Comunicato della Custodia di Terra Santa

 

Dal mattino del 23 dicembre scorso, abbiamo nuovamente perso ogni contatto con padre Dhiya Azziz, ofm, parroco di Yacoubieh (Siria).
Padre Dhiya era in viaggio con un taxi. C’erano altre persone a bordo. Era partito da Lattakia di buonora e diretto verso Yacoubieh, passando probabilmente per Hama, per essere in parrocchia per le festività natalizie. Era di ritorno dalla Turchia, dove era andato a visitare la sua famiglia che li si è rifugiata dopo l’ingresso di Daesh (ISIS) a Karakosh (Iraq), suo paese natale.
L’ultimo contatto telefonico si è avuto il 23 dicembre scorso alle ore 9. Da allora nessuno sa più dove sia. Avrebbe dovuto arrivare a Yacoubieh nel primo pomeriggio del 23 dicembre.
Non si hanno notizie di nessun genere di nessuno dei passeggeri.
Stiamo cercando di contattare le diverse fazioni in campo per capire se qualcuno è in grado di darci informazioni. Finora senza risultato.

È lecito pensare che sia stato preso da qualche gruppo. Stiamo facendo il possibile per comprendere chi. La situazione altamente caotica del Paese non ci permette di fare molto, purtroppo.

Se avremo altre notizie, lo comunicheremo.

Invitiamo tutti alla preghiera e alla solidarietà con padre Dhiya, con i suoi parrocchiani, i confratelli in Siria, i pastori e tutti coloro che si spendono in quel Paese per fare ancora del bene.

La Custodia di Terra Santa

P. Dhya Azziz ofm è nato a Mosul, l’antica Ninive, in Iraq, il 10 Gennaio 1974. Dopo alcuni studi presso l’Istituto medico della sua città, aveva abbracciato la vita religiosa e dopo il noviziato ad Ain Karem, aveva emesso la prima professione dei voti religiosi il 1° Aprile 2002. Nel 2003 si è trasferito in Egitto, dove è rimasto per diversi anni. Nel 2010 rientra in Custodia e viene inviato ad Amman. È successivamente trasferito in Siria, a Lattakia. Si era reso poi volontariamente disponibile ad assistere la comunità di Yacoubieh, nella regione dell’Oronte (provincia di Idlib, distretto di Jisr al-Chougour), divenuta particolarmente pericolosa in quanto sotto il controllo di Jaish al-Fatah. Fu rapito e detenuto da un gruppo jihadista dal quale riuscì a fuggire nel luglio del 2015.

48638

L’essenziale é visibile agli occhi.

“E Maria diede alla luce il suo figliuolo e lo fasciò e lo pose a giacere in una greppia”. La stalla fu la prima chiesa e la greppia il primo tabernacolo, dopo il seno purissimo di Maria. Ogni cosa può diventare un ostensorio del suo amore. Anzi, le più umili, le più spregiate ne rispettano meglio il mistero, lasciandone trasparire e conservandone il divino incanto.
Don Primo Mazzolari (Il Vangelo del Reduce)

Carissimi fratelli e sorelle, la notissima frase del “Piccolo Principe”, l’essenziale è invisibile agli occhi …  noi Cristiani oggi la sconfessiamo. L’essenziale, ciò che è essenziale, ciò che serve per vivere, è visibile. E’ apparsa nel mondo la luce vera, la vita si è fatta visibile. La salvezza non è qualcosa di etereo, non viene da un’ideologia e nemmeno da una condizione esistenziale, la vita non è “salva” perché va bene, finché va bene. La vita è salva, cioè è buona, degna di essere vissuta dal concepimento fino al suo naturale termine,  perché qualcuno l’ha salvata. L’ha resa buona. Scegliendola. La salvezza è ormai nella storia e nell’esperienza umana, si presenta dentro l’esperienza umana stessa. perché Cristo Gesù è venuto. Non è un idea o un pensiero. E’ un fatto e ha cambiato la storia. E cambia la vita.

Oggi in particola re vogliamo pregare per tutti i nostri fratelli cristiani che a motivo della loro fede sono perseguitati.

Ti auguriamo di poter essere toccato dalla semplicità del presepe, mistero di comunione e di umiltà.

Santo Natale e l’augurio di un anno nuovo ricco di Grazia.

Segretariato Missioni Ad Gentes dei Frati Minori Di Umbria e Sardegna.

barocci

Portare la Misericordia ai “pagani”

beato-clemente-vismara-archivio-pime

Papa Francesco ha così sintetizzato lo scopo dell’Anno Santo della Misericordia di Dio (8 dicembre 2015 – 20 novembre 2016): «Affinché la Chiesa possa rendere più evidente la sua missione di essere testimone della misericordia di Dio». Parole che richiamano quelle di Giovanni XXIII l’11 ottobre 1962 quando apriva il Concilio Vaticano II, orientandolo in senso pastorale: «Oggi la sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia invece che imbracciare le armi del rigore… Così la Chiesa cattolica… vuole mostrarsi madre amorevolissima di tutti, benigna, mossa da misericordia e da bontà verso i figli da lei separati». Papa Francesco non indice un altro Concilio, ma riforma la Chiesa in senso pastorale, missionario, con la Misericordia di Dio e la condivisione verso i lontani, i più poveri in tutti i sensi.
1 – Siamo tutti peccatori bisognosi di misericordia
Bisogna partire dalla convinzione che abbiamo tutti bisogno del perdono di Dio. Il Venerabile dott. Marcello Candia a chi gli diceva che era un santo rispondeva: «Chi ha avuto molto deve dare molto. Io ho ricevuto tantissimo da Dio e dai miei genitori. Se ho ricevuto cento e rendo ottanta, rendo meno di chi ha ricevuto dieci e rende nove». Il confessore di Madre Tersa, un gesuita, ha detto che la Madre aveva una certa paura della morte, perché diceva: «Dio mi ha dato tanto e io ho corrisposto così poco!».
Papa Francesco al giornalista che gli chiedeva: «Cosa pensa di un omosessuale?» rispondeva: «Chi sono io per giudicare il mio prossimo?» («Non giudicate e non sarete giudicati», diceva Gesù). E quando un altro gli ha chiesto: «Lei chi è?», ha risposto: «Io sono un peccatore». Bella risposta! Il Papa stesso riconosce di essere un peccatore davanti a Dio.
In questo nostro tempo tempestoso, in cui sembra che il male prevalga sul bene in Italia e nel mondo, Francesco vuol estirpare questo modo di vedere: la Chiesa, comunità dei buoni, deve chiudersi in difesa della verità e del piccolo gruppo degli eletti. Il Papa dice e ripete un principio della pastorale missionaria: la «Chiesa in uscita», i preti e gli operatori pastorali che portano la Parola di Dio ai non credenti e non cristiani, condividono e soffrono i loro problemi e sofferenze, aiutandoli, testimoniando la vita secondo il Vangelo. Questo era lo stile di Gesù e dei suoi Apostoli e discepoli.
Nei suoi 65 anni di missione in Birmania, il beato padre Clemente Vismara (icona della missione Ad gentes nel nostro tempo) ha fondato cinque parrocchie con decine di migliaia di cristiani partendo da zero. All’inizio scriveva: «Se voglio vedere un altro cristiano nel raggio di 130 chilometri (la distanza tra la sua missione e il prefetto apostolico) debbo guardarmi nello specchio». Lui visitava continuamente i villaggi pagani ed educava i catechisti e i cristiani a fare lo stesso.
Ecco cosa scriveva al suo grande amico e benefattore Pietro Migone (25 luglio 1961). Non si considerava certo un giusto, un santo fra i peccatori:
«A volte, quando celebro la Messa penso che mi è necessario essere un peccatore. La Messa è tutta infarcita di “Domine, non sum dignus” (Signore non sono degno), “Mea culpa” (Mia colpa), “Ne in aeternum irascaris nobis” (Non arrabbiarti con noi in eterno), “Si iniquitates (plurale) observaveris Domine, quis sustinebis?” (Se tu guardi ai nostri peccati, Signore, chi potrà sostenere il tuo giudizio?), eccetera. S’io fossi un’anima candida direi bugie. Alle parole bisogna dare il valore che hanno, e di questo parere, credo sia anche il Signore…”».
Le ideologie atee che nel Novecento hanno prodotto decine di milioni di morti (senza liberare nessun popolo!), comunismo e nazismo proclamavano tutto il contrario delle Beatitudini di Gesù. Lenin scriveva nel suo Cosa fare? che le masse dei poveri hanno un’arma formidabile contro i ricchi: l’odio, bisogna odiare con tutte le nostre forze coloro che ci opprimono perché l’odio aumenterà la nostra forza nel combattere per la giustizia.
Friedrich Nietzsche nel suo L’Anticristo scriveva: «Io definisco il cristianesimo l’unica grande maledizione, l’unica grande perversione, l’unico marchio di abominio dell’umanità». Nel suo libro Così parlò Zarathustra, ha stilato una specie di contro-vangelo al Discorso sulla Montagna di Gesù. «L’uomo – si legge – potrà essere felice solo quando soddisferà liberamente i propri istinti, eliminando i concetti del bene, del male e del peccato».
Disprezzava la misericordia, i deboli, gli handicappati, le razze indegne della vita. Sognava un mondo dominato dai Superuomini che hanno imposto la loro volontà di potenza agli uomini «inferiori, mediocri e comuni», per cui «lo Stato è in favore dell’individuo più forte (l’uomo eletto che vince l’uomo medio) e della superiorità di razza e di cultura». Non meraviglia che Nietzsche, messosi al servizio del nazionalismo tedesco, abbia profondamente influenzato il nazismo e la sua nefasta ideologia!
2 – Il Dio dei cristiani perdona
Nella storia dell’umanità il vero rivoluzionario è Gesù Cristo; ha rivelato il volto di Dio, Creatore e Padre di tutti gli uomini, che perdona i loro peccati. «Dio è Amore», scrive san Giovanni e Gesù ha numerose espressioni sulla misericordia di Dio e sul nostro dovere di perdonare le offese: «Siate misericordiosi e otterrete misericordia… Perdonate non sette volte, ma settanta volte sette… Le sono perdonati i suoi molti peccati… Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno…».
Nei due anni e mezzo del suo pontificato Francesco ha ripetuto tante volte questi concetti: «Dio è buono, vuole bene a tutti e perdona sempre… Questo è il messaggio più forte del Signore: la misericordia… Se il Signore non perdonasse tutto il mondo non esisterebbe… È la misericordia di Dio che cambia il mondo… La Chiesa accoglie tutti, non rifiuta nessuno».
Dio Padre misericordioso è uno dei tanti valori della Rivoluzione dell’Amore portata da Gesù nella storia dell’umanità, indispensabili per lo sviluppo anche psicologico della persona umana e il progresso della società (si pensi al valore del perdono per la pace!). In altre culture e religioni, la vendetta è sacra. Nel 1986 in Giappone i missionari mi dicevano che la difficoltà maggiore per i giapponesi di convertirsi a Cristo è il dovere di perdonare le offese ricevute, perché nella loro tradizione la vendetta è un atto sacro e si tramanda di padre in figlio!
Il padre Luigi Soletta del Pime era parroco a Kamakura, con una piccola chiesetta vicino al grande tempio della dea buddhista Kannon (la dea della misericordia), il “tempio dei bambini non nati”. Sulla collina attorno al tempio, nei vialetti del bosco ci sono migliaia di statuette del Buddha, simbolo del loro bambino. Le donne che hanno abortito lo offrono al tempio, vestendolo come avrebbero voluto vestire il bambino, a volte con un giocattolo in mano o vicino. Ho visto giovani coppie portare queste statuette, sistemarle nel tempio o nei dintorni, chiedono perdono, bruciano incenso, fanno prostrazioni. Usanza commovente che non è solo un rito, ma l’espressione di un’esigenza di perdono, che purtroppo non ha risposta.
«L’aborto – mi dice Soletta – è sentito come una colpa grave e i non cristiani, che non conoscono il Dio della bontà e del perdono, a volte sono oppressi da un senso di colpa. Pensano che i bambini non nati non hanno pace, vagano per la città e i campi in attesa di reincarnarsi in un’altra vita. I genitori non riescono a dar loro pace. A volte vengono da me mamme e papà non cristiani, mi dicono che hanno fatto un aborto e mi chiedono se è vero che il Dio dei cristiani perdona questa colpa. Dopo trent’anni di Giappone, credo che in Oriente le malattie nervose sono più abituali che in Occidente proprio a causa di questa visione pessimistica di Dio, che non conoscono e pensano che non perdona. Io dico loro che il Dio dei cristiani perdona e spiego come e perché. Poi do loro una benedizione solenne e li mando in pace».
Il beato Clemente Vismara (1897-1988) è vissuto 65 anni tra popoli animisti e buddisti e dava giudizi molto negativi di quelle due culture religioni. È stato il Concilio Vaticano II (1962-1965) che ha cambiato la visione della Chiesa sulle religioni, Vismara scriveva (su Crociata missionaria dicembre 1953):
«Che il paganesimo renda l’uomo pigro e di conseguenza povero è un fatto indiscutibile. Venite e vedrete. Io parlo qui del mio paese, di quel che constato io; forse in altri paesi anche i pagani saranno benestanti, ma ci credo poco. Sembrerebbe che la religione debba influire solo sullo spirito, in pratica anche nello sviluppo materiale ha il suo peso e come!».
In una lettera a Pietro Migone (14 novembre 1963) scrive:
«Dicano pure che il buddismo è una buona religione, da rispettare, ecc. ecc. Io son persuasissimo, ricevano pure miliardi e miliardi dall’America o Europa, ma se non cambian fede saremo sempre agli stessi passi. Noi qui siam poveri o meglio miserabili, perché lo vogliamo essere. Certo è tramontata l’epoca del colonialismo – ed è un bene – ma se fossero rimasti soli si sarebbero migliorati? Si poteva pretendere dai colonizzatori che facessero la vita ed il sistema dei missionari? Cristianesimo ed incivilimento son sinonimi e di qui non si scappa. Il progresso rimane e rimarrà sempre, dall’anno 1 al 1963 (quando nacque Gesù), incardinato nello spirito e non ci son miliardi che tengano».
In una lettera a Pietro Migone (31 agosto 1949) si legge:
«La gente qui è povera proprio perché vuol rimanere povera, o meglio miserabile. Coi miserabili la nostra religione non può attaccare o se attacca, attacca in malo modo od anche fittizio. Sono profondamente persuaso che prima dobbiamo insegnare loro a vivere corporalmente, poi il legno di croce. E per insegnare bisogna darne l’esempio. Io lavoro per questo e voglio che mi vedano anche i pagani».
Il beato Clemente Vismara, nel suo stile diretto e scherzoso, scrive all’amico Pietro Migone (12 aprile 1960):
«Stamane ho celebrato la S. Messa per te… Noi in fondo siamo buona gente, ci manca solo la coerenza… “Ne in aeternum irascabis nobis” (Non arrabbiarti con noi in eterno). Che Dio si arrabbi un po’ con noi, gli do ragione, ma sempre sempre non sta bene.
Coraggio, caro Pierino, non essere mai pessimista. Il peccato di Giuda non era poi così grosso come si dice. Per 30 franchi ha venduto il Signore, ebbene tutti i moralisti assicurano che la somma di 30 lire non è materia grave con i tempi che corrono, il vero suo male fu quello di credere che il buon Gesù non sarebbe stato capace di perdonargli. A Pietro che l’aveva fatta più grossa con uno sguardo gli perdonò subito, senza manco dargli la penitenza».
(Fonte www.tempi.it tratto dal blog di Piero Gheddo)

(Foto Beato Clemente Vismara, archivio PIME)

Uccidono Ancora

Ci sono cose che continuano, nel silenzio, ad essere strumenti di morte a mietere vittime innocenti e troppo spesso passano nel silenzio o finiscono nel dimenticatoio, cose delle quali pochi si preoccupano. Cose come le mine antiuomo, pubblichiamo un interessante articolo apparso sulle pagine di avvenire qualche giorno fa.

Uccidono. E quando non lo fanno, straziano corpi e anime. Invalidano per sempre, con costi enormi anche per la collettività. Le avevano proibite a Ottawa, nel lontano 1999. Ma le mine antiuomo continuano a mietere vittime innocenti. Perché sono l’arma più «abominevole e barbara mai concepita». Lo diceva già Kofi Annan. Tempo addietro si era accesa una fiammella di speranza. Morti e feriti sembravano in calo. E l’obiettivo di un mondo libero dalle mine nel 2025 non pareva così irraggiungibile. Ma i dati non mentono mai. Quando fu firmato il trattato in Canada, si contavano ancora 9mila vittime l’anno. L’interdizione e gli sforzi degli operatori di pace stavano garantendo ottimi risultati. Così fino al 2013. Ma da allora in poi il trend si è purtroppo invertito. Le vittime hanno ripreso a crescere, con un’iperbole nel 2014. Morti e feriti sono aumentati del 12%. Un dato ‘inquietante’, forse il più tragico del rapporto 2015 dell’Osservatorio sulle mine. Gli esperti che l’hanno redatto appartengono all’organizzazione non governativa Norwegian People’s Aid, un gigante mondiale della bonifica umanitaria, insieme ad Halo Trust e al Mines Advisory Group (MAG). Dalle 300 pagine del rapporto, emerge una mappa dai confini precisi. Vi spiccano dieci paesi, i più pericolosi e mortali a livello mondiale. Sono le macro-tessere di un mosaico infernale, intessuto di crisi e guerre, alcune semi-permanenti, altre dimenticate. L’Afghanistan ha il triste primato. Le mine colpiscono qui più che altrove. Seguono la Colombia, l’Angola, la Bosnia, l’ex-Birmania, il Pakistan tribale, la Siria tragica, la Cambogia senza volto e il Mali del jihadismo rinascente. Molte delle campagne cambogiane sono tuttora minate. I contadini non possono tornare alle terre. Coltivarle è impossibile. «Troppo pericoloso», dicono gli esperti. Le mine le infestano. Sono un dramma umanitario che persiste, lontano dalle guerre, a decenni di distanza. Rallentano il ritorno dei profughi e degli sfollati. Distruggono le attività economiche. Ce ne sono nel mondo almeno 100 milioni. Pensate: dal 1945 sono state inventate 600 tipologie di mine terrestri. L’Italia era un grande produttore. Oggi non più, fortunatamente. Le sue mine ad ‘azione estesa’ hanno segnato una triste pagina dell’industria nazionale: le valmara-59 e le valmara-69 sono state utilizzate copiose dagli iracheni, per minare il deserto del Kuwait. Erano gli anni della prima guerra del Golfo. C’è un bellissimo libro di Gino Strada, che andrebbe letto e diffuso, per non dimenticare. Pappagalli Verdiracconta delle nostre mine antiuomo, impiegate dai mujhaeddin afghani. L’Afghanistan è pieno zeppo di mine: una, tremenda, è la sovietica Pfm-1. Ne avrete sentito già parlare: si chiama anche ‘mina a farfalla’, per la forma caratteristica, molto attraente per i bambini che la scambiano per un giocattolo. È stata prodotta nelle varie sfumature di marrone, verde e bianco. Follie della guerra. Armi terribilmente semplici, fabbricate con pochi materiali: un involucro, una carica esplosiva e un congegno di accensione. È sufficiente una minima dimestichezza nell’uso degli esplosivi. Il web fornisce perfino manuali per realizzare ordigni anti-uomo, tanto rudimentali quanto esiziali. Tutti dal costo infimo. Il prezzo è garanzia di proliferazione: 3 dollari per le mine meno sofisticate e 10-15 per le più dirompenti. Molte componenti si trovano sul mercato civile. Altrimenti c’è il mercato nero delle armi, dove imperano le mine cinesi ed ex-sovietiche. Le più diffuse appartengono alla famiglia Mrud o Mon-50, copiate dalla statunitense M-18 Claymore. Costruite nei Paesi del blocco comunista, sono state impiegate massicciamente in tutto il mondo. Ne vengono continuamente rinvenute in Afghanistan, Bosnia, Croazia e Kosovo. Alcune varianti uccidono nel raggio di 200 metri, investendo chiunque vi si aggiri. Sono sistemi micidiali, dalla letalità intrinseca e permanente. Hanno una longevità di decine di anni. Bonificarle costa. Chiede un’infinità di tempo, perché le tecnologie laser e nucleari non sono ancora del tutto mature. Guerriglieri e produttori ci hanno messo del loro. Usano involucri sofisticati. Gli ordigni sono diventati impermeabili agli agenti atmosferici e semi-invisibili agli strumenti elettronici di ricerca. Non esistono più i contenitori di legno e di ferro, come ai tempi della Seconda guerra mondiale.o-MINE-ANTIUOMO-facebookLa tecnologia delle mine si è evoluta. La bachelite ha ceduto il posto alla resina sintetica, non aggredibile dai componenti chimici del terreno e sfuggente agli occhi elettronici degli sminatori. Quando va bene, si riesce a bonificare non più di 15-20 metri quadrati al giorno. E i costi lievitano: per ogni euro speso in un campo minato ne occorrono 20 volte tanto nell’opera di sminamento. Il trattato di Ottawa è la nostra unica speranza. Oltre 160 paesi l’hanno ratificato. Ma è monco. Mancano all’appello i grandi produttori di mine: Cina, Russia, Stati Uniti, Israele e le Coree. Il dipartimento di Stato, a Washington, assicura di aderire dall’anno scorso allo ‘spirito e agli obiettivi umanitari’ della convenzione. Garantisce che non userà mai più le mine antiuomo. Non lo fa dal 1991, con un’eccezione nell’Afghanistan del 2002. E allora perché non ratifica ancora? Ovvio: deve alimentare i campi minati della penisola coreana, per scongiurare un’invasione terrestre dal nord, come nel 1950. Di mine si muore e si pena ancora in 63 paesi (compresi quattro territori). Ucraina e Oman hanno allungato il tragico elenco, proprio quest’anno. Si muore di mine nel Donbass, nonostante la tregua. Sorte simile tocca al disperato popolo saharawi, dai più dimenticato. L’India, la Birmania e il Pakistan ne fabbricano a iosa. I confini ne sono disseminati. E non ci sono dati certi sui conflitti in Libia, Mali, Yemen, Siria e Iraq. Daesh usa mine ed esplosivi tanto negli assedi offensivi, quanto nelle fortificazioni difensive. «Quel che abbiamo visto a Kobane, supera di gran lunga i nostri peggiori incubi», racconta un operatore di Handicap International. «L’80% della città è in rovina e ci sono obici inesplosi ovunque». Le mine non fanno notizia, ma hanno ucciso e mutilato 100mila individui negli ultimi 15 anni; 3.679 nel solo 2014. Milleduecentoquarantatré sono i morti dell’anno scorso. Gli altri sono feriti. Di una guerra insensata. Quando esplode, una mina scatena un’onda d’urto di seimila metri al secondo. Tutto intorno la temperatura schizza fino a 4mila gradi. Il rumore è assordante, intollerabile per l’orecchio umano. Il piede investito dall’esplosione si sbriciola, insieme alle ossa della gamba. Le schegge colpiscono il resto del corpo, deturpando perfino il volto e gli occhi. Mutilano e causano emorragie. Fanno più di 10 vittime al giorno, in massima parte civili (80%) e bambini (39%). E c’è un grido d’allarme. Guerriglieri e jihadisti stanno facendo un uso sempre più massiccio di ordigni esplosivi artigianali: i famigerati Ied, assimilabili in tutto alle mine antiuomo, come le bombe cluster. Dal 1965 ad oggi sono state usate 460 milioni di sub-munizioni. Ne persistono inesplose 132 milioni, sparse qua e là, come una spada di Damocle sulle generazioni future. Individuarle è estremamente complicato, anche per il personale esperto. I più ottimisti prevedono decenni di lavoro. Forse ci vorrà anche di più. Ma non bisogna perdere la speranza. Lo insegna il Mozambico, che si è dichiarato libero dalle mine e dagli ordigni inesplosi il 17 settembre scorso. Ripartiamo da qui. (fonte Avvenire 4.12.2015)

Primo Incontro G&M

20151122_104821 (2)

“Camminando si apre il cammino “! Con queste parole ha inizio la mia prima tappa di Giovani e Missioni, perché racchiudono il senso che vorrei dare a questa nuova esperienza…! Giulia.

Più che un’esperienza per imparare è stata un’esperienza per iniziare a pormi domande e cercare risposte. Maurizio.

Ma io sono una turista o una pellegrina…??? Sicuramente sono alla ricerca “dell’essere una pellegrina” …del divenire una pellegrina. Maria Grazia.

Non sempre nella vita il percorso ci è conosciuto sin dal primo passo e questo primo incontro è stato il momento per conoscere di più se stessi e offrire la disponibilità ad ascoltare, a prepararsi e ad accogliere un desiderio ancora giovane di affacciarsi a una missione all’Estero ma ancor più in generale nella propria vita e nel luogo in cui si chiamati ad essere speranza e testimonianza. Mario.

Prima di portarlo agli altri bisogna fare del vangelo la nostra vita aprire, abbandonare completamente il nostro cuore all’amore misericordioso di Gesù, fare testimonianza del suo Amore e che siamo tutti suoi figli. Pamela.

Questo corso servirà a fare molta chiarezza dentro di me, affrontando così le paure più nascoste, per scoprire che alla fine “l’altro” non è poi così distante da noi, anzi siamo tutti fratelli uniti in Cristo che hanno voglia di testimoniare la stessa verità: “Noi amiamo perché egli ci ha amato per primo”. Alessandra.

Prepararci per partire per la nostra missione AD GENTES: …dobbiamo essere pronti a TESTIMONIARE i fatti realmente accaduti riguardanti la nostra fede, dobbiamo essere pronti a CONDIVIDERE la vita dei poveri, dobbiamo essere disposti ad ACCOGLIERE l’altro nella verità, dobbiamo e dovremo essere semplicemente CHIESA ovunque andremo. Anna.

Il momento dell’Adorazione, in cui ciascun Fratello ha offerto al Signore un oggetto lo rappresentasse o a cui tenesse in particolar modo, spunto per chiedermi “Quanto sono disposto a rinunciare per Dio? A cosa sono disposto a rinunciare per il prossimo?” Mario.

Sono chiamata ad essere, non specchio di qualche modello o di qualche super eroe bensì, riflesso del Suo volto.
Essere cristiani è una vera e propria vocazione, per questo oggi nutro un desiderio nel cuore:
vivere e portare un pezzetto di Cielo anche qui sulla terra. Stefania.

Il primo atto è stato capire il posizionamento di me stessa nel cammino per portare la Verità della Chiesa. Non siamo venditori di filastrocche, siamo pescatori d’uomini, ed una cosa assai impegnativa. Emilia.

Quando sperimenti la pienezza di Cristo, quando gusti la bellezza viva e vera della sua parola, nasce un desiderio forte di correre ad annunciare, di essere possibilità per l’altro, di rivedere il tuo modo di relazionarti, di imparare a vivere nella gratuità e nella carità, di posare il tuo sguardo sull’essenziale. Mauro.

L’esperienza di G&M sin dal primo incontro ci ha spinti ad una maggiore riflessione e sui noi stessi e sulle autentiche motivazioni che stanno alla base del nostro desiderio di servire Cristo attraverso il prossimo. Che sia qui o dall’altra parte del mondo. Francesco e Federica.

Continuo a chiedermi ancora il motivo per il quale mi ha spinta qui e cosa mi sta preparando, ma basta con i tanti “perché?”, cambio il punto di vista e dico “Tu sai!”. Mi fido e mi affido e vediamo quale abbondanza di pesci mi riserva! Eleonora.

Oggi celebriamo la memoria di San Francesco Saverio (Xavier, Spagna, 1506 – Isola di Sancian, Cina, 3 dicembre 1552), Patrono delle Missioni Estere e dei Missionari. Apostolo dell’Oriente. Attraverso la sua intercessione preghiamo per tutti i missionari,  in modo particolare per i confratelli della nostra Provincia: P. Luca missionario a Taldykorgan in Kazakistan, P. Marco a Juba in Sud Sudan e P. Marco in Estremo Oriente.

Questo pioniere delle missioni dei tempi moderni, patrono dell’Oriente dal 1748, dell’Opera della Propagazione della Fede dal 1904, di tutte le missioni con S. Teresa di Gesù Bambino dal 1927, nacque da nobili genitori il 7-4-1506 nel castello di Xavier, nella Navarra (Spagna). Francesco non sarebbe diventato un giurista e un amministratore come suo padre, né un guerriero come i suoi fratelli maggiori, ma un ecclesiastico come un qualunque cadetto del tempo. Per questo nel 1525 si recò ad addottorarsi all’università di Parigi sognando pingui benefici nella diocesi di Pamplona. Il suo incontro con Ignazio di Loyola fu provvidenziale perché lo trasformò da campione di salto e di corsa in araldo del Vangelo, da professore di filosofia in Santo. Assegnato nel collegio di Santa Barbara alla medesima stanza del Saverio, il fondatore della Compagnia di Gesù aveva visto a fondo nell’anima di lui, gli si era affezionato e più volte gli aveva detto: “Che giova all’uomo guadagnare anche tutto il mondo, se poi perde l ‘anima? (Mc. 8,36). Più tardi Ignazio confiderà che Francesco fu “il più duro pezzo di pasta che avesse mai avuto da impastare” e il Saverio, nel fare quaranta giorni di ritiro sotto la direzione d’Ignazio prima d’iniziare lo studio della teologia, pregherà: “Ti ringrazio, o Signore, per la provvidenza di avermi dato un compagno come questo Ignazio, dapprima così poco simpatico”.
Il 15 agosto 1534 anche lui, insieme al Loyola, nella chiesetta di Santa Maria di Montmartre fece voto di castità e di povertà e di pellegrinare in Palestina o, in caso d’impossibilità, di andare a Roma per mettersi a disposizione del papa. Anche lui, all’inizio del 1537, si trovò con gli altri primi sei compagni all’appuntamento fissato a Venezia, ma la guerra scoppiata tra la Turchia e la Repubblica Veneta impedi loro di mandare ad effetto il voto fatto. Ignazio e i suoi discepoli si dedicarono allora all’assistenza dei malati nell’ospedale degl’Incurabili fondato da S. Gaetano da Thiene e, dopo essere stati ordinati sacerdoti, alla predicazione per le piazze in uno strano miscuglio di lingue neo-latine. A Bologna specialmente il Saverio si acquistò fama di predicatore e di consolatore dei malati e dei carcerati, ma in sei mesi si rovinò la salute dandosi ad austerissime penitenze. S. Ignazio lo chiamò a Roma come suo segretario. Nella primavera del 1539 egli prese parte alla fondazione della Compagnia di Gesù e, l’anno dopo, fu mandato al posto di Nicolò Bobadilla, colpito da sciatica, alle Indie Orientali in qualità di legato papale per tutte le terre situate ad oriente del capo di Buona Speranza, in seguito alle insistenti preghiere rivolte da Giovanni III, re del Portogallo, a Ignazio per avere sei missionari.
Durante il penoso viaggio a vela, protrattosi per tredici mesi, il Saverio si sovraspese per l’assistenza spirituale ai 300 passeggeri facenti parte non certo della “buona società”, nonostante che per due mesi avesse sofferto il mal di mare. Una notte, all’ospedale di Mozambico, avendolo il medico trovato tremante di febbre, gli ordinò di andare a letto. Poiché un marinaio stava morendo impenitente, gli rispose: “Non posso andarci. Un fratello ha tanto bisogno di me”. Stabilitosi nel collegio di San Paolo a Goa, cominciò il suo apostolato (1542) tra la colonia portoghese che con la sua vita immorale scandalizzava persino i pagani. Poi estese il suo ministero ai malati, ai prigionieri e agli schiavi con tanta premura da meritare il titolo di “Santo Padre” e “Grande Padre”. Con un campanello raccoglieva per le strade i fanciulli e ad essi insegnava il catechismo e cantici spirituali.
Dopo cinque mesi il governatore delle Indie lo mandò al sud del paese dove i portoghesi avevano costruito le loro fortezze, avviato i loro commerci e battezzato gl’indigeni e i prigionieri di guerra senza sufficiente preparazione. Molti di essi erano ricaduti nell’idolatria, come i pescatori di perle della costa del Paravi i quali, otto anni prima, avevano chiesto il battesimo per essere difesi dai maomettani. Francesco, che non possedeva il dono delle lingue, con l’aiuto d’interpreti tradusse subito nei loro idiomi le principali preghiere e verità della fede. Poi, per due anni, passò di villaggio in villaggio, a piedi o su disagevoli imbarcazioni di cabotaggio, esposto a mille pericoli, fondando chiese e scuole, facendosi a tutti maestro, medico, giudice nelle liti, difensore contro le esazioni dei portoghesi, salutato ovunque quale Santo e taumaturgo. “Talmente grande è la moltitudine dei convertiti – scriveva egli – che sovente le braccia mi dolgono tanto hanno battezzato e non ho più voce e forza di ripetere il Credo e i comandamenti nella loro lingua”. In un mese arrivò a battezzare 10.000 pescatori della casta dei Macua, nel Travancore. Mentre era intento ad amministrare il sacramento, ricevette la triste notizia che 600 cristiani di Manaar avevano preferito lasciarsi uccidere anziché tornare al paganesimo. Ne provò un momento di sconforto: “Sono così stanco di vivere – scrisse – che la migliore cosa per me sarebbe morire per la nostra Santa fede”. Lo rattristava il vedere commettere tanti peccati e non poterci fare nulla.
Benché continuamente a disposizione del prossimo, il Santo fu sempre trattato male da ufficiali e mercanti portoghesi, decisi a non permettere che la sua caccia alle anime intralciasse loro la ricerca di piaceri e di ricchezze. Noncurante degli uomini, negli anni successivi (1545-1547) egli aprì nuovi campi all’apostolato. Predicò per quattro mesi nell’importante centro commerciale di Malacca; visitò l’arcipelago delle Molucche; nell’isola di Amboina, presso la Nuova Guinea, riuscì ad avvicinare la popolazione impaurita di un villaggio stando seduto e cantando tutti gl’inni che sapeva; si spinse fino all’isola di Ternate, estrema fortezza dei portoghesi, e più oltre ancora, fino alle isole del Moro, al nord delle Molucche, abitate da cacciatori di teste. Colà agli ospiti indesiderati si servivano pietanze avvelenate. Quando il Saverio decise di visitarle, gli suggerirono di portare con sé degli antidoti, ma egli preferì riporre in Dio tutta la sua fiducia. “Queste isole – scriverà il 20-1-1548 – sono fatte e disposte a meraviglia perché vi ci si perda la vista in pochi anni per l’abbondanza delle lacrime di consolazione… Io circolavo abitualmente nelle isole circondate da nemici e popolate da amici poco sicuri, attraverso terre sprovviste di qualsiasi rimedio per le malattie e prive di qualsiasi soccorso per conservare la vita”. Ciononostante egli pregava: “Non allontanarmi, o Signore, da queste tribolazioni se non hai da mandarmi dove io possa soffrire ancora di più per amore tuo”.
Dopo tre mesi di fatiche, tornò a Ternate. Il sultano regnante fece buona accoglienza al missionario, ma alla fede cristiana preferì le sue cento mogli e le numerose concubine. Raggiunta Malacca nel dicembre 1547, la Provvidenza fece incontrare al Saverio un fuggiasco giapponese, Anjiro, desideroso di farsi cristiano per liberarsi dal rimorso cagionatogli da un delitto commesso in patria. Il Santo rimase talmente sedotto dalle notizie da lui avute sul Giappone e i suoi abitanti che concepì un estremo desiderio di andarli ad evangelizzare. Dopo aver provveduto per il governo del Collegio di San Paolo a Goa e l’invio di missionari nelle località visitate, parti per il Giappone in compagnia di Anjiro, suo collaboratore. Sbarcò a Kagoshima, nell’isola di Kiu-Sciu, il 15 agosto 1548. Il principe Shimazu Takahisa lo accolse gentilmente, e mentre egli studiava la lingua del paese, Anjíro convertiva al cattolicesimo oltre un centinaio di parenti e amici. “I Giapponesi – scrisse il Saverio in Europa – sono il migliore dei popoli”. Quando il principe, sobillato dai bonzi, vietò ogni ulteriore battesimo, il coraggioso missionario decise di presentarsi addirittura all’imperatore e alle università della capitale, Miyako (Kyoto), ma a causa della guerra civile endemica le università non vollero aprirgli le porte e l’imperatore in fuga non volle riceverlo (1551), perché sprovvisto di doni e poveramente vestito. Si presentò allora in splendidi abiti e con preziosi doni al principe di Yamaguchí che gli concesse piena libertà di predicazione. In breve tempo egli riuscì a creare una fiorente cristianità che formò le delizie della sua anima” e ad estenderla nel vicino regno di Bungo.
Quando nell’inverno del 1551, richiamato da urgenti affari, il Saverio ritornò in India, in Giappone c’erano oltre 1.000 cristiani. Le fatiche avevano imbiancato i suoi capelli. Quante volte, sempre immerso nella preghiera, aveva dovuto camminare a piedi nudi e sanguinanti o passare a guado fiumi gelati! Quante volte, affamato e intirizzito, era stato cacciato dalle locande a sassate! Sovente cadde esausto sul ciglio delle strade. Per poter proseguire il suo viaggio talora dovette occuparsi come stalliere presso viaggiatori più fortunati.
Per i Giapponesi, i Cinesi erano i maestri indiscussi di ogni scibile. Essendosi sempre sentito opporre dai bonzi che se la religione cristiana fosse stata vera, i cinesi l’avrebbero già conosciuta, decise di andarli a convertire. Poiché la prigione o la morte erano la sorte che toccava a tutti gli stranieri che cercavano di entrare in quel paese, il Saverio organizzò un’ambasciata alla corte dell’imperatore della Cina, di cui egli avrebbe fatto parte. A Malacca però l’ammiraglio portoghese in carica, irritato perché non era stato scelto lui come ambasciatore, mandò a monte il progettato viaggio denunciando pubblicamente il Santo come falsificatore di bolle papali e imperiali. Senza lasciarsi abbattere dal grave colpo, l’illuminato apostolo il 17-4-1552 approdò all’isola di Sanciano con un servo cinese convertito, Antonio di Santa Fe. Colà trovò antichi amici che gli offersero ospitalità e un contrabbandiere che per 200 ducati si dichiarò disposto a sbarcarli segretamente alle porte di Canton. Ad un amico il Santo scrisse: “Pregate molto per noi, perché corriamo grande pericolo di essere imprigionati. Tuttavia, già ci consoliamo anticipatamente al pensiero che è meglio essere prigionieri per puro amor di Dio, che essere liberi per avere voluto fuggire il tormento e la pena della croce”.
Il giorno stabilito il contrabbandiere mancò alla parola data. Nel rigido inverno, il Saverio si ammalò di polmonite, e privo com’era di ogni cura morì in una capanna il 3-12-1552 dopo avere più volte ripetuto: “Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me! 0 Vergine, Madre di Dio, ricordati di me!”. Il suo corpo fu seppellito dal servo nella parte settentrionale dell’isola, in una cassa ripiena di calce. Due anni dopo fu trasportato, integro e intatto, prima a Malacca e poi a Goa, dove si venera nella chiesa del Buon Gesù.
Paolo V beatificò il Saverio il 21-10-1619 e Gregorio XV lo canonizzò il 12-3-1622. Si calcola che il Santo missionario abbia conferito il battesimo a circa 30.000 pagani. Il suo continuo peregrinare per lontanissime regioni diede ad alcuni l’impressione che fosse di temperamento volubile. Come legato del papa, pioniere, superiore e provinciale dei Gesuiti, era spiegabile che egli, ardentissimo della gloria di Dio e della salvezza delle anime, sospirasse di prendere visione del suo sterminato territorio per inviarvi gli operai occorrenti. S. Ignazio avrebbe preferito che, invece di pagare di persona, fosse rimasto ad amministrare le missioni dell’India, e avesse inviato a dissodare il terreno altri confratelli. La lettera che gli scrisse per richiamarlo, almeno provvisoriamente, in Europa, giunse quando egli era già morto. (fonte: www.santiebeati.it)view

Riconciliazione, Perdono, Amore e Pace.

Riconciliazione, Amore Perdono e Pace, Amen ! 

Sono le parole con le quali il Santo Padre ha terminato l’omelia nella Cattedrale di Bangui, nella Repubblica Centrafricana, dove Domenica ha “anticipato” l’apertura del Giubileo, aprendo la Porta Santa di quella Cattedrale. Quasi che il Santo Padre … avesse fretta, fretta che nel cuore di ogni uomo possa entrare il perdono di Dio.

Gli “artigiani del Perdono”, cosi si è rivolto ai nostri fratelli africani, ma sicuramente quanto il Papa ha detto ai cristiani della Repubblica Centrafricana sicuramente vale anche per noi, per tutti. Essere artigiani del perdono. Quasi che il perdono non fosse un prodotto “bell’è fatto” che troviamo nei nostri centri commerciali della spiritualità, ma un lavorio lento, fatto di attenzione e sudore, di fatica e precisione.  Un lavoro. un opera da fare senz’altro in collaborazione con Lui.

Allora in questi giorni dove il nostro pensiero si volge sempre più sovente ai regali di Natale. Perché non regalare un bel prodotto di artigianato nostrano cristiano, uno di quei pezzi unici di inestimabile valore. Una di quelle cose che solo noi discepoli di Gesù possiamo fare….

Per Natale perdoniamo qualcuno che ci ha fatto del male, o se i colpevoli siamo noi … chiediamo perdono. 

Riportiamo di seguito alcuni passaggi significativi delle parole di Papa Francesco.Centrafrica-apertura-Porta-Santa-a-Bangui-3_imagefullwide

Vorrei salutare anche tutti i Centrafricani, i malati, le persone anziane, i feriti dalla vita. Alcuni di loro sono forse disperati e non hanno più nemmeno la forza di agire, e aspettano solo un’elemosina, l’elemosina del pane, l’elemosina della giustizia, l’elemosina di un gesto di attenzione e di bontà. E tutti noi aspettiamo la grazia, l’elemosina della pace.
Ma come gli apostoli Pietro e Giovanni che salivano al tempio, e che non avevano né oro né argento da dare al paralitico bisognoso, vengo ad offrire loro la forza e la potenza di Dio che guariscono l’uomo, lo fanno rialzare e lo rendono capace di cominciare una nuova vita, “passando all’altra riva” (cfr Lc 8,22).

Gesù ci insegna che il Padre celeste «fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni» (Mt 5,45). Dopo aver fatto noi stessi l’esperienza del perdono, dobbiamo perdonare. Ecco la nostra vocazione fondamentale: «Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,48). Una delle esigenze essenziali di questa vocazione alla perfezione è l’amore per i nemici, che premunisce contro la tentazione della vendetta e contro la spirale delle rappresaglie senza fine.

Gli operatori di evangelizzazione devono dunque essere prima di tutto artigiani del perdono, specialisti della riconciliazione, esperti della misericordia.

Sì, Dio è Giustizia! Ecco perché noi, cristiani, siamo chiamati ad essere nel mondo gli artigiani di una pace fondata sulla giustizia. La salvezza di Dio attesa ha ugualmente il sapore dell’amore.

Infine, la salvezza di Dio annunciata riveste il carattere di una potenza invincibile che avrà la meglio su tutto. Infatti, dopo aver annunciato ai suoi discepoli i segni terribili che precederanno la sua venuta, Gesù conclude: «Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina» (Lc 21,28). E se san Paolo parla di un amore “che cresce e sovrabbonda”, è perché la testimonianza cristiana deve riflettere questa forza irresistibile di cui si tratta nel Vangelo. E’ dunque anche in mezzo a sconvolgimenti inauditi che Gesù vuole mostrare la sua grande potenza, la sua gloria incomparabile (cfrLc 21,27) e la potenza dell’amore che non arretra davanti a nulla, né davanti ai cieli sconvolti, né davanti alla terra in fiamme, né davanti al mare infuriato. Dio è più potente e più forte di tutto. Questa convinzione dà al credente serenità, coraggio e la forza di perseverare nel bene di fronte alle peggiori avversità. Anche quando le forze del male si scatenano, i cristiani devono rispondere all’appello, a testa alta, pronti a resistere in questa battaglia in cui Dio avrà l’ultima parola. E questa parola sarà d’amore e di pace!

Per il testo completo dell’ Omelia del Sato Padre rimandiamo al sito della Santa Sede.

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2015/documents/papa-francesco_20151129_repcentrafricana-omelia-cattedrale-bangui.html

Lettera di Novembre da parte di P. Adolfo

 

In casa abbiamo un ragazzo di 18 anni, D., che – pur avendo una famiglia – è costretto a vivere lontano da loro. Per vari motivi (non è il primo né l’unico).

Lui è sempre molto taciturno, un po’ schivo e timido, anche se sa mostrarsi molto “di compagnia” quando facciamo le serate insieme.

Un giorno ha dovuto sottomettersi a un intervento chirurgico (un’ernia inguinale) e il dottore che lo ha operato lo ha ricevuto al mattino per la diagnosi e ce lo ha rimandato con un educatore nel primo pomeriggio in taxi già operato (è rientrato in camera sulle sue gambe).

Ma siccome era ancora un po’ sotto anestesia, non credo che riuscisse in quel momento – fra dolore e rintontimento – a gestire ciò che diceva e probabilmente, senza i tabù dello stato di veglia piena, diceva in fondo ciò che pensava.

Mentre era a letto e io gli ero accanto, mi guarda e mi dice: “Perché i miei genitori non mi vogliono bene?” “perché quando passo da loro nessuno mi chiede mai: come stai?”

Da parte mia cercavo di non fargli pesare questo dicendogli che la sua famiglia è molto povera e non riesce a gestire tanti altri figli più piccoli di lui, per cui non è mancanza di amore ma solo probabilmente mancanza di tempo… lui si limitava a guardarmi senza dire niente. Probabilmente capiva che neanch’io credevo a ciò che stavo dicendo rinunciando quindi a continuare a porre quelle domande che diventavano per me imbarazzanti.

 

E la lotta quotidiana – soprattutto in casi del genere – è proprio questa: cercare di essere padre senza sostituirsi alla loro famiglia d’origine, ma dare comunque un sostegno – una forma comunque di famiglia – a chi di fatto se ne trova privato.

E poi essere padre. Senza paternalismi. Credere nella capacità di ogni ragazzo di progettare e investire sulla sua vita ma al tempo stesso accompagnarlo per evitare di farlo cadere in sentieri d’illusione.

Compito non facile anzi decisamente difficile. È più facile pensare al loro posto, progettare al loro posto… ma anche questa strada si può rivelare un sentiero d’illusione. Pensare di poter dire “io so cosa ci vuole per te, io so cosa è bene per te”… manifesta già la nostra insicurezza nei confronti delle sue capacità, dei suoi sogni.

Ma se è vero che si dovrebbe essere padri senza paternalismi, è anche vero che bisogna far crescere nei figli la coscienza di essere figli e non solo clienti.

In sostanza, i doveri dei genitori non sono gli unici elementi dell’insieme “doveri famigliari”. Anche i figli hanno dei doveri. Non volerli considerare diventa fonte di insuccesso nella loro crescita al pari di un paternalismo fuori posto.

L’ascolto è il mezzo forse migliore per dare e avere. Avere la capacità di accogliere il momento favorevole per fare un passo che non sia solo l’iniziativa di un genitore (potrebbe in qualche modo essere rifiutata).

Adesso D. si è rimesso, sta bene. Ultimamente mi ha chiesto se sono disponibile a fargli delle ripetizioni di inglese. Ho accettato. Ripensandoci mi rendo conto che lui ha faticato non poco per chiedermi qualcosa. Non so alla fine se è dell’inglese che ha bisogno oppure semplicemente di un po’ d’attenzione personale. Ma sono contento che stia imparando a chiedere. L’inglese sarà l’occasione per lui di imparare qualcosa che lui stesso ama, e per me, l’occasione di considerarlo un po’ di più senza che la cosa sia stata proposta (o imposta) da me.