Campagna Caritas “CIBO PER TUTTI” – video

La Caritas Italiana proprio questi giorni ha rilanciato su YouTube la campagna “Cibo per tutti“, per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema del diritto al cibo e rispondere all’appello di Papa Francesco «a dare voce a tutte le persone che soffrono silenziosamente la fame, affinché questa voce diventi un ruggito in grado di scuotere il mondo».
Il diritto al cibo è riconosciuto, sin dal 1948, dalla Dichiarazione Universale sui Diritti dell’Uomo come uno dei diritti umani fondamentali.
Si tratta a tutt’oggi di un diritto negato ad una parte consistente della popolazione del pianeta: è consapevolezza comune che più di un miliardo di persone si trovi attualmente priva di cibo adeguato, in quantità e qualità. L’attuale crisi internazionale ha reso ancor più vulnerabile la situazione di masse ingenti di persone già colpite dalla fame, a cui si contrappone però una sempre maggiore diffusione dello spreco dei beni alimentari, e delle malattie legate all’obesità.
È quindi urgente affrontare la questione del diritto al cibo analizzando questi elementi di squilibrio globale, sviluppando nuovi modelli in grado di garantirne il diritto, favorendo il protagonismo dei gruppi più svantaggiati, puntando su sistemi di produzione basati sulla valorizzazione del territorio e sul legame tra produzione agricola e gestione degli ecosistemi.

Vi invitiamo a guardare il brevissimo video della campagna, basato su un’antica storia che parla di fame e di condivisione.
L’allegoria “dei lunghi cucchiai” ci insegna che se pensiamo solo a noi stessi, tutti rimaniamo affamati. Se invece ci prendiamo cura dei bisogni dei nostri vicini scopriamo che c’è nutrimento sufficiente per ognuno.

per saperne di più: http://www.cibopertutti.it/

SUD SUDAN – I Vescovi chiedono la fine della guerra civile

Juba (Agenzia Fides del 29/09/2014) – “La guerra è male (…). Non ci sono giustificazioni morali per nuovi assassini. I combattimenti e le uccisioni devono finire immediatamente e incondizionatamente” affermano i Vescovi del Sud Sudan in un messaggio pubblicato al termine di un incontro che si è tenuto a Juba dal 23 al 25 settembre, pervenuto all’Agenzia Fides.
La guerra civile tra le forze governative del Presidente Salva Kiir e quelle fedeli all’ex Vice Presidente, Riek Machar, ha creato una tragedia umanitaria, come sottolineano i Vescovi. “Migliaia di persone sono state uccise e centinaia di migliaia sono sfollate. La popolazione, già provata dai precedenti conflitti, è di nuovo traumatizzata da atrocità che di rado abbiamo visto prima. Le popolazioni sfollate vivono in condizioni agghiaccianti, sia nelle campagne che nei campi dell’Onu nelle città, oppure come rifugiati nei Paesi vicini. La fame incombe su parte del Paese” afferma il messaggio.
I Vescovi lamentano che le speranza derivanti dall’indipendenza nazionale (il Sud Sudan è diventato indipendente dal Sudan nel 2011) sono compromesse dalla guerra civile, che ha bloccato ogni progetto di sviluppo. “Si può dire che la pace sia un sinonimo di sviluppo” afferma il messaggio. “Mentre sette dei dieci Stati non sono stati direttamente colpiti dalla violenza, la loro popolazione sta ancora soffrendo, e necessita della riprese delle attività di sviluppo”.
Nel documento si sottolinea che una delle conseguenze negative della guerra è l’affermarsi del tribalismo strettamente legato alla corruzione politica. “La nostra politica è sempre più basata sull’etnia, con l’affermarsi della percezione nelle diverse comunità che una tribù è favorita sull’altra (…)- Persino all’interno delle nostre chiese, si stanno affermando elementi di tribalismo creando sospetti e indebolendo i nostri sforzi di pace e riconciliazione”.
“Il tribalismo è alleato della corruzione e del nepotismo. Le cariche pubbliche sono percepite da molti come sinonimo di accesso al potere e alla ricchezza, le comunità spesso sentono la necessità di piazzare i propri membri al potere per avere accesso alle risorse”. I Vescovi lanciano infine un appello perché tutti contribuiscano alla pace e invitano i fedeli alla preghiera per la riconciliazione nazionale. (L.M.)

Sierra Leone e Liberia al collasso a causa dell’ebola

Forse non c’è mai stata tanta attenzione su un singolo tema a livello globale come quello dell’ebola, ma la realtà oggi è questa: i malati di ebola sono disperati, le loro famiglie e chi si prende cura di loro sono arrabbiati, gli operatori umanitari sono esausti. I tassi di contagio raddoppiano ogni tre settimane mentre paura e panico si stanno diffondendo rapidamente. Un numero crescente di persone sta morendo per altre malattie, come la malaria, a causa del collasso dei sistemi sanitari. “Il tempo stringe e l’ebola sta vincendo”: questo il disperato appello alle Nazioni Unite di Joanne Liu, Presidente internazionale di Medici Senza Frontiere.
“La struttura delle Nazioni Unite da 150 posti letto a Monrovia (Liberia) apre ogni mattina per soli trenta minuti. Solo poche persone vengono ricoverate per occupare i letti di chi è morto durante la notte. I malati continuano a essere mandati indietro, tornano a casa e diffondono il virus tra i propri cari e vicini. Gli Stati non possono limitarsi a costruire i centri di isolamento. Non basta!” continua Liu. “Allo stesso tempo, è necessario creare un vaccino, un ulteriore strumento per spezzare la catena di trasmissione del virus. Gli attuali modelli di sviluppo dei vaccini, però, non funzioneranno. C’è bisogno di incentivi per la sperimentazione e la produzione, insieme a un partenariato di ricerca e dati open source”.
L’accesso e la rapida distribuzione di un vaccino sicuro alle popolazioni più colpite è di fondamentale importanza anche per evitare che si ripetano stragi come quella di pochi giorni fa.
A Freetown (Sierra Leone) migliaia di bambini e bambine sono stati infatti maltrattati e uccisi con l’accusa di stregoneria. Ai piccoli, condannati soprattutto a causa di disabilità o anomalie congenite come l’albinismo, venivano attribuiti speciali poteri in grado di causare dolore, malattie (come l’ebola) e morte. (fonte: Agenzia Fides)

Per approfondire: http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/morto-un-altro-missionario-virus-ebola.aspx

Le ultime notizie dal Sud Sudan

Misna del 26/9/2014 – “Non ci sono giustificazioni morali per ulteriori assassinii”: lo affermano i vescovi del Sud Sudan, in un messaggio nel quale ribadiscono anche che non ci possono essere “scuse né condizioni” per una continuazione del conflitto civile.
Nel testo è ripercorso il dramma cominciato il 15 dicembre scorso, con il presunto tentativo di golpe denunciato dal presidente Salva Kiir. Una vicenda che, evidenziano i vescovi ricordando i due conflitti civili conclusi nel 1972 e nel 2005, “ha incancrenito una cultura di violenza con la quale avevamo convissuto per molti decenni”.
Uno dei paragrafi del messaggio è dedicato al “tribalismo”, cioè alla frequente contrapposizione tra comunità. “Uccisioni su base etnica stanno alimentando un ciclo di paura, odio e vendetta”, denunciano i vescovi. Che continuano: “La nostra politica è diventata etnica, con la percezione da parte delle varie comunità che un gruppo è privilegiato, che un altro è penalizzato o che un altro ancora ‘meriti’ di governare”.
Nel messaggio si fa infine riferimento ai negoziati tra il governo e i ribelli guidati dall’ex vice-presidente, in corso tra mille difficoltà nella capitale etiopica Addis Abeba. “Chiediamo alle parti di negoziare in buona fede – scrivono i vescovi – e chiediamo che le uccisioni cessino; nella consapevolezza che tutti dovranno fare concessioni”. [VG]

VIDEO – Padre Pizzaballa: “il Medio Oriente sarà salvato dai piccoli”

Pubblichiamo l’intervento di Padre Pierbattista Pizzaballa, custode di Terra Santa, al 35esimo Meeting di Comunione e Liberazione tenutosi a Rimini lo scorso 24 agosto. Qui la trascrizione.
A giorni posteremo anche l’intervista a Padre Pizzaballa sulla sua visita ad Aleppo, di cui accenna in questo video.

Vi invitiamo calorosamente ad ascoltare la sua preziosa testimonianza (termina al minuto 31:47).

 

CINA: rase al suolo altre due chiese

Avvenire del 20/09/2014 – In un solo giorno, i governi di tre province cinesi hanno ordinato la demolizione di due chiese cattoliche e la rimozione della croce dal tetto di una terza. Il clero locale denuncia che le strutture sono state demolite senza accordo con la comunità o non rispettando i piani prestabiliti. Questo – scrive Asianews – perché i luoghi di culto sorgevano su alcuni terreni scelti dai funzionari per un piano di sviluppo commerciale. Il parroco di una delle chiese distrutte, che ha cercato di fermare i bulldozer, è stato ammanettato e portato via dalla polizia.
La chiesa di Jinxi, nella provincia centrale dell’Hunan, è stata demolita lo scorso 15 settembre. La chiesa dedicata alla Vergine di Jingdezhen, nella provincia orientale del Jiangxi, è stata distrutta subito dopo la mezzanotte dello stesso giorno. La croce della chiesa di Jingtou, nella provincia meridionale del Zhejiang, è stata rimossa sempre il 15 settembre.
I racconti delle demolizioni, che hanno avuto inizio da truffe e rapimenti dei sacerdoti e dei custodi delle chiese, sono divenuti virali sui siti internet cattolici cinesi.
Da mesi è in atto in Cina una campagna di demolizione delle chiese cristiane. Epicentro di questa campagna è proprio la provincia del Zhejiang, dove circa un centinaio di chiese sono state distrutte o hanno subito la rimozione delle croci. Le autorità locali sostengono che i luoghi di culto violano gli standard edilizi, nonostante i piani di costruzione delle chiese siano stati tutti approvati dagli uffici competenti.
In realtà, la campagna è partita dopo che Xia Baolong, segretario del Partito del Zhejiang, all’inizio dell’anno ha compiuto un’ispezione e ha notato a Baiquan una chiesa con una croce che svettava in modo “troppo evidente” e offensivo alla vista. Vedendo poi in altre città una selva di croci nello skyline, ha dato ordine di “rettificare” quella visione. Da allora, demolire le croci, distruggere statue e radere al suolo chiese è divenuto l’impegno più cospicuo del Partito.
Monsignor Vincenzo Zhu Weifang di Wenzhou (Zhejiang) e i suoi sacerdoti della Chiesa ufficiale hanno denunciato il governo locale per questa campagna. In una lettera pastorale, diffusa lo scorso 30 luglio, il presule ha sottolineato che questa campagna “aumenta l’instabilità sociale. È vera persecuzione contro la fede cristiana”.

La visita di Papa Francesco in Albania: momento di riflessione per tutti

Francesco-AlbaniaLa visita di domenica di Papa Francesco a Tirana è stata come sempre occasione di grande riflessione non solo per il popolo albanese ma anche per tutti i cristiani, soprattutto alla luce di quanto sta succedendo in paesi come la Siria, il Sud Sudan e la Terra Santa.
Gli incontri del Papa con i laici e i religiosi del Paese hanno avuto due scopi ben precisi: rendere omaggio al sacrificio dei martiri e incoraggiare l’armoniosa collaborazione tra le religioni che, dopo tante traversie, sta sperimentando questo paese balcanico e che il Papa crede essere per questo “un bel segno per il mondo”.

Di seguito proponiamo alcuni estratti dei vari discorsi tenuti, invitando calorosamente ognuno di voi a leggerli interamente.

 

C_4_articolo_2068830__ImageGallery__imageGalleryItem_45_image“…Nessuno pensi di poter farsi scudo di Dio mentre progetta e compie atti di violenza e sopraffazione! Nessuno prenda a pretesto la religione per le proprie azioni contrarie alla dignità dell’uomo e ai suoi diritti fondamentali, in primo luogo quello alla vita ed alla libertà religiosa di tutti!
Quanto accade in Albania dimostra invece che la pacifica e fruttuosa convivenza tra persone e comunità appartenenti a religioni diverse è non solo auspicabile, ma concretamente possibile e praticabile. La pacifica convivenza tra le differenti comunità religiose, infatti, è un bene inestimabile per la pace e per lo sviluppo armonioso di un popolo…” – Incontro con le Autorità

 

AP2575546_Articolo“…Oggi le porte dell’Albania si sono riaperte e sta maturando una stagione di nuovo protagonismo missionario per tutti i membri del popolo di Dio: ogni battezzato ha un posto e un compito da svolgere nella Chiesa e nella società. Ognuno si senta chiamato ad impegnarsi generosamente nell’annuncio del Vangelo e nella testimonianza della carità; a rafforzare i legami della solidarietà per promuovere condizioni di vita più giuste e fraterne per tutti. Oggi sono venuto per ringraziarvi per la vostra testimonianza e anche per incoraggiarvi a far crescere la speranza dentro di voi e intorno a voi. Non dimenticatevi l’aquila. L’aquila non dimentica il nido, ma vola alto. Volate alto! Andate su! Sono venuto per incoraggiarvi a coinvolgere le nuove generazioni; a nutrirvi assiduamente della Parola di Dio aprendo i vostri cuori a Cristo, al Vangelo, all’incontro con Dio, all’incontro fra voi come già fate: mediante questo vostro incontrarvi voi date testimonianza a tutta l’Europa.” –  Santa Messa

 

ang“…Cari giovani, voi siete la nuova generazione, la nuova generazione dell’Albania, il futuro della Patria. Con la forza del Vangelo e l’esempio dei vostri antenati e l’esempio dei vostri martiri, sappiate dire no all’idolatria del denaro – no all’idolatria del denaro! – no alla falsa libertà individualista, no alle dipendenze e alla violenza; e dire invece sì alla cultura dell’incontro e della solidarietà, sì alla bellezza inseparabile dal bene e dal vero; sì alla vita spesa con animo grande ma fedele nelle piccole cose. Così costruirete un’Albania migliore e un mondo migliore, sulle tracce dei vostri antenati…” – Angelus

 

 

 

int“Mi permetto di indicare due atteggiamenti che possono essere di particolare utilità nella promozione di questa libertà (religiosa) fondamentale.
Il primo è quello di vedere in ogni uomo e donna, anche in quanti non appartengono alla propria tradizione religiosa, non dei rivali, meno ancora dei nemici, bensì dei fratelli e delle sorelle…Tutti siamo, in fondo, pellegrini su questa terra, e in questo nostro viaggio…non viviamo come entità autonome ed autosufficienti…ma dipendiamo gli uni dagli altri, siamo affidati gli uni alle cure degli altri…Un secondo atteggiamento è l’impegno in favore del bene comune. Ogni volta che l’adesione alla propria tradizione religiosa fa germogliare un servizio…più disinteressato all’intera società, vi è autentico esercizio e sviluppo della libertà religiosa…Più si è a servizio degli altri e più si è liberi!” – Incontro con i leaders di altre religioni e altre denominazioni cristiane

 

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“…Io non sapevo che il vostro popolo avesse sofferto tanto! Poi, oggi, nella strada dall’aeroporto fino alla piazza, tutte queste fotografie dei martiri: si vede che questo popolo ancora ha memoria dei suoi martiri, di quelli che hanno sofferto tanto! Un popolo di martiri… E oggi, all’inizio di questa celebrazione, ne ho toccati due. Quello che io posso dirvi è quello che loro hanno detto, con la loro vita, con le loro parole semplici… Raccontavano le cose con una semplicità… ma tanto dolorosa! E noi possiamo domandare a loro: “Ma come avete fatto a sopravvivere a tanta tribolazione?”. E ci diranno questo che abbiamo sentito in questo brano della Seconda Lettera ai Corinzi: “Dio è Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione. E’ stato Lui a consolarci!” –  Celebrazione dei vespri con sacerdoti, religiosi, seminaristi e movimenti laicali

 

Papa_bambiniBetania-300x212“…Questo Centro, inoltre, testimonia che è possibile una convivenza pacifica e fraterna tra persone appartenenti a differenti etnie e a diverse confessioni religiose. Qui le differenze non impediscono l’armonia, la gioia e la pace, anzi diventano occasione per una più profonda conoscenza e comprensione reciproca. Le diverse esperienze religiose si aprono all’amore rispettoso ed efficace verso il prossimo; ogni comunità religiosa si esprime con l’amore e non con la violenza, non ci si vergogna della bontà! A chi la fa crescere dentro di sé, la bontà dona una coscienza tranquilla, una gioia profonda anche in mezzo a difficoltà e incomprensioni. Persino di fronte alle offese subite, la bontà non è debolezza, ma vera forza, capace di rinunciare alla vendetta…” – Visita al Centro di assistenza Betania, aperto a tutte le confessioni religiose

 

In campeggio tra le montagne

Quest’anno gli adolescenti del progetto “Qua la mano” hanno avuto la possibilità non solo di riposare ma di mettere alla prova le proprie forze con lo sport di montagna.
Ogni giorno camminate fino alle vette più alte (sempre con funi di sicurezza!), con le ginocchia che battevano l’una contro l’altra dalla stanchezza e dalla paura, superando ostacoli fino ad allora impensabili.
In cinque giorni i ragazzi hanno fatto una grande carica di adrenalina e felicità: si sono susseguiti un’infinità di giochi, gare e cacce al tesoro, tanto che alla sera si cadeva tutti sfiniti dal sonno. Ma l’ultima sera erano tutti pieni di vita pronti per una fantastica grigliata, canti e danze intorno al fuoco.
Forse per molti di voi sono cose normali ma per la totalità dai 16 adolescenti che hanno partecipato al campeggio era assolutamente la prima volta che si trovano immersi in una natura meravigliosa, in qualcosa di “pulito e ordinato” con qualcuno che si prendeva cura di loro giorno e notte, senza paura o preoccupazioni.
Grazie carissimi amici per aver dato a questi ragazzi la possibilità di vedere un altro modo di vivere, quello vero, dove le relazioni con gli altri e con la natura sono piene di luce, di vita, di serenità!

Nadia
Coordinatrice del progetto

 

Sant’Andrea Kim Tae-gŏn

I santi martiri coreani furono centotré membri della Chiesa, martirizzati in Corea tra il 1839 e il 1866. Tra di essi spiccano Andrea Kim Tae-gon, il primo presbitero sudcoreano martire.
Lui e gli altri 102 martiri testimoniarono coraggiosamente la fede cristiana, introdotta la prima volta con fervore in questo regno da alcuni laici e poi alimentata e consolidata dalla predicazione dei missionari e dalla celebrazione dei sacramenti. Tutti questi atleti di Cristo, di cui tre vescovi, otto sacerdoti e tutti gli altri laici, tra i quali alcuni coniugati altri no, vecchi, giovani e fanciulli, sottoposti al supplizio, consacrarono con il loro prezioso sangue gli inizi della Chiesa in Corea.

Sant’Andrea Kim Taegon nacque il 21 agosto 1821 in una nobile famiglia, gli yangban, della più importante classe sociale della Corea nel periodo della dinastia Joseon (1392-1910).
Il padre Ignazio Kim Che-jun, anch’egli cattolico e poi martire, lo allevò in un ambiente decisamente ispirato ai principi cristiani.
L’uomo aveva trasformato la sua casa in una chiesa domestica, ove affluivano i cristiani ed i neofiti della nuova fede per ricevere il battesimo.

Andrea aveva 15 anni quando ricevette il battesimo con il nome di Andrea da uno dei primi missionari francesi arrivati in Corea nel 1836.
Lo stesso anno fu inviato a Macao per prepararsi al sacerdozio. Ritornò in Corea come diacono nel 1844 per preparare l’entrata (in clandestinità) del vescovo francese monsignor Jean Joseph Ferréol: organizzò una imbarcazione con marinai cristiani e andò a prenderlo a Shanghai. Qui nel 1845 fu ordinato sacerdote.

In seguito, di nascosto, con un viaggio avventuroso, penetrò in Corea, dove lavorò insieme ai missionari in un clima di persecuzione.
Il suo apostolato fu agevolato delle capacità di comprendere la mentalità locale. Nel 1846 il vescovo Ferréol lo incaricò di far pervenire delle lettere in Europa, tramite il vescovo di Pechino, ma durante il viaggio fu casualmente scoperto ed arrestato.
Subì vari interrogatori e spostamenti di carcere e, nonostante fosse un nobile, avendo manifestato davanti al re e a tutti la fedeltà a Gesù Cristo rifiutandosi di apostatare, venne atrocemente torturato.
Venne decapitato il 16 settembre del 1846 a Seul; primo sacerdote martire della nascente Chiesa coreana.

Fu beatificato assieme a papà Ignazio il 25 luglio del 1925. Nel 1949 la Santa Sede lo nominò principale patrono dei sacerdoti cattolici coreani. Il 6 maggio 1984 fu canonizzato assieme al catechista Paolo Chong Ha-sang e altri centouno martiri coreani da papa Giovanni Paolo II a Seul, prima cerimonia di canonizzazione fuori della basilica di San Pietro in Vaticano.

GPIC: Non c’è pace nelle banche

Articolo tratto da “Nigrizia”, di Gianni Ballarini

Hanno lavorato per anni. In silenzio. Alacremente. Cercando, talvolta, persino il coinvolgimento del mondo pacifista, che ritiene la legge 185 del 1990, che regola il controllo dell’esportazione, importazione e del transito dei materiali di armamento, un totem inscalfibile.
Alla fine, invece, i lobbisti e i funzionari in doppiopetto del mondo “armato” sono riusciti a intaccarla. Pezzo dopo pezzo. E oggi la legge che regola la trasparenza e il controllo sul commercio italiano di materiali d’armamento è un po’ più opaca che in passato. Ha allentato la presa sui controlli. Picchetta un po’ meno. Soprattutto quando s’inerpica nel regolamentare i rapporti tra finanza e armi. Tra banche e industria armiera….Ed ora se ne vedono i frutti.

LE NOVITA’. Ma, in concreto, cosa è cambiato? Con la riscrittura dell’articolo 27, le banche non sono più obbligate a chiedere l’autorizzazione del ministero dell’economia e delle finanze per i trasferimenti bancari collegati a operazioni in tema di armamenti. Ora basta una semplice comunicazione via web delle transazioni effettuate. Certo, potrebbero esserci controlli successivi con l’irrogazione di sanzioni amministrative per gli istituti inadempienti.
Si intuisce, tuttavia, che la rivoluzione copernicana apportata (da un’impostazione concentrata sulle verifiche ex ante della documentazione si passa a una ex post) sburocratizzerà e snellirà le procedure (come vuole l’Ue), ma ha allentato la morsa dei controlli, col rischio di rendere meno trasparente tutto un settore fatto di relazioni assai delicate.
Negli anni l’industria armiera e i suoi aedi hanno cercato di eliminare quell’ostacolo ingombrante, denunciando «l’atteggiamento demagogico delle cosiddette banche etiche». E gli istituti che si dotarono di codici di autoregolamentazione furono accusati di «eccessi di etica pacifista» e di disertare la difesa del paese. Chi salvaguardava l’impianto rigoroso della 185 fu tacciato di «atteggiamenti talebani» e i sostenitori della “Campagna Banche armate” furono incolpati di «criminalizzare l’industria della difesa e le banche che intrattengono rapporti d’affari con le imprese del settore».
Oggi il clima è cambiato. E il vento spira forte a sostegno di chi vuole meno controlli e più libertà di concludere affari armati. Gli stessi gruppi bancari, che in passato dimostrarono sensibilità e attenzione ai temi etici legati a questo particolare commercio, oggi si rituffano senza problemi in operazioni di appoggio all’export.

banchearmate

I DATI. Lo si vede leggendo le tabelle “Banche armate” e i dati pubblicati nell’ultima Relazione governativa sull’esportazione importazione e transito dei materiali di armamento, riferita all’anno 2013 (relazione). Essendo diventato operativo dal 19 marzo 2013 il nuovo articolo 27 della 185, si nota che fino al 18 marzo sono ancora segnalati gli importi autorizzati alle banche. Dal 19 marzo sono indicati solo gli importi segnalati. Quindi, è azzardato fare confronti omogenei con i dati e le tabelle degli anni scorsi.
Indicativamente, si può dire che in riferimento all’esportazione definitiva, il totale complessivo delle segnalazioni di operazioni bancarie effettuate nel 2013 ammonta a quasi 2,9 miliardi di euro. Nella Relazione 2013, riferita all’anno 2012, gli importi segnalati erano poco superiori ai 2,1 miliardi, mentre il valore degli importi autorizzati erano di 2,7 miliardi di euro.
Al di là della comparabilità dei dati, si conferma tuttavia un trend che vede la disponibilità delle banche a mettere a disposizione i loro servizi e conti correnti per l’accreditamento del denaro che i clienti incassano vendendo armi all’estero. La parte del leone, come spesso è successo negli ultimi anni, la fanno tre gruppi: Deutsche Bank, con oltre un miliardo di euro di importi segnalati, seguita da Unicredit con 508,2 milioni e il Gruppo Bnp Paribas con 407,5 milioni. Insieme controllano il 72,5% delle transazioni. Sorprende il dato della banca d’affari francese Natixis, che si colloca al quarto posto con 213,3 milioni di euro. Si riaffaccia una banca che aveva giurato di volersene uscire da questo business. Si tratta di Intesa San Paolo, che nel 2013 ha segnalato al Mef operazioni per quasi 42 milioni di euro. Un capitoletto a parte meriterebbero proprio quegli istituti che avevano emesso direttive per regolamentare questo settore. Alcuni, come appunto il gruppo di Torino o la Banca popolare di Milano, avevano deciso di sospendere definitivamente tutte le operazioni di servizi all’export di armi. Altri, come il gruppo Unicredit o Ubi Banca, avevano posto paletti e vincoli “etici” alle eventuali operazioni. Vincoli che sembrano diventati carta straccia.
Molte le piccole banche presenti nella lista, capitanate dall’intramontabile Banca Valsabbina.

Si confermano, quindi, tempi duri per i “risparmiatori pacifici”. Non solo per la crisi economica che sta spolpando le nostre scelte “etiche”. Ma perché è sempre più complicato ricostruire nel dettaglio il coinvolgimento delle banche negli affari armati.
Già nel 2008 era stata tolta dalla Relazione la sezione che riportava le singole operazione autorizzate e svolte dagli istituti di credito, dati utili per conoscere i dettagli delle movimentazioni e delle transazioni. Ora, poi, hanno perfino eliminato la “scocciatura” delle autorizzazioni, indispensabile strumento di verifica e trasparenza.

Per saperne di più: Banca Etica