“La misura dell’amore è amare senza misura”

“La misura dell’amore è amare senza misura” S. Agostino.

Quando mi è stato proposto di partecipare al corso “Giovani e Missione” ero un po’ titubante ma senza pensarci troppo ho detto subito Sì. Così è stato anche quando ho dovuto dare la mia disponibilità a partire, i dubbi e le paure erano tante, ma alla fine ho detto il mio Sì in completo abbandono. Il Signore mi chiamava proprio lì, dove Lui si è fatto piccolo per rendere noi grandi: Betlemme, non ci potevo credere! La Terra Santa era stata da sempre il mio sogno e adesso avrei avuto la possibilità di poterla vivere da pellegrina e missionaria!

img_3047A Betlemme ho trascorso 40 giorni presso l’Istituto “Effetà Paolo VI” una scuola di rieducazione audiofonetica per bambini audiolesi. Principalmente supportavo le insegnanti durante le attività scolastiche e la sera mi occupavo delle bimbe che restavano a dormire a scuola perché magari abitavano lontano. Mi sono sentita da subito a casa mia, le Suore Dorotee, Figlie dei Sacri Cuori di Vicenza, sono delle persone straordinarie che con inesauribile amore si sono prese cura di me e dei bimbi.

Qui ho imparato molto ad affidarmi alla Provvidenza e a vivere giorno dopo giorno senza programmarmi continuamente la vita; mi hanno sostentata l’Eucarestia quotidiana e il Rosario, specialmente nei momenti di difficoltà.

I bambini mi hanno subito accolta senza riserve e fatta entrare nel loro mondo, sono molto dolci e bisognosi di attenzioni perché magari in casa c’è da pensare a tanti fratelli o vivono situazioni di violenza. Qui ci sono ancora i valori di un tempo e vederli gioire anche solo per una fetta di torta mi fa sperare che un po’ di umanità ancora c’è.

Ho trovato una grande eterogeneità di religioni, culture ed etnie specialmente a Gerusalemme dove si cerca, anche se a volte con qualche difficoltà, di convivere tutti insieme rispettandosi. Lì dove i cristiani rappresentano circa l’1% della popolazione totale ho capito che essere cristiani è una scelta quotidiana, a volte va anche difesa, perché non sempre ben vista.img_3443

Ho capito che la vera sordità è quella della mia anima alla chiamata dell’amore che potrei dare e non do, in una società che ti insegna a bastare a te stesso e guardare sempre avanti, ma attorno a me ci sono tanti fratelli che cercano amore e magari hanno bisogno proprio del mio amore. L’amore non sempre piace perché ti decentra da te stesso e costa fatica ma non vi è altro modo di amare se non come Dio ci ama: senza misura e senza aspettarsi nulla in cambio. Tutto è dono e come io sento di averlo ricevuto ho il dovere di restituirlo e tutto il resto mi verrà dato in sovrabbondanza, in un cerchio che non ha mai fine, proprio come il Suo amore, senza fine.

Posso dire che da una piccola disponibilità data, il Signore ha fatto tantissimo per me e continua a farlo, quindi mi sento di dire a chiunque leggerà questa testimonianza: “Fidati di Dio, fallo senza riserve e senza paure perché da un nostro piccolo Sì possono accadere grandi cose”.

Alessandra.

«Va’ e anche tu fa’ lo stesso» – lettera di fra Adolfo dal Congo

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«Va’ e anche tu fa’ lo stesso» (Lc 10,37).

 

Siamo vicini a fine anno ed è il tempo di fare un po’ di conti. Il centro ha le sue esigenze e prima di imbarcarsi nell’avventura di un nuovo anno bisogna vedere se siamo in grado di farlo…

Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa, per vedere se possiede abbastanza denaro per portarla a termine? (Lc 14,28).

Viviamo di Provvidenza ma questo non esclude la responsabilità. Dio non può supplire alla nostra mancanza di responsabilità.

Dovendo cercare aiuti (grazie a Dio c’è ancora tanta generosità in Italia) cominciavo a riflettere sulla situazione attuale di crisi che non fa che aumentare, e soprattutto del fenomeno migratorio che, sempre con tanta solidarietà e dignità, il nostro paese affronta.

Mi ricordo che diverse persone in Italia mi dicevano: “ma che fai lì in Congo? Vieni qui in Italia, l’Africa ce l’abbiamo qui, è qui la vera missione…”.

È vero, se consideriamo che un paese non è soltanto la sua espressione geografica ma il suo popolo, effettivamente se continuiamo di questo passo tra un po’ il popolo africano si sarà quasi interamente riversato in Europa.

Eppure il problema non è solo quello: sarebbe troppo complesso per affrontarne qui il discorso. Tra l’altro la scelta missionaria – lo sappiamo bene – non si riduce a fare del bene a qualcuno… né tantomeno al fatto di partire in un luogo lontano poiché anche quello, privo di reali motivazioni, sarebbe una fuga o semplicemente turismo. E tuttavia il “fare del bene a qualcuno” è un aspetto sostanziale della vita missionaria…

At 10,38  Gesù di Nazareth, passò facendo del bene … perché Dio era con lui.

Aiutare chi cerca rifugio è una cosa nobile, il Vangelo ce lo chiede e il papa non fa che ripetercelo… aiutare, accogliere… non entro nel merito del dibattito politico, non è questa la sede…

 

Ma non ci possiamo certo limitare a questo. Se – come è vero – per noi cristiani tutto questo risponde a una esigenza evangelica, è pur vero che il Vangelo ci dice anche qualcos’altro. In altri termini: che cosa vuol dire “fare il bene” secondo il Vangelo?

Aiutare qualcuno è anche in vista di una crescita. Non parlo di reciprocità (il bene non chiede nulla in cambio), ma di crescita.

Non ti faccio del bene perché poi tu me ne faccia, ma perché tu possa comprendere il valore del bene e diventi capace di fare altrettanto. Anche se con altri. Il bene ricevuto, in sostanza, diventa germe di responsabilità, un talento, da far crescere e fruttificare in seguito.

Altrimenti è solo assistenzialismo.

A questo riguardo, la parabola dei talenti di Mt 25,14 potrebbe essere illuminante se letta in questa chiave.

Il pericolo poi, è anche quello di una spiritualità non troppo chiara della ricerca di una santità che – alla fine – non tiene molto conto dell’altro (mi spendo per te, così io divento santo!)… e allora ci diamo alla caccia della buona azione…

Il vecchio adagio dice “non dare il pesce ma insegna a pescare”: giustissimo. È vero anche che dobbiamo vedere se l’altro ha voglia di imparare a pescare (intanto)… non sempre questo è scontato… come non è scontato che io sia in grado di insegnarglielo. Io stesso… sono in grado di pescare? Sarei in grado di fare quello che chiedo all’altro?

Sembra paradossale, ma… non è facile fare del bene.

Da quando abbiamo cominciato questa avventura, nel centro di Makabandilou, abbiamo praticamente “adottato” una trentina di ragazzi che vivono con noi (alcuni nomi cambiano ma il numero resta più o meno lo stesso). Al centro vivono, sono seguiti, formati e sostenuti per tutte le necessità che un ragazzo della loro età può avere.

Ma per noi è importante che i nostri ragazzi capiscano il valore del bene ricevuto perché siano capaci di fare altrettanto. Che non sia solo assistenzialismo.

Zaccheo è liberato dal Signore e decide di aiutare gli altri…

La suocera di Pietro è guarita da Gesù e subito dopo si mette a servire lui e gli altri discepoli…

Paolo guarisce dalla sua “cecità” (più spirituale che fisica) e si mette al servizio di Gesù…

Il fariseo capisce cosa vuol dire essere prossimo e Gesù gli dice di fare lo stesso, di diventare a sua volta prossimo di chi è in difficoltà…

Se non riusciamo a trasferire il senso di responsabilità conseguente al bene ricevuto, potremmo mai dire di aver compiuto un’azione evangelizzatrice? Di aver fatto il “bene” che Gesù faceva passando tra la gente? Un bene che rendeva l’altro capace di farlo anche lui…

Un ragazzo al centro, D., avendo visto tanti volontari che “passano da noi facendo loro del bene”, mi chiese: ma noi, potremmo anche noi fare qualcosa del genere… venire da voi per aiutarvi per esempio…?

La gloria di Dio – diceva s. Ireneo – è l’uomo vivente… l’uomo in piedi, autonomo, responsabile… se creiamo delle persone continuamente dipendenti potremmo mai dire di aver “dato gloria” a Dio?

L’albero del Vangelo di Luca (13,6) aveva avuto tante cure ma non riusciva a produrre nulla. Ebbene, non sembra che Gesù sia stato molto dolce nei suoi confronti. O peggio ancora quello di Mc 11,13. E Gesù non parla per gli alberi…

Ma dall’altro lato, ci vuole pazienza per poter vedere i frutti del proprio servizio. E non è neanche detto che personalmente noi li vedremo. Forse altri.

 

Colgo l’occasione per ringraziare ancora il centro missionario di Bologna per il sostegno costante e inoltre per averci quest’anno sostenuto interamente nelle spese scolastiche dei nostri ragazzi.

Per il momento non possiamo che far fruttificare questo bene ricevuto con la nostra preghiera per tutti coloro che ci sostengono (la preghiera è un enorme servizio), ma siamo ben coscienti che stiamo contribuendo tutti (noi e voi) a formare gli uomini del domani di questo paese. O almeno alcuni di loro…

Quanto questo resterà nella coscienza di coloro che stiamo aiutando? Solo il futuro potrà dircelo.

 

Oggi ho avuto la visita inaspettata di uno dei nostri ragazzi più grandi, C., che già da diverso tempo vive oramai per conto suo, autonomamente. Ha studiato cucina ed ora lavora come cuoco e a volte gli danno anche responsabilità di gestione in alcuni ristoranti della città.

A dire il vero, uno di quelli su cui non avrei scommesso un centesimo… eppure.

Ieri mi aveva telefonato dicendomi che sarebbe venuto stamattina a passare una giornata con noi.

È venuto, è stato con gli altri, ha mangiato con noi…

Poi, prima di andare via mi ha detto che avrebbe voluto parlarmi. A dire il vero pensavo che mi avrebbe parlato dei problemi da affrontare e che avrebbe dovuto chiedermi un aiuto economico…

Invece… invece mi ha detto che voleva ringraziarmi. “Grazie per aver fatto di me l’uomo che sono oggi. Sai, al lavoro tanta gente si congratula con me per la mia serietà, per come sono… e io non posso che riconoscere che tutto questo è il frutto di una educazione ricevuta qui: devo dirti grazie, perché mi hai fatto crescere, io non ho nessuno al mondo e non sono mai stato molto “dolce” al centro. Voi siete stati sempre la mia famiglia. Alla fine, eccomi qui, con un buon lavoro, delle buone relazioni, e chissà… sto pensando di aprire un conto in banca per metterci i miei risparmi…e poi, potrei sempre insegnare il mestiere ad uno di questi miei fratelli più piccoli…”

 

Andiamo avanti, speriamo che il futuro ci dica sempre che non abbiamo perso tempo inutilmente.

 

fr. Adolfo Marmorino

Novità e ringraziamenti dal Sud-Sudan

SudSudanCiao a tutti.

Come ricorderete, i progetti aperti in Sud Sudan erano stati forzatamente sospesi con il peggiorare della guerra civile e il rientro in Umbria del nostro p. Marco, il 19 luglio.

Grazie a Dio, però, l’evolversi della situazione aveva permesso, il 1° settembre, il rientro a Juba di due frati – tra cui Federico Gandolfi, della Provincia ofm laziale – che hanno potuto riprendere, pur tra mille difficoltà, l’attività pastorale e caritativa.

Le vostre offerte già accantonate (e precedentemente “congelate”) vengono quindi ora utilizzate dai frati secondo le nuove e mutevoli esigenze che, di volta in volta, si presentano.

Ecco, in proposito, una recente testimonianza di fra Federico (vedi anche il suo blog):

Carissimi
pace e ogni bene.

Prima di tutto grazie per l’aiuto a sostegno delle missioni e soprattutto per noi qui in Sud Sudan, il più giovane paese Africano e vittima di decenni di guerre, prima contro il Sudan e poi rovinato da una guerra civile che fa fatica a smettere.

Come frati viviamo nel tessuto locale, ci immergiamo nelle loro vite fatte di tantissime fatiche ma anche di relazioni belle che sono quella flebile speranza per un futuro migliore.

Nel dicembre del 2013 era scoppiata una prima guerra civile che aveva visto coinvolte le due tribù più numerose e fino ad oggi il processo di pace stenta a procedere. Questo provoca una massiccia presenza di esercito in diverse aree del paese così come una forte presenza di gruppi armati definiti ribelli. Ovviamente chi più ci rimette sono i civili, costretti, spesso, ad abbandonare la loro terra. E questo è proprio uno dei casi in cui, come frati minori, abbiamo deciso di intervenire.

Degli otto villaggi fuori Juba dove prestavamo servizio, solo uno è rimasto, al momento. Negli altri sette villaggi le comunità hanno deciso di lasciare casa, terra e spesso anche qualche animale necessario per il sostentamento, e venire a Juba oppure provare un viaggio più rischioso verso Paesi confinanti.

Grazie alla generosità di molti benefattori siamo stati in grado di aiutare, e continuiamo a farlo, la comunità di Kulipapa che, lasciando il villaggio, è ora a Juba. La prima notte abbiamo ospitato più di 100 persone nella nostra chiesa e la mattina abbiamo offerto the e pane per tutti; poi chi da una parte chi dall’altra ha trovato una sistemazione ma si trova ora nell’impossibilità di provvedere al proprio sostentamento. Con le vostre offerte abbiamo comprato cibo in abbondanza che è distribuito proprio in questi giorni, più altri materiali necessari per ospitare intere famiglie.

Inoltre, anche grazie ad un’associazione di Roma che si chiama “La civiltà dell’amore”, portiamo avanti un progetto diretto ad aiutare famiglie in stato di bisogno. I destinatari sono papà in paesi poveri che abbiano un lavoro ma che non permetta loro di mantenere la propria famiglia. Requisito fondamentale è appunto che i destinatari abbiano già un lavoro e non siano quindi mantenuti da soli benefici esterni.

Ovviamente benediciamo e ringraziamo tutti quelli che hanno permesso la realizzazione di tutto questo, ogni singola offerta raggiunge un destinatario bisognoso che non ha altra possibilità se non quella di affidarsi alla Provvidenza che si concretizza nei gesti generosi di molti, italiani e non.

Vi auguro ogni bene e mendico ancora le vostre preghiere!

Pace e Bene

Federico

Kazakhstan… com’è andata l’estate

Cari amici, ormai avrete letto le novità sulla vita del nostro p. Luca. Impegnatissimo come sempre e, ora più che mai, anche “pellegrino”, ha comunque trovato il tempo per fermarsi un attimo e raccontarci qualcosa circa i mesi passati.

Ecco a voi!

Come ogni anno “fratello gelo” ci restituisce le giostre e l’attrezzatura del nostro piccolo oratorio in condizioni… poco conservate: è l’occasione per coinvolgere alcuni genitori nel ridipingere ed aggiustare quello che il gelo e il peso della neve hanno rovinato.01 Il piccolo oratorio è uno degli spazi più importanti per la nostra missione: soprattutto durante i mesi delle vacanze scolastiche si radunano bambini di diverse età, spesso con i loro genitori, ma anche adolescenti e giovani, essendo l’unico spazio comune aperto nel nostro quartiere. Per noi frati è un’ottima occasione per far conoscenza con tutti loro ma soprattutto con i genitori, con i quali – non di rado – si possono fare discorsi anche seri sulla fede e di reciproca conoscenza. Per quanto è possibile, poi, cerchiamo anche di animare periodicamente l’oratorio con qualche iniziativa, giochi e merende. Anche il sotto-chiesa diventa spesso luogo d’incontro soprattutto con bambini e genitori di altre confessioni cristiane, approfittando delle molte feste del calendario statale secondo vari temi (dalle stagioni, alle feste nazionali, ai ritmi del calendario!!!!)

Agosto è il mese in cui anche noi ci prepariamo per la scuola, soprattutto con chi ci andrà per la prima volta. 13Quest’anno abbiamo fornito del materiale di cancelleria a 18 bambini; inoltre, dove non siamo riusciti ad ottenerli dalla scuola, abbiamo comprato anche i libri di testo. A qualcuno serviva anche un nuovo zainetto. La divisa, poi, è obbligatoria ma spesso i bambini del nostro progetto non se la possono permettere e così, per evitare inutili vergogne, li aiutiamo a comprarla. 11Essendo ormai il quinto anno che facciamo questo servizio, ora riusciamo a fare anche il “passa divisa”: siccome i bambini crescono e ogni anno ci vuole una taglia in più, alcuni di loro, bravissimi, riescono a conservare così bene la divisa che può servire a qualcun’altro più piccolo… e con quante raccomandazioni gliela consegnano…!!!!

Infine, nel contesto del “restituire” e amare concretamente, con alcuni adolescenti di Taldykorgan abbiamo deciso di andare a trascorrere un po’ di tempo con i bambini di un orfanotrofio cittadino. I ragazzi si sono preparati con tanta cura per cantare, ballare, giocare e, mettendo mano al loro portafoglio, comprare qualche dolcetto per bere l’immancabile te a merenda. Speriamo sia solo l’inizio di un bella e proficua collaborazione ed amicizia!15

Marocco – progetto ANED

DAR ISLAM

La casa dell’islam

 

img_2746La Chiesa cattolica in Marocco è costituita da cristiani venuti da altri Paesi che vivono in mezzo al popolo musulmano. Attualmente il numero dei battezzati si aggira sui 25.000 in una popolazione che conta circa 31 milioni di abitanti. I francesi della diocesi di Rabat e gli spagnoli della diocesi di Tanger sono ancora i due gruppi cristiani più numerosi, tuttavia oggi la comunità cattolica è sempre più internazionale a motivo dei tanti studenti sud-sahariani che raggiungono lo stato magrebino per le varie università francofone/anglofone che vi si trovano.

L’islam è la religione di Stato e il Re ha il compito di vigilare per la salvaguardia e la difesa della comunità. Nonostante ciò, il popolo marocchino rimane molto accogliente nei riguardi delle altre religioni: per questo la Chiesa cattolica, oltre ad essere stimata per le molte opere di bene che compie, dispone di una certa libertà di culto e di azione.

Durante la vita di San Francesco d’Assisi, nel 1219, entrarono in Marocco i primi francescani e di seguito l’Ordine accolse anche i suoi primi cinque martiri. Dal XIII secolo sino ad oggi i frati sono sempre stati presenti sul luogo, dedicando il proprio apostolato ai cristiani e prendendosi cura dei tanti musulmani che collaboravano con loro per il bene dell’uomo.

In Marocco incontriamo una Chiesa appassionata che cerca di vivere semplicemente ciò in cui crede senza essere ripiegata su sé stessa, anzi, proprio per la sua grande passione per gli uomini e per Dio che li abita, è aperta alle necessità di tutti, cristiani e musulmani. Allo stesso tempo la Chiesa magrebina è anche appassionante anzitutto perché non può addormentarsi: ogni anno la comunità cristiana si rinnova di un quarto dei suoi membri e i nuovi fedeli che arrivano da vari Paesi sono per lo più giovani studenti, per cui occorre sempre “risituarsi”.

La Chiesa in Marocco è continuamente chiamata a passare dall’internazionale all’universale: con 80 diverse nazionalità occorre saper andare oltre le barriere culturali e saper fare della differenza lo stimolo per la comunione.

A questo punto comprendiamo come sia fondamentale lavorare insieme per il bene dell’uomo, non soltanto all’interno della Chiesa ma anche al di fuori, con la comunità musulmana. Si tratta di arricchirsi reciprocamente ed insieme restituire i doni ricevuti grazie all’amicizia, alla stima, al lavoro condiviso, per un popolo che in molti casi stenta a vivere.

img_4276È qui che si inserisce la collaborazione con l’associazione ANED nella città di Meknès, fondata e sostenuta dai frati della custodia del Marocco. ANED lavora con i ragazzi di strada e con le donne a rischio di esclusione sociale. Lì dove la Chiesa non riesce ad arrivare, questa piccola Associazione, con passione e tanto lavoro, giunge portando aiuto ai poveri della città. Essa è un punto di riferimento sia per il popolo musulmano sia per i cristiani che spesso, anche dall’estero, desiderano svolgere attività di volontariato in essa. L’opera che compie l’associazione ANED, in collaborazione con i frati della Custodia, non guarda alle differenze di religione, lingua o altro ma è una testimonianza concreta di amore per il bene dell’uomo e di desiderio di comunione.

Fr. Andrea Raponi

Vedi il Progetto ANED 2017

Novità dal Kazakhstan

02Carissimi,

eccomi ad aggiornarvi con qualche notizia dal Kazakhstan.

Da settembre, a causa della mancanza di frati missionari e di una nuova obbedienza, mi trovo a viaggiare tra le steppe tra Taldykorgan ed Almaty tutte le settimane: il lunedì parto per Almaty e il venerdì ritorno a Taldykorgan.

Se da una parte è una fatica dall’altra è l’occasione di nuove attività e conoscenze.

Andiamo per ordine.

A Taldykorgan  abbiamo costituito una nuova squadra formata da Erika (come ex infermiera di neonatologia e pediatria, responsabile del Progetto Sanitario insieme alle due suore coreane, sr. Selesia e sr. Alex, anche loro infermiere); Natasha Responsabile dell’ambito Documenti e Diritti del cittadino (la maggior parte di coloro che aiutiamo sono all’oscuro anche solo dei documenti necessari per vivere e di qualsiasi loro diritto!); Rosa, Responsabile degli Aiuti alimentari, vestiario e quant’altro di pratico e Kolia (di cui parleremo più avanti).

Come avevo annunciato, a causa di nuove leggi sulla gestione di scuole private e asili (anche quelli non a scopo di lucro e per fini sociali, come nel nostro caso) ci siamo trovati costretti a chiudere questi due progetti. Ma non ci siamo arresi e non abbiamo lasciati soli i nostri bravi scolaretti: siamo riusciti a trovare una legge sul “sostegno” che la scuola deve dare a chi è in difficoltà e, tra una battaglia e l’altra, la nostra Natasha ce la sta mettendo tutta perché anche i nostri bambini possano essere al pari di tutti. Così anche quest’anno abbiamo fornito l’uniforme (qui ancora obbligatoria ma non alla portata di tutti) ad una decina di bambini perchè potessero andare a scuola anche loro a testa alta; acquistato il materiale di cancelleria e, dove la scuola non ha potuto fornirli, i vari libri per lo studio.

Se da una parte, con il lavoro di questi sei anni con il progetto “Qua la mano”, siamo riusciti a rendere autonome sei famiglie, è vero che se ne sono affacciate altre con le quali iniziare il cammino.

Inoltre lo scorso anno è stato un anno molto, molto, molto fecondo! E, come succede spesso da queste parti, con l’arrivo del figlio il padre… sparisce!!! Ormai siamo specialisti circa le leggi sulle “madri senza marito” quindi, in molti casi, riusciamo ad aiutarle perchè ottengano dallo Stato gli aiuti previsti da queste leggi, ma… non sempre basta e non sempre (soprattutto a causa di documenti d’identià mancanti, di riconoscimento dei figli e quant’altro) si riescono ad ottenere.

Stiamo inoltre aiutando alcuni ragazzi usciti dall’orfanotrofio, che hanno bussato alla nostra porta, a costruirsi una vita “nel mondo” che non conoscono e che, soprattutto per loro, è una jungla. Trovare un lavoro, nonostante la crisi anche di queste parti, non è la cosa più difficile: piuttosto aiutarli nella gestione quotidiana del denaro, del tempo, delle risorse; la scelta delle amicizie, dei luoghi da frequentare: se per tutti non è semplice, per chi è vissuto sempre chiuso in un orfanotrofio è un’impresa titanica.

Sascia, 21 anni appena compiuti, dopo tre anni sembra aver trovato finalmente la strada: ricevuto un piccolo monolocale dallo Stato per il progetto di sostegno agli orfani, trovato lavoro come saldatore in una ditta è già riuscito a prendere anche un credito per una macchina che diventa a sua volta occasione di guadagnare almeno i soldi per la benzina e la manutenzione facendo da taxi lungo il percorso che lo porta da una parte della città (dove vive) all’altro capo (dove lavora).

Anche Alieg ha ricevuto un monolocale dallo Stato ed ha una passione: diventare cuoco! Ha iniziato come lavapiatti con la promessa prima o poi di inziare anche in cucina ma…. niente di fatto! Ci ha chiesto aiuto per potersi formare a questa professione: allora, con l’aiuto di MASP, un’associazione italiana di CL che opera ad Almaty e con la quale da anni collaboriamo, abbiamo trovato una buona scuola e speriamo presto anche un lavoro che gli permetta di mantenersi del tutto.

Andrej il 4 novembre si trasferirà definitivamente a Pietroburgo per difendere il suo Dottorato in psicologia all’Università interconfessionale e rimanere a vivere e lavorare in un progetto per bambini affetti da sindrome di Down.

Kolia, dopo aver studiato un anno all’università per stranieri di Perugia, non è riuscito a superare il test di ingresso a Fisioterapia a causa di una legge cambiata all’ultimo momento (a quanto pare non succede solo in Kazakhstan!) sull’ingresso degli stranieri in facoltà, che ci ha trovati impreparati. Dopo un primo momento di scoraggiamento e delusione ci siamo chiesti quale strada il Signore ci volesse indicare. Tornati in Kazakhstan la risposta non ha tardato a farsi attendere. Vivace ed intraprendente come sempre, ha trovato subito lavoro sia come insegnante di italiano (coinvolgendo anche me in un’esperienza interessante per un sacerdote cattolico e straniero: un’occasione per incontrare persone nel mondo laico) sia come “massaggiatore” (in Kazakhstan una branca di questa categoria assomiglia, in qualche lontano modo, alla nostra fisioterapia). A gennaio abbiamo preso accordi con la direttrice di un’università italiana di fisioterapia per una prima visita di “ricognizione” su cosa offre il Kazakhstan in questo campo e quale tipo di collaborazione si potrebbe iniziare. Ancora una volta in collaborazione con il MASP abbiamo pensato di aprire un progetto di cui Kolia sarà il Coordinatore e farà da ponte tra Italia e Kazakhstan (continuando comunque a prepararsi per l’esame di ammissione a Fisioterapia in Italia il prossimo anno).

Siamo finalmente anche riusciti a completare la sistemazione della tomba del nostro angioletto in Cielo, Amina, a cui chiediamo di continuare a pregare per noi e per tutti quelli che a noi si rivolgono.

Come vedete il lavoro non manca! E anche grazie al vostro aiuto la maggior parte di queste storie sono a lieto fine. Dio benedica tutti voi e vi doni la gioia che qui proviamo ogni volta che vediamo il sorriso affiorare sulle labbra di questi fratelli e sorelle che a noi si rivolgono nella speranza che anche loro possano incontrare quel Gesù che spinge noi e voi a “tendere la nostra mano”.

Il Signore ci doni la sua pace!

p. Luca

Ndako Ya Bandeko 2016

Cosa mi ha lasciato questa missione:

L’aver visto un posto cosi diverso dall’Italia, mi ha mostrato un’altra parte di questo pianeta su cui viviamo. E quanto sono diversi i posti, ma soprattutto le persone, i loro modi di pensare e di vivere; la loro cultura; i loro costumi; le loro relazioni; la loro capacità di adattamento.

L’Africa si sa, è molto affascinante e misteriosa. È così incontaminata che la sua bellezza si conserva nel tempo. E di posti belli ne ho visti, come la savana a Makoua, città a Nord attraversata dall’equatore, così verde e incontaminata con chissà quali animali che ci abitano. O i piccoli villaggi che si intravedono a volte lungo la strada. O tutti questi piccoli e grandi fiumi che incrociano spesso, dove a volte si vedono i bambini giocarci o farci il bagno. A prevalere in Africa è ancora la natura selvaggia.

parrucchiere-minLe case sono tutte povere, e la maggior parte costruite a metà per la mancanza di soldi. Qua tutti vivono nella povertà, tranne qualcuno in città a Brazzaville. Quindi le persone devono adattarsi per sopravvivere, anche rubando, come fanno molti ragazzi. Le strade sono tutte sporche perché l’immondizia viene buttata tutta per strada. Molti vivono in condizioni inimmaginabili: in queste quattro mura, con i tetti di lamiera, con scarafaggi e topi a tenergli compagnia. Anche la fame è molta. Oltre alla manioca, alimento forse più coltivato, possiamo trovare qualche verdura, pesce, pollo e altri tipi di carne. Non avendo il congelatore, per conservarlo, il cibo viene affumicato. Quindi nei banchi lungo la strada, si vedono tutti questi alimenti completamente anneriti. E quante mosche che gli volano intorno!

Il concetto di famiglia è un po’ diverso. È molto raro che uomini e donne si sposino, anche perché costa molto, visto che devono affrontare tre fasi prima di essere effettivamente sposati. Nella prima l’uomo deve pagare la dote alla famiglia della donna. Nella seconda ci si sposa in comune, pagando una certa somma. E nella terza ci si sposa in chiesa, e anche qua bisogna mettere mano al portafogli. Quindi essendo la cultura del matrimonio molto rara, gli uomini si ritrovano a stare con una donna, poi con un’altra, mettendo al mondo figli con donne diverse. È naturale allora che il padre sia spesso una figura assente, e che i figli si affezionino più alla madre. Capita però che i ragazzi si ritrovino rifiutati anche dalla madre, o per mancanza di soldi o perché il nuovo compagno della donna non li vuole. Sono allora molti i ragazzi che rimangono senza famiglia, perché rifiutati da essa, ritrovandosi a vivere per strada.

Non so se è a causa della povertà o per altre causa, ma qua c’è tantissima crudeltà e violenza. Soprattutto contro le donne e i bambini. Cose inimmaginabili. Disumane. Peggio che animali. E sinceramente non lo immaginavo. È veramente un altro mondo. Ma fortunatamente c’è anche molto bene, e lasciatemelo dire, soprattutto grazie alla Chiesa. E ai missionari che hanno portato qua il Vangelo, lasciando tutto per caricarsi dei problemi, della sofferenza e della povertà di questo popolo. Esistono infatti molte Chiese, monasteri e luoghi di aiuto. Sono molte le persone che hanno deciso di consacrarsi a Dio. Frati, suore, preti. Alcuni forse per sfuggire da questa povertà così tremenda. È bello e confortante vedere la Chiesa in mezzo a tutta questa sofferenza e violenza. Il bene in mezzo al male. Un barlume di luce in mezzo a un’oscurità così profonda.anziani-min

La realtà in cui mi sono ritrovato, è una casa che accoglie i ragazzi di strada. Quegli stessi ragazzi che si portano con sé sofferenze troppo grandi, anche per gli uomini più forti del pianeta. È una delle tante opere di bene della Chiesa. Tutti questi ragazzi che ho conosciuto, ognuno così speciale a suo modo, chissà dove sarebbero adesso, se non fossero stati tirati fuori da tutto quel male. Chissà come sarebbero e se avrebbero ancora tutta questa voglia di vivere che hanno adesso. Chissà se sarebbero ancora vivi… Sono tutti ragazzi speciali, come dicevo, molto dolci e tanto simpatici. Nella loro semplicità e nel poco che hanno, riescono a divertirsi così tanto. Si danno molto da fare sia nello studiare, che nel tenere in ordine il luogo in cui vivono responsabilizzandosi sempre più. E anche per convivere tra loro, tant’è che è raro vederli litigare. Passano le giornate quando non sono a scuola, a studiare o a fare i lavori di casa o a giocare. Si danno veramente molto da fare, diversamente dai giovani, me compreso, che vivono in Italia, o in Europa o dove non è così difficile vivere. O meglio sopravvivere. In Italia appunto passiamo le giornate correndo qua e là affannandoci per tantissime cose. Io ho sempre cercato di dedicare il minor tempo possibile alle cose che qua riempiono la giornata, dedicandolo a cose che ho sempre ritenute più importanti. I ragazzi qua in Africa, hanno un’altra relazione col tempo, vivendo a pieno ogni giornata, come se dessero un altro valore alla vita. Forse riescono a percepire meglio di noi la bellezza e l’importanza della vita. E non si ritrovano a sprecare il loro tempo come facciamo noi che l’abbiamo riempita di così tante cose da dimenticarci che la vita è una sola e passa in fretta.makoua_bambini4-min

Sono ragazzi volenterosi, che si aspettano ancora molto dalla vita, riconoscenti di poter avere una seconda possibilità. Per molte cose sono simili a me. Hanno i medesimi desideri e bisogni. Quindi anche se superficialmente sono così diversi, in realtà sono semplici ragazzi o bambini, come lo sono in tutto il resto del mondo. Prima di venire contaminati o formati dalla società in cui viviamo, siamo tutti uguali.

Non credo che tornato a casa, sarò completamente uguale a prima. Dopo avere visto questa realtà ed essermi reso veramente conto che il mondo non sono solo le mie quattro mura e quello che gli sta intorno.

Forse vedrò i miei problemi e quelli del mio popolo in maniera differente. Perché i problemi quaggiù sono di un altro livello.

Se prima non riuscivo mai ad accontentarmi, cercando di avere sempre di più, come soldi, oggetti, lavoro, tempo, relax ecc. adesso forse riuscirò ad apprezzare di più quello che ho.

Se prima il mio scopo era di riuscire ad avere una vita più facile e tranquilla possibile, vivendo nel mio orticello senza che nessuno mi disturbi, adesso so che la vita e le cose vanno guadagnate con il duro lavoro e lottare per esse se necessario.

Se prima ero così indifferente agli altri, alla sofferenza e all’ingiustizia che mi sta intorno, adesso forse non lo sarò più.

E quando mi troverò in difficoltà, sia nelle cose semplici che in quelle importanti, potrò pensare ai ragazzi e alle persone che vivono qua, a cui la vita ha chiesto molto di più.

E quando mi troverò a terra, quando sarò in una situazione di sofferenza, potrò pensare ancora a loro, ai miei coetanei, amici e fratelli dell’Africa, che con la sofferenza ci si ritrovano ogni giorno.

Di questa esperienza posso solo dire grazie, perché ho ricevuto tanto e dato niente.

14/09/2016           Leonardo Guidi

Condividere…

Non pensavo di vivere un’esperienza che mi facesse riflettere sulla mia realtà Italiana.

Pensavo di incontrare qualcosa di esotico, diverso… e invece mi sono confrontato con questioni di vita quotidiana che interessano gli Africani quanto gli Europei.

il-vostro-missionario-minCondividere i pasti, lo studio, il lavoro, la preghiera e il gioco mi ha fatto pensare a quello che abbiamo smesso di condividere nelle nostre case e comunità. Viviamo vite molto spesso parallele che si incontrano molto poco e in maniera estremamente superficiale perché vige il comandamento del self made man, “chi fa da sé fa per tre” e quindi condividere, salire in 100 su un pulmino piuttosto che in 10 rallenta la corsa e fa perdere tempo; ma il tempo è denaro…

Penso ai bambini, a come sorridono sempre e comunque, ti abbracciano a prescindere da chi sei, e da dove vieni. Non hanno il seme della diffidenza che noi adulti qua ormai abbiamo innestato in ogni bambino (“non giocare con gli sconosciuti”, “stai alla larga da quello…”)…makoua_bambini-min

Penso a come facevamo giocare i bambini nella carriola con cui portavamo i mattoni in casa. All’andata caricavamo i mattoni nella carriola e una volta lasciati in casa, caricavamo i bambini e facevamo il viaggio di ritorno giocando insieme.

E penso a tutti i gingilli senza spigoli e difetti che aiutano lo sviluppo psico somatico, cognitivo dei nostri bambini. Però il caso vuole che, nonostante viviamo in una cultura in cui sappiamo tutto, curiamo tutto, le patologie psicologiche dei bambini sono in drammatico aumento. Che la risposta sia in una sgangherata carriola e una maglia sporca e bucata?

Penso alle storie incredibili e drammatiche che hanno vissuto i ragazzi, al cuore infinitamente grande di Padre Adolfo che supera ogni parola che può dire sul Vangelo. Perché gli adolescenti di tutto il mondo probabilmente se ne fregano di quello che dici; però guardano dove sta il cuore di un adulto e dove stanno le scelte di un padre e di una madre e da lì deducono.

Allora penso ad un ragazzo che come sfondo del cellulare ha i genitori di Padre Adolfo dicendo che sono i suoi nonni, perché “non sono i legami di sangue che contano, ma lo spirito con cui ci siamo legati dopo” (parole sue ).

Insomma se pensavo di andare all’avventura mi sono sbagliato. Ma anzi, ho trovato un mondo che forse noi abbiamo perso. Ma la domanda che ora mi pongo è: in nome di chi o che cosa l’abbiamo perso?

Mbote

Matteo Forlani

Progetto “Case famiglia” e panetteria

Carissimi,

grazie a tutti per il generoso aiuto col quale avete contribuito a sostenere questo progetto dei nostri Piccoli Fratelli di Charles de Foucauld.

La vostra generosità ha permesso di acquistare i macchinari per la produzione di pane e dolci, come potete vedere nelle foto.dscn1299

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La panetteria è ormai avviata e quindi questa piccola parte del progetto “Case famiglia” è conclusa… e con essa, per il momento, anche la nostra collaborazione con p. Luis Roberto.

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Continuiamo a pregare perchè le “Case famiglia” possano ancora aiutare tanti bambini e ragazzi di strada.

 

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POTER DIRE ALL’AMORE DI AVER VISSUTO NEL SUO NOME…

villaggio di Leskoc, Kosovo  5 agosto – 5 settembre 2016.

 

mauro-kosovoSi faceva sempre più forte il desiderio di RESTITUIRE quanto di bello il Signore stava facendo nella mia vita. Con questo bisogno nel cuore sono arrivato a partecipare agli incontri di “Giovani & Missione” organizzati dai frati di varie province. Indipendentemente dal partire o meno a fine preparazione, questi week end mi hanno dato i giusti strumenti per essere missionario e quindi saper testimoniare e restituire anche nella mia realtà. Ma il Signore aveva comunque in mente di farmi partire. La mia destinazione non è arrivata subito, si è fatta attendere. Questa attesa nei primi momenti è stata logorante. Non capivo perché tutto questo tempo nel sapere dove andare. Avevo dato la mia disponibilità, i frati erano d’accordo nel farmi partire, il lavoro mi aveva dato l’ok e tutto taceva. A poco, a poco ho iniziato a smettere di ragionare sulle cose di Dio secondo i miei tempi e nel silenzio e nella preghiera ho atteso. 10 Maggio 2016 mi viene comunicato che sarei andato in Kosovo. La mia missione? me la sono giocata fino alla fine, me la sono VISSUTA FINO ALLA FINE senza risparmiarmi nulla. POSSO DIRE ALL’AMORE DI AVER VISSUTO NEL SUO NOME (come recita una canzone). C’era amore da ricevere, c’era amore da donare, c’era qualcuno da amare! L’amore che si è fatto strada nell’ ACCOGLIENZA DELLA POVERTA’. La povertà vissuta nell’essenzialità delle cose, la povertà vista nelle famiglie e nel conoscere in silenzio le loro storie. La POVERTA’ AMATA nell’abbraccio di Edison, nel sorriso di Samoel, nello sguardo di Rusten. La povertà sporca e ferita di quei bambini e ragazzi dei campi rom gioiosi nell’averti insieme a loro. L’amore che si è aperto all’obbedienza rendendomi DISPONIBILITA’ PER L’ALTRO. L’obbedienza nell’alzarsi alle tre della mattina per fare il pane e andarlo a vendere, l’obbedienza nel pulire le stalle, nel fare il grano, nell’aiutare a costruire una casa. L’obbedienza nella semplicità di dare lo straccio o pulire la cucina. L’amore che è passato anche nella sofferenza di giorni più difficili. img_3674Fondamentale la parola di Dio ascoltata durante la prima messa celebrata il giorno dopo il mio arrivo. Ero un mix di emozioni, stati d’animo e domande su come avrei affrontano questa esperienza. Stavolta TUTTO DI ME ERA LI, non stavo più a casa a pensare su come sarebbe andata. Purtroppo, sin da subito, ad alimentare questi miei primi stati d’animo ci sono state anche delle problematiche esterne. «Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto darvi il suo regno» questa è la parola del vangelo secondo Luca che il Signore quella sera, in quella celebrazione, ha detto al mio cuore. NON TEMERE, Mauro, perché al Padre tuo è piaciuto darti il suo regno. Questo non temere mi ha messo in totale affidamento. Il suo regno dato a me e dove desiderava che io stavo era quella terra, quelle persone, quella vita semplice che sarei stato chiamato a sposare in quel mese. La preghiera e il vangelo sono stati fondamentali nel trascorrere le giornate, specialmente quelle più difficili. L’amore contagioso nei momenti di festa e di gioia condivisi nella semplicità. Le serate animate dai bambini, i balli, i canti, i compleanni vissuti insieme come una grande famiglia. L’amore presente in Massimo e Cristina, i responsabili della casa, che da tanti anni hanno fatto della loro vita un dono a Cristo e agli altri stando vicino a questa gente. L’amore presente nel Tau che era per me l’appartenenza alla Chiesa e alla famiglia francescana che mi hanno mandato in questa terra che ho imparato a conoscere interessandomi alla propria storia e apprezzando ciò che offriva. L’amore restituito anche nel raccontarmi e testimoniare quando di bello il Signore fa nella vita dei suoi figli. L’amore mai mancato da Cristo che messo al primo posto mi ha dato la forza per vivere la mia missione. È stato un mese ricco, pieno e VISSUTO NELLA BELLEZZA. Il Signore mi ha chiamato a questa esperienza sapendo tutto quello che ora potrò fare, tutto l’amore che sarò capace di contagiare adesso che sono a casa perché tanti lo attendono e lo attendo anche da me…

Mauro.