Pakistani cristiani in Italia: mozione per la libertà religiosa

Roma (notizie riguardanti il Pakistan e riportate dall’Agenzia Fides negli ultimi giorni) – Proporre ai rappresentanti politici italiani una mozione sulla libertà religiosa in Pakistan, da approvare in Parlamento; invitare la comunità internazionale e il governo italiano – specie durante il semestre di presidenza del Consiglio dell’Unione Europea – a chiedere al Pakistan a difendere e proteggere le minoranze religiose: sono gli obiettivi della Associazione Pakistani Cristiani in Italia che il 2 dicembre alle 11,30 terrà una conferenza a Palazzo di Montecitorio, sede della Camera dei Deputati del Parlamento italiano.
La conferenza prende lo spunto dal grave episodio di Shama e Shahzad Masih, i coniugi cristiani arsi vivi in una fornace il 4 novembre, e dagli ultimi episodi di violenza registrati per blasfemia (in ultimo l’uccisione di un uomo cristiano in custodia alla polizia per essere stato accusato di vendere alcolici e droga), e intende discutere della legge anti-blasfemia ma anche della schiavitù dei cristiani nelle fornaci di argilla, fenomeno molto diffuso in Pakistan. Alla conferenza prenderà parte anche prof. Shahid Mobeen, fondatore dell’Associazione Pakistani Cristiani in Italia. Questo quanto affermato dall’uomo in merito a tutta la vicenda: “la drammatica uccisione dei coniugi rappresenta l’ennesimo caso di omicidi extragiudiziali legati ad accuse di blasfemia, ed è usata in particolar modo per colpire le minoranze religiose. La vicenda accende inoltre i riflettori sulla tragica sorte dei lavoratori nelle fornaci di mattoni in Pakistan. Intere famiglie sono ridotte in schiavitù per ripagare debiti contratti con i proprietari delle fabbriche, e costrette a lavorare in condizioni disumane. Si stima che tra i tre e gli otto milioni di pachistani siano vittime di questa odierna forma di schiavitù”.

La notizia della mozione arriva anche in seguito alla nascita della prima radio web cattolica pakistana “Good News radio”, lanciata dall’arcidiocesi di Karachi. La radio ha come fine quello di diffondere l’annuncio del Vangelo nell’etere, portando così luce e speranza agli ascoltatori cristiani in terra pakistana.

Quella nazione ebraica che crea divisioni

Padre Pizzaballa, Custode di Terra Santa, auspica che non venga approvata la legge che sancisce Israele come “Stato della Nazione ebraico” poiché ciò allontanerebbe tra loro ebrei, musulmani e cristiani.

Israele come “Stato della Nazione ebraico”. Con 15 voti a favore e 7 contrari, il governo israeliano ha approvato il progetto di legge che sancisce l’ebraicità dello Stato nato nel 1948.
La notizia viene “seguita da vicino dalle Chiese locali preoccupate per il rispetto dei diritti delle minoranze”. Ad affermarlo all’agenzia Sir è padre Pierbattista Pizzaballa, Custode di Terra Santa. “Che Israele sia Stato ebraico – spiega il Custode – non è una novità. Se la legge venisse approvata, da un punto vista tecnico cambierebbe poco. La conseguenza più diretta sarebbe, invece, un allontanamento sempre maggiore delle comunità ebraica, musulmana e cristiana, le une dalle altre e approfondirebbe il senso di sfiducia nei confronti dello Stato e della componente ebraica”.
L’approvazione delle legge in questione, dunque, corroderebbe ulteriormente i rapporti tra arabi ed ebrei poiché – aggiunge p. Pizzaballa – farebbe sentire i cittadini arabi di Israele sempre più ospiti a casa loro. Come dire che hanno diritti ma non sono uguali agli altri”. Secondo il religioso francescano “si tratta, comunque, di una legge molto discussa anche all’interno del mondo ebraico e ci sono forti pressioni per cambiarla. Questa proposta fa parte delle dinamiche cui stiamo assistendo in questo periodo segnato da grandi lacerazioni e divisioni interne ad Israele”.
“Come Chiese locali – conclude il Custode – seguiamo da vicino l’evoluzione della vicenda. Non vogliamo intervenire troppo per non suscitare polemiche di cui non si sente il bisogno, ma siamo preoccupati per i diritti delle minoranze”.


Articolo del 26 novembre tratto da Zenit.org

La forza della Chiesa ferita del Vietnam

Pubblichiamo l’articolo/testimonianza di Giuseppe Buono, missionario del Pontificio Istituto Missioni Estere, in seguito alla sua visita in Vietnam. Il ritratto che ne esce è quello di una comunità cristiana che, seppur oggi viva forti restrizioni alla libertà religiosa, è ricca di una fede vivace e di vocazioni fiorenti.

Lo scorso agosto sono stato in Vietnam. Ho incontrato una Chiesa coraggiosa e vitale, perseguitata per secoli ma ben radicata nella vita dei cristiani. Fecondata dal sangue dei martiri, questa comunità resiste al controllo del regime comunista. Proprio mentre arrivavo a Ho Chi Minh City, il Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla libertà religiosa Heiner Bielefeldt concludeva la sua visita in Vietnam denunciando «gravi violazioni della libertà di religione o di credo». Su una popolazione di 89 milioni di abitanti, i cattolici sono sette milioni; i vescovi 44, i preti 4.050, i religiosi 18.424, i seminaristi 4.000, i catechisti 56.593 (statistiche del 2011). Nell’ambito geografico delle parrocchie e delle chiese sono permesse iniziative e celebrazioni, come quella commovente alla quale ho assistito al Centro mariano di Bai Dau Vung Tau, con la partecipazione di quasi trentamila cattolici, evento che si ripete il 13 di ogni mese in onore della Madonna, veneratissima dai cattolici vietnamiti. Fuori da questi ambiti non è permessa alcuna celebrazione. I missionari non possono entrare nel Paese come tali, ma sotto altri titoli: insegnanti, professionisti…
Nei rapporti diplomatici con la Santa Sede, solo il 18 giugno 2011 Papa Benedetto XVI nominò l’arcivescovo Leopoldo Girelli suo nunzio apostolico non residente per il Vietnam.I-ne-Khu (Ignazio) fu il primo missionario che nel 1533 predicò il Vangelo nella provincia di Nam Dinh (Tonchino), subito colpito da un editto di proscrizione. Ufficialmente la Chiesa vietnamita nasce il giorno di Pasqua del 1615 quando due gesuiti, il napoletano Francesco Buzzoni e il portoghese Diego Carvalho, approdarono a Tourane (Cocincina) e celebrarono la Messa con un gruppo di cristiani giapponesi esiliati dal loro Paese. Nel 1626 altri gesuiti arrivarono ad Hanoi e avviarono l’evangelizzazione del Tonchino. Il vero fondatore della Chiesa vietnamita è il gesuita francese Alessandro de Rhodes che giunse a Hué nel 1625. La sua genialità fu la trascrizione dei suoni della lingua parlata con le lettere dell’alfabeto latino al posto degli ideogrammi cinesi e l’iniziativa di evangelizzare i vietnamiti mediante i vietnamiti, fondando la Congregazione dei Catechisti.Nel 1659 vennero istituiti i vicariati apostolici del Tonchino e della Cocincina; nel 1670 si tenne il primo sinodo dei vescovi vietnamiti a Nam Din.
Durante l’800 i cristiani furono crudelmente perseguitati. Nel 1933 venne eletto il primo vescovo vietnamita di nascita.Con il ritiro definitivo della Francia dal Paese, il Vietnam venne diviso in due parti: il Nord sotto influenza comunista e il Sud sotto quella occidentale. I cristiani fuggirono in massa verso il Sud; emigrarono intere parrocchie e intere diocesi con i loro vescovi, mentre il regime comunista espulse tutti i missionari stranieri, chiuse i seminari e nazionalizzò le scuole. Nel 1976 il Vietnam venne riunificato sotto il dominio comunista.
La storia della Chiesa in Vietnam è ricca di martiri: circa 130.000, dalla prima ora ad oggi. Tra loro, 118 sono stati elevati all’onore degli altari. Come sempre il sangue dei martiri è il seme fecondo dei cristiani vietnamiti e soprattutto delle vocazioni al sacerdozio. Vi sono otto seminari regionali che formano più di undicimila seminaristi che, per ordinamento governativo, possono iniziare gli studi filosofici e teologici solo dopo aver conseguito un titolo universitario… Sono stato a Ho Chi Minh City (già Saigon), dove ho incontrato il cardinale arcivescovo emerito, poi il vescovo di Ba Ria e quello di Xuan Loc; ho parlato con religiose di diverse congregazioni; ai 350 seminaristi del seminario in Xuan Loc ho consegnato copia del quadro della Madonna del Rosario di Pompei e distribuito duecento rosari; ho assistito a una solenne concelebrazione presieduta da monsignor Din Duc Dao, con più di cinquanta cresime e l’inizio del cammino di preparazione al battesimo di altrettanti giovani neofiti; ho incontrato i bambini della scuola materna retta dalle Suore Amanti della Croce, la più antica congregazione religiosa presente in Vietnam…Dovunque una fede serena e impegnata, una preghiera dagli accenti dolcissimi, una venerazione commovente a Maria e – una scoperta per me – una grande devozione a san Giuseppe, patrono della Chiesa vietnamita.
L’arcivescovo di Ho Chi Minh City, monsignor Paul Bui Van Doc, che il 29 giugno ha ricevuto il Pallio da Papa Francesco nella Basilica di San Pietro, ha confermato che «una pastorale familiare attenta, la preghiera e la qualità della fede sono il segreto per tenere vive le vocazioni al sacerdozio in Vietnam». Una forte testimonianza in quest’anno che Papa Francesco, molto amato dai cattolici vietnamiti, ha voluto dedicare proprio alla realtà della famiglia, al centro del sinodo straordinario del mese scorso.

Alla vigilia del Viaggio Apostolico di Papa Francesco in Turchia

Pubblichiamo i passaggi più importanti dell’articolo tratto dal mensile “Mondo e Missione” di Novembre riguardante il viaggio apostolico di Papa Francesco in Turchia, che si terrà da domani, 28 novembre, fino al 30. Qui i dettagli del viaggio.

[…] È nel distretto dedicato alla memoria di Maometto II il che sorge il quartiere di Fener, dal 1601 sede del patriarcato ecumenico ortodosso. Qui Francesco incontrerà il patriarca ecumenico Bartolomeo I, il più importante riferimento spirituale per 250 milioni di fedeli ortodossi nel mondo, oltre che guida della sparuta comunità dei rum, i cittadini turchi di origine greca. La visita papale, che si aprirà con l’incontro ufficiale con le autorità statali ad Ankara, coinciderà con la festa di sant’Andrea, il 30 novembre, ricorrenza solenne per la Chiesa ortodossa ed evento importante sotto il profilo ecumenico: tradizionalmente, per l’occasione una delegazione della Santa Sede si reca a Istanbul, così come ogni 29 giugno una rappresentanza del patriarcato prende parte alla celebrazione nella festa dei santi Pietro e Paolo.
«Questa visita rappresenta un evento estremamente importante sia a livello ecumenico, sia come gesto di solidarietà a noi cristiani di Turchia e sia, ancora, per la sua portata simbolica più generale, vista l’autorevolezza di una personalità come Papa Francesco, il cui messaggio di dialogo e la cui semplicità e umanità sono molto apprezzati dalla società e dai mass media turchi». Laki Vingas, esponente della comunità greco ortodossa e rappresentante eletto delle 166 Fondazioni delle minoranze non musulmane di Turchia, non nasconde l’entusiasmo. Per lui è la presenza stessa di Francesco in Turchia, in un momento in cui le tensioni che stanno sconvolgendo l’area travalicano paurosamente i confini nazionali, ad avere un significato forte. «Intorno a noi imperversa la violenza e ciò che accade ci tocca doppiamente, visto che cent’anni fa le nostre comunità hanno sperimentato lo stesso dolore che vediamo oggi in Siria e in Iraq: centinaia di migliaia di persone costrette a lasciare le proprie case e le proprie radici sulla base dell’etnia e della religione. Mi auguro che il Papa possa aiutare la nostra società a riflettere sul fatto che vivere insieme, nella pluralità di culture e fedi, non è un rischio ma una sfida che ci chiede di essere creativi per costruire il bene comune».Un tema particolarmente urgente per chi, come i cristiani di Turchia – 150 mila in tutto su 75 milioni di abitanti, – vive con apprensione l’incertezza sul futuro: «La nostra situazione demografica, come comunità greco-ortodossa, è critica e questo mette a rischio un enorme patrimonio linguistico, culturale e religioso», sostiene Vingas. «Per questo abbiamo bisogno di supporto politico per superare alcuni problemi storici, in primo luogo quello che riguarda l’autorizzazione a riaprire le nostre scuole: un incentivo fondamentale per evitare che le famiglie se ne vadano e per aiutare quelle che vorrebbero tornare nelle loro terre, da cui erano emigrate negli scorsi decenni».
La realtà dell’emigrazione dei cristiani “storici” è al centro anche della riflessione del vicario apostolico di Istanbul, monsignor Louis Pelâtre. «Noi cattolici viviamo i limiti della nostra condizione di minoranza. Ma c’è un’altra caratteristica che ci contraddistingue, ossia la pluralità: la nostra conferenza episcopale include, oltre ai latini, i cattolici orientali (armeni, siriaci e caldei). La presenza di questi ultimi è aumentata in seguito all’arrivo di numerosi profughi iracheni. La crescita economica del Paese ha richiamato immigrati da tutto il mondo, dall’Est Europa, dall’Africa, dall’Asia, molti dei quali sono cattolici. La loro presenza dà un apporto di energia e ricchezza alla nostra vita di fede. Nelle chiese di Istanbul, ormai, ci sono celebrazioni animate da filippini, coreani, africani francofoni o anglofoni».
L’esigenza di guardare all’attualità delle Chiese sta particolarmente a cuore a padre Claudio Monge, responsabile del Centro culturale domenicano Dosti di Galata, l’antico quartiere dei genovesi di Istanbul. «Noi cattolici di Turchia siamo una minoranza ancora pesantemente segnata al suo interno da distanze e diversificazioni. Senza sottostimare la ricchezza della varietà di riti, tradizioni, storie, dobbiamo renderci conto che arroccandosi solo su di essa non c’è futuro! Mi auguro che Francesco ci scuota su questo e ci aiuti a riannodare la riflessione che precedette il sinodo per il Medio Oriente, in cui si sottolineava la necessità della “comunione come testimonianza”: in questa terra che ha ospitato l’80% della storia del Nuovo Testamento e dei concili che hanno dato forma al credo cattolico, la testimonianza deve andare all’essenziale della fede. La comunione non è un optional! Se è qui che, nella storia, si sono determinate le fratture più dolorose tra cristianesimo “d’Oriente” e “d’Occidente”, è importante che da qui si parta per sanare e superare queste ferite. Il mondo cristiano di Turchia si attende una riaffermazione della libertà di coscienza e di professione della propria fede, senza che ciò sia motivo di discriminazione, e Francesco non mancherà di sottolineare questa istanza, come già aveva fatto forte e chiaro Benedetto. Tuttavia, noi cristiani non dobbiamo dimenticare che la fede ci rimanda anche una responsabilità civica decisiva: non possiamo esigere il rispetto dei nostri diritti senza mettere sullo stesso piatto una profonda lealtà civile alla terra in cui viviamo».
Ai rappresentanti delle istituzioni, il Papa riproporrà una questione chiave: «La Turchia vuole ancora essere una democrazia moderna al confine tra Oriente e Occidente, secondo un progetto che ora appare per lo meno in stand-by?».

Leggi anche: http://www.asianews.it/notizie-it/Una-Turchia-ripiegata-su-se-stessa-guarda-con-simpatia-alla-visita-di-Papa-Francesco-32801.html

VIDEO – “Dammi il cinque!” – la Caritas Italiana per i profughi iracheni

Vi invitiamo a guardare integralmente questo breve video prodotto dalla Caritas Italiana e realizzato a Erbil, dove migliaia e migliaia di profughi iracheni si sono rifugiati per scampare alla furia omicida dell’autoproclamato stato islamico.

“Dammi il cinque!” è il titolo di un video realizzato dalla Caritas italiana con le immagini di uno dei 27 campi profughi del Kurdistan iracheno, dove una delegazione della Cei guidata dal segretario generale monsignor Nunzio Galantino si è recata di recente. Tra i profughi, anche il vescovo caldeo di Musul, Emil Nona, fuggito con 120mila cristiani: “La nostra terra – dice – custodisce la memoria del passaggio degli apostoli Tommaso e Taddeo, abbiamo chiese che risalgono al II secolo dopo Cristo. Da allora è la prima volta che non vi si celebra più nemmeno la messa”. “Senza lavoro né sicurezza sociale – continua il vescovo – la mia gente cerca di emigrare all’estero. Ci sono ragioni fondate perché da qui a qualche anno non ci sia più nemmeno traccia della presenza cristiana”. Dopo aver ascoltato queste parole, la Caritas Italiana ha deciso di proporre una sorta di gemellaggio tra le famiglie, le parrocchie, le diocesi italiane e quelle dei profughi, raccogliendo donazioni per dare un aiuto concreto. “Siamo chiamati a fare la nostra parte – commenta mons. Galantino – affinché questi fratelli, perseguitati per la loro fede, non si sentano anche dimenticati nella loro sofferenza”.

PAKISTAN – Violenza sulle minoranze: il governatore del Punjab incontra i leader religiosi

Lahore (notizia tratta dal portale di Agenzia Fides) – Dopo la tragedia di Kasur – dove due coniugi cristiani sono stati arsi vivi per presunta blasfemia – il governatore del Punjab, Muhammad Sarwar, ha incontrato un’ampia delegazione di leader religiosi cristiani e musulmani. Nell’incontro, tenutosi il 18 novembre, i leader religiosi hanno chiesto quali strategie e quali strade il governo pakistano intende adottare di fronte al reato di Kasur, per garantire giustizia e prevenire altri episodi di violenza sulle minoranze.
Sarwar ha espresso il suo profondo shock, dicendo di aver pensato perfino alle dimissioni: “poiché non sono riuscito a proteggere i cristiani. Se un governo non riesce a proteggere i suoi cittadini, non ha il diritto e non merita di governare. La sensazione di insicurezza nel paese è molto dolorosa”.
Il governo del Punjab ha promesso il massimo impegno per condurre i colpevoli davanti alla giustizia e porre fine all’impunità. “L’impunità per gli attacchi ai cristiani avvenuti a Shanti Nagar, a Gojra e alla Joseph colony di Lahore è una questione di grave preoccupazione per me”, ha aggiunto il governatore. Commentando l’uso improprio della legge sulla blasfemia, Sarwar ha rimarcato: “Se una persona accusa falsamente l’altro di blasfemia, deve essere punito”. Ha poi confermato il suo apprezzamento “per il ruolo dei cristiani, che hanno sempre lavorato per la pace e l’armonia del paese”.
Anche Hafiz Tahir Mehmood Ashrafi, Presidente del “Consiglio degli ulama del Pakistan” si è detto amareggiato, notando: “Se i colpevoli degli attacchi passati fossero stati puniti, forse l’omicidio di Kasur non sarebbe avvenuto”. “I cristiani sono nostri concittadini – ha aggiunto – e piangiamo con loro. Siamo con voi e alzeremo con voi la voce per la giustizia”, ha concluso rivolgendosi ai leader cristiani presenti.
Gli altri cristiani presenti hanno ringraziato gli ulama e tutti i musulmani che sono accanto ai cristiani in questo momento difficile.

Notizia di ieri è la richiesta della corte suprema del Pakistan al governo di presentare con urgenza una relazione sull’indagine relativa alla vicenda dei due coniugi cristiani. La Corte ha chiesto all’esecutivo anche di riferire sui passi compiuti per ottemperare al provvedimento emesso a giugno 2014, quando l’organo supremo di giudizio aveva ordinato al governo federale di istituire il “Consiglio nazionale per i diritti delle minoranze” e di formare una speciale “task force” per proteggere i luoghi di culto delle minoranze religiose.

EGITTO – Le Chiese studiano la bozza di legge sullo statuto personale di cristiani e minoranze

Il Cairo (notizia tratta dal portale di Agenzia Fides) – Le Chiese cristiane presenti in Egitto sono state coinvolte dal Ministero transitorio della giustizia nella messa a punto di un nuovo progetto di legge sullo statuto personale dei cristiani e delle altre minoranze religiose. Una bozza della nuova legge è stata sottoposta ai responsabili delle diverse Chiese e comunità cristiane radicate nel Paese nordafricano, con la richiesta di inviare le proprie considerazioni sul testo entro il prossimo 26 novembre.
La nuova legge regolerà anche il diritto matrimoniale dei membri delle comunità cristiane. Come ha pubblicamente affermato Anba Paula, Vescovo copto-ortodosso di Tanta e Presidente del Comitato di ecclesiastici incaricato di esprimere la valutazione della propria Chiesa, la bozza di legge sullo statuto personale è buona e potrebbe risolvere molti problemi, ma ci saranno comunque da parte della Chiesa copta ortodossa diverse segnalazioni su punti da discutere. Anba Paula ha anche anticipato che la Chiesa copta ortodossa e tutte le Chiese cattoliche presenti in Egitto non daranno alcun riconoscimento e alcun consenso all’eventuale introduzione dei matrimoni civili.
Vista l’importanza del progetto, è stata chiesta al Patriarca copto ortodosso la possibilità che rappresentanti laici possano partecipare alle discussioni relative alla nuova legge.

Nove cristiani attaccati e arrestati in Vietnam: «Ci perseguitano giorno e notte, quando preghiamo o mangiamo»

La polizia in Vietnam ha assoldato una banda di criminali per vandalizzare un centro ecclesiastico della Chiesa mennonita con martelli e coltelli. L’attacco è avvenuto il 12 novembre ma solo in queste ore se ne è avuta notizia.
Il centro, situato a Ben Cat, è stato attaccato a mezzanotte. Tra gli arrestati ci sono anche due pastori della Chiesa e il figlio di uno di loro. Tutti e nove gli arrestati sono stati rilasciati dopo due ore di interrogatorio ma sono stati formalmente denunciati per la mancanza dei documenti, confiscati in precedenza proprio dalla polizia.
Il centro è costantemente sotto attacco da giugno. Le autorità hanno più volte staccato luce e acqua all’edificio. Dal 25 ottobre le strade che portano al centro sono state chiuse e chi cerca di raggiungerlo viene spesso bloccato e picchiato.
Come riferito dal pastore Nguyen Hong Quang, «il governo ci invia uomini mascherati, delinquenti e poliziotti per perseguitarci e arrestarci giorno e notte. Succede quando preghiamo, quando studiamo la Bibbia, quando i nostri bambini studiano, quando mangiamo, quando c’è scuola. Ci attaccano con bastoni e pietre e ci lanciano anche uova marce. Giovani e vecchi vengono perseguitati, sia al centro che dentro casa».
A giugno un gruppo ha attaccato il centro minacciando e picchiando i fedeli. «In 34 sono finiti all’ospedale. Io stesso sono stato picchiato mentre la polizia e gli ufficiali governativi stavano a guardare, senza alzare un dito per fermarli». Il pastore Quang ha parlato spesso in difesa della libertà religiosa e dei diritti umani e per questo è stato più volte arrestato. Da quando è stato rilasciato l’ultima volta, nel 2005, la polizia non l’ha più lasciato in pace.
In Vietnam la persecuzione dei cristiani è all’ordine del giorno. Nonostante la Costituzione del paese garantisca formalmente la libertà religiosa, le leggi specifiche scritte dal Partito comunista prevedono sanzioni per chi genericamente compie atti che turbi l’armonia, le tradizioni e la cultura del paese. Di conseguenza, si verificano in continuazione interruzioni di celebrazioni, arresti, distruzioni di edifici religiosi, confische di terreni e aggressioni contro i fedeli. Per quanto riguarda la Chiesa cattolica, infine, il governo sta cercando di imitare la Cina e fondare una Chiesa patriottica parallela che debba la sua obbedienza al partito invece che al Papa.

Progetto “Riparazione di una cisterna d’acqua sotterranea” [RW2]

Essendo un Paese tropicale, in Rwanda la stagione secca è particolarmente dura. Per la popolazione è quindi necessario avere dei sistemi che permettano di raccogliere l’acqua piovana, indispensabile non solo per sopravvivere ma anche per portare avanti ogni genere di attività (agricoltura, allevamento, ecc.). E’ fondamentale perciò che i sistemi di raccolta come le cisterne siano sempre funzionanti e al massimo della loro efficienza.
Il progetto nasce in seguito alla richiesta delle clarisse di Kamonyi. La comunità di 42 suore, durante la stagione secca, si serve dell’acqua piovana raccolta durante le stagioni delle piogge per poter sovvenire ai bisogni delle monache di clausura, nonché per innaffiare il giardino dove vengono piantati i prodotti della terra utili per l’alimentazione. La cisterna di cui si servono per la raccolta necessita però di lavori urgenti, in particolare il primo strato di cemento (vecchio e crepato) deve essere abbattuto e sostituito con uno impermeabile in modo che l’acqua non venga dispersa.
Il progetto sarà realizzato con l’impiego di manodopera del luogo e la creazione di questi posti di lavoro costituirà un prezioso aiuto alla popolazione, non solo dal punto di vista economico ma anche sociale. Le suore infatti avranno modo di aiutare tutti coloro che si troveranno in difficoltà per la carenza d’acqua durante la stagione secca, per tutti dura e difficile da affrontare.

Scarica la scheda completa del progetto RW2

TERRA SANTA – Migliaia di bambini di Gaza rimasti disabili a causa dei conflitti bellici

Gaza (notizia tratta dal portale di Agenzia Fides) – Il conflitto bellico nella Striscia di Gaza ha avuto gravi conseguenze sulla vita dei bambini palestinesi e delle loro famiglie.
Sono circa mille i piccoli rimasti disabili in modo permanente a causa dei bombardamenti di Israele contro i civili in quel territorio palestinese. E’ quanto riferisce l’Osservatorio Euro-Mediterraneo, gruppo che si occupa della tutela dei diritti umani che ha sede nel Paese.
In un comunicato stampa il gruppo ha denunciato il fatto che l’esercito israeliano utilizza tipi di proiettili illegali che contengono migliaia di chiodi di ferro che penetrano nella carne e nelle ossa degli esseri umani causando ferite, tagli e gravi danni al corpo. A Gaza ci sono diverse organizzazioni caritatevoli che si occupano dei bambini disabili, soprattutto di quelli che sono rimasti feriti nel corso dei 50 giorni di conflitti bellici durante i quali un carro armato israeliano ha attaccato una scuola, gestita dall’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati palestinesi in Medio Oriente, nel campo profughi Jabalia a nord della Striscia.
Il centro assiste 250 piccoli disabili di tutta la Striscia di Gaza, rimasti feriti durante l’ultima offensiva. A questi si aggiungono i 550 casi che sono stati curati prima della scorsa guerra contro Gaza, e che hanno tutti bisogno di arti artificiali.