ARGENTINA – “Senza chiamata, senza ascolto, senza docilità non c’è missione”

Reconquista (Agenzia Fides) – “Senza chiamata, senza ascolto, senza docilità non c’è missione. Non c’è una Chiesa in uscita. Non c’è chi annuncia la gioia del Vangelo. Siamo in cammino, con l’ardente desiderio di essere una Chiesa aperta e missionaria, profetica e al servizio. Per raggiungere questo obiettivo, dobbiamo tornare alle fonti, o meglio, all’unica fonte di acqua fresca e sicura: Gesù Cristo”. Lo scrive il Vescovo di Reconquista, Sua Ecc. Mons. Angel José Macin, nella lettera pastorale con cui indice per il 2015 un “Anno Vocazionale Diocesano” che avrà inizio nella solennità di San Giuseppe, Patrono della diocesi, il 19 marzo, e si concluderà il 27 dicembre, con la festa di San Giovanni evangelista, compatrono di questa Chiesa locale.
L’Anno Vocazionale Diocesano rientra nel quadro più universale dell’anno dedicato alla Vita Consacrata, ricorda il Vescovo, sottolineando che può essere l’occasione opportuna “per riscoprire più profondamente il luogo che occupa la vita consacrata nella Chiesa e qual è il suo contributo alla vita diocesana”. Inoltre si colloca in un tempo particolare per le famiglie, poste al centro della preoccupazione della Chiesa con la celebrazione di due Assemblee del Sinodo dei Vescovi. “Credo che stiamo vivendo un tempo più che opportuno per interrogarci sul progetto di Dio per la famiglia” scrive Mons. Macin, il quale ricorda che “la famiglia è anche lo spazio dove i bambini e i giovani sono formati ad una cultura vocazionale”.
Incoraggiando i giovani a chiedersi cosa Dio voglia da loro, il Vescovo di Reconquista li esorta: “non fatevi ingannare da innumerevoli voci che sostengono che il sacerdozio è in estinzione o non vale la pena prenderlo in considerazione, perché si tratta di un cammino di frustrazione e amarezza. Con semplicità di cuore, guardate piuttosto a quelle figure sacerdotali luminose, che pur in mezzo ai loro limiti e debolezze, vivono la gioia della loro condizione di ministri del Signore”.

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MESSICO – Il Messico è il paese più pericoloso in America Latina dove esercitare il ministero sacerdotale

Città del Messico (notizia tratta da Agenzia Fides) – Nel corso degli ultimi 24 anni sono stati commessi 47 attentati contro membri della Chiesa cattolica, di cui 45 sono reati minori e 2 corrispondono a sacerdoti scomparsi di cui non si ha più alcuna notizia. Questi dati segnalano, purtroppo, che il Messico è diventato il paese più pericoloso in America Latina dove esercitare ai nostri giorni il ministero sacerdotale.
E’ quanto evidenzia l’unità di ricerca del Centro Cattolico Multimedia (CCM), che fa riferimento alla Conferenza Episcopale Messicana, che ha appena pubblicato il suo rapporto annuale 2014, dove segnala i sacerdoti, i religiosi e i laici messicani che hanno perso la vita in Messico, “a causa della loro efficace azione pastorale e del senso di assoluta fedeltà a Cristo e alla sua Chiesa”.
Il rapporto presenta l’elenco degli operatori pastorali che hanno perso la vita in modo violento in Messico dal 1990 al 2014: 1 Cardinale, 34 sacerdoti, 1 diacono, 3 religiosi, 5 laici e una giornalista cattolica. Registra inoltre un incremento di questi casi durante l’amministrazione dell’ultimo governo di Enrique Peña Nieto.
Solo nel 2014 sono stati commessi 3 omicidi di sacerdoti e un attentato nei confronti di un laico che accompagnava un sacerdote. Quest’ultimo è sopravvissuto ad una sparatoria, dopo il fallito tentativo di rapimento. Negli ultimi 12 mesi, due sacerdoti dell’Arcidiocesi di Acapulco hanno pagato con la loro vita il sequestro da parte di gruppi violenti. Un altro sacerdote della diocesi di Atlacomulco è stato ucciso durante un furto perpetrato nella chiesa di cui era parroco.

Una candela accesa e una preghiera per la pace in Siria

In occasione delle celebrazioni del Natale, Sua Beatitudine Gregorios III, Patriarca di Antiochia e di tutto l’Oriente, di Alessandria e di Gerusalemme dei greco-melchiti, ha chiesto ai fedeli di accendere una candela ogni notte come “Fiamma di luce e speranza per la pace in Siria”.
Sua Beatitudine invita tutti i fedeli della Chiesa cattolica greco-melchita del mondo arabo come quelli della diaspora in tutto il mondo, tutti i credenti sparsi ovunque, le organizzazioni umanitarie, le istituzioni sociali per illuminare ogni notte con una candela e recitare una preghiera per la pace in Siria, in Medio Oriente e nel mondo.

La preghiera per la pace in Siria

Dio Buono e Onnipotente, fa’ in modo di diffondere la pace nei cuori in Siria, come all’epoca Sei stato in grado di convertire San Paolo sulla via di Damasco, e che le persone che sono fuggite possano tornare a casa rapidamente.
Benedici tutti i Tuoi figli che sono divenuti rifugiati e che non hanno più casa. Testimonia la Tua misericordia a tutti coloro che sono stati esiliati, senza tetto e affamati.
Benedici tutti coloro che offrono loro dell’aiuto; risveglia la generosità e la compassione nei nostri cuori, per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore, Amen.

VIA Zenit

Una nuova sfida missionaria in Kazakhstan

Oltre alla parrocchia di Taldykorgan dedicata alla Vergine Maria di Guadalupe, alla nostra fraternità è affidata una piccola parrocchia ai confini con la Cina nella città di Jarkent e dedicata a “Maria Regina dei martiri”, in quanto non lontano da questa città nel XIV secolo sono stati martirizzati alcuni frati francescani.
Quando i primi missionari, nel 1991, arrivarono in Kazakhstan, cominciarono a cercare i cattolici deportati, sparsi per il paese.
P.Raimond, sacerdote missionario americano, si inoltrò da Almaty fino a Jarkent e quando venne a conoscenza dell’esistenza dei resti di una piccola cappella che ricordava il martirio di questi frati francescani, chiese ai frati di Almaty di prendersi cura di questa comunità.
Nel corso di questi anni si sono avvicendati, secondo le possibilità, francescani e diocesani fino a quando, quattro anni fa, nessuno era più disponibile a raggiungere e servire questa comunità che un tempo contava una cinquantina di fedeli (oggi tra decessi e rientri in patria si è sempre più assottigliata).
Quando il Vescovo mi ha proposto questo servizio l’ho accettato ben volentieri ma fino a quando non è arrivato p. Jakub, anche lui sacerdote, non ho avuto molte possibilità di recarmi ad incontrare i pochi fedeli rimasti (una decina in tutto).
Ora riesco ad andare da loro ogni mese per un fine settimana per stare insieme, fare qualche catechesi e, la domenica, celebrare la s. Messa.
Ci siamo proposti, vista la mia e la loro fedeltà, di andare a ricercare quei fedeli che nei tre anni di assenza dei sacerdoti si sono persi.
Intanto sto preparando alcuni di quelli che hanno iniziato a frequentare la nostra piccola comunità ai sacramenti: chi al battesimo, chi alla prima confessione e comunione e chi…al matrimonio!
Rendiamo grazie al Signore che ama i suoi figli e provvede sempre a ciascuno e a tutti noi.
Ci affidiamo alle vostre preghiere perché anche noi possiamo crescere e diventare gioiosi annunciatori del suo Vangelo.

IRAQ – Nella regione autonoma del Kurdistan il Natale sarà giorno festivo, in segno di solidarietà con i cristiani

Erbil (Agenzia Fides del 23/12/2014) – Il governo della regione autonoma del Kurdistan iracheno ha proclamato il prossimo 25 dicembre giorno festivo per esprimere in maniera pubblica la solidarietà delle istituzioni e di tutta la società verso i cristiani, in occasione della festività del Natale del Signore. Quel giorno tutti i dipendenti delle istituzioni pubbliche della regione, comprese le scuole osserveranno un giorno di riposo. Il portavoce ufficiale del governo ha pubblicato sul sito del governo regionale un messaggio di felicitazioni rivolto “a tutti i fratelli cristiani del Kurdistan, dell’Iraq e di tutto il mondo” augurando un anno di pace, sicurezza e stabilità.
Oggi i sacerdoti caldei presenti a Erbil e nei suoi sobborghi – compresi quelli fuggiti da Mosul e dalla Piana di Ninive – si sono riuniti con i loro Vescovi per una giornata di ritiro spirituale, in preparazione al Natale. “La decisione delle autorità del Kurdistan iracheno testimonia attenzione e vicinanza alle nostre sofferenze. I leader politici del Kurdistan ripetono che faranno il possibile per liberare le città e i villaggi da cui siamo dovuti fuggire” dice il sacerdote Paolo Thabit Mekko, trasferitosi in Kurdistan dopo che ha dovuto lasciare Mosul, conquistata dai Jihadisti dello Stato Islamico. “Ci prepariamo al Natale” aggiunge p.Paolo “chiedendo a Gesù di portare pace e consolazione nei nostri cuori. Ci ha commosso il messaggio che ci ha inviato qualche giorno fa Papa Francesco, e speriamo che ce ne siano altri”.

TERRA SANTA – Messaggio di Natale del Patriarca Twal: tragedie e speranze di un anno difficile

Gerusalemme (notizia tratta da Agenzia Fides) – La Città Santa di Gerusalemme “è sotto il sangue e le lacrime” e l’antagonismo religioso mette a rischio la sua missione di “città della pace e della convivenza inter-religiosa”. Il Patriarca di Gerusalemme dei Latini, Fouad Twal, coglie l’occasione del tradizionale messaggio natalizio per riconsiderare con sguardo di fede le vicende che hanno segnato negli ultimi mesi la vita dei popoli che abitano la Terra Santa. Un resoconto in cui si intrecciano dolore e speranza, disperazione e consolazione, in un tempo segnato dalla visita di Papa Francesco, dalla nuova guerra di Gaza e dagli attentati a luoghi di preghiera.
Nel messaggio diffuso dai media, il Patriarca definisce “un successo pastorale e ecumenico” il pellegrinaggio di Papa Francesco in Terra Santa, e ricorda che quella visita “ha prodotto poi la bella riunione di preghiera nei Giardini Vaticani con il presidente Abbas, l’ex-presidente Peres e il Patriarca Bartolomeo. Anche se non siamo stati in grado di vedere i frutti concreti”, aggiunge il Patriarca Twal, “ogni preghiera è valida e i frutti possono arrivare più tardi, come l’olivo piantato in questa occasione potrebbe dare molti frutti in futuro”. Poi, lo sguardo del capo della Chiesa di rito latino di Terra Santa si sofferma sulle violenze e le tragedie che hanno segnato gli ultimi mesi, dalla guerra devastante a Gaza (“un bagno di sangue”) ai fatti di violenza o di vendetta contro persone innocenti, come l’uccisione di persone che pregano in una sinagoga e gli attacchi contro le moschee. “In una stessa settimana” ricorda il Patriarca nel suo messaggio, “i capi cristiani della Terra Santa hanno visitato la sinagoga Har Nof per condannare l’atto disumano perpetrato in questi luoghi, e hanno visitato la moschea di Al Aqsa per chiedere il rispetto del vecchio Status quo”.
Il messaggio patriarcale chiama in causa le “responsabilità dei dirigenti politici – israeliani e palestinesi – nel trovare e facilitare una soluzione”, senza dimenticare la latitanza della comunità internazionale, incapace di “aiutare entrambe le parti ad aiutare se stesse”. Riguardo alla violenza jihadista che sconvolge tutto il Medio Oriente, il Patriarca Twal valorizza la “chiara condanna” delle ideologie religiose radicali, espressa da “leader arabi e musulmani”.
Nel suo messaggio natalizio, il Patriarca latino di Gerusalemme tocca anche la questione dei ricongiungimenti familiari – che impedisce a molte coppie di vivere insieme, quando il coniuge di un palestinese non ha cittadinanza israeliana – e il “caso” della Valle di Cremisan, area messa a rischio dal progetto del Muro di separazione. “Ci auguriamo” scrive il Patriarca “che la Corte Suprema israeliana lasci i 300 ettari della Valle di Cremisan e i due monasteri salesiani dalla parte palestinese. Oggi siamo preoccupati, perché gli ultimi sviluppi della recente audizione propendono per un’altra parte. Temiamo che la Corte decida che le terre, appartenenti alle 58 famiglie cristiane palestinesi, siano separate da Beit Jala. Tale decisione andrebbe a danneggiare la nostra comunità. Speriamo che i giudici saranno ispirati da principi etici e non soggetti a pressioni politiche”.

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INDIA – I leader cristiani: “Natale con il cuore pesante per le violenze contro le Chiese”

New Delhi (notizia tratta dal portale di Agenzia Fides) – “In vista del Natale abbiamo il cuore pesante per gli episodi di violenza contro le nostre Chiese in varie parti del paese, specialmente in Chhattisgarh, Madhya Pradesh, Odisha, Uttar Pradesh e ora nel territorio della capitale Delhi. Lo sventramento della chiesa di San Sebastiano a Delhi, così come gli altri episodi di violenza mirata, rivelano il disprezzo non solo verso i sentimenti religiosi della nostra comunità, ma anche per le garanzie assicurate nella Costituzione indiana”. Lo affermano Vescovi e leader cristiani di tutte le confessioni in una nota diffusa a Delhi. Il comunicato è firmato, tra gli altri, da Sua Ecc. Mons. Anil Couto, Arcivescovo di Delhi, da altri Vescovi cattolici, ortodossi, protestanti, e da leader della società civile.
“Questi atti di violenza – spiegano – non sono incidenti isolati. Fanno parte di una serie di azioni interconnesse da parte di vari attori non statali. Molti politici hanno chiesto leggi nazionali contro la conversione, provvedimenti che toccano la comunità cristiana e musulmana, anche se non citate”.
Inoltre, prosegue il testo, “è una minaccia per la pace e l’armonia nazionale la campagna ben organizzata, anche da membri di alto livello del Parlamento e appartenenti al partito di governo, che mette in discussione l’identità e il patriottismo delle diverse minoranze religiose in India”, screditandole ed esponendole a ulteriori violenze.
Il comunicato spiega: “Mentre l’esecutivo ha vinto le elezioni presentando una piattaforma di ‘sviluppo e buon governo’, i gruppi radicali vedono approvato il loro programma di odio e nazionalismo religioso. Si tratta di un palese tentativo di sabotare la Costituzione indiana, che assicura la libertà di ogni cittadino indiano di professare, praticare e diffondere la propria religione”.
I leader notano che i provvedimenti, paradossalmente chiamati “Leggi per la libertà religiosa”, in vigore in diversi stati indiani, l’hanno di fatto limitata e “sono stati usati contro le minoranze, dando alla polizia il potere di disturbare, arrestare e punire sacerdoti, religiosi e operatori cristiani”.
I Vescovi hanno inviato al governo un Memorandum che elenca vari episodi “rappresentativi dell’ostilità e della discriminazione subita dai cristiani in tutta l’India”. Si narrano casi di “boicottaggio sociale” (ad alcuni missionari cristiani è vietato l’ingresso in oltre 50 villaggi della regione di Bastar, in Chhattisgarh; e ad alcune famiglie cristiane in Orissa è impedito di usare il pozzo pubblico del villaggio); aggressioni fisiche (in numerosi stati); profanazione degli edifici di culto.
Il testo conclude: “L’India è una terra in cui diverse fedi religiose convivono da sempre. I padri fondatori si sono impegnati a garantire che i diritti di tutti siano tutelati indipendentemente da religione, genere o casta. Speriamo e preghiamo che tale discriminazione e violenza mirata siano fermate grazie a una forte volontà politica delle istituzioni civili e politiche”.

TESTIMONI – La Chiesa giapponese rilancia il «samurai di Cristo»

I vescovi si impegnano per la canonizzazione di Justo Takayama Ukon, un feudatario che, pur di non rinunciare alla fede, ha scelto la via dell’umiliazione e dell’esilio. Un modello per l’oggi.

E’ un martire anche se non è stato ucciso in odium fidei. E’ un martire anche se non ha versato il sangue durante l’ondata di violente persecuzioni anticristiane che per quasi 300 anni hanno attraversato il paese del Sol levante. E’ un martire perché, da ricco e potente che era, ha scelto la via della povertà, dell’umiliazione e della perfetta obbedienza alla volontà di Dio.
Ai vescovi nipponici, i 188 martiri giapponesi proclamati a Nagasaki nel 2008, tutti passati a fil di spada tra il 1603 e il 1639, non bastano.
O, meglio, sono altrettanto affezionati e devoti alla figura di Justo Takayama Ukon, feudatario e samurai che ha preferito la “strada stretta” piuttosto che quella della comodità.
Ukon ha consapevolmente scelto la via della sequela di Cristo, povero, obbediente e crocifisso, piuttosto che scendere a compromessi. Non ha esitato a rinunciare a una posizione sociale di alto rango, a nobiltà e ricchezza, a una vita di agi e lusso, pur di restare aggrappato intimamente a Cristo e pubblicamente fedele al Vangelo.
Il suo modello e la sua testimonianza, sono oltremodo preziosi per la comunità dei credenti e dei non credenti di oggi. Ukon è un “samurai di Cristo” che, nel conservare l’onore della coscienza, “ha combattuto la buona battaglia”, del tutto nonviolenta, del discepolo di Gesù.
“Ukon ha mantenuto chiaro il percorso che lo avrebbe portato a Dio”, affermano i vescovi. “Nella nostra epoca che propone diversi pseudo-valori che promettono felicità, i cristiani possono imparare dalla vita di Ukon a seguire il Signore senza deviazioni o errori”, spiegano.
Ukon è il primo giapponese, che non è parte di un gruppo di martiri, ad aver spinto la Conferenza episcopale a impegnarsi per la sua canonizzazione. La sua è una storia di santità individuale.

Siamo a metà del sec. XVI. Nato da una famiglia di proprietari terrieri, Ukon si converte al cristianesimo a 12 anni, quando entra in contatto con i missionari gesuiti, seguendo le orme di suo padre. Il Vangelo era stato introdotto in Giappone dal gesuita Francesco Saverio nel 1549 e si era rapidamente diffuso.
Quando lo shogun Toyotomi Hideyoshi sale al potere, i suoi consiglieri lo invitano a vietare la pratica del cristianesimo. Tutti i grandi feudatari accettano la disposizione, tranne Ukon. Perderà le sue proprietà, la sua carica, il suo status sociale, l’onore e la rispettabilità. Diverrà un vagabondo e sarà costretto all’esilio. Con altri 300 cristiani giapponesi fuggirà a Manila dove, appena 40 giorni dopo l’arrivo, ammalatosi, morirà il 4 febbraio 1615.

I cristiani giapponesi avevano tentato di portarlo alla gloria degli altari già nel XVII secolo, ma la politica isolazionista del paese impedì agli investigatori canonici di raccogliere le prove necessarie per attestarne la santità. Trecento anni dopo, nel 1965, il clero locale ha riesumato la sua figura dal dimenticatoio e oggi i vescovi giapponesi rilanciano con forza la vita del samurai di Cristo.
Isao Kikuchi, vescovo di Niigata e missionario, spiega il perché: “Ukon Takayama ha mostrato una fede senza compromessi. Oggi in Giappone viviamo una vita piena di compromessi. Siamo facilmente attratti dal guadagno facile da uno stile di vita che porta a dimenticare Dio. Ad esempio, dopo il disastro di Fukushima del 2011, molti giapponesi si dissero convinti di doversi convertire a uno stile di vita più semplice, in modo da consumare meno energia. Ma è stato un fuoco di paglia: nessuno lo ha fatto davvero. In tale situazione, qualcuno che ha rinunciato alla comodità e alle ricchezze per la fede è un modello per tutti”.
Inoltre, aggiunge il vescovo Kikuchi, “Ukon non è stato giustiziato, come altri martiri in Giappone. Oggi molti credenti pensano che il martirio non abbia nulla a che fare con loro, poichè non c’è pericolo di essere uccisi a causa di Cristo. La vita di Ukon dice a tutti noi che non è solo la morte in odium fidei a fare un martire: anche rinunciare a tutto per Dio è una via di martirio”.

Articolo tratto da VaticanInsider

PAKISTAN – Falsa denuncia di blasfemia verso 11 cristiani

Islamabad (notizia tratta dal portale di Agenzia Fides) – Undici cristiani di Islamabad, tra i quali un Pastore protestante, sono stati denunciati per blasfemia da una donna, Naseem Bibi, per vendetta dopo una lite privata.
La donna infatti era stata a sua volta denunciata e ha reagito tirando in causa una presunta blasfemia, del tutto inventata. Con un passato da cristiana, si è convertita all’islam circa 20 anni fa, sposando un uomo musulmano da cui ha avuto tre bambini.
La donna ha riferito alla polizia che il Pastore Karamat Masih e altri 50 cristiani avevano fatto irruzione in casa sua, minacciandola e infamando anche l’islam e il Corano. Quattro tra i denunciati sono stati anche fermati e sono in custodia della polizia.
L’avvocato Gill nota: “Sono sempre più frequenti i casi in cui la legge sulla blasfemia viene tirata in ballo per colpire le minoranze religiose o per dirimere casi di liti e rivalità private, o semplicemente come strumento di ricatto. Urge che lo stato arresti e condanni chi formula false accuse. Questa è una nuova tendenza, molto pericolosa: in un contenzioso già aperto a livello penale si manipolano i fatti usando la blasfemia per indebolire la controparte”.

Siria, padre Hanna: «Il nostro Natale sotto Al Qaeda. Rimarremo cristiani fino all’ultima goccia di sangue»

Non sarà un presepe classico ma è sempre meglio che niente. In occasione del Natale, sotto l’altare della chiesa di San Giuseppe, nel villaggio di Knayeh, in Siria, ci sarà solo una culla. Ma che i francescani possano adagiarvi dentro Gesù bambino è già un miracolo se si pensa che la città è saldamente controllata da Jabhat Al Nusra, la milizia siriana di Al Qaeda.

MESSA DI NATALE. Il parroco Hanna Jallouf, francescano siriano di 62 anni, è stato rapito ad ottobre insieme ad altri 16 parrocchiani e poi liberato. Questa esperienza non l’ha spinto a lasciare il Paese. È rimasto e il 24 dicembre celebrerà la Messa di Natale, come raccontato in un’intervista all’agenzia Sir. «Con tutte le difficoltà che abbiamo, manteniamo una certa libertà di culto. Possiamo celebrare Messe ma non possiamo uscire fuori dalla chiesa. A Natale non possiamo abbellire l’esterno della chiesa, fare il presepe, allestire l’albero. La nostra Messa di mezzanotte la celebreremo il pomeriggio per motivi di sicurezza. Mancheranno le luminarie, ma non fa nulla. In chiesa avremo un piccolo presepe, fatto solo di una piccola culla per deporre il Re della pace».

«CRISTO È LA PACE». Com’è possibile parlare di pace in Siria ed essere ancora credibili? «Alla comunità di Knayeh dirò che Cristo è la pace e solo da lui viene questo dono. Da Lui il coraggio e la forza per sostenere tanta sofferenze. Alla mia gente dirò, ancora una volta, di testimoniare pace, gioia e unità. Perché ne siamo certi: la Siria vedrà ancora il sole sorgere. La notte sta passando e una nuova alba è vicina».

«SOLO CORANO A SCUOLA». Nell’attesa, i circa 800 fedeli rimasti della zona si stanno preparando al Natale: «Hanno pulito le case e preparato anche qualche dolce. Tante famiglie cristiane però sono andate via a causa della guerra e della violenza. Ma anche per permettere ai figli di continuare a studiare. Nelle scuole del villaggio, ormai, si insegna solo il Corano».
Chi scappa non può essere biasimato: «La situazione è grave. Nel villaggio ci hanno portato via le nostre terre, le nostre case, abbiamo subito espropri. Hanno tagliato anche gli olivi per avere legna, ma erano fonte di sostentamento per molti. Abbiamo passato un periodo davvero triste ma il Signore era con noi e abbiamo sentito la sua mano potente sul nostro capo e sui nostri villaggi. Dio è nostro Salvatore e protettore. Non sappiamo come andrà a finire e, per questo, viviamo alla giornata. Abbiamo paura del futuro ma la speranza è che il Signore ci protegge».

«FINO ALL’ULTIMA GOCCIA DI SANGUE». Chi è rimasto, lo fa per un motivo preciso: «Sopravviviamo perché vogliamo dire ai fondamentalisti che siamo cristiani e lo resteremo fino alla morte. I nostri avi sono nati e morti qui. Così faremo anche noi», conclude padre Hanna. «Con la popolazione locale non abbiamo problemi, abbiamo paura di questi fondamentalisti venuti da fuori che non conoscono la nostra terra e la nostra tradizione di convivenza. Hanno provato a convertirci ma senza successo. Quando ero in prigione volevano che diventassimo musulmani. Abbiamo detto loro che siamo cristiani e che lo rimarremo fino all’ultima goccia di sangue. In quei giorni di detenzione abbiamo sentito la preghiera della nostra comunità e della chiesa intera. Nel villaggio le case dei cristiani erano diventate tante cappelle di adorazione eucaristica».

Articolo tratto da Tempi.it