Mons. Abou-Khazen d’Aleppo: ritrovare la fiducia è oggi la sfida dei cristiani in Medio Oriente

La Custodia di Terra Santa, con i suoi frati presenti in Siria e in Libano, s’impegna ogni giorno di più a favore delle vittime dei conflitti che scuotono il Medio Oriente. Sono numerosi i rifugiati e profughi siriani, iracheni, curdi che bussano alle porte di conventi e chiese per trovare un po’ di tregua, un po’ di cibo, per farsi curare, per educare i bambini… A immagine di San Francesco che, ai suoi tempi, pronunciò le seguenti parole: « Comincia facendo il necessario, poi fai quel che è possibile e realizzerai l’impossibile », i francescani han dovuto far fronte alle emergenze causate dalla violenza del conflitto siriano. Sì è iniziato costruendo una piccola rete tra i conventi francescani sparsi in Siria e Libano, poi, a causa delle continue restrizioni di sicurezza, sono stati creati accordi con altre comunità religiose e laiche per affrontare i bisogni.
Per calcolare l’immenso valore apportato dalle congregazioni religiose nel dramma siriano, bisogna ricordare che una decina di anni fa si contavano soltanto 550 associazioni siriane per 17 milioni di abitanti!
Mentre in Libano e Palestina le associazioni nascono continuamente, il tessuto associativo siriano si è costituito per garantire una parziale legalità, nonostante le innumerevoli restrizioni. Le realtà associative sono, ancora oggi, organizzate da giovani con poca esperienza di gestione o coordinamento.
Uomini e donne di Chiesa, al servizio dei più poveri, sono stati sommersi da situazioni d’emergenza.
La riunione organizzata dai francescani del Libano, lo scorso giovedì 19 febbraio presso il convento di Beirut, ha evidenziato queste tematiche.
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Mons. Louis Raphael Sako: “A Baghdad anche i musulmani vengono a pregare davanti alla statua di Padre Pio”

«La fede non è credere in un’ideologia. Anche Isis ha una ideologia ma credere vuol dire amare e amare vuol dire vivere. Questo mi tocca il cuore, penso che oggi abbiamo più bisogno di un’esperienza di fede come amore che di una fede speculativa». È questo uno dei passaggi centrali della conversazione tenuta da ZENIT con Mons. Louis Raphael Sako, Patriarca Caldeo di Baghdad.
[…] Il giorno 19 febbraio, prima che il Patriarca torni a Baghdad, concede la possibilità di un incontro, un dialogo, una conversazione che affronta vari temi fino ad arrivare alla difficile situazione della Chiesa irachena, passando per una riflessione sull’Isis e sulla crisi libica.

[…] Il discorso cade all’inizio sul tema della sofferenza. Il Patriarca ne parla attraverso l’immagine del “muro della sofferenza”. Per superarlo è necessario un “legame umano e cristiano”. Qualcosa del genere ha sperimentato in questi anni in Iraq. Un tempo di prova per tutto il popolo iracheno e in particolar modo per i cristiani, che porta con sé un tentativo di risignificazione della propria fede. Rincentrare la propria fede in Cristo, ecco quello che si deve fare, anche quando non si riesce a comprendere.
A tal proposito Mons. Sako confida: «Se un cristiano non ha un’esperienza mistica non va. La fede non è una coscienza teorico speculativa, è un mistero, un cammino di amore, di fedeltà. E piano piano si avanza, si cresce. Noi non possiamo capire tutto. Se uno ha capito tutto, allora non c’è più sforzo né progresso. La gente ha spesso difficoltà a comprendere tutto ciò. Noi dobbiamo formarla».
Riflessione che ci fa entrare in un campo che invoca risposte di senso, un’ermeneutica di riferimento ed ispira anche un procedere attraverso domande più dirette.

Quanto lei dice può essere applicato anche come una chiave di lettura di quanto i cristiani stanno vivendo in questo tempo. Noi non possiamo capire tutto, c’è un piano che ci trascende. Ma come poter decifrare questo tempo? Che cosa dice all’esperienza cristiana questa nuova stagione di persecuzioni?
Il senso c’è. La priorità della fede. Questa gente si sacrifica per l’amore di quanto vive. Questo sangue ha un senso molto grande e profondo. Come dice Gesù: Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13). Per loro Gesù è il modello. Il sangue dei martiri è per noi grande forza e sorgente di speranza. Come ha detto Tertulliano: “Il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani”. Così possiamo dire che è morte, ma è anche vita. Come ha detto anche il Signore: “Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo ma non hanno potere di uccidere l’anima” (Mt 10,28). Secondo me l’occidente deve vedere nel modello di questi martiri una chiamata, un appello alla conversione, alla religiosità e alla fede. Se qui ci sono problemi oggi è perché c’è un vuoto. La società occidentale sta perdendo i valori religiosi, c’è una cultura dell’individualismo, del piacere, del denaro che non soddisfa l’uomo che ha una tendenza all’assoluto.

Vuoto di senso in una società che ha reso incerto il cammino di riconoscimento della propria identità. A tal proposito come possiamo interpretare il fenomeno dei foreign fighters. Forse in un tempo di debolezza identitaria suscitano fascino identità che si manifestano attraverso modalità forti?
Io capito perché questi jihadisti occidentali vanno a fare la guerra santa, perché cercano un ideale. L’Isis mostra forza sul piano comunicativo ma anche su quello religioso. Hanno l’ideale di formare uno stato religioso. C’è un senso del martirio. Per loro si tratta di una guerra santa. Mai nessuna guerra è giusta. Loro hanno un ideale di Paradiso che deriva da una interpretazione letterale del Corano. A Baghdad ci sono tante milizie. Nell’Islam anche la religione è politicizzata. Invece si deve separare la religione dallo Stato. Non comprendono il pluralismo, e pensano che gli altri hanno falsificato la religione. Il movimento di islamizzazione corrisponde a una missione che loro ritengono di aver avuto. Altrimenti pensano di andare all’inferno.

Possiamo dire che esiste un problema nell’approccio con il Corano. Ricordiamo che per il fedele musulmano il Corano va recitato perché è parola diretta di Dio. Le Scritture ebraiche e cristiane presentano invece una parola mediata. C’è prima la cifra umana e poi quella divina (es. Dal Vangelo secondo Marco e poi si conclude proclamando: Parola di Dio). Questo può essere uno dei problemi del fondamentalismo?
Sì, certamente. Facciamo un esempio. Nel Corano ci sono i cosiddetti “versetti della spada”, che in un certo modo motiverebbero l’uso della violenza. Ricordiamo che lo stesso Maometto si volge alla conquista di La Mecca con un esercito. E la stessa dimensione della jihad passa da una mera lotta spirituale, interiore, pensiamo in ambito cristiano ai padri del deserto, a una lotta che individua all’esterno il proprio nemico. I musulmani devono leggere questi testi in modo simbolico. Devono poter fare esegesi. Non hanno un’ermeneutica. Quando l’Isis decapita qualcuno lo fa secondo un’interpretazione della legge musulmana. Per loro Dio ha dettato questo. Tutto è divino e anche un po’ magico. Lo fanno secondo la loro fede.

Nella diocesi di Baghdad e in genere nella Chiesa irachena quale spazio esiste per il dialogo fra cristiani e musulmani?
La dimensione della sofferenza, sul piano quindi prettamente umano, avvicina le due religioni. Per esempio a Baghdad c’è un Ospedale, il “San Raffaele”, dove trovano accoglienza sia musulmani sia cristiani. E in ogni stanza dell’Ospedale c’è una croce e anche un’immagine della Madonna. Anche Padre Pio è motivo di incontro tra musulmani e cristiani. Nel quartiere Palestin di Baghdad, all’interno della Parrocchia “La Vergine Maria”, dov’è parroco il vescovo ausiliario, mons. Warduni, c’è una statua di Padre Pio. La gente lo conosce. Sia cristiani sia musulmani si fermano a pregare lì. Piccoli esempi che ci mostrano che è possibile un dialogo. Tocca a noi cristiani prendere l’iniziativa. È importante la presenza cristiana in Iraq. Noi aiutiamo i musulmani ad aprirsi.

Cosa consiglierebbe al mondo e agli uomini del nostro tempo?
Per un mondo migliore ci dev’essere: Una riforma delle religioni. Nel senso che esse sono chiamate a riproporre, “aggiornare”, rievangelizzare e quindi rendere accessibile il proprio messaggio. In secondo luogo è necessario dare un senso e una speranza nuova alla vita umana. Serve poi una politica internazionale più giusta ed aperta che rispetti i diritti umani di tutti. Ogni uomo è fatto ad immagine e somiglianza di Dio. Infine urge una riforma dell’economia. Ci sia più giustizia tra i ricchi e i poveri.

Qual è il suo giudizio sulla crisi libica, sull’avanzata del califfato e la strategia di forte impatto comunicativo del riferimento a Roma? “Siamo a sud di Roma”, è stato detto.
Si tratta di una trappola. L’Italia deve essere attenta a non fare la guerra. Si può scegliere di controllare le frontiere ma è forse più importante monitorare quelli che sono lì. Sono più pericolosi i gruppi fondamentalisti dormienti. Meglio non cominciare una guerra di cui poi non si sa la fine come hanno fatto gli american in Iraq. E adesso abbiamo anche la guerra in Siria da ormai quattro anni.

Eccellenza, una domanda che richiama le sue esperienze di patrologo. I Padri della Chiesa ci dicono che l’ira, la collera, nasce sempre da una ferita. Come leggere ciò rispetto a quanto sta accadendo?
Oggi ci troviamo di fronte a un uomo ferito. Abbiamo nuove patologie spirituali. Papa Francesco non a caso parla di una Chiesa come ospedale da campo dopo una battaglia. In Iraq l’intervento delle forze militari occidentali ha comportato la distruzione di tutto, pensando che sarebbe stato possibile cominciare qualcosa di nuovo. Ma in che modo? Forse non si era studiata bene la questione. C’è stato il cambiamento di regime ma la gente si aspettava qualcosa di più. Dov’è la sicurezza? Senza sicurezza non c’è vita. Bisognava educare la gente alla libertà e alla responsabilità, alla democrazia. Una guerra è sempre una cosa cattiva e suscita nuove ferite, molte delle quali ancora non sanate.

In che modo la Chiesa irachena si fa prossima verso le sofferenze del proprio popolo? Quale diaconia?
Possiamo sintetizzarla in tre punti: servizio verso i poveri e gli ultimi; custodia e preservazione dell’identità cristiana e poi il dialogo con la religione musulmana.
Diamo dunque priorità alle famiglie sfollate. Abbiamo circa 120.000 cristiani e più di 2 milioni di musulmani. Ci domandiamo come essere vicini e presenti in mezzo alla gente che soffre. Noi diamo loro da mangiare, da bere, diamo medicine, facciamo quello che possiamo. Solo la Chiesa fa questo. La CEI ci ha aiutato, anche il Vaticano e le Caritas. La gente è molto colpita quando la chiesa è vicina. Ma allo stesso modo ci sentiamo chiamati a difendere e proteggere la presenza cristiana, i diritti dei cristiani. Su questo punto c’è uno sforzo con il governo centrale iracheno, perché la presenza cristiana è storicamente importante. Poi cerchiamo il dialogo con i rappresentanti dell’autorità religiosa musulmana.

Sente papa Francesco vicino?
Sì certamente. L’ho incontrato tre volte. Mi ha sempre rincuorato e fatto forza. Ha mandato anche due messaggi. Un filmato e una lettera. Quest’ultima è stata letta alla presenza del card. Barbarin, c’è stata una processione e si sono raccolti in chiesa più di 5000 cristiani. Lui è molto vicino, prega per noi. Recentemente ha anche mandato il card. Filoni come inviato speciale.

Il nunzio apostolico a Damasco: “La preghiera di Papa Francesco è in sintonia con la sofferenza dei cristiani in Siria”

Papa Francesco, ad Ariccia per gli esercizi spirituali, sta seguendo con preoccupazione la situazione in Siria, da dove continuano a giungere notizie drammatiche per la popolazione civile e in particolare per la piccola minoranza cristiana. L’avanzata dei jihadisti del cosiddetto Stato islamico nel Nord-Est della Siria ha fatto terra bruciata di numerosi villaggi abitati in prevalenza da cristiani: in 350 sono stati catturati e 15 sarebbero stati uccisi. “È chiaro che il Papa vive continuamente pensando a noi, pensando alla situazione dei cristiani e pensando alla situazione di tutta questa gente che soffre. È continuamente informato e la sua preghiera è sempre in sintonia con la sofferenza di questa gente e dei cristiani in particolare”, dice alla Radio Vaticana il nunzio apostolico a Damasco, monsignor Mario Zenari, rispondendo poi ad altre domande che riportiamo di seguito…

In questa situazione cresce la paura tra i cristiani?
Naturalmente questi fatti causano paura, soprattutto nei gruppi minoritari che sono i più esposti, che sono sempre stati l’anello più debole della catena e questi fatti non aiutano per niente la fiducia nel futuro. Già da tempo la comunità cristiana vive in questa situazione di tensione e si può ben capire. Però direi che, al di là dei cristiani, tutta la gente ha paura di questi avvenimenti, soprattutto di quelli che accadano in queste zone sotto il controllo di questi jihadisti. Non solo i cristiani, ma tutta la gente teme, ha paura e se può scappa.

I cristiani si sentono abbandonati dalla Comunità internazionale?
Questa è un po’ la percezione che vedo qui nella gente in genere e nei cristiani in particolare. Non vedono purtroppo risultati tangibili. E un po’ si può capire questa lamentela.

Cosa si può fare per fermare l’avanzata dei jihadisti?
Direi che qui la Comunità internazionale sta già cercando di attuare alcune linee. Occorrerà ancora continuare su questa strada, con l’unità degli sforzi e delle misure della Comunità internazionale. Già alcune misure sono state adottate, come quella di tagliare i rifornimenti che arrivano a questa gente, i conti bancari, il petrolio; o quella di fermare coloro che sono stati presi nel giro di questa ideologia e che magari dall’Europa si recano in queste zone. Quindi varie misure. Bisogna cercare di fermare questa situazione.

La situazione umanitaria è catastrofica…
Quella che descrive ormai da tempo la Comunità internazionale e le Nazioni Unite: è una delle catastrofi umanitarie più gravi dopo la Seconda Guerra Mondiale. E questo è sotto gli occhi di tutti! Bisogna fermare e risolvere la situazione del conflitto civile, ma allo stesso tempo anche fermare l’avanzata di questo califfato.

In Siria ormai ci sono due fronti di guerra…
Ci sono due fronti e uno è più grave dell’altro. C’è il fronte della guerra civile, che dura ormai da quattro anni e fra tre settimane entreremo nel quinto anno di guerra civile: questa ha causato più di 200 mila morti, più di un milione di feriti, più di 7 milioni di sfollati interni e 4 milioni di rifugiati. Non bisogna neanche dimenticare i danni e i morti che avvengono ogni giorno, gli sfollati e i rifugiati che causa ogni giorno la guerra civile. In più ci sono questi fatti così atroci e terribili nelle zone sotto il controllo del califfato. Non bisogna dimenticare i due fronti che, purtroppo, sono uno peggio dell’altro!

via Radio Vaticana, articolo del 26 febbraio 2015

SUDAN – Aumentano i bambini senza tetto, 700 mila vivono per le strade della capitale

Khartoum (news riportata da Agenzia Fides) – In occasione del recente Festival dell’Infanzia, Majda Suleiman, portavoce dell’Associazione Sudanese dei Bambini Senzatetto (Sudanese Homeless Child Association), ha dichiarato alla stampa locale che per le strade di Khartoum vivono circa 700 mila bambini. La maggior parte provengono da Darfur, Sud Kordofan e dal Blue Nile. Le loro famiglie sono fuggite dall’insicurezza di queste regioni e hanno cercato riparo nella capitale del Paese.
Suleiman ha accusato le autorità sudanesi di trascurare i bambini e ha esortato a istituire centri di protezione per l’infanzia. Inoltre, ha chiesto alle organizzazioni di fornire loro aiuto psicologico, sociale e materiale. Molti bambini di strada vengono sfruttati dalle bande criminali per accattonaggio e traffico di organi umani. Il ministro sudanese del Social Welfare ha dichiarato che il numero dei bambini senza tetto nel Paese è in rapida crescita, e ha annunciato che il suo ministero sta lavorando ad una iniziativa per migliorare la disastrosa situazione nella quale vivono più di 10 milioni di bambini sudanesi.

Cosa pensa una bambina rifugiata cristiana dell’ISIS?

La saggezza dei bambini è semplicemente impressionante. La maggior parte delle volte sono loro a offrirci le lezioni più essenziali della vita.
Per commentare questo video non servono molte parole. Quelle della bambina bastano e ci fanno interrogare su una realtà che ignoriamo nella sua drammaticità e che ci scandalizza da lontano. Sono parole che nella loro semplicità rispondono a molte domande che ci poniamo sul senso della sofferenza e degli eventi della nostra vita, e ci fanno capire che ci sono sempre ragioni per sperare, per confidare e continuare a credere nella misericordia di un Dio che ci ama infinitamente e ha pensato ogni dettaglio della nostra vita.

In circostanze difficili come quelle che stanno vivendo i nostri fratelli in Medio Oriente, ci possiamo scusare e lamentare di un’umanità frantumata e piena di odio che ci fa ribellare e ci frustra, ma nelle parole di questa bambina c’è qualcosa di essenziale che tocca nel profondo: constatare che gli aspetti più umani sono la volontà, il coraggio, il sapersi sovrapporre alla disgrazia, la bontà, il perdono e la speranza, perché in Mariam brilla quell’umanità capace di perdonare, di compatire e ringraziare perché qualcun altro ha compassione dei suoi sentimenti.
Brilla anche, in modo molto naturale, una fede interiorizzata e vissuta fin da piccola che fa sì che la sua visione delle cose sia piena di senso. […] La piccola rifugiata Mariam nel video ricorda che quando viveva a Qaraqosh “avevamo una casa e ci divertivamo, qui no. Ma grazie a Dio, Lui ci ha protetti. Dio ci ama, e non ha permesso che l’ISIS ci uccidesse”.
Mariam non prova rancore né odio per coloro che l’hanno costretta ad abbandonare la propria casa. “Io non farei loro niente, chiedo solo a Dio di perdonarli”. Lei, dice, li ha già perdonati.
Nel ringraziare poi il cronista, Mariam spiazza ancora una volta:“Hai sentito i miei sentimenti. Io ho dei sentimenti e voglio che la gente li conosca, che sappia cosa proviamo noi bambini che viviamo qui”.
Saper ancora ringraziare e sperare in mezzo al dolore. Una lezione che non si dimentica tanto facilmente.

via Aleteia

Aleppo senza tregua, ma la vita non si ferma. Parla il vescovo Abou Khazen

Nonostante l’assedio, i bombardamenti, la mancanza sul mercato di ogni bene di consumo, e il terribile freddo che patisce da mesi, Aleppo desidera vivere con tutte le sue forze. Negli ultimi giorni la morsa intorno alla seconda città della Siria si è stretta in modo drammatico: il 17 febbraio l’esercito regolare del presidente Bashar al Assad, con il sostegno di Hezbollah, ha sferrato la cosiddetta Operazione Ora zero, un attacco a sorpresa contro i ribelli che sono insediati nella regione immediatamente a nord di Aleppo, con l’obiettivo di prendere le vie di comunicazione che collegano la città al nord del Paese e alla Turchia. I ribelli avrebbero rintuzzato l’attacco, rafforzando le proprie posizioni. Oltre 150 soldati governativi sarebbero stati uccisi.

La tregua temporanea, ventilata qualche giorno fa dall’inviato Onu Staffan De Mistura, è quindi saltata: «Al posto della tregua ci sono atroci scontri a fuoco nelle periferie settentrionali ed orientali della città – ci scrive oggi fra Ibrahim Sabbagh, francescano della Custodia di Terra Santa e parroco latino di Aleppo –, con una pioggia di bombardamenti sulle zone abitate…».

Quello che colpisce, in una situazione di totale incertezza e di catastrofe imminente, è come la comunità cristiana della città stia lottando con tutta sé stessa per la normalità e la vita.

«I giovani rimasti ci sollecitano; fanno volontariato in parrocchia, si sposano; i bambini vengono battezzati, si celebrano feste… – racconta mons. Abou Khazen, vicario apostolico di Aleppo -. Noi vogliamo rimanere membri della Chiesa universale: la vita continua».

«Noi cristiani, siamo una piccola minoranza in Siria, composta da varie Chiese – spiega il presule – ma non siamo mai stati così uniti». I vescovi cattolici si riuniscono ogni sabato, mentre l’ultimo sabato del mese viene organizzato un incontro ecumenico aperto a tutti coloro che lo desiderano. Di nuovo il vescovo francescano: «Una delle principali sfide che, a mio parere, devono affrontare i cristiani del Medio Oriente è il superamento delle nostre paure e la riscoperta della fiducia, una fiducia che è stata distrutta da ciò che abbiamo vissuto. È questa mancanza di fiducia che ci impedisce di prevedere il futuro. La nostra sfida è di sentirci dire che la nostra presenza in Medio Oriente è una chiamata, una missione».

I quartieri di Aleppo a maggioranza cristiana oggi accolgono numerosi profughi di confessione musulmana ed è un’esperienza nuova e feconda per mons. Abou Khazen, che dice: «Durante il conflitto, abbiamo sviluppato nuove modalità d’incontro. Non è stato facile ma continuo a ribadire che è molto importante saper accogliere. Non dobbiamo creare alibi per l’esclusione o il settarismo. Dobbiamo nutrirci di tale convivenza e, credetemi, numerosi musulmani sono sorpresi dalla carità dei cristiani soprattutto verso i bambini, le donne, gli anziani…». Il vescovo porta come esempio una sala parrocchiale affidata al Waqf (istituzione islamica di beneficenza) e trasformata in casa d’accoglienza per persone anziane, orfani e handicappati o, ancora, il generatore della parrocchia che permette agli studenti di studiare quando in città l’interruzione dell’energia elettrica si prolunga troppo.

«Ad Aleppo, in questo periodo invernale, il freddo intenso sta drammaticamente condizionando la gente – racconta fra Ibrahim, il parroco –. Di gasolio non ce n’è quasi più e noi, per il servizio alla gente facciamo ricorso alle autorità civili ottenendone delle “gocce” di tanto in tanto; lo stesso vale per il gas. Siccome il 5 gennaio è cominciato in tutta la Siria il periodo degli esami per gli studenti universitari, ho fatto partire un progetto di aiuto per loro e per gli studenti della maturità. Nelle loro case non vi è disponibilità né di elettricità, né di riscaldamento e, visto che anche le biblioteche ospitate nelle diverse chiese di Aleppo sono ormai chiuse per mancanza di gasolio, ho deciso di “nuotare contro corrente” e di aprire una biblioteca ad hoc in parrocchia. Siamo in grado di accogliere fino a 60 studenti nei locali del catechismo. Abbiamo sistemato e arredato all’occorrenza il luogo, riscaldandolo alla bell’e meglio l’ambiente con un minimo consumo di gasolio. I locali restano aperti agli studenti dalle 9 del mattino alle 8 di sera».

L’accoglienza prevede la possibilità di una bevanda calda e anche il pranzo per coloro, e non sono pochi, che non possono permetterselo. «Nel progetto abbiamo coinvolto due giovani sposi e alcune famiglie senza lavoro come responsabili dell’accoglienza. Oggi mi ha raccontato uno di loro che il numero degli studenti registrati, con la richiesta da parte nostra di una somma minima di denaro per l’iscrizione, è arrivato a 80. Sono veramente soddisfatto di questo tipo di servizio concreto che riusciamo ancora ad offrire ai nostri giovani e spero, se la Provvidenza continuerà a manifestarsi e ad assisterci».

via Terrasanta.net

NIGER – L’immagine carbonizzata della Madonna che pregano i cattolici perseguitati

Una scultura della Vergine Maria rimasta carbonizzata dopo gli attacchi dei musulmani a metà del mese a Niamey (Niger) ha ravvivato la fede dei cristiani in questo Paese africano. L’arcivescovo emerito della capitale, monsignor Michel Cartatéguy, ha esortato i sacerdoti a conservare le ceneri delle loro parrocchie incendiate per utilizzarle a Pasqua.
Il 22 gennaio, monsignor Cartatéguy ha riunito tutti i sacerdoti per celebrare una cerimonia intorno alla scultura, arsa durante gli attacchi del 16 e 17 gennaio.
Secondo quanto ha reso noto il sito web della Chiesa cattolica in Niger, questa immagine della Vergine carbonizzata “è assai simbolica, perché questa statua, appartenente alla parrocchia di Sant’Agostino, è uno dei rari oggetti di pietà che non sono stati consumati dagli incendi che hanno colpito le chiese”.
I sacerdoti hanno offerto alla Vergine Maria la propria sofferenza e le hanno affidato le speranze della comunità cristiana, frastornata dopo gli assalti contro i cristiani, che hanno provocato 10 vittime e hanno visto 12 chiese date alle fiamme.
L’arcivescovo ha invitato ogni comunità di sacerdoti a depositare le ceneri raccolte nelle proprie parrocchie ai piedi dell’immagine della Madonna.
“Questa statua rappresenta tutte le statue che sono state bruciate”, ha affermato. “È la prova che Dio non ci abbandona… Queste ceneri che abbiamo oggi qui verranno usate per accendere il cero pasquale. Sì, le ceneri, nelle quali anche noi ci trasformeremo!”
Gli attacchi dei musulmani sono avvenuti in segno di protesta per le caricature di Maometto pubblicate dalla rivista francese Charlie Hebdo dopo l’attentato a Parigi il 7 gennaio scorso.
È stato anche reso noto che a causa dei gravi danni subiti dalle chiese le Messe di domenica 25 gennaio sono state celebrate in tende, con sedili prestati e altari improvvisati. In qualche caso i sacerdoti hanno dovuto celebrare la Messa senza i paramenti liturgici, anch’essi bruciati negli attacchi.
Durante l’omelia, il nuovo arcivescovo di Niamey, monsignor Laurent Lompo, e monsignor Cartatéguy hanno esortato i fedeli ad alimentare la speranza e a chiedere che non si verifichino di nuovo atti vandalici, i cui danni sono stimati in più di due milioni di dollari.

fonte Aleteia

CENTRAFRICA – “Possiamo paragonare il nostro Paese al deserto, dove dobbiamo lottare contro le tentazioni del diavolo” dice Mons. Nzapalainga

Agenzia Fides del 24/02/2015 – “La crisi che scuote il nostro Paese è la conseguenza della fragilità e della povertà umane e dell’incapacità di aprire il nostro cuore ai molteplici appelli del Signore alla conversione” scrive Sua Ecc. Mons. Dieudonné Nzapalainga, Arcivescovo di Bangui, nel suo messaggio per la Quaresima e la Pasqua.
Mons. Nzapalainga fa riferimento alla guerra civile esplosa alla fine del 2012, da cui la Repubblica Centrafrica sta cercando di uscire con l’aiuto della comunità internazionale. “Possiamo paragonare il nostro Paese al deserto, dove dobbiamo lottare contro le tentazioni del diavolo” afferma l’Arcivescovo, che esorta i fedeli alla conversione a Cristo e a combattere le tentazioni del male. Mons. Nzapalainga sottolinea: “con la forza dello Spirito che riceveremo a Pentecoste, dobbiamo combattere ed estirpare in noi lo spirito della divisione” e aggiunge che “le consultazioni di base sono un’opportunità data ai centrafricani per parlarsi. Il Forum di Bangui è ancora un’occasione e una via di uscita dalla crisi. (…). Questi momenti sono l’inizio di un processo di cambiamento di comportamento”.
Il Forum, che si terrà nella capitale Bangui tra qualche settimana, è il momento conclusivo di una serie di incontri di dialogo popolare che si tengono nelle diverse province centrafricane per riconciliare la popolazione divisa dall’odio e dalla diffidenza. Secondo Mons. Nzapalainga, infine, la non ancora ufficializzata visita in Centrafrica di Papa Francesco, “è un segno della bontà divina”. “La visita del Papa dovrà essere per la nostra Chiesa un momento di grazia, apportando un nuovo slancio alla vita cristiana” conclude.

CINA – Nonostante la repressione dei cristiani stia tornando ai livelli di Mao i fedeli aumentano

Nel 2030 i cristiani in Cina potrebbero essere 250 milioni. Intervista pubblicata da tempi.it a don Sergio Ticozzi, missionario a Hong Kong: «Disillusi dal comunismo ateo, tanti cinesi trovano nella Chiesa una ragione per sperare».

Yang Fenggang, sociologo e autore di numerosi studi in Cina, ha stimato che sotto il regime comunista di Pechino vivano oggi 180 milioni di cristiani (20 milioni cattolici, 160 milioni protestanti) e che nel 2030 potrebbero diventare 250 milioni. «Le cifre sono veritiere», spiega don Sergio Ticozzi, missionario a Hong Kong dal 1969 e ricercatore presso l’Holy Spirit Study Centre, che monitora la situazione della Chiesa cattolica in Cina.

La crescita della popolazione cristiana è doppia rispetto a quella demografica nazionale. Come mai?
È vero che la Chiesa cresce e che si conta un numero maggiore di conversioni al protestantesimo. Le cifre reali in realtà nessuno le conosce, sia perché i protestanti si affrettano a registrare come convertito chiunque si avvicini al cristianesimo, sia perché è difficile contare le persone che abbandonano il cammino di fede o quelle morte. Ad ogni modo, approssimativamente, i numeri sono veritieri e comunque molto alti.

Come mai tante conversioni nonostante la mancanza di libertà religiosa?
I protestanti non smettono mai di predicare attraverso i loro pastori laici. Spesso sulla gente schiava dell’ateismo, in cui non crede più, il protestantesimo ha un impatto sentimentale molto forte, anche a causa di miracoli ottenuti, sia psicologici sia fisici, grazie alla preghiera e a una vita cambiata e vissuta nella fede. Ecco, non so se parlerei di conversione, piuttosto la chiamerei emozione. Per questo credo che dopo il primo impatto, qualcuno abbandoni la fede tornando alla vita di prima. La maggioranza, però, permane e poi si converte realmente perché i protestanti offrono una proposta comunitaria coinvolgente. In questo senso, assistiamo a un movimento di evangelizzazione davvero interessante.

Perché i cattolici crescono, ma in misura inferiore?
Ufficialmente, ossia secondo il governo, i cattolici sono 5 milioni e 700 mila circa. Ma di fatto, se contiamo i tanti clandestini, arriviamo a circa 9-10 milioni. C’è chi sostiene che siano 12 milioni, ma preferisco approssimare per difetto. Credo che la crescita sia inferiore perché la Chiesa cattolica cinese è più esigente, in generale poi occorrono due o tre anni di cammino catecumenale per arrivare al battesimo, momento in cui la Chiesa riconosce l’avvenuta conversione. Dopodichè i cattolici continuano il cammino di fede nelle parrocchie o nelle comunità che si creano all’interno dei villaggi rurali.

Il sociologo Yang sostiene che il governo di Pechino sia impaurito e stia cercando di arginare il fenomeno puntando sul buddismo. Inoltre, in un documento riservato del Politburo si riferisce che «un Partito con 80 milioni di iscritti può essere messo in difficoltà da una Chiesa occidentale con 250 milioni di fedeli».
Non mi stupisce, anzi, si vede che Pechino ha paura, perché la repressione sta aumentando. La gente cerca nell’Occidente non tanto quello che ha prodotto negli ultimi anni, bensì l’antica fede cristiana. Perciò il presidente Xi Jinping ha deciso di adottare una politica senza compromessi. Stiamo tornando a un regime simile a quello di Mao Zedong, in cui ad esempio i testi provenienti dall’Occidente vengono proibiti ovunque. Non a caso Xi Jinping è recentemente tornato a Yan’an, vecchia base della rivoluzione comunista. Il presidente punta poi sulla religione tradizionale, il confucianesimo buddista, legandolo ai valori della patria. Così, attraverso una politica della “soft culture”, cerca di indottrinare la gente aprendo nuovi enti e templi buddisti.

cina-Cosma-Shi-EnxiangIn questi giorni si discute anche della morte di monsignor Cosma Shi Enxiang, un vescovo cattolico che ha passato 54 anni in carcere solo perché voleva restare fedele al Papa. Il regime ha detto che era morto, poi si è rimangiato tutto. Perché?
Non sappiamo se sia morto e nemmeno da quanto tempo. C’è chi sostiene che siano già passati due anni dal suo decesso. Il governo ci impedisce di parlarne. Per questo, qui a Hong Kong, stiamo manifestando sotto gli uffici del governo della città, mentre si indicono momenti di preghiera comune e si celebrano Messe.

L’amministrazione statale per gli affari religiosi ha lanciato un nuovo piano di lavoro che prevede nuove ordinazioni senza mandato papale. Che effetti potrebbe avere questa decisione?
Il piano del governo e quello della Chiesa cattolica patriottica, che si è assoggettata allo Stato abbandonando Roma, vanno in questa direzione. Il secondo piano ricorda l’autonomia e parla dell’assemblea per l’elezione dei nuovi rappresentanti cattolici. Il primo piano di lavoro, invece, ripete come ogni anno il principio dell’autonomia, delle ordinazioni democratiche, che però di fatto sono ferme. Nulla di nuovo direi.

La mancanza di libertà religiosa non ferma la crescita dei fedeli?
I vescovi morti in carcere confermano la fede della gente perseguitata e questo colpisce, fortifica. C’è qualcosa di più forte in loro, più della morte. Ripeto, disillusi dal comunismo ateo, tanti cinesi trovano nella Chiesa una ragione per sperare, un modo di vivere più umano che regge anche di fronte alla repressione. Ovviamente non conosciamo davvero tutti gli effetti della persecuzione, perché né la stampa né la Chiesa ufficiale né parlano, ma è stato impressionate vedere migliaia di fedeli al funerale di Giuseppe Fan Zhongliang. Nessuno immaginava tanta partecipazione. Si immagini il governo.

LIBIA – Un missionario francescano in Cirenaica: “serve l’aiuto dell’Europa”

“In questi giorni non abbiamo corrente, né carburante e queste difficoltà sono state sfruttate anche dagli attentatori di oggi”. Padre Piotr Borkowski, francescano, parla da Beida, in Cirenaica, a una sessantina di chilometri da Qubbah, dove nei giorni scorsi più attentati con autobomba hanno provocato alcune decine di vittime. Secondo le informazioni che sono circolate uno degli attentati, spiega padre Borkowski, si è verificato “ad un distributore di benzina, è stato fatto esplodere un camion cisterna mentre molte macchine erano in fila” per il rifornimento.
Più in generale, le notizie arrivate da Sirte e da Derna riguardo i combattenti dell’autodefinito Stato islamico hanno creato preoccupazione anche a Beida, sede di alcune delle istituzioni del governo internazionalmente riconosciuto (espressione del parlamento di Tobruk). “Nella nostra chiesa vengono anche i copti egiziani a pregare – racconta il sacerdote francescano – e oggi ho parlato con alcuni di loro: sempre di più sono decisi ad andarsene, un gruppo vuole partire proprio in questi giorni; lo stesso fanno molti altri cristiani, per la paura”.
“Nessun governo riesce a rappresentare un punto di riferimento per la gente – continua padre Borkowski – e il paese è sempre più diviso tra diverse cabile, tribù e milizie: è difficile anche capire chi potrebbe aiutarci o con chi dialogare. Il dialogo – di sicuro – risolverebbe molti problemi, ma come farlo con chi non vuole parlare, ma usa solo le armi?”. Anche di fronte alla prospettiva di un intervento armato il religioso è netto: “Di certo la soluzione militare non è la migliore!” dice.
“Bisogna trovare un modo di fermare i gruppi di terroristi – riconosce però il sacerdote – e impedire loro di fare ciò che vogliono, perché anche chi vorrebbe pace e ordine è spaventato e resta in casa, senza esprimersi. In Europa però sembra che ci si stia pian piano muovendo a livello politico: è accaduto tardi, ma forse non troppo tardi e spero si possa ancora fare qualcosa”.

Fonte MISNA