La debolezza dell’uomo ha sempre bisogno della Misericordia di Dio

La lettera di Agosto di fr. Adolfo ci parla del perdono, del suo impegno con i ragazzi del centro …

Il perdono suppone il fatto di riconoscere il male commesso e la risoluzione ferma di non farlo più. Riconoscere con dolore di aver sbagliato contro la legge di Dio produce il senso di peccato.
Ma se riconosco il male commesso per altre ragioni meno nobili quali ad esempio, ho rovinato la bella immagine che avevo di me e che gli altri avevano di me oppure la vergogna o la paura di dover subire le conseguenze del mio atto, della trasgressione senza che in realtà ne capisca il valore… là siamo nel senso di colpa che non dà frutti perché è ancora qualcosa che mi attira nella spirale dell’egoismo.
Alla fine lo faccio per me.
L’altro (o l’Altro) non ne trae alcuna gloria.
Inoltre il senso di colpa è un fatto soggettivo nel senso che mi fa sentire “in errore” solo per i mali che io riconosco come tali e non per tutto ciò che è male per se stesso (contrario alle leggi di Dio).

Per questo il senso di colpa è frustrante (non sono riuscito a mantenere la bella immagine che avevo e che davo di me) e questo mi rode, mi consuma, mi fa cercare scuse, vie alternative, nascoste… mentre il senso di peccato è liberante: mi riconosco creatura, bisognoso di aiuto, debole, dunque mi conduce alla verità, e la verità mi fa libero (Gv 8,32).

Chiedere dunque perdono solo perché sono stato scoperto o perché conviene per evitare il peggio (pensiamo al patteggiamento nei processi), intanto non ci fa fare una bella figura (se è l’immagine che ci sta a cuore) e inoltre non conduce al perdono.
Gli elementi importanti sono dunque:
1. Il fatto di riconoscere con dolore di aver fatto qualcosa di oggettivamente sbagliato;
2. La risoluzione ferma di non farlo più.
Bene, se già il primo comporta la differenza tra peccato e colpa, il secondo elemento è ancora più intrigante. Consideriamo in esso (almeno) due casi possibili:
1° : Nel caso in cui ci presentiamo davanti a Dio per chiedere perdono, almeno in coscienza, io so (o almeno dovrei sapere) che il perdono è condizionato dal fatto che realmente non voglio più peccare. Poi, se arriva che pecco ancora, pazienza, ricominciamo, ma a condizione che non ci sia la malizia, se no anche questa diventa qualcosa da confessare (es.: sapevo che sarei ricaduto in quell’errore e non ho fatto niente per evitarlo tanto sapevo che poi sarei stato perdonato).
2° : Ma nel caso in cui io “ho fatto il male”, “ho agito male”, ecc… contro un fratello, il discorso della coscienza diventa più complicato.
Cioè, se non considero il fatto di dover fare i conti con Dio, ma solo con il fratello, spesso succede che chiedo perdono solo quando sono stato scoperto o quando temo che la cosa sarà risaputa o se temo le conseguenze del mio atto. E anche se in cuor mio so che lo rifarò, intanto arrivo perfino a giudicare l’altro come “duro di cuore” se mi rifiuta il perdono.

È quello che succede con i ragazzi al centro: ogni tanto, dopo l’ennesima piccola (grande) “marachella” – ben inteso, oramai scoperta – , ecco la processione alla ricerca del perdono (in genere mandano i più piccoli in avanscoperta o davanti alla processione). Ma a cosa serve?
Il settanta volte sette di evangelica memoria funziona ed è applicabile ma a condizione che ci sia veramente “senso di peccato” e volontà di non fare più quel male. Ma spesso, niente di tutto ciò.
La riprova è che “siamo alle solite”.
Fare finta di niente e dare un “grande perdono” come una specie di “amnistia”, almeno per un verso, non è educativo ma fuorviante perché produce nel cuore di chi lo riceve la certezza che si può sempre rifare, tanto poi c’è il condono.
Cioè non si educa alla responsabilità. Ogni azione causa delle conseguenze che devo imparare a mettere in conto e ad accettare almeno come eventuali e questo è responsabilità.
Mi veniva in mente quello che un frate mi disse circa il sacramento della penitenza nella chiesa greca ortodossa: trovandosi in vacanza in Grecia e mancando sul posto di preti cattolici, il frate andò a confessarsi dal pope dicendo i suoi peccati. Alla fine ne seguì l’assoluzione. Ma ripresentandosi dopo un mese con lo stesso peccato fu mandato via con una frase del tipo: dunque non ti sei ancora convertito? E allora che sei venuto a fare?
Bene e male. Bene perché certamente non si può prendere in giro il Signore. Male perché la debolezza umana ha sempre bisogno della misericordia di Dio. Purché tutto ciò non sia la scusa per continuare a fare il male (cfr 1Pt 2,16).
A proposito dei ragazzi del centro: be’ tra il si e il no c’è sempre il ma. Finché c’è vita c’è speranza. Un no secco e per sempre diventa una condanna eterna e non produrrà cambiamenti. Un si senza condizioni diventa un’offesa alla dignità umana e inviterà a continuare tanto…. Un ma accompagnato da una sanzione salutare che faccia riflettere (con tanto tatto per evitare che sia letta come il prezzo da pagare che alla fine potrebbe creare un listino nelle teste dei ragazzi), sembra ancora la via migliore.

Il grande santo dei giovani Giuseppe Calasanzio, diceva che per far crescere bene gli adolescenti ci vuole “amore”, “pazienza” e “umiltà profonda”. Sembrano parole di uso comune: ci metti tutto e pensi di aver detto tutto (senza cogliere il senso profondo). Ma in realtà, se pensiamo già
• all’amore richiesto, vuol dire desiderio per il loro bene, trasporto, voglia intensa di donarsi e donare tutto ciò che si è e che si ha per loro, affinché possano essere felici e responsabili (o meglio: felici perché responsabili). Dunque un amore che richiede anche fermezza, che ti rende anche impopolare e a volte considerato come un “duro di cuore”.
• alla pazienza, che ti impone di non scoraggiarti mai davanti ai continui insuccessi, davanti ai conti che non tornano, che ti chiede di non scaricare su di loro le tue frustrazione conseguenti…
• l’umiltà (tra l’altro profonda) che è la terza tra le doti richieste al buon educatore ti fa rimettere sempre in discussione. Anche quando, senza adirarti, vorresti semplicemente prendere le distanze, sapendo che hai ragione… bene anche lì, è richiesto un viso sereno, gioioso, accogliente, capace di ingoiare il boccone, caricarsi del fallimento, dell’insuccesso che scopri dietro alle cose che non vanno…

…e continuare sapendo che Qualcun Altro ha ancora più Amore, Pazienza e un Umiltà infinitamente più Profonda nei tuoi riguardi.

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Una Ragione per vivere e per morire: i martiri di oggi

 

“Gli islamisti guardano al nostro perdono come a un segno di debolezza anziché come a un esempio. Noi cristiani
irakeni stiamo cercando di dire ai fondamentalisti: ‘Comunque sia noi vi amiamo lo stesso’. Ma dal punto di vista
islamico il nostro amore nei loro confronti è inaccettabile”. Sono le parole di padre Douglas Al­Bazi, sacerdote
caldeo­cattolico e parroco di Mar Eillia a Erbil, nel Kurdistan irakeno, a 30 minuti di auto dal confine con lo stato
islamico. Nel giardino intorno alla parrocchia da un anno sono ospitati centinaia di sfollati fuggiti da Mosul, città
conquistata dal califfato, e in città si vive nel terrore dell’arrivo dei miliziani islamici. In Italia per un breve
viaggio, domenica 23 agosto padre Al­Bazi è intervenuto al Meeting di Rimini durante l’incontro dal titolo “Una
ragione per vivere e per morire: martiri di oggi”.
Com’è la situazione per i cristiani di Erbil?
Ben 120mila persone fuggite un anno fa da Mosul si sono rifugiate a Erbil e oggi trovano riparo in alloggi di
fortuna o in roulotte. Nel giardino intorno alla mia chiesa vivono centinaia di persone. Da dove abito io, lo stato
islamico dista 30­/35 minuti di viaggio in auto.
Avete paura di quello che può avvenire?
Può ritenermi folle, ma non ho paura per me stesso. Anche se ho paura per la mia gente, perché si trovano tra
due fuochi e la loro condizione è profondamente sconfortante. Ci sono persone che da un anno vivono in una
roulotte da tre metri per sei, e si domandano quanto a lungo durerà ancora la loro situazione. Non abbiamo scelta
tra restare a Erbil o fuggire, perché nessuno è disposto ad accoglierci al di fuori del Paese né a rilasciarci il visto.
E quindi la mia gente è impaurita.
Non esistono altri posti più sicuri in Iraq?
Non abbiamo scelta perché Erbil si trova nel Kurdistan, e senza il Kurdistan la mia gente non avrebbe una chance
e io stesso non sarei qui a parlare con lei.
Perché allora dice che non ha paura per se stesso?
Nella mia vita sono già avvenuti diversi eventi tragici. Quando ero sacerdote a Baghdad sono stato rapito e la mia
chiesa è stata fatta esplodere. Eppure continuo ad amare il mio Paese e la mia Chiesa, e per queste ragioni non
sono impaurito.
Quali sono i suoi sentimenti in questo momento?
Le mie preghiere sono sempre per la mia gente, perché si trovi una soluzione. E soprattutto per i bambini
irakeni, in quanto si deve offrire loro una possibilità per riuscire a vivere in modo pacifico e dignitoso.
Le è capitato di assistere anche a dei segni di speranza?
Continuo a lavorare per la mia gente e a fare tutto ciò che è in mio potere, ma ciò che manca a chi vive a Erbil è
proprio la speranza. Mi dispiace essere così franco, ma Erbil è proprio una città senza speranza. Anzi, l’intero
Iraq è un Paese senza speranza per i cristiani.
Il desiderio dei cristiani è lasciare il Paese?
In un primo momento dopo essere fuggiti da Mosul speravano di restare nel Paese, ma dopo un anno da sfollati
vorrebbero trovare asilo in altre nazioni.
Qualcuno ha anche perso la fede?
No. Nessuno dei miei parrocchiani si lamenta o critica Dio per quanto sta avvenendo, né tantomeno è arrabbiato
con Gesù. Anzi sono grati del fatto che Dio abbia salvato le loro vite nonostante lo stato islamico abbia occupato
Mosul da un anno.

Che cosa le raccontano i cristiani fuggiti da Mosul?
Che non possono più vivere insieme ai loro vicini musulmani perché non possono più ricostruire la fiducia nei
loro confronti.
Tutti i musulmani hanno tradito i cristiani o qualcuno li ha anche aiutati?
Nel mio Paese in questo momento tutti i musulmani sono cattivi.
Un video mostra Myriam, una bambina cristiana di Qaraqosh, che dice di perdonare i guerriglieri
dell’Isis che hanno distrutto la sua casa…
Lei resterebbe sorpreso nel sentire quante persone cristiane hanno saputo perdonare per i loro nemici in modo
ancora più eclatante e pregare per loro. Ma chi perseguita i cristiani non ha nessuna intenzione di accettare
questa lezione. Gli islamisti guardano al nostro perdono come a un segno di debolezza, anziché come a un
esempio. Insieme alle parole di Myriam e di altre persone, noi stiamo cercando di dire ai fondamentalisti: “Noi
vi amiamo lo stesso”. Ma dal punto di vista islamico il nostro amore nei loro confronti è inaccettabile.
Che cosa significa per l’Iraq il permanere di una comunità cristiana?
L’esistenza di una comunità cristiana in Iraq è in sé un fatto positivo, ma la scelta non spetta a noi. E’ stato l’Iraq
a decidere che la comunità cristiana non fa parte a tutti gli effetti del Paese. Non critico quindi i cristiani che
desiderano andarsene, quanto piuttosto il mio governo che ha deciso di spingerci ad andare via.
Il governo di Baghdad sta difendendo i cristiani o no?
Il governo di Baghdad rappresenta solo l’Iran, e prima ancora di chiederci se stia proteggendo le minoranze
religiose, dobbiamo chiederci se sia in grado di proteggere se stesso.
Come vede il futuro dell’Iraq?
L’Iraq sarà diviso in tre zone: una curda, una sciita e una sunnita. Anche se personalmente non la ritengo una
soluzione positiva, quanto piuttosto l’inizio di problemi ed eventualmente di un conflitto ancora più grave.

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(fonte: Pietro Vernizzi www.ilsussidiario.net http://www.ilsussidiario.net/News/Esteri/2015/8/24/MARTIRI-CRISTIANI-Al-Bazi-Erbil-a-30-minuti-dall-Isis-nessuno-ha-perso-la-fede/print/633366/)

“Solo la Carità salverà il mondo” (Don Orione)

Pubblichiamo di seguito il messaggio di Papa Francesco per la prossima giornata del Migrante e del Rifugiato. Sono parole chiare quelle del Papa, che ci mettono in guardia dal pericolo di “essere cristiani mantenendo una prudente distanza dalle piaghe del Signore”. Papa Francesco indica anche che solo il coraggio della fede, della speranza e della carità permette di riconoscere Gesù nei migranti e nei rifugiati, nei profughi e negli esuli. Chissà che anche i “soliti polemici nostrani”,  “i radical chic” e i “benpensanti” nei loro salotti televisivi e non, possano trovare, anche loro, questo coraggio ?

WCENTER 0XNHAIKKLJ                Pope Francis blesses faithfull during his visit in Lampedusa Island, south Italy, 08 July 2013. ANSA/CIRO FUSCO

Cari fratelli e sorelle!

Gesù è «l’evangelizzatore per eccellenza e il Vangelo in persona» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 209). La sua sollecitudine, particolarmente verso i più vulnerabili ed emarginati, invita tutti a prendersi cura delle persone più fragili e a riconoscere il suo volto sofferente, soprattutto nelle vittime delle nuove forme di povertà e di schiavitù. Il Signore dice: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi» (Mt 25,35-36). Missione della Chiesa, pellegrina sulla terra e madre di tutti, è perciò di amare Gesù Cristo, adorarlo e amarlo, particolarmente nei più poveri e abbandonati; tra di essi rientrano certamente i migranti ed i rifugiati, i quali cercano di lasciarsi alle spalle dure condizioni di vita e pericoli di ogni sorta. Pertanto, quest’anno la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato ha per tema: Chiesa senza frontiere, madre di tutti.

In effetti, la Chiesa allarga le sue braccia per accogliere tutti i popoli, senza distinzioni e senza confini e per annunciare a tutti che «Dio è amore» (1 Gv 4,8.16). Dopo la sua morte e risurrezione, Gesù ha affidato ai discepoli la missione di essere suoi testimoni e di proclamare il Vangelo della gioia e della misericordia. Nel giorno di Pentecoste, con coraggio ed entusiasmo, essi sono usciti dal Cenacolo; la forza dello Spirito Santo ha prevalso su dubbi e incertezze e ha fatto sì che ciascuno comprendesse il loro annuncio nella propria lingua; così fin dall’inizio la Chiesa è madre dal cuore aperto sul mondo intero, senza frontiere. Quel mandato copre ormai due millenni di storia, ma già dai primi secoli l’annuncio missionario ha messo in luce la maternità universale della Chiesa, sviluppata poi negli scritti dei Padri e ripresa dal Concilio Ecumenico Vaticano II. I Padri conciliari hanno parlato di Ecclesia mater per spiegarne la natura. Essa infatti genera figli e figlie e «li incorpora e li avvolge con il proprio amore e con le proprie cure» (Cost. dogm. sulla Chiesa Lumen gentium, 14).

La Chiesa senza frontiere, madre di tutti, diffonde nel mondo la cultura dell’accoglienza e della solidarietà, secondo la quale nessuno va considerato inutile, fuori posto o da scartare. Se vive effettivamente la sua maternità, la comunità cristiana nutre, orienta e indica la strada, accompagna con pazienza, si fa vicina nella preghiera e nelle opere di misericordia.

Oggi tutto questo assume un significato particolare. Infatti, in un’epoca di così vaste migrazioni, un gran numero di persone lascia i luoghi d’origine e intraprende il rischioso viaggio della speranza con un bagaglio pieno di desideri e di paure, alla ricerca di condizioni di vita più umane. Non di rado, però, questi movimenti migratori suscitano diffidenze e ostilità, anche nelle comunità ecclesiali, prima ancora che si conoscano le storie di vita, di persecuzione o di miseria delle persone coinvolte. In tal caso, sospetti e pregiudizi si pongono in conflitto con il comandamento biblico di accogliere con rispetto e solidarietà lo straniero bisognoso.

Da una parte si avverte nel sacrario della coscienza la chiamata a toccare la miseria umana e a mettere in pratica il comandamento dell’amore che Gesù ci ha lasciato quando si è identificato con lo straniero, con chi soffre, con tutte le vittime innocenti di violenze e sfruttamento. Dall’altra, però, a causa della debolezza della nostra natura, «sentiamo la tentazione di essere cristiani mantenendo una prudente distanza dalle piaghe del Signore» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 270).

Il coraggio della fede, della speranza e della carità permette di ridurre le distanze che separano dai drammi umani. Gesù Cristo è sempre in attesa di essere riconosciuto nei migranti e nei rifugiati, nei profughi e negli esuli, e anche in questo modo ci chiama a condividere le risorse, talvolta a rinunciare a qualcosa del nostro acquisito benessere. Lo ricordava il Papa Paolo VI, dicendo che «i più favoriti devono rinunciare ad alcuni dei loro diritti per mettere con maggiore liberalità i loro beni al servizio degli altri» (Lett. ap. Octogesima adveniens, 14 maggio 1971, 23).

Del resto, il carattere multiculturale delle società odierne incoraggia la Chiesa ad assumersi nuovi impegni di solidarietà, di comunione e di evangelizzazione. I movimenti migratori, infatti, sollecitano ad approfondire e a rafforzare i valori necessari a garantire la convivenza armonica tra persone e culture. A tal fine non può bastare la semplice tolleranza, che apre la strada al rispetto delle diversità e avvia percorsi di condivisione tra persone di origini e culture differenti. Qui si innesta la vocazione della Chiesa a superare le frontiere e a favorire «il passaggio da un atteggiamento di difesa e di paura, di disinteresse o di emarginazione … ad un atteggiamento che abbia alla base la ‘cultura dell’incontro’, l’unica capace di costruire un mondo più giusto e fraterno» (Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2014).

I movimenti migratori hanno tuttavia assunto tali dimensioni che solo una sistematica e fattiva collaborazione che coinvolga gli Stati e le Organizzazioni internazionali può essere in grado di regolarli efficacemente e di gestirli. In effetti, le migrazioni interpellano tutti, non solo a causa dell’entità del fenomeno, ma anche «per le problematiche sociali, economiche, politiche, culturali e religiose che sollevano, per le sfide drammatiche che pongono alle comunità nazionali e a quella internazionale» (Benedetto XVI, Lett. Enc. Caritas in veritate, 29 giugno 2009, 62).

Nell’agenda internazionale trovano posto frequenti dibattiti sull’opportunità, sui metodi e sulle normative per affrontare il fenomeno delle migrazioni. Vi sono organismi e istituzioni, a livello internazionale, nazionale e locale, che mettono il loro lavoro e le loro energie al servizio di quanti cercano con l’emigrazione una vita migliore. Nonostante i loro generosi e lodevoli sforzi, è necessaria un’azione più incisiva ed efficace, che si avvalga di una rete universale di collaborazione, fondata sulla tutela della dignità e della centralità di ogni persona umana. In tal modo, sarà più incisiva la lotta contro il vergognoso e criminale traffico di esseri umani, contro la violazione dei diritti fondamentali, contro tutte le forme di violenza, di sopraffazione e di riduzione in schiavitù. Lavorare insieme, però, richiede reciprocità e sinergia, con disponibilità e fiducia, ben sapendo che «nessun Paese può affrontare da solo le difficoltà connesse a questo fenomeno, che è così ampio da interessare ormai tutti i Continenti nel duplice movimento di immigrazione e di emigrazione» (Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2014).

Alla globalizzazione del fenomeno migratorio occorre rispondere con la globalizzazione della carità e della cooperazione, in modo da umanizzare le condizioni dei migranti. Nel medesimo tempo, occorre intensificare gli sforzi per creare le condizioni atte a garantire una progressiva diminuzione delle ragioni che spingono interi popoli a lasciare la loro terra natale a motivo di guerre e carestie, spesso l’una causa delle altre.

Alla solidarietà verso i migranti ed i rifugiati occorre unire il coraggio e la creatività necessarie a sviluppare a livello mondiale un ordine economico-finanziario più giusto ed equo insieme ad un accresciuto impegno in favore della pace, condizione indispensabile di ogni autentico progresso.

Cari migranti e rifugiati! Voi avete un posto speciale nel cuore della Chiesa, e la aiutate ad allargare le dimensioni del suo cuore per manifestare la sua maternità verso l’intera famiglia umana. Non perdete la vostra fiducia e la vostra speranza! Pensiamo alla santa Famiglia esule in Egitto: come nel cuore materno della Vergine Maria e in quello premuroso di san Giuseppe si è conservata la fiducia che Dio mai abbandona, così in voi non manchi la medesima fiducia nel Signore. Vi affido alla loro protezione e a tutti imparto di cuore la Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 3 settembre 2014

FRANCESCO

Imparare a Stare!!! la Testimonianza di Daniele e Michela di ritorno da Betlemme

Siamo stati a Betlemme dal 31 maggio al 13 giugno 2015 soggiornando nella guest house della società Antoniana.
Il nostro servizio si è concretizzato in aiuto in cucina e nel far compagnia alle signore anziane ricoverate presso la struttura.
La ha struttura nell’organico 4 suore di cui la superiora e altre donne stipendiate per la gestione della casa: cucina, pulizie ed infermeria.
Abbiamo vissuto il tempo donato con pazienza e spirito di servizio affidandoci completamente a quello che ci veniva chiesto, se volevamo, di fare (cucinare, passeggiare con le anziane ed aiutarle nel pranzo, pulizie varie, raccolta frutti..). Il tono di richiesta delle suore ci è sempre sembrato “se vi va di fare quello che vi chiediamo: grazie”, altrimenti se non ce la sentivamo la risposta era comunque un sorriso ed il parlare con loro era un punto di incontro e di confronto.
Il nostro e loro obbiettivo non era di farci occupare il tempo, occupandoci in cose da fare, ma di STARE.
Per le suore e soprattutto per le ospite anziane della struttura era importante vederci, parlarci (nei limiti dati nella differenza di lingua, che comunque “a gesti” ci si intendeva sempre), stringerci la mano e nei loro occhi si poteva leggere la gioia di vedere attorno persone interessate a loro che rendevano le giornate un po’ diverse.
La testimonianza di cristianità che ci è stata data dalle suore in quel luogo è stata grande, ci ha fatto davvero riflettere su quelle che possono essere le nostre abitudini a casa nostra. L’essere persone gratuite è spesso un peso, invece in loro era proprio un dono, espressione del loro stare bene e del loro offrirsi agli altri completamente.
L’essere stati inviati a Betlemme ha significato molto anche come coppia, non ci è sembrata una località scelta a caso per noi: anzi abbiamo vissuto questo tempo come esperienza, per stare insieme e vivere il servizio insieme; vivendo anche i momenti in cui non vi era “nulla” da fare occupandoci di NOI. Riposare, passeggiare e respirare le persone che incontravamo aprendo occhi ed orecchie… senza essere turisti nonostante i molti posti che avremmo potuto visitare.
Tornati a casa vorremmo essere sempre più testimoni di cristianità lavorando sui nostri limiti umani di persone che ci rendono lontani da questo obbiettivo.
Non vogliamo fare qui un servizio simile a quello fatto Betlemme ma come le suore ci hanno insegnato vorremmo stare in mezzo alle persone: standoci, ascoltandole e vivendole per crescere nelle relazioni con le persone cercando in loro il volto di Cristo. Michela & Daniele.IMG_5575

Viaggio di nozze in missione … perché vivere è rendere Grazie!

Luca e Valentina, sposi a dicembre 2014, hanno frequentato il corso G&M, e da pochi giorni si trovano in Kosovo, presso la casa della Caritas Umbria, per …. il loro viaggio di nozze!

Ecco le loro impressioni a poche ore dalla partenza.

Ci siamo, fra qualche giorno parto per una missione in Kosovo. La compagnia aerea permette un bagaglio di massimo 20 kg… poco male, voglio portare solo me stesso (..qualcuno conoscendo la mia stazza avrebbe da ridire..) e lasciare a casa le mie maschere, le mie convinzioni, i miei pregiudizi e facili giudizi e gli stereotipi, insomma le mie miserie. Sarà per questo che sono insolitamente teso e quasi impaurito; si perché di solito nelle varie situazioni porto l’organizzatore pronto ad ogni evenienza, ma questa volta è diverso; questa volta non mi sento all’altezza di quello che rappresenterò anche se mi consola la presenza di Dio al mio fianco. A pensarci bene qualcosina l’ho già sbagliata ancora prima di partire; infatti non credo che aver avvisato la Farnesina del viaggio e di aver preparato un foglio con tutti i numeri utili esprima appieno il concetto di affidarsi ma credo che Dio mi perdonerà questa piccola mancanza, in fondo sono un “novello missionario” senza voler peccare di superbia. Tempo fa ho deciso, assieme a quella che oggi è mia moglie Valentina, di iniziare il cammino del matrimonio con un atto d’amore; Dio mi da dato molto ed è giusto che anch’io doni agl’altri. Anche se l’ideale di partenza, che mi ha spinto a scegliere una missione come viaggio di nozze, è di un buon cristiano, quello ad essere profondamente sbagliato era il modo in cui mi immaginavo di farlo. In quella valigia avrei infatti messo il mio ego, la classica arroganza dell’ ingegnere pronto a calcolare tutto per ogni evenienza, quello che li avrebbe migliorati e organizzati, quello che avrebbe aiutato il missionario… Grazie a Padre Alfio, che mi ha caldamente invitato a partecipare al corso GM1 e a tutti i frati che ci hanno accompagnato amorevolmente durante il corso, ho capito che errore avrei commesso. Il corso mi ha mostrato il vero punto di vista sulla missione… quello della logica del Vangelo, sicuramente più impegnativa e scomoda ma l’unica che veramente ti mette in gioco concretamente e che mi permetterà di guardare con il cuore. Sono convinto che riceverò molto più di quanto riuscirò ad offrire e mi auguro di tornare un cristiano migliore di quello che parte. Grazie a tutti voi cari frati.
Luca

Prima di sposarmi non avevo un’idea chiara di quello che fosse il mio rapporto con Dio…e sicuramente ancora adesso c’è molta strada da percorrere. Nella mia infanzia mi ha accompagnato la presenza di Dio nei sacramenti ma se ripercorro quelle tappe e in generale le tappe della mia infanzia e adolescenza non ricordo di aver messo Dio al centro. Non ho mai frequentato l’ambiente parrocchiale, non sapevo cosa fosse il Grest e non ho fatto le esperienze che, molte persone che ho incontrato hanno avuto modo di fare in parrocchia.
Ad un certo punto della mia vita e in particolare in occasione del corso fidanzati SOG è come se si fosse accesa una luce, come se tutto quello che fino al quel momento consideravo importante fosse in realtà marginale. Ho compreso che il passo che stavo facendo, il Matrimonio, non era una semplice festa da organizzare nei minimi particolari, senza tralasciare nulla e stando attenta a scegliere il posto giusto, il menù giusto e il vestito giusto, ma una scelta di vita. Sposandomi avrei detto sì alla Vita e all’Amore che mi è stato donato, avrei detto Sì alla persona che mi è stata messa accanto da Colui che mia ha voluto da sempre…
E’ qui che ho scoperto insieme al mio fidanzato e ora marito, l’importanza di vivere la vita rendendo grazie di tutto quello che mi viene donato, avendo Fede che, Chi mi ha voluto non mi lascerà mai sola e mi accompagnerà sempre, anche quando mi dimentico di Lui, quando sono presa dallo sconforto o arrabbiata perché le cose non vanno come voglio…sì perché la difficoltà più grande è accettare di non avere il controllo su tutto. Quanto è difficile…quanto è difficile lasciare spazio alla Fede in Lui, accettare che quello che accade a me o intorno a me ha un senso anche se io non lo comprendo, quanto è difficile accogliere le idee, la diversità di chi mi circonda, quanto è difficile accettare di sbagliare…
La mia idea di missione prima del GM era “vado in missione per aiutare gli altri, per sentirmi utile per qualcuno, per insegnare qualcosa…” ora invece so di andare in missione per imparare a vivere come Cristo ci ha insegnato.
Sono 3 le parole che vorrei mi accompagnassero in questa esperienza: Servizio, Accoglienza, Fede.
Servizio perché so quanto per me sarà difficile imparare a fare un passo indietro, a non imporre il mio modo di essere, di gestire, organizzare e controllare tutto. Vorrei imparare ad essere una “serva inutile” a mettere davanti a me e alle mie esigenze i miei fratelli, come Gesù ci ha insegnato.
Accoglienza perché accogliere qualcuno significa accettare chi hai di fronte in ogni suo aspetto, col sorriso senza giudicare il suo modo di essere e di fare, ponendosi alla pari perché siamo tutti fratelli in ugual modo.
Fede perché sento che questa esperienza potrà arricchire la mia Fede verso Colui che è Vita. Spesso nel mio rapporto con Dio ho la sensazione di non essere “sintonizzata”, di non pregare nel modo e nei tempi giusti, di non fare abbastanza. Coltivare la Fede è come coltivare una pianta, bisogna prendersene cura e ognuno lo fa a suo modo; sono consapevole che non esiste un modo giusto e un modo sbagliato ma sento la necessità di cercare la Pace dentro di me per poterla poi donare agli altri e viverla con chi mi circonda e spero che la missione possa darmi la grazia di trovare e accettare la mia strada di Fede.
Sono certa che l’esperienza che mi aspetta non sarà semplice e ancora più difficile sarà portare nella mia quotidianità, nella vita di coppia, nel lavoro ciò che questa esperienza mi insegnerà. Non voglio partire con delle aspettative, ma immagino che questa esperienza saprà arricchire, il mio rapporto con Dio e con la persona che Lui ha voluto mettermi accanto.
A 15 giorni dalla partenza non posso fare altro che pregare il Signore affinché mi dia la forza di accogliere e vivere questa esperienza missionaria semplicemente come un dono: sono certa di Lui saprà come guidarmi.

Valentina

 

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