Mons. Auza: “Urgente salvare anche una sola persona da persecuzioni e atrocità”

Tocca la Siria, il Libano, la Terra Santa, il discorso che mons. Bernardito Auza, osservatore permanente vaticano presso le Nazioni Unite, ha rivolto ieri al Palazzo di Vetro di New York. Intervenendo nel dibattito sulla situazione in Medio Oriente, il presule ha subito chiarito che “la Santa Sede è profondamente preoccupata per la totale mancanza di progressi nei negoziati tra Palestina e Israele”.
Un impasse che genera “frustrazione”, in quanto “Israele ha preoccupazioni reali e legittime per la sua sicurezza”. Tuttavia, ha sottolineato Auza, “a tale sicurezza non arriverà isolandosi dai suoi vicini”, ma “attraverso una pace negoziata con i palestinesi” e la “soluzione dei due Stati”. Soluzione, questa, che “ha il sostegno della Santa Sede”, la quale – afferma – “unisce la sua voce ancora una volta a tutti gli uomini di pace per chiedere negoziati seri e concreti che possano consentire di rilanciare il processo di pace”.
Sempre a nome della Santa Sede, il presule ribadisce l’incoraggiamento ai leader del Libano a risolvere la situazione di stallo che ha impedito l’elezione del presidente dal maggio 2014, “mettendo da parte piccoli interessi politici per la preservazione del bene più grande di un Libano unito”. “Questo vuoto istituzionale – ha rilevato – rende la nazione più vulnerabile e fragile di fronte alla situazione generale in Medio Oriente”. Pertanto “la comunità internazionale deve sostenere il Libano in ogni modo perché riacquisti la stabilità e la normalità istituzionale”, e anche “aiutare il Paese ad assistere l’enorme numero di rifugiati presenti sul suo territorio, che ha creato una situazione di rischio di infiltrazioni estremiste tra i rifugiati”.
Spostando lo sguardo al conflitto in Siria, che – dice – ha raggiunto “livelli di barbarie mozzafiato”, il delegato vaticano sottolinea che “la distruzione indiscriminata delle infrastrutture di base, come le strutture idriche ed elettriche, ospedali e scuole, peggiora la situazione dei civili ogni giorno che passa”. “La caduta di Idlib, a soli 37 km a sud ovest di Aleppo – prosegue – ha seminato il panico tra la popolazione di oltre un milione di persone ad Aleppo. Le minoranze etniche e religiose sono particolarmente angosciate”.
Anche in questo caso l’appello della Santa Sede si rivolge alla comunità internazionale, chiedendo “di prevenire l’enorme disastro umanitario che un assedio e una battaglia per Aleppo sicuramente provocherebbero”. “Dobbiamo fare tutto il possibile per evitare l’ennesima grave violazione del diritto umanitario internazionale e dei diritti umani fondamentali”, afferma mons. Auza.
Ribadisce quindi la forte condanna “di tutti gli attacchi e gli abusi su basi etniche, religiose, razziali e altri motivi” e ricorda “ancora una volta che la scomparsa delle minoranze etniche e religiose del Medio Oriente non solo sarebbe una tragedia religiosa, ma una perdita di un ricco patrimonio che ha così tanto contribuito alle società a cui appartengono”.
In conclusione, l’osservatore permanente rammenta che il mese scorso, a Ginevra, davanti al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, 65 Paesi hanno firmato una dichiarazione a sostegno dei diritti umani dei cristiani e di altre comunità, in particolare in Medio Oriente. “Tale affermazione – rileva – richiama l’attenzione sul fatto che l’instabilità e la guerra in Medio Oriente minaccia seriamente l’esistenza stessa di molte comunità religiose, specialmente dei cristiani”.
Occorre, dunque, che tutti gli Stati si uniscano insieme per “affrontare questa situazione allarmante”, anche perché “ogni intervento è ormai tardivo” per quanti hanno già perso la vita o sono già stati cacciati dalle loro case e dai loro paesi. “D’ora in poi – aggiunge il rappresentante pontificio – ogni azione tesa a salvare anche una sola persona da persecuzioni e da ogni forma di atrocità non è solo tempestiva ma urgente”. E, come ha detto Papa Francesco, per la comunità internazionale “non può mai essere un’opzione quella di restare a guardare in un silenzio complice” certi crimini.

Via ZENIT (news del 22/04/2015)

Twal: “nel Medio Oriente scosso da guerre, i cristiani siano segno di speranza”

Durante la messa di Pasqua nella basilica del Santo Sepolcro, il patriarca latino di Gerusalemme denuncia l’indifferenza della Comunità internazionale.

Gerusalemme (07 Aprile 2015 via Zenit.org) – Cristo, il Suo volto, la Sua Parola, la Sua Pace sono tra di noi, eppure ne abbiamo paura. Facciamo anche “fatica a trovarLo in questo mondo, come se niente ci potesse soddisfare, né i discorsi politici, né il mondo economico, e neppure a volte chi ci sta più vicino”. Lo ha detto monsignor Fouad Twal, patriarca latino di Gerusalemme, durante la messa di Pasqua, nella basilica del Santo Sepolcro.
Viviamo, ha osservato il Patriarca, la medesima paura provata dalle “donne al sepolcro”, dinnanzi al quale “passano ogni giorno migliaia di persone alla ricerca di Dio” e che “non contiene più il corpo del Crocifisso”.
Tuttavia, Dio “non è necessariamente là dove noi lo cerchiamo – ha proseguito Twal -. Non è in luoghi oscuri ed isolati: è di fianco a noi, in nostro fratello, nel nostro vicino”.
La Resurrezione ci esorta dunque all’annuncio e alla “conversione”, come avvenne per il “centurione romano ai piedi della Croce”. Si convertono anche i “discepoli riuniti nel Cenacolo e chiusi a chiave per paura”, diventati poi “testimoni felici di soffrire per Cristo”.
Nella Tomba di Cristo, dunque, seppelliamo “le nostre inclinazioni mondane, le nostre incoerenze, le nostre divisioni religiose, la nostra violenza, la nostra mancanza di Fede e le nostre paure”.
In particolare nel Medio Oriente “scosso dalle guerre e insanguinato dalla violenza”, i cristiani sono chiamati “ad essere segni di contraddizione, segni di speranza malgrado tutto”.
Il patriarca latino di Gerusalemme ha poi denunciato: “I politici e la Comunità internazionale si preoccupano molto poco della nostra libertà e della nostra sorte. Gli interessi personali schiacciano la buona volontà di chi cerca la pace e la giustizia”.
Ci sono tuttavia i “martiri contemporanei” che, assieme ai “rifugiati iracheni e siriani, che hanno perduto tutto a causa della loro fede”, continuano a testimoniare che “nostro Signore è vivo”.
Al tempo stesso, vi sono i pellegrini che “vengono in Terra Santa per cercare Cristo, tentando nel contempo di trovare o ritrovare le proprie radici” che affondano proprio “nel grembo della Chiesa Madre, sul Monte Golgota e in questa Tomba vuota”.
Per tutte le ragioni elencate, ha aggiunto Twal, la “responsabilità” dei cristiani è “grande” e, malgrado tutte le loro vicissitudini, essi devono continuare a mantenere salda la loro “speranza” e viva la loro “gioia”, per il Cristo vivente che “trionfa comunque sul male”.

Il Nunzio Zenari: “in Siria, fede e preghiera sono una grande forza contro il timore del futuro”

(news pubblicata da Zenit il 7/4/2015) – “Auspico che la comunità internazionale non assista muta e inerte di fronte a tale inaccettabile crimine, che costituisce una preoccupante deriva dei diritti umani più elementari. Auspico veramente che la comunità internazionale non rivolga lo sguardo da un’altra parte”. È rimbalzato ovunque nel mondo l’ennesimo appello di Papa Francesco, levato durante il Regina Coeli di lunedì in favore dei cristiani perseguitati in particolare in Iraq e Siria.
“Questo messaggio del Papa, questo richiamo è molto apprezzato dai cristiani di qui e non solo dai cristiani”, ha dichiarato infatti mons. Mario Zenari, nunzio in Siria. “Credo sia un dovere di tutta la comunità internazionale di proteggere questi gruppi minoritari, che alle volte sono aggrediti con atrocità. Qui c’è un dovere di tutta la comunità internazionale. E direi che questo ha incoraggiato, ha dato forza anche ai cristiani della Siria”.
Gli appelli del Pontefice hanno poi “un tocco particolare”, ha affermato mons. Zenari, ricordando le parole del Papa il giorno di Natale quando aveva menzionato per prima “l’amata Siria”: “Questo aggettivo fa molta presa sui cristiani di qui e, ripeto, non solo sui cristiani ma su tutti i siriani, che hanno una grande stima del Santo Padre”, ha detto.

“Venendo da Damasco (sono due ore di strada) – ha proseguito Zenari – si passa attraverso una zona desertica che proprio nei mesi di marzo ed aprile è coperta da una leggera coltre di verde. E io facevo questo pensiero: questi cristiani, questa gente che soffre, che dà la vita perché ama i propri fedeli, ama il proprio popolo, è come questi semi che anche se sono calpestati prima o poi germogliano. Questa, direi, è anche un po’ la speranza della Siria. L’importante è seminare semi di bontà, semi di non violenza, di rispetto della dignità umana e prima o poi questi germoglieranno e sarà veramente primavera, sarà anche la primavera araba”.
Raccontando infine come ha vissuto le feste di Pasqua la comunità cristiana di Damasco, l’arcivescovo ha spiegato di aver celebrato il Venerdì Santo presso la cattedrale greco-cattolico-melkita che “era strapiena di gente, di cristiani”. “Da tutte le parti della Siria, anche qui a Homs, ho sentito dire che mai come ora i cristiani riempiono le chiese”, ha soggiunto, “direi che la fede e la preghiera sono una grande forza contro il timore, contro l’ansia per il futuro, soprattutto dei cristiani”.
“E’ stata una Pasqua molto, molto sentita – ha concluso il nunzio -. Credo, infatti, che i nostri cristiani abbiano sentito molto la Passione del Signore Venerdì Santo. Tutti i siriani, cristiani, musulmani e di altre fedi, hanno dovuto cominciare un cammino di Via Crucis. Quante sofferenze, quante morti… Ora, ci si chiede a quale ‘stazione’ della Via Crucis siamo arrivati. Siamo arrivati alla 14esima, quella che precede la Risurrezione? Oppure, siamo ancora purtroppo a metà del cammino della Via Crucis? Questo è quello che pesa un po’ sull’animo dei cristiani e direi di tutti i siriani”.

IRAQ – Concluso il “pellegrinaggio tra i cristiani perseguitati” del Cardinal Filoni

Il Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, cardinale Ferdinando Filoni, ha concluso la sua visita in Iraq, facendo tappa ad Erbil e a Sulejmanija.
Durante il suo “pellegrinaggio tra i cristiani perseguitati”, il cardinale ha portato alle popolazioni locali la solidarietà di papa Francesco ed ha affermato che è stato “un pellegrinaggio che mi ha fatto un gran bene spirituale”.
In un’atmosfera serena, Filoni ha celebrato la messa mattutina di Pasqua presso gli sfollati di Sulejmanjia, che sperano di poter tornare un giorno ai loro villaggi.
Ad Erbil, in un contesto più problematico, il porporato ha concelebrato messa con l’arcivescovo caldeo, Bashar Warda, e con il patriarca di Babilonia dei Caldei, Louis Raphaël Sako, alla presenza di più di cinquemila fedeli, in prevalenza rifugiati.
Il cardinale Filoni ha poi visitato il campo profughi, dove le condizioni igieniche risultano particolarmente precarie. Il Governo iracheno ha tuttavia garantito il trasferimento dei rifugiati presso un centro attrezzato con roulotte e container.

fonte Zenith

Una “Pasqua incarnata”…mente corpo e…cuore

Un viaggio lungo… ma se riguardo indietro forse nemmeno tanto lungo, ma che cosa fa lungo il viaggio? Non solamente il tempo, a volte ci sono attimi che sembrano eterni, e durano cronometricamente un batter
di ciglia, ma si scrivono e si incidono in modo indelebile dentro di noi, tanto da non potere mai essere dimenticati, magari rimangono coperti solo da un po’ di polvere o cenere, che il Vento può da un momento all’altro spazzare via.
Ma finchè questo Vento non ci visita la cenere rimane e copre, nasconde… e tiene al caldo nella attesa piena di speranza di riprendere fuoco.
Il biglietto per il mio arrivo a Juba, come ogni biglietto aereo aveva una data di partenza, un orario di partenza, dei consigli… presentarsi almeno due ore prima per il check-in, una “gate”, un numero di volo, un check-in, uno scalo… un terminal di arrivo… e un costo… ma non aveva calcolato che il cuore… ha altri biglietti… altri orari, altre “gates”, altri check-in da fare… altri terminals… altri costi, altri orari di arrivo, a volte anticipa, a volte ritarda, e a volte non
arriva… Il mio biglietto diceva che sarei arrivato a Juba il 13 gennaio 2015 alle 11, 15 am terminal 1 (l’unico mi sembra di ricordare).
Sono arrivato il 13 gennaio, il mio corpo è arrivato puntuale, la mia mente sorvolava Juba e il Sud Sudan da mesi, anzi da anni, aspettando che i frati arrivassero anche li.
La mia mente come google Earth aveva già visitato Juba ma per poi riprendere subito il volo, girovagando un po’qua e là, il mio cuore invece non era ancora partito, credevo di averlo imbarcato con me, ma arrivato qui mi sono accorto che non c’era, era rimasto a terra, mi sa che non aveva ancora i “documenti in regola”. Per fortuna Qualcuno lo
ha imbarcato, ed è arrivato giovedì 2 aprile, almeno mi sembra, e per puro dono di Dio in un giorno speciale,
Giovedì santo, giorno tanto bello per noi sacerdoti, e per tutti spero, giorno nel quale riceviamo il dono dell’Eucarestia, il dono dell’amore di Dio che in Gesù si abbassa e ci lava e ci bacia i piedi chiedendo il permesso per amarci… e ci da la possibilità di amare come Lui, che mistero…
“Scusa ti posso amare?” Dio che chiede un permesso così “assurdo”… chi di noi non vorrebbe sentirsi amato, ma poi scopriamo quando sia difficile accogliere un amore così libero e che rende liberi, difficile da accogliere perché l’amore compromette, compromette sempre, anche quando lo riceviamo.
Non possiamo essere indifferenti ad un gesto d’amore, non s può, un giorno porterà comunque frutto.
Possiamo dire anche noi come Pietro di no a Gesù: “no, non farlo, TU non mi laverai mai i piedi, no mai, non a me!!”
Perché nell’amore c’è sempre un TU davanti a noi, un tu che diventa spesso un “tutti” e quindi “un nessuno”, “nessuno mi laverà mai i piedi, nessuno si prenderà cura di me…” e chissà dietro queste parole, quanta “pretesa di intelligenza”, “non ho bisogno, ce la faccio, … ma tu che vuoi… chi sei tu per toccarmi i piedi…ma che ne sai della mia
vita… non ne sono degno, non me lo merito” e chissà quanti altri “pensieri pazzi” ci abitano per dire di no a Dio… al suo amore silenzioso, silenzioso come il Suo mettersi in ginocchio e lavare i piedi, silenzio che viene rotto solo dal suono sommesso del bacio di chi ha paura di fare rumore e di svegliare la persona che ama, ma che non può trattenere.
Un gesto che non lascia indifferenti e anche i cuori più induriti (più delicati e feriti) si sciolgono davanti a qualcuno che chiede il permesso, si abbassa indifeso, lava i piedi, li asciuga e li bacia.
Giovedì giorno nel quale la Chiesa ricorda anche l’istituzione del sacerdozio… essere altri Gesù che dicono le Sue parole, che fanno i suoi gesti, che offrono la propria vita come ha fatto Lui, che amano “come” Lui ha amato i suoi figli e figlie… un cuore chiamato ad allargarsi, alla “misura del cuore Gesù”.
Un cuore che allargandosi, si allarga , si allarga… si allarga fino a “squarciarsi” come il velo del tempio durante la morte di Gesù sulla croce.
L’amore di Dio non può più essere nascosto, deve essere visto, visto anche con gli occhi del corpo come il cuore di Gesù sulla croce, un cuore squarciato che restituisce ancora tutto, sangue ed acqua, amore vita, tutto quello che aveva ricevuto dal Padre lo ridona a noi, a tutti, sia che siamo vicini sia che siamo lontani, questo non importa…
L’amore di Dio non guarda queste nostre distanze, “spreca”, rompe il vasetto come Maria a Betania, e dove non arriva l’unzione, arriva il profumo dell’unzione… per chiamarci… in modo più delicato ancora della parola… ed entrare in noi… perché non possiamo non respirare, noi possiamo essere lontani… ma non possiamo mai impedire a Lui di farsi vicino.
L’amore “sprecato”, dato con generosità, diventa dono per tutti, ringraziamento al Padre per il Suo amore e la Sua fedeltà e diventa dono per tutti, diventa Eucaristia.
La bellezza di quel giovedì santo e la preghiera di tante persone hanno aperto il cuore di Dio per farmi questo dono preparato e atteso anche da Lui e il mio cuore è “atterrato” a Juba, ora sta facendo i controlli 😉 .
Un regalo atteso anche da Dio… perché è così, attende anche chi fa il regalo, quanta preparazione e cura ci mettiamo quando noi facciamo un regalo a qualcuno che amiamo e quante domande: “gli piacerà, che faccia farà, che penserà…”, sarà così anche per Dio? Io penso di si, i regali vanno preparati anche quando li fa Dio 😉 .
Finalmente il mio cuore è atterrato giovedì santo poi il Triduo santo lo ho vissuto nella gioia, contemplando il coraggio amante di chi mi ama nel dolore, un amore che fa attraversare il dolore, che non lo sorvola, che non fa lo slalom, ma lo attraversa, ci passa in mezzo, con gli occhi fissi su chi ama, il Padre e noi-me e te, un amore che
si fida della fedeltà amorosa del Padre, il desiderio di mostrare il Suo amore per i suoi figli, per noi, senza sconti, fino alla fine.
Giovedì santo, venerdì santo, sabato santo, tre giorni o un giorno solo, dove siamo stati chiamati a contemplare, a stare, per accogliere un dono, IL DONO, la morte è vinta dalla fedeltà del Padre e dal Suo amore, una vita che non muore più, non per le nostre forze, non siamo noi che “ci risorgiamo”, noi “siamo stati risorti” da questo amore
fedele ed eterno.
Una Pasqua che non finisce più, perché non dipende da noi… è dono dell’amore di Dio, una Pasqua che la riceviamo in dono tutte le volte che ci fidiamo con amore, che attraversiamo le nostre tenebre, che viviamo la nostra vita credendo che Dio davvero è fedele, che Dio davvero non si dimentica di noi, che davvero “anche se una madre si
dimenticasse di suo figlio, LUI non si dimenticherò mai di lui, di noi,di me e di te”… e allora sarà sempre Lui che ci farà risorgere.
A noi che tante volte facciamo lo slalom per “non morire” e che dopo tanta fatica ci troviamo stanchi, tristi e senza vita, Dio ci chiede di vivere da risorti, di vivere nella fiducia amorosa che Dio è Padre e si prende cura davvero di noi, consegnarci a Lui, amare Lui e i fratelli, e Lui ci farà risorgere, ci farà vivere da risorti, e non ci farà mancare il Suo sostegno lungo il cammino, la sua misericordia.
Arrivato e atterrato finalmente a Juba, mente corpo e cuore, ora si apre il cammino per vivere da risorti dove sono e, per ognuno di noi dove siamo, impastati dalla realtà, con lo sguardo fisso a Lui.
Vi condivido queste tre foto, che a me ricordano la mia Pasqua qui a Juba, e che cosa è per me la Pasqua perché non deve essere un bel ricordo… ma un cammino nuovo che si apre, un nuovo modo di vivere.
Queste foto mi sono care, non solo come ricordo di questa mia prima Pasqua in Sud Sudan, ma come “memoriale” della Pasqua, una foto in particolare mi ha aperto il cuore ed è entrata in me, è una foto che ho scattato i giorni scorsi al campo profughi dopo un breve acquazzone, questa ragazza è per me il volto dell’ “incarnazione della “Pasqua”, perché la Pasqua deve essere incarnata in una morte se no non è una vera Pasqua, questi piedi sporchi di fango… impastati con la realtà e questo sorriso che apre alla bellezza lì dove si trova, una “vera” Pasqua… piedi che verranno lavati sempre dalla misericordia di Dio e dal Suo amore fedele.

Una Santà Pasqua a tutti un po’ in ritardo… ma la Pasqua… continua… e già guarda alla Pentecoste… quasi per paura di “perdere la Pasqua”…

Fra Marco

Il Signore è risorto, buona Pasqua!

Carissimi tutti,
affidandoci alle parole di Don Tonino Bello desideriamo augurare a voi e alle vostre famiglie una Santa Pasqua di Risurrezione. Cristo è risorto dai morti, con la morte ha vinto la morte, e a quelli nelle tombe ha donato la vita!

“Cari amici,
come vorrei che il mio augurio, invece che giungervi con le formule consumate del vocabolario di circostanza, vi arrivasse con una stretta di mano, con uno sguardo profondo, con un sorriso senza parole!
Come vorrei togliervi dall’anima, quasi dall’imboccatura di un sepolcro, il macigno che ostruisce la vostra libertà, che non dà spiragli alla vostra letizia, che blocca la vostra pace!
Posso dirvi però una parola. Sillabandola con lentezza per farvi capire di quanto amore intendo caricarla: “coraggio”!
La Risurrezione di Gesù Cristo, nostro indistruttibile amore, è il paradigma dei nostri destini. La Risurrezione. Non la distruzione. Non la catastrofe. Non l’olocausto planetario. Non la fine. Non il precipitare nel nulla.
Coraggio, fratelli che siete avviliti, stanchi, sottomessi ai potenti che abusano di voi.
Coraggio, disoccupati.
Coraggio, giovani senza prospettive, amici che la vita ha costretto ad accorciare sogni a lungo cullati.
Coraggio, gente solitaria, turba dolente e senza volto.
Coraggio, fratelli che il peccato ha intristito, che la debolezza ha infangato, che la povertà morale ha avvilito.
Il Signore è Risorto proprio per dirvi che, di fronte a chi decide di “amare”, non c’è morte che tenga, non c’è tomba che chiuda, non c’è macigno sepolcrale che non rotoli via.
Auguri. La luce e la speranza allarghino le feritoie della vostra prigione.”

Pace e bene,

Segretariato Missioni Estere

SUD SUDAN – “Fermate subito la guerra. Se i nostri capi non sono in grado di raggiungere un accordo, occorre imporlo” affermano i leader cristiani

Juba (Agenzia Fides dell’1/4/2015) – “Fermate subito questa guerra insensata che sta portando immani sofferenze alle popolazioni sud-sudanesi” affermano i leader cristiani del Sud Sudan in un messaggio pubblicato al termine della riunione del South Sudan Council of Churches (SSCC) sul fallimento dei colloqui di pace di Addis Abeba.
“Se i nostri leader politici non sono in grado di raggiungere un accordo da soli, allora devono essere persuasi ad accettare una soluzione che le parti neutrali e gli amici del Sud Sudan, e soprattutto i cittadini del Sud Sudan, ritengono ragionevole” afferma il messaggio pervenuto a Fides.
Dopo aver elogiato gli sforzi fatti dai diversi mediatori internazionali per mettere fine al conflitto civile esploso nel dicembre 2013, i leader delle Chiese cristiane ribadiscono “che non c’è una giustificazione morale per i continui combattimenti e uccisioni”. “Nella guerra del 1955-72 e in quella del 1983-2005 si è combattuto per la liberazione, ma per cosa si combatte ora? È inaccettabile negoziare per posti di potere (…), mentre la popolazione uccide e rimane uccisa. I combattimenti devono fermarsi. Le parti hanno già firmato diversi accordi di cessate il fuoco e li hanno ignorati; ripetiamo che li devono rispettare senza ulteriori ritardi” conclude il messaggio.

Mamma Svieta

Il progetto sanitario (da questo anno suddiviso tra i quattro progetti riguardanti il Kazakistan) è uno dei più imprevedibili in quanto non sai mai chi e in quale situazione si può presentare per chiedere aiuto.
Mamma Svieta si era già rivolta a noi per un aiuto, avendo due figlie e una nonna da mantenere e non riuscendo a trovare lavoro a causa della sua salute. L’avevamo aiutata per un’operazione alla tiroide (almeno così sembrava), a rimettersi e a trovare un piccolo lavoro che le permettesse comunque di crescere le figlie.
La settimana scorsa si è presentata per chiedere nuovamente aiuto visto che la sua salute era nuovamente peggiorata. Iniziate le prime visite è stato subito chiaro che il problema alla gola era di altra natura, visto che anche altri organi erano interessati da probabili metastasi. Con l’aiuto del progetto sanitario stiamo verificando in diverse cliniche (una delle cose più difficile da queste parti è riuscire a fare una diagnosi esatta) per essere sicuri della reale situazione.
Ci affidiamo ancora una volta alle preghiere di tutti voi per accompagnare mamma Svieta soprattutto perchè trovi la forza di affrontare il percorso che le si pone innanzi.