Ma piena di “challenge” di sfide, così qui si chiamano i problemi, sfide.. e questo cambio di parola, forse aiuta : “quanti problemi hai? Nessuno… ho solo centinaia di sfide!!!” Proviamo a vedere se ci viene più voglia di superare i nostri problemi\sfide!!!!

 

Si corre sulle urgenze, che sono urgenze davvero, un paese pieno di ONG (Organizzazioni Non Governative), che secondo alcuni hanno distrutto il paese rendendolo del tutto dipendente, per altri invece le ONG lo hanno salvato. La verità non la conosce nessuno, ma si sa e si vede che il paese, il Sud Sudan, soffre e la gente soffre. Basta digitare su Google “sud sudan” e vedere che cosa esce!

Parrocchiani che muoiono per “malattia”, cioè di fame e per la debolezza poi muoiono di malaria o altro. Parrocchiani che non possono andare all’ospedale da soli, perché troppo lontano, perché non ci sono medicine, perché non ci sono soldi, perché manca competenza. Quando vediamo che la situazione è davvero molto grave allora portiamo noi direttamente la persona all’ospedale a nostro rischio, perché se accadesse qualcosa lungo il viaggio la colpa potrebbe essere attribuita a noi.

Malati che poi vanno seguiti e visitati tutti i giorni per verificare (in ospedale!!!!) se hanno preso le medicine che noi abbiamo comprato e a volte siamo costretti a chiedere all’infermiera : “perché non gli hai dato le medicine?”,  sentendoci rispondere che le medicine sono nella borsa sotto il letto, e tu ti chiedi e le chiedi: “ma non ti ho chiesto dove sono”… eppure questa è la risposta… a volte… Uomini e donne che soffrono senza piangere… e mi chiedo fino a quando potranno reggere?

Oppure durante una visita ai malati al campo ONU, puoi scoprire una giovane donna di 39 anni, Marta, con un cancro al seno in stato avanzato,vedere che se viene toccata la ferita sanguina, vedere il suo dolore, cercare di portarla all’ospedale del campo ONU e sentirsi dire dal dottore : “qui in sud Sudan non c’è chemioterapia!”.

Io all’inizio avevo pensato di avere capito male, che forse il dottore volesse dire che qui in città a Juba, che è la capitale fra l’altro, non ci fosse un ospedale dove era possibile fare la chemioterapia, e invece accorgersi che il medico si riferiva a tutto il Sud Sudan!

In tutto il Sud Sudan, non c’è possibilità di cura per chi è malato di tumore.

Marta è la zia di quella ragazza con in piedi impastati nel fango che ho condiviso nel post della scorsa Pasqua, quella a sinistra è la capanna di Marta. Marta è morta la scorsa estate. Battezzata, comunicata, e con il conforto di Dio e dei suoi cari.

Pasqua 2015 JubaFacciamo anche molto altro c’è chi insegna all’università, gruppi giovani in parrocchia, predicazione, visita ai carcerati, registrazioni per la radio diocesana… ecc…

 

Che cosa faccio io?

Vi dico solo alcune cose…

Personalmente Dio mi sta benedicendo e preparando strade belle.

Io sono incaricato in particolare per il PoC (Protection of Civilians) il campo di 38000 persone (ovviamente non tutti cristiani cattolici) che accennavo all’inizio, per ora ho iniziato visitando i malati, benedicendo, amministrando il sacramento dell’unzione degli infermi e insegnando a pregare attraverso l’adorazione eucaristica, chiedendo doni di guarigione, emotiva in particolare, visto che tutti hanno traumi legati alla guerra, gente abitata da rabbia, vendetta, risentimenti, paure, paura anche di toccare un palloncino perché il suo scoppio potrebbe ricordare gli spari che hanno sentito…

E la gioia di vedere che la preghiera “funziona”, la testimonianze belle di persone che dicono che prima della preghiera avevano paura a causa di quello che avevano visto, e dopo “qualcosa è cambiato”… senza “effetti speciali” ti dicono… “ora sento che non sono più arrabbiata… ” Dio benedice!

E per me una nuova strada bella che si sta aprendo specie in questo anno giubilare della misericordia, è quella di essere il cappellano di un gruppo di preghiera della divina misericordia, stiamo organizzando ritiri e Dio li ha benedetti, e abbiamo diverse idee per il futuro, e per il presente… vi aggiornerò

 

Ps: Purtroppo la mia connessione non mi permette di inserire più di una foto, per chi può si possono vedere altre foto sul mio profilo FB, il modo più veloce ed economico in termini di MB

freddimarco.blogspot.com

Sud Sudan

SudSudanA Juba, capitale del Sud Sudan, i frati hanno posto una pietra miliare nella loro missione con la benedizione e l’apertura ufficiale del loro nuovo convento. Situato sulla proprietà della chiesa, all’interno del complesso della chiesa parrocchiale, la costruzione è iniziata ai primi di febbraio di quest’anno e ha proceduto senza grossi problemi.

Il 26 ottobre 2015, i frati sono stati raggiunti dai parrocchiani della parrocchia di Holy Trinity (Santa Trinità), da diversi religiosi locali e dal vescovo Santo Laku Pio, Vescovo ausiliare dell’Arcidiocesi di Juba, che ha presieduto il rito di benedizione. Durante il suo intervento ha parlato di questa nuova casa come segno di uno sviluppo significativo della presenza dei frati in Sud Sudan, riferendosi ad essa come un luogo dove lo spirito francescano può offrire alla gente locale un luogo di accoglienza e di apertura verso gli altri. Riuniti sotto l’icona della beata vergine Maria, una parte dell’affresco della chiesa della Porziuncola, tutti i presenti hanno pregato affinché sia un luogo dove anche gli angeli di Dio si sentano a casa e possano offrire la loro protezione a quanti vi risiedono.

Dopo la preghiera e l’omelia, il Vescovo Santo, accompagnato dai frati, è entrato nella casa e ha camminato intorno alla parte esterna, benedicendola con l’acqua santa.

Quindi, il gruppo si è recato presso la chiesa parrocchiale dove è stata celebrata l’Eucaristia per la Giornata della Gioventù della parrocchia che ha adottato il beato Contardo Ferrini come patrono. Al termine, nel nuovo convento sono stati ospitati per il pranzo i numerosi visitatori, offrendo loro un programma di intrattenimento nel pomeriggio.

Il nuovo convento dispone di otto camere da letto e sarà in grado di ospitare non solo la Fraternità esistente, ma anche di accogliere i visitatori e un numero limitato di candidati, perché possano condividere la vita con i frati per il discernimento della loro vocazione alla vita francescana.

L’edificio comprende anche un ufficio parrocchiale e una grande sala che può essere utilizzata come aula di scuola e come stanza d’incontro per i parrocchiani.

Tratto dal sito dell’Ordine dei Frati Minori

 

Puoi seguire la missione dei nostri fratelli sui loro blog:

fr. Marco Freddi

fr. Federico Gandolfi (in inglese e in italiano)

II Tappa G&M

Lo scorso 22-23-24 Gennaio si è tenuta la seconda tappa del Corso Giovani&Missione : “Scontro o Comunione”?

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“L’amore totale ti smonta”.

Queste parole credo che riassumano alla perfezione questo secondo week end.

Mi sento proprio così, smontata e traboccante del suo amore infinito e con il cuore colmo della sua presenza concreta davvero unica ed indispensabile.

Lui è il mio epicentro: è dal suo sguardo che voglio imparare a guardare e ad osservare il mondo, è dalla sua misericordia che voglio imparare a perdonare, è dal suo amore vincente e liberante che voglio imparare a vivere ed amare.  (Anna)

L’altro è diverso, ma da cosa? In cosa consiste la diversità?

L’altro non è diverso, è unico! L’altro non è diverso ma è il mio specchio! Nel fratello posso vedere me stessa, un peccatore assetato di Dio e della sua misericordia, una persona ferita che cerca guarigione in Lui. Da questo devo necessariamente sentire il bisogno di condividere generosamente il bene che ho ricevuto come dono, Gesù Cristo. L’altro ha bisogno come me della Sua salvezza ed io ho una grande responsabilità davanti a questa Verità unica, quella di ascoltare e vivere in modo coerente il Vangelo, perché non sono necessarie tante parole, basta la testimonianza della vita quotidiana per diffondere la Bellezza di cui l’altro non può non innamorarsi.
L’altro mi da la possibilità di spendermi, di donare, ma anche di ricevere perché il fratello è Dio che mi chiede amore e di essere accolto donando la vita per Lui. (Eleonora)

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Nembrini

Offrire la propria Carne – A 10 Anni dalla morte Di Don Andrea Santoro –

 

Sono passati esattamente dieci anni da quel 5 febbraio del 2006 in cui don Andrea Santoro è stato assassinato con un colpo di pistola sparato alle spalle da un giovanissimo estremista islamico mentre pregava rivolto verso l’altare della chiesa di Santa Maria a Trebisonda, in Turchia. All’entrata della chiesa – ha raccontato un anno fa a tempi.it padre Patrice Jullien de Pommerol, che ha sostituito il sacerdote italiano nel 2011 (cinque anni dopo i fatti) – è stata apposta una targa con la scritta: “Qui è morto Andrea Santoro”. «I musulmani che vengono e vedono la targa spesso mi dicono: ci dispiace, ci manca, è un’onta per noi».
UNA NUOVA SEMINA. Il giorno dopo l’omicidio la volontaria italiana operante in Turchia Maria Zambon firmò per Asianews un bel ritratto del missionario partito da Roma per dare la vita a Cristo nel paese musulmano. «Da subito il fascino per questa terra lo ammaliò», scrisse la donna. «In essa riconobbe “le sue ricchezze e la sua capacità – grazie alla luce che Dio vi ha immesso da sempre – di illuminare il nostro mondo occidentale. Ma – diceva – il Medio Oriente ha le sue oscurità, i suoi problemi spesso tragici, i suoi vuoti. Ha bisogno quindi a sua volta che quel Vangelo che di lì è partito vi sia di nuovo riseminato e quella presenza che Cristo vi realizzò vi sia di nuovo proposta”».
LA LINGUA TURCA. Racconta la volontaria che don Santoro – conosciuto a Istanbul nel 2001 – faticò molto per imparare il turco «ma non mollava: era troppo importante per lui l’uso della lingua locale per poter comunicare direttamente con la gente ed entrare in sintonia con loro». «Il turco è una lingua molto difficile e io sono l’ultimo della classe», diceva il sacerdote. «Non so come andrà a finire, ma essere l’ultimo è comunque utile: aiuta a sentirsi davvero ultimi, con un’umiltà reale e quotidiana». Tanta fatica, secondo don Santoro, era benefica per la testimonianza: «Nel preparare le mie omelie ho scoperto che la povertà della lingua mi spinge all’essenzialità, la sua novità mi fa cogliere meglio la novità del Vangelo. La diversità degli uditori, quasi tutti ex musulmani, mi costringe ad andare al cuore dell’annuncio e me ne mostra le insospettabili ricchezze».

MISSIONE FRA LE PROSTITUTE. Quando vi approdò don Santoro, ricorda la volontaria, Trebisonda aveva «duecentomila abitanti, molte moschee, una chiesa, una piccola comunità cattolica di circa 15 persone, una più folta comunità ortodossa sparsa per la città, un’emigrazione femminile dall’est dell’Europa, preda spesso della prostituzione e dello sfruttamento, un fiume di giovani musulmani che visitano la chiesa». Nel Natale del 2004, due anni prima di essere ucciso, scrive la Zambon, il missionario «cominciò a confidarci la sua preoccupazione per le prostitute e il suo desiderio di fare qualcosa per loro a Trabzon: “La prima volta che passai davanti a un locale le ragazze, quasi tutte cristiane dell’Armenia, ci invitarono ad entrare e a prendere un tè. Con me c’era suor Maria con la croce al collo. Dico loro che è una suora. Si parla dei loro figli, dei monasteri che ci sono da loro, della vita difficile nella loro terra… una di loro è pediatra. Qualche giorno dopo, sempre pregando, passeggiamo nella via principale dello stesso quartiere. Una signora che invitava i suoi clienti da un vicolo laterale vede la croce al collo di suor Maria e sbracciandosi ci viene incontro. Bacia la croce e la mano della suora, si fa il segno della croce e l’abbraccia, chiedendole se ha bisogno di qualcosa. Il protettore si avvicina un po’ infastidito, gli dico che la donna è cristiana e che anche noi lo siamo. I locali sono pieni di donne, spesso giovanissime. Che fare? Lo chiedo ogni giorno al Signore: che ci apra una porta, chiami qualcuna di esse a cambiare vita e ad aiutare le altre, tocchi il cuore di qualche protettore, mandi qualcun altro a collaborare con noi”».
«ABITARE IN MEZZO A LORO». La donna ricorda poi le parole pronunciate da don Santoro durante un ritiro spirituale: «Spesso mi chiedo perché sono qui e allora mi viene in mente la frase di Giovanni: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”. Sono qui per abitare in mezzo a questa gente e permettere a Gesù di farlo prestandogli la mia carne. In Medio Oriente Satana si accanisce per distruggere, con la memoria delle origini, la fedeltà ad esse. Il Medio Oriente deve essere riabitato come fu abitato ieri da Gesù: con lunghi silenzi, con umiltà e semplicità di vita, con opere di fede, con miracoli di carità, con la limpidezza inerme della testimonianza, con il dono consapevole della vita».
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«OFFRIRE LA PROPRIA CARNE». «Poi fece una lunga pausa», racconta la volontaria. «Si tolse gli occhiali a mezza luna tenuti sulla punta del naso, lasciandoli penzolare al collo e con ancor più serietà e pacatezza continuò parlando quasi tra sé: “Mi convinco alla fine che non si hanno due vie: c’è solo quella che porta alla luce passando per il buio, che porta alla vita facendo assaporare l’amaro della morte. Si diventa capaci di salvezza solo offrendo la propria carne. Il male del mondo va portato e il dolore va condiviso, assorbendolo nella propria carne fino in fondo come ha fatto Gesù”. Scese il silenzio nella sala. Non una parola di più, non una di meno. Poi guardò l’orologio. Si alzò di fretta, si scusò e prendendo la sua piccola valigia uscì di corsa dalla stanza. Non voleva rischiare di perdere l’aereo per tornare il più in fretta possibile nella sua Trabzon».
LE COMMEMORAZIONI. Ricordandolo ieri a Roma il cardinale Leonardo Sandri ha definito don Santoro «un eroico testimone dei nostri giorni», un «esempio di un uomo dei nostri tempi» da inserire fra i «tanti uomini e donne, veri martiri che offrono la loro vita con Gesù per confessare la fede, soltanto per questo motivo». Don Santoro e gli altri martiri moderni, ha detto il cardinale, «ci sostengano nell’offrire la nostra vita come dono d’amore ai fratelli, ad imitazione di Gesù».

ROMA 05/02/06 don andrea santoro presso il deserto delle tentazioni Foto ARCIERI

ROMA 05/02/06 don andrea santoro presso il deserto delle tentazioni
Foto ARCIERI

(Fonte: www.tempi.it )

Notizie da P. Adolfo

 

Finalmente di ritorno.
Oggi pomeriggio, dopo due settimane, C. e R. sono rientrati a casa a Makabandilou.
Riassumo in breve: C. accusava forti dolori al ventre da diverso tempo e dopo controlli, cure e verifiche varie, si è scoperto che aveva dei grossi calcoli al rene sinistro (cinque per la precisione di cui uno di tre cm).
A questo punto bisognava intervenire ma a Brazzaville, per quanto abbiamo cercato, girato e – certamente – pagato, niente di fatto. Dopo tre mesi eravamo al punto di partenza. I dottori non possono operare perché mancano delle sonde. Almeno così dicono.
Ci mettono in lista di attesa. Ogni tanto ci chiamano, ci dicono che è imminente, ci fanno fare le visite con gli anestesisti, ci fanno comprare le medicine che serviranno in ospedale, ma poi… aspetta e aspetta.
Siccome la situazione peggiorava, abbiamo colto l’occasione tramite una suora che andava a Kinshasa per sapere se lì fosse stato possibile.
E così è stato. Abbiamo preso i primi accordi, scambiato alcune informazioni…
Intanto da qualche tempo, i frati di Makoua ci hanno mandato una bambina di 11 anni che aveva apparentemente gli stessi sintomi di C.
R. (il nome della bambina) ha fatto la stessa trafila di C., arrivando anche lei a un passo da quel dunque che non aveva mai seguito… allora abbiamo fatto le pratiche per tutti e due e senza portarla troppo alla lunga, alla fine entrambi sono stati operati a Kinshasa e sono felicemente rientrati oggi pomeriggio.
A entrambi hanno dovuto asportare un rene.
Tutto è comunque andato per il meglio. Adesso riposo per un mese e controllo ad Aprile.
Questo giro ci è stato possibile grazie a quanti ci hanno aiutato. E a quanti ancora ci stanno aiutando per mettere insieme le spese sostenute. È costato parecchio, ma almeno ne è valsa la pena.
Unica nota dolente: penso a quanti ancora stanno aspettando in lista d’attesa in realtà inutilmente… con patologie che poi diventeranno croniche.
Adesso lascio che i nostri amici possano dire due parole:

Ciao, mi chiamo C. e ho 16 anni. Sono in 4° (il primo anno delle nostre superiori).
Mia madre si chiama J. e mio padre C. Ho un fratellino che si chiama G. e una sorellina, E.
Mio padre e mia madre sono separati da tanto tempo e la mamma aveva deciso di lasciare il villaggio e partire con noi figli a Brazzaville dove lei ha cominciato a fare un po’ di piccolo commercio che però a un certo punto non ha più funzionato come prima per questo io e mio fratello ci siamo ritrovati per strada.
Dopo qualche mese vissuto così per strada, abbiamo incontrato l’educatore di un centro che aiuta i ragazzi di strada e dopo qualche settimana che ci ha incontrato e aiutato così dove eravamo, ci ha portati al centro.
Siamo arrivati qui nel 2009, io e mio fratello, accolti da p. Adolfo, dei frati francescani e da allora io vivo in una nuova famiglia.
L’anno successivo il padre ci ha iscritti a una scuola che abbiamo frequentato per due anni finché poi, raggiunto un certo livello, ci ha inseriti in una scuola cattolica, gestita dai frati francescani, che frequentiamo fino ad oggi.
Durante l’anno scolastico passato ho cominciato ad avere un problema che si manifestava con dei dolori frequenti alla pancia. Anche durate le vacanze questo dolore ha continuato al punto che una sera, durante la preghiera, gli altri sono usciti dalla cappella ma io sono rimasto perché non riuscivo ad alzarmi tanto forti erano i dolori. Sentivo caldo e il cuore che mi batteva forte e poi vertigini così che sono caduto per terra.
Dopodiché il padre mi ha chiamato a parte e mi ha chiesto cosa sentivo e dove avevo i dolori. Il giorno dopo mi ha portato all’ospedale e ho fatto l’ecografia dell’apparato urinario e il dottore ci ha detto che il rene sinistro aveva un problema.
Ci ha mandato in un altro ospedale da un urologo il quale mi ha chiesto di fare degli esami che hanno preso praticamente un mese.
Infine mi ha detto che soffro di calcoli renali ed erano questi che mi davano i dolori e gli altri problemi e che dovevo essere operato il più presto possibile.
Ma malgrado gli ospedali contattati e i medici e le liste d’attesa, qui a Brazzaville non abbiamo avuto molta fortuna: per più di tre mesi senza una soluzione e i dottori che dicevano che non c’erano sonde e dunque bisognava aspettare e intanto io soffrivo.
Allora il padre ha deciso che io dovevo partire per Kinshasa per fare l’intervento.
Siamo partiti una prima volta per dei controlli: ciò che il dottore di Brazzaville diceva era vero e lo hanno confermato. Così siamo rientrati, e abbiamo passato le feste di Natale a casa. Dopo le feste, ci hanno chiamato e siamo partiti il 5 gennaio. Siamo arrivati a Kinshasa alle 17, ci hanno dato una camera e l’indomani mattina abbiamo cominciato altri test. Giovedì verso le 9, mi chiamano in sala operatoria e mi dicono che cominciano subito con me, perché eravamo in due, io e una bambina che soffriva anche lei ai reni, si chiama R.
Mi hanno fatto l’anestesia e mi sono svegliato nel tardo pomeriggio senza sapere che tutto era già passato e la suora che ci ha accompagnato mi ha detto che tutto era andato bene e che mi avevano tolto i calcoli e io ero felice.
Il giorno dopo è stato il turno di R. e ci avevano già detto che le avrebbero tolto il rene destro.
Dopo una decina di giorni ci hanno tolto la sutura. L’ultimo giorno abbiamo sistemato la valigia per partire. La suora è partita nell’ufficio del primario per prendere il rapporto medico e quando è uscita e che gli altri erano già fuori, mi ha detto che mi avevano tolto anche a me il rene ma che non c’era nulla da temere perché un rene funziona come due basta solo bere molta acqua. Sono rimasto un po’ in silenzio perché pensavo tutto questo tempo che mi avessero tolto solo i calcoli. Allora il dottore mi ha spiegato che il rene non funzionava più perché questa malattia me la portavo dietro da tanto tempo anche se non lo sapevo e i calcoli con il tempo hanno rovinato il rene.
Ero praticamente mezzo morto ma grazie a voi oggi mi sento bene e in forma.
Io non avrei mai avuto i mezzi per fare questa operazione ma grazie a voi ho potuto essere operato. Grazie perché so che siete tante persone che ci aiutate anche se non vi conosciamo. Le nostre stesse famiglie non avrebbero mai potuto aiutarci in questo modo.
È un grande segno d’amore, non credo che lo dimenticherò mai. Come non ho nulla per ricompensarvi, sappiate che vi porterò sempre nella mia preghiera.
Quando ero per strada vivevo una vita senza scopo: voi me lo avete dato. Oggi questo scopo è la scuola e la mia formazione.
Grazie infinitamente.
C.mandela(1)