La preghiera per i cristiani in Iraq corre sul web

da “Avvenire” del 29 agosto 2014

Un messaggio corale da fare giungere ai cristiani perseguitati in Iraq: «Più di 4mila persone stanno pregando per voi».
È l’iniziativa lanciata su YouTube da Hozana.org, in Francia.
Hozana è una rete di preghiera cristiana, per creare e condividere le catene di preghiera. Il sito Hozana.org è stato lanciato in Francia nel febbraio 2014, e sarà presto lanciato in inglese e spagnolo.
Ad agosto Hozana ha dato il via alla sua campagna di sostegno on line. L’idea è semplice: creare una catena a cui invitare parenti e amici, e chiedere di mostrare la propria solidarietà, inviando una foto in cui si sia ritratti con il simbolo dei cristiani perseguitati (ن ) e con una candela. Dalle adesioni ricevute è nato il video #LightForIraq (Una luce per l’Iraq), in cui persone di tutto il mondo, e in tutte le lingue, recitano il «Padre Nostro».

L’incubo dei bambini soldato in Sud Sudan

Mentre i negoziati di Addis Abeba sono ancora bloccati da questioni procedurali e le due parti belligeranti si accusano reciprocamente di violare la tregua firmata lo scorso maggio e di non essere interessati ad una veloce e durevole soluzione della crisi, notizie inquietanti arrivano dalle zone di conflitto e in particolare da Bentiu, dove la scorsa settimana ci sono stati ancora duri combattimenti.
L’Onu, da New York, denuncia che soldati dell’esercito governativo hanno minacciato tre pattuglie della missione di pace, Unmiss, in perlustrazione tra Bentiu e Rubkona. Inoltre la base della missione di pace sarebbe stata bersaglio di sparatorie, forse dirette a civili che si stavano dirigendo lì per chiedere rifugio. Secondo il Sudan Tribune, gli spari avrebbero colpito anche un bambino di 5 anni rifugiato in uno dei campi per la protezione dei civili ospitati nella base stessa, mentre ci sarebbero stati civili uccisi nella zona della pista che funge da aeroporto.

Human Rights Watch, da Nairobi, in una conferenza stampa tenutasi il 20 agosto, documenta invece la presenza di bambini soldato nelle fila dell’esercito governativo durante i combattimenti della scorsa settimana. Ci sarebbe la testimonianza diretta di almeno 10 persone che hanno dichiarato concordemente di aver visto decine di ragazzini in divisa militare e armati in prima linea, che facevano fuoco verso i ribelli. Un bambino di 12 anni ha raccontato ad un ricercatore di HRW dislocato a Bentiu, che la mattina del 15 agosto un soldato governativo ha ordinato a lui e ad altri ragazzini di sparare ai ribelli. Un altro, di 14 anni, ha raccontato di come è scappato durante la battaglia e di come sia riuscito a mettersi in salvo. D’altra parte era risaputo fin dallo scorso maggio, quando l’Spla aveva ripreso il controllo della città, che a Bentiu erano presenti bambini soldato. Almeno una sessantina erano stati visti negli alloggiamenti militari, mentre almeno tre funzionari governativi usavano minori come guardie del corpo.

Daniel Bekele, il direttore del settore Africa in HRW, ha sottolineato che l’Spla purtroppo ha una lunga storia di arruolamento di minori da utilizzare anche in azioni di combattimento. Aveva fatto progressi tangibili dopo la firma del CPA, ma dallo scoppio della crisi, nello scorso dicembre, la pratica è ripresa su larga scala. Bambini soldato sono presenti sia nell’esercito governativo che in quello dell’opposizione. Nei primi giorni del conflitto, quando prese il controllo di Bentiu, l’opposizione avrebbe reclutato forzosamente centinaia di ragazzini studenti di due scuole. Testimoni affermano che questo sarebbe successo anche in altre località dello stato di Unity.

Tuttavia il paese si è dotato di disposizioni che proibiscono l’arruolamento di minori. Il Child Act, del 2008, bandisce esplicitamente la pratica. Nel marzo del 2012, inoltre, il governo ha firmato un piano d’azione con le Nazioni Unite, in cui si impegnava anche a smobilitare tutti i minori ancora nei ranghi dell’esercito. E anche l’opposizione, lo scorso maggio si è impegnata, con lo speciale rappresentante del segretario generale dell’Onu per i bambini nei conflitti armati, a prevenire gravi violazioni dei diritti dei minori.

Per la legge che regola i conflitti armati, l’arruolamento di minori di 15 anni è un crimine di guerra. Finora 156 paesi hanno firmato il trattato internazionale che proibisce l’arruolamento di minori di 18 anni.

Articolo tratto dal portale web di “Nigrizia” 

Cardinale Filoni: la mia missione tra le sofferenze dei fratelli iracheni

Nell’intervista di Agenzia Fides che segue, i dettagli e le impressioni del Cardinale Fernando Filoni, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli e inviato personale di Papa Francesco nei martoriati luoghi di guerra iracheni.

 

Eminenza, il suo è stato un viaggio nell’emergenza umanitaria che ha coinvolto i cristiani e gli altri abitanti del nord dell’Iraq. Cosa ha visto?
E’ stata una missione nella sofferenza compiuta soprattutto tra i cristiani fuggiti da Mosul e dalla Piana di Ninive. Sradicati dalle loro case, dalla semplicità della loro vita quotidiana, per finire catapultati in una situazione imprevedibile. Quella di trovarsi da un giorno all’altro senza una casa, senza i vestiti, senza tutto quel minimo che si da per scontato e invece lì non lo è più. Come non avere acqua per lavarsi, con una temperatura di 47 gradi. O dormire per strada o nei giardini, sotto un albero o sotto una copertura di plastica. Con donne abituate a lavorare in casa, che appaiono spaesate. Coi bambini che magari sono gli unici a non cogliere la drammaticità della situazione, e corrono di qua e di là. Con gli anziani buttati in un angolo e gli ammalati che non sanno se per loro c’è un medico o una medicina.

C’è un incontro, una vicenda che l’ha particolarmente colpita?
Una mamma mi ha mostrato la sua bambina di tre mesi, dicendo che mentre fuggivano da Mosul, alla piccola hanno voluto togliere anche gli orecchini dorati. Oggetti di per sé non importanti, ma quella violenza subita esprime il disprezzo anche verso i più piccoli. Le ho detto: vi hanno tolto gli orecchini, ma le cose più preziose sono ancora con voi: la bambina, e la vostra dignità. Questa dignità ferita che nessuno vi ha potuto togliere. Erano contenti. Si sono messi a battere le mani.

Come è stato accolto?
Che il Papa, non potendo esser presente personalmente, abbia mandato immediatamente un suo inviato personale – non un rappresentante diplomatico, ma personale – è stato un segno eloquente che voleva condividere tutto con loro. E io ho vissuto quei giorni in mezzo a loro. Mi sentivo un privilegiato rispetto a loro, per il fatto di avere una stanzetta per dormire e un po’ d’acqua per lavarmi le mani. Ma ho condiviso tutto con loro. Non rappresentavo me stesso, ma il Santo Padre, e questo mio condividere tutto con loro era un segno della prossimità del Papa. Ho visitato villaggi dei cristiani e degli yazidi. E poi ho partecipato alla vita della Chiesa locale. Anche i Vescovi, i sacerdoti, i religiosi e le religiose sono dovuti fuggire e hanno dovuto trovare un posto per dormire. Attraverso l’inviato, il Papa ha voluto incoraggiare tutti, dire a tutti che non sono stati dimenticati.

Tornando dalla Corea, Papa Francesco ha riconosciuto che il modo per fermare l’ingiusto aggressore va cercato in seno agli organismi internazionali.
La Chiesa come Chiesa è e sarà sempre contro la guerra. Ma questa povera gente ha diritto a essere difesa. Loro non hanno armi, sono stati cacciati vigliaccamente dalle loro case, non hanno ingaggiato nessuna lotta. Come garantire il diritto di questa gente a vivere dignitosamente nelle proprie case? Certo non dando spazio alla violenza, e cercando di contenerla in ogni modo. Ma non possiamo non ascoltare il grido di questa gente che ci dice: aiutateci, e difendeteci.

A questo scopo, non sarebbe utile sapere in primis chi fornisce armi e denaro ai jihadisti, e puntare a bloccare i flussi?
Sono apparati e gruppi che operano mostrandosi ben forniti di armi e denaro, e ci si chiede come sia possibile che tutto questo passaggio di armi e risorse sia sfuggito a chi ha il dovere di controllare e di prevenire simili tragici sviluppi. La domanda che ho sentito fare da molti è quella sul “remote control”, su chi muove da lontano le cose. Ma credo che, per ora, sia difficile dare una risposta.

Lei era Nunzio in Iraq ai tempi di Saddam Hussein. La crisi attuale può essere messa in relazione con i fatti del 2003 e sul modo in cui si pose fine a quel regime?
Si e no. Da un lato, si è prodotto uno sconvolgimento nel Paese che ha creato tante situazioni critiche e di sofferenza, anche se non bisogna mai dimenticare che prima non c’era una situazione tranquilla e ideale. Dall’altro lato, nel frattempo sono passati più di dieci anni. Più ci allontaniamo da quegli eventi, più è lecito domandarsi se quello che succede oggi è solo colpa degli altri e di quei fatti del passato o se non ci siano altre responsabilità. E occorre chiedersi cosa è stato fatto in tutto questo tempo, e cosa si sarebbe potuto fare.

Anche il Papa ha insistito che le vittime di quello che accade in Iraq non sono solo i cristiani, ma tutte le minoranze. Cosa suggerisce questa sottolineatura?
Ovviamente in Occidente la situazione dei cristiani è nota. Ma, ad esempio, gli yazidi si sono raccomandati a noi perchè – così mi hanno detto – “noi siamo un popolo senza voce e nessuno parla di noi”. Le situazioni drammatiche che ho visto e che stanno vivendo fanno davvero di loro le prime vittime. Ma ci sono villaggi sciiti da cui sono dovuti scappare tutti. E poi i mandei, e tutti gli altri gruppi.

Lei ha parlato con leader politici influenti sia nel Kurdistan iracheno che a Baghdad. Condividono ancora una prospettiva unitaria per il futuro del Paese o ormai sono inarrestabili le spinte centrifughe?
L’Iraq è un Paese composito. Una espressione politico-geografica sorta dal 1920 in poi, dove l’entità della nazione non è percepibile come uniformità ma come molteplicità. Le Autorità e anche i vescovi parlano di un mosaico di presenze, di culture, di religioni. Naturalmente se questo mosaico si mantiene integro ha una sua bellezza e un futuro. Ma se si cominciano a togliere dei tasselli, prima o poi tutto può disgregarsi. L’unità dello Stato è garantita dal punto dalla Costituzione, ma poi deve essere realizzata nella vita del Paese e questo è difficile, anche perchè ogni gruppo si porta dietro traumi, sofferenze, lunghissime persecuzioni, ingiustizie subite. Adesso l’Iraq è un Paese da ricostruire, e può rimanere unito solo se in tale unità trovano lo spazio e il rispetto dovuto le diverse identità.

In Occidente alcuni approfittano delle vicende irachene per rilanciare la contrapposizione tra cristianesimo e Islam.
C’è un dato di fatto: come ho già detto, le aggressioni colpiscono cristiani, yazidi, sciiti, ma si rivolgono anche contro sunniti. Quindi la questione non può essere impostata come una contrapposizione tra islam e cristianesimo. D’altro canto, coloro che stanno portando avanti queste azioni terribili contro le minoranze lo fanno in nome di una ideologia politico-religiosa intollerante. E questo è un aspetto che deve far pensare.

Diplomazia liquida

I paesi di color arancio acceso sono quelli in cui l’accesso all’acqua potabile è inferiore al 50%. In quelli di color arancio tenue invece la percentuale si aggira tra il 50 ed il 75. (Fonte: Who)

Che l’acqua rappresenti il petrolio del 3° millennio non è una novità.

In un’epoca in cui la crescita demografica, i mutamenti climatici, l’inquinamento e una gestione spesso dissennata delle risorse idriche ne hanno fatto un bene sempre più raro, non sorprende infatti che proprio il controllo dell’oro blu costituisca la scintilla all’origine di tanti conflitti armati (circa 40 solo negli ultimi cinquant’anni).
Nei colori caldi i paesi in cui l’accesso all’acqua potabile non è garantito al 100%

Mentre 750 milioni di persone al mondo continuano a soffrire la sete, è sconcertante sapere che nell’ultimo mezzo secolo sono stati siglati più di 200 trattati sulla gestione transfrontaliera delle risorse idriche. In altre parole, se è vero che sul controllo dell’acqua si litiga, in molti casi fiumi e laghi condivisi rappresentano occasioni preziose per cooperare con i propri vicini. Occasioni che decisamente non mancherebbero, visto che nel mondo i Paesi che hanno un bacino fluviale condiviso con i vicini sono 148.

In un contesto in cui i fiumi e i sistemi di falda transfrontalieri rappresentano quasi la metà della superficie terrestre, la cooperazione sull’acqua è vitale per la pace e può ridurre il rischio di calamità quali siccità o inondazioni. Non a caso, l’Assemblea general delle Nazioni Unite, che nel 2010 aveva definito con una storica risoluzione “diritto umanol’accesso all’acqua, l’anno scorso ha messo al centro dell’attenzione proprio la cooperazione idrica.
Obiettivo: rilanciare l’importanza dell’idrodiplomazia come unica via per far fronte alla minaccia di una scarsità crescente.
Purtroppo però, tra le dichiarazioni d’intento e un’azione concreta, il passo è spesso lungo.

Basti pensare al Nilo, il grande fiume che scorre per 6.700 km attraverso 10 Paesi.
E se, in seguito ai trattati di epoca coloniale, l’Egitto conserva ancora il diritto esclusivo a sfruttare oltre il 66% delle sue acque, gli altri Paesi del bacino, nel quale vivono 238 milioni di persone, hanno rivendicato una nuova contrattazione che va avanti dal 1999.

Il Medio Oriente rappresenta invece la regione tradizionalmente più calda per quelle che vengono definite le “guerre d’acqua”.
Oggi, la grande sete è infatti uno dei fronti del conflitto israelo-palestinese, poiché lo Stato ebraico sorge in una zona semi-arida in cui la crescita esponenziale della popolazione ha messo a dura prova le limitate fonti d’approvvigionamento.

La Chiesa ha spesso rimarcato il principio dell’acqua come diritto umano fondamentale non mercificabile, bene necessario alla vita e alla salute: l’ha fatto tanto nella riflessione teorica e nel Magistero quanto nell’azione pastorale.
I missionari, da un capo all’altro del mondo, sono spesso protagonisti di questo impegno.
Perché il principio del bene comune nella gestione dell’oro blu prevalga anche nell’azione politica, tuttavia, resta fondamentale consolidare un quadro istituzionale globale. Se si pensa che, ad oggi, il 60% dei 276 bacini fluviali internazionali manca di qualunque forma di gestione cooperativa, è evidente che la strada è ancora lunga. Di tanto in tanto, tuttavia, emergono segnali di speranza. Ad Agosto, per esempio, entra in vigore la Convenzione Onu per la gestione e la tutela dei corsi d’acqua internazionali, che era in stand by dal 1997. Ciò dimostra che la pace dell’acqua si può costruire, una goccia alla volta.

Articolo tratto da “Mondo Missione”

Massimiliano Maria Kolbe, il martire della carità

Oggi 14 Agosto nel 1941 muore un sacerdote e francescano polacco, che si offre di prendere il posto di un padre di famiglia, destinato al bunker della fame, nel campo di concentramento di Auschwitz: Massimiliano Maria Kolbe, beatificato il 17 ottobre 1971 e proclamato santo da papa Giovanni Paolo II il 10 ottobre 1982.

Ecco la presentazione della sua vita tratta dal libro: RITRATTI DI SANTI di Antonio Sicari

Oggi siamo di fronte a un volto luminoso, davanti al quale tutti, anche i non credenti, si inchinano volentieri e di cui tutti parlano con venerazione: S. Massimiliano Kolbe. Il fatto che egli abbia offerto la sua vita ad Auschwitz, riscattando con la sua carità e il suo martirio la dignità dell’uomo oppresso, basta ad attirargli tutte le simpatie.
Ma noi vogliamo piuttosto imparare a comprendere quel suo gesto così decisivo sullo sfondo di tutta la sua esistenza: la sua vocazione, gli ideali coltivati, l’infaticabile operosità, la “ostinata” missionarietà, perfino ciò che a qualcuno potrebbe sembrare “eccessivamente integrista”, e che esprime invece la integralità della sua fede. Per non correre il rischio di staccare artificialmente la sua morte dalla sua vita.

P. Massimiliano Kolbe fu figlio del suo tempo e della sua terra: nacque nel 1894 in un paesino polacco, da genitori che gestivano un piccolo laboratorio di tessitura. Morì a 47 anni, nel 1941 ad Auschwitz. Entrò nel seminario dei francescani conventuali nel 1907, a tredici anni; novizio a 16 anni (1910).
Dal 1912 al 1919 studia filosofia e teologia a Roma. Laurea in filosofia nel 1915 e laurea in teologia nel 1919. Si interessa di fisica e di matematica e giunge fino a progettare nuovi tipi di aerei ed altre apparecchiature.
A Roma assiste a una processione di anticlericali-massoni che vanno a celebrare Giordano Bruno inalberando uno stendardo nero su cui Lucifero schiaccia S. Michele Arcangelo. In piazza S. Pietro vengono distribuiti volantini in cui si dice che “Satana deve regnare in Vaticano e il Papa dovrà fargli da servo”.
Il giovane Massimiliano ha una concezione cavalleresca della vita, al modo degli antichi cavalieri medioevali: ma la sua dama è la Madonna.
Si convince che è iniziata “l’Era dell’immacolata” quella in cui Maria dovrà, come dice la Genesi, schiacciare la testa del serpente
Scrive: “Bisogna seminare questa verità nel cuore di tutti gli uomini che vivono e vivranno fino alla fine dei tempi e curarne l’incremento ed i frutti di santificazione; bisogna introdurre l’Immacolata nei cuori de gli uomini affinché Ella innalzi in essi il trono del Figlio suo e li trascini alla conoscenza di Lui e li infiammi d’amore verso il Sacratissimo Cuore di Gesù”.
Da parte sua ha una devozione totale e gentile: chiama la Madonna con i nomi più teneri e familiari, come solo i polacchi sanno fare, profondamente convinto che i cristiani devono diventare “cavalieri dell’Immacolata”, e fonda un’ associazione. È la “Milizia dell’immacolata” di cui abbiamo gli statuti autografi. Le prime parole che riguardano il fine dell’associazione sono queste:
“Cercare la conversione dei peccatori, degli eretici, degli scismatici, dei giudei ecc. e soprattutto dei massoni (parola sottolineata due volte); e soprattutto la santificazione di tutti sotto il Patrocinio e con la mediazione della Beata Maria Vergine”.
Accennavo all’accusa di integrismo che oggi P. Kolbe si tirerebbe addosso da parte di molti cristiani benpensanti e schifiltosi. Infatti la Milizia dell’immacolata non ha affatto un programma spiritualistico, non descrive tanto una “opzione religiosa” ma una scelta globale.
Eccola: “Con l’aiuto di Dio dobbiamo fare in modo che i fedeli Cavalieri dell’immacolata si trovino dappertutto, ma specialmente nei posti più importanti come: l’educazione della gioventù (professori di istituti scientifici, maestri, società sportive); la direzione dell’opinione delle masse (riviste, quotidiani, la loro direzione e diffusione, biblioteche pubbliche, biblioteche circolanti, conferenze, proiezioni cinematografiche); le belle arti: scultura, pittura, musica, teatro.
I militi dell’immacolata divengano in ogni campo i primi pionieri e guide nelle scienze (scienze naturali, storia, letteratura, medicina, diritto, scienze esatte ecc.).
Sotto il nostro influsso e sotto la protezione dell’Immacolata sorgano, si sviluppino i complessi industriali, commerciali, le banche.
In una parola la Milizia impregni tutto e in uno spirito sano guarisca, rafforzi e sviluppi ogni cosa alla maggior gloria di Dio, per mezzo dell’immacolata e per il bene della comunità”.
La realizzazione di questo progetto? Semplicemente incredibile per le possibilità di un uomo.
Nel 1927 inizia a costruire dal nulla un’intera città a circa 40 km da Varsavia. Lui ne parla come di una futura seconda Varsavia. Chiama la città “Niepokalanow”: città dell’immacolata.
La capacità di Massimiliano Kolbe di trascinare gli altri dietro questo suo ideale cavalleresco è data da queste cifre: dopo una decina di anni o poco più a Niepokalanow vivono 762 religiosi: 13 sacerdoti, 18 chierici, 527 religiosi conversi, 122 giovani aspiranti sacerdoti, 82 giovani aspiranti religiosi conversi.
Quando Massimiliano Kolbe, tornando sacerdote da Roma, in Polonia la Provincia francescana contava poco più di un centinaio di religiosi. I religiosi di Niepokalanow devono essere poverissimi ma avere a disposizione quanto di meglio c’è sul mercato: dall’aereo alle rotative ultimo modello.
I frati di Massimiliano sono capaci di tutto: dall’organizzare il corpo dei pompieri a prendere il brevetto di pilota, a studiare per diventare direttore d’orchestra in modo da poter curare personalmente la registrazione di dischi, a imparare i sistemi di regia cinematografica.
P. Massimiliano Kolbe che fonda e dirige per i primi anni questa enorme comunità, e ne resta sempre l’animatore, è descritto così:
“Era tenace, ostinato, implacabile… Era un calcolatore nato: calcolava e raffrontava senza posa, valutava, fissava, combinava bilanci e preventivi. Se ne intendeva di tutto: di motori, di biciclette, di linotype, di radio; conosceva quello che costava poco e quello che costava molto; sapeva dove, come e quando era opportuno comperare… Non c’era sistema di comunicazione troppo veloce per lui, il veicolo del missionario, diceva spesso, dovrebbe essere l’aereo ultimissimo modello”.
Lui vi abiterà pochissimi anni. Già nel 1930 è in Giappone dove fonda dal nulla una città analoga e la chiama “Il giardino dell’immacolata”.
Un autore che è critico verso l’opera di Kolbe scrive: “Mirava né più ne meno che a conquistare il mondo. Per questo andò a convertire i ‘pagani’ in Giappone; per questo ampliava incessantemente le sue editrici, fondava monasteri, sognava piani per estendere a tutto il mondo la Cavalleria dell’immacolata. Tutte queste opere, concepite su scala gigantesca, le creò quasi dal nulla. Senza un soldo in tasca, questuando incessantemente col proverbiale saio rappezzato. Era un fenomeno di energia e di talento organizzativo. Intraprendeva ogni iniziativa letteralmente con le proprie mani. Mescolava la calce e portava i mattoni nel cantiere, lavorava alla cassa di composizione in tipografia. A Nagasaki intraprese l’edizione della versione locale de ‘Il Cavaliere dell’Immacolata’ senza sapere una parola di giapponese…”.
E durante l’edificazione della filiale giapponese “dormiva in una soffitta coprendosi col cappotto”.
La sua Milizia dell’Immacolata, nel 1939, contava 800.000 iscritti.
“Noi”, diceva P. Kolbe, “abbracceremo il mondo intero” e aveva piani che riguardavano l’india e il mondo arabo.
Nel 1932, quando costruiva Niepokalanow decise che fosse piccolo un solo ambiente: il cimitero, perché diceva: “prevedo che le ossa dei miei frati saranno disperse in tutto il mondo”.
Qual era dunque il suo ideale? Eccolo: “Bisogna inondare la terra con un diluvio di stampa cristiana e mariana, in ogni lingua, in ogni luogo, per affogare nei gorghi della verità ogni manifestazione di errore che ha trovato nella stampa la più potente alleata; fasciare il mondo di carta scritta con parole dì vita per ridare al mondo la gioia di vivere”.
La teologia di P. Kolbe era radicale e senza mezzi termini. Ecco come la sintetizza un suo biografo: “Si ostinò a credere, a dire, a scrivere che la verità è una sola, quindi un solo Dio, un solo Salvatore, una sola Chiesa; gli uomini, tutti gli uomini, di conseguenza, sono chiamati ad aderire ad un solo Dio, ad un solo Salvatore, ad una sola Chiesa. A quell’ideale consacrò e immolò la sua vita di missionario della penna, come amava definirsi”.
Questo fu l’uomo su cui si abbatté la furia nazista. Sapeva ciò che gli aspettava. Aveva tanti amici che lo avvertivano di tutto. La Gestapo gli fece sapere addirittura che avrebbe gradito una sua opzione per la cittadinanza germanica se si fosse iscritto nella lista degli oriundi tedeschi, dato il suo cognome e le sue origini (nonostante che il cognome della madre fosse evidentissimamente polacco).
Fu arrestato una prima volta assieme ad alcuni suoi frati.. Li confortava con queste parole: “coraggio, andiamo in missione”. in un primo tempo là Città dell’Immacolata fu adibita a ospedale con un ufficio della Croce Rossa. Pian piano si riempiva di rifugiati e di scampati, accolse 2000 espulsi dalla Polonia e alcune centinaia di ebrei. I tedeschi cominciarono a considerarla come un campo di concentramento.
Liberato una prima volta, P. Kolbe riorganizzò la città per la sopravvivenza di tutti i rifugiati organizzando infermeria farmacia, ospedale, cucine, panetteria, orto e altri laboratori. il 17 febbraio 1941 viene arrestato per la seconda volta. Dice: “Vado a servire l’immacolata in un altro campo di lavoro”.
Il nuovo campo di lavoro è quello di Auschwitz. Tutta l’energia di questo uomo fisicamente fragilissimo (malato di tisi, con un solo polmone) è ora messa a confronto con la sofferenza più atroce. Una sofferenza che lo colpisce sistematicamente, come gli altri e più degli altri, perché appartiene al gruppo dei preti, quello che per odio e maltrattamenti è accomunato agli ebrei.
Diventa il n. 16670. Comincia tirando carri di ghiaia e di sassi per la costruzione di un muro del crematorio: un carro che doveva essere tirato sempre correndo. Ogni dieci metri una guardia con un bastone garantisce la persistenza del ritmo. Poi a tagliare e trasportare tronchi d’albero. A lui, perché prete, toccava un peso due o tre volte superiore a quello dei suoi compagni. Lo vedono sanguinare e barcollare. Non vuole che gli altri si espongano per lui. “Non vi esponete a ricevere colpi per me. L’immacolata mi aiuterà, farò da solo”.
Quando lo vogliono portare all’ospedale del campo, se ne ha la forza, indica sempre qualcun altro che, a suo parere, ha più bisogno di lui: “io posso aspettare. Piuttosto quello lì…”.
Quando lo mettono a trasportare cadaveri, spesso orrendamente mutilati, e ad accatastarli per l’incenerimento, lo sentono mormorare pian piano: “Santa Maria prega per noi” e poi: “Et Verbum caro factum est” (Il Verbo si è fatto carne).
Nelle baracche qualcuno la notte striscia verso di lui in preda all’orrore e si sente dire lentamente, pacatamente, come un balsamo: “l’odio non è forza creativa; solo l’amore è forza creativa”.
Oppure parla, dell’immacolata: “Ella è la vera consolatrice degli afflitti. Ascolta tutti, ascolta tutti!”. Gli ammalati lo chiamano: “il nostro piccolo padre”.
Poi venne quel giorno in cui un detenuto del blocco 14 riuscì a fuggire. Padre Kolbe era stato assegnato a quel blocco solo da pochi giorni. Per tre ore tutti i blocchi vennero tenuti sull’attenti. Alle 21, per la misera cena, le file vengono rotte. Il blocco 14 dovette stare immobile mentre il loro cibo veniva versato in un canale.
Il giorno dopo, il blocco rimase tutto il giorno allineato immobile, sulla piazza: guardati, percossi, digiuni, sotto il sole di luglio: distrutti dalla fame, dal caldo, dall’immobilità, dall’attesa terribile. Chi cadeva veniva gettato in un mucchio ai bordi del campo. Quando gli altri blocchi tornarono dal lavoro si procedette alla decimazione: per un prigioniero fuggito dieci condannati a morte nel bunker della fame. Un condannato al pensiero della moglie e dei figli grida. A un tratto il miracolo. P. Massimiliano esce dalla fila, si offre in cambio di quell’uomo che nemmeno conosce. Lo scambio viene accettato. Il miracolo per intercessione di P. Kolbe, Dio lo compie in quell’istante.
Dobbiamo veramente ricostruire ciò che avvenne. Non molti poterono udire. Ma tutti ricordano un particolare… Kolbe uscì dalla fila e si diresse diritto, “a passo svelto” verso il Lagerfuehrer Fritsch, allibito che un prigioniero osasse tanto.
Per il Lagerfuehrer Fritsch i prigionieri erano solo dei numeri.
P. Kolbe lo costrinse a ricordare che erano uomini, che avevano una identità. “Che cosa vuole questo sporco polacco?”. “Sono un sacerdote cattolico. Sono anziano (aveva 47 anni). Voglio prendere il suo posto perché lui ha moglie e figli”.
La cosa più incredibile, il primo miracolo di Kolbe e attraverso Kolbe fu il fatto che il sacrificio venisse accettato.
Lo scambio, con la sua affermazione di scelta e di libertà e di solidarietà, era tutto ciò contro cui il campo di concentramento era costruito.
Il campo di concentramento doveva essere la dimostrazione che “l’etica della fratellanza umana” era solo vigliaccheria. Che la vera etica era la razza, e le razze inferiori non erano “umane”. Il principio umanitario secondo l’ideologia nazista era una menzogna giudeo-cristiana. Nel campo dì concentramento si dimostrava che l’umano è ciò che di più esterno c’è nell’uomo, una maschera che può essere levata a volontà.
“I campi di concentramento costituivano un frammento del dibattito filosofico definitivo” (Szczepanski).
Che Fritsch accogliesse il sacrificio di Kolbe e soprattutto accogliesse lo scambio (avrebbe dovuto almeno decidere la morte di ambedue) e quindi il valore e l’efficacia del dono, fu qualcosa di incredibile. Era infatti un gesto che dava valore umano al morire, che rendeva il morire non più soggezione alla forza ma offerta volontaria. Per Fritsch o fu un lampo di novità o fu la totale cecità di chi non credeva più che quella gente avesse alcun significato storico. Di fatto non c’era nessuna speranza umana che quel gesto oltrepassasse i confini del campo di concentramento.
Né P. Kolbe poteva umanamente pensare a una qualsiasi eco storica del suo gesto. Ma P. Kolbe riuscì a dimostrare fisicamente che quel campo era un Calvario. E non mi riferisco a una immagine simbolica. Mi riferisco a una Messa.
Da quel giorno, da quella accettazione, il campo possedette un luogo sacro. Nel blocco della morte i condannati vennero gettati nudi, al buio, in attesa di morire per fame. Non venne dato loro più nulla, nemmeno una goccia d’acqua. La lunga agonia era scandita dalle preghiere e dagli inni sacri che P. Kolhe recitava ad alta voce. E dalle celle vicine gli altri condannati gli rispondevano.
“L’eco di quel pregare penetrava attraverso i muri, di giorno in giorno sempre più debole, trasformandosi in sussurro, spegnendosi insieme al respiro umano. Il campo tendeva l’orecchio a quelle preghiere. Ogni giorno la notizia che pregavano ancora faceva il giro delle baracche. L’intorpidito tessuto della solidarietà umana ricominciava a pulsare di vita. La morte che lentamente veniva consumata nei sotterranei del tredicesimo blocco non era la morte di vermi schiacciati nel fango. Era un dramma e rito. Era sacrificio di purificazione” (Szczepanski).
La fama di ciò che avveniva si sparse anche negli altri campi di concentramento. Ogni mattina il bunker della fame veniva ispezionato.
Quando le celle si aprivano quegli infelici piangevano e chiedevano del pane; chi si avvicinava veniva colpito e ributtato violentemente sul cemento.
P. Kolbe non chiedeva nulla non si lamentava, restava in fondo seduto, appoggiato alla parete. Gli stessi soldati lo guardavano con rispetto. Poi i condannati cominciarono a morire; dopo due settimane erano vivi solamente in quattro con P. Kolbe. Per costringerli a morire, il 14 agosto, venne fatta loro una iniezione di acido fenico al braccio sinistro. Era la vigilia di una delle feste mariane che Massimiliano amava di più: l’Assunta, a cui cantava sempre volentieri quella lauda popolare che dice: “Andrò a vederla, un dì!”.
“Quando aprii la porta di ferro, è il suo carceriere che racconta, non viveva più; ma mi si presentava come se fosse vivo. Ancora appoggiato al muro. La faccia era raggiante in modo insolito. Gli occhi largamente aperti e concentrati in un punto. Tutta la figura come in estasi. Non lo dimenticherò mai”.
Giovanni Paolo Il, predicando ad Auschwitz, ha detto:
“In questo luogo che fu costruito per la negazione della fede, della fede in Dio e della fede nell’uomo, e per calpestare radicalmente non soltanto l’amore ma tutti i segni della dignità umana, dell’umanità, quell’uomo (il P. Kolbe) ha riportato la vittoria mediante l’amore e la fede”.
P. Kolbe ha dimostrato, in forza della sua fede, che l’uomo può creare abissi di dolore ma non può evitare che essi siano inabitati dal Crocifisso e dal mistero del Suo amore sofferente, che si riattualizza, che autonomamente e con forza inarrestabile decide di farsi “presene”. Fu soprattutto per questa decisione di Cristo che Fritsch, contro se stesso, dovette “accettare” lo scambio.
Due sono gli insegnamenti che ci restano contemplando il volto di P. Kolbe: uno torna dal suo martirio alla sua vita, l’altro va dalla sua vita al suo martirio.
Nel primo insegnamento P. Kolbe ci dice che rispondere alla disumanità con l’offerta e il sacrificio di sé non è la risposta di chi non sa fare altro, di chi si rassegna e cede all’oppressore, di chi attende tutto dall’al-di-là e perciò può subire.
P. Kolbe ha dato la vita, accettando di morire, dopo che aveva spese tutte le sue energie per la costruzione di un mondo diverso, di un mondo nuovo, di un centuplo quaggiù. Il martirio non fu una fuga devota. Fu la pienezza della sua energia vitale.
Nel secondo insegnamento P. Kolbe ci dice che la stoffa di cui sono fatti i martiri non è quella di chi nella sua vita si è divertito col pluralismo e con l’irenismo ad ogni costo, anche se li chiama “dialogo” ed “ecumenismo”.
Esiste certamente un modo giusto di considerare questi valori (che è il modo della carità, non della perdita di identità), ma tante volte essi sono soltanto usati per preservarsi, per non dovere “dare la vita”.
P. Kolbe definiva la fede con una nettezza impressionante, e con altrettanta decisione la propagandava e la voleva incarnare in tutti gli spazi della vita culturale e sociale; e seppe avere tanta carità da essere il primo “martire della carità”. Proprio con questo titolo, mai utilizzato prima, è stato canonizzato da Giovanni Paolo II.

tratto da Culturacattolica.it

2° video-lectio preparatoria al IV Convegno Missionario Nazionale

Proseguiamo il percorso in preparazione al IV Convegno Missionario Nazionale di Novembre con la seconda video-lectio sulla tematica dell’ INCONTRARE, ovvero di “farsi tutto a tutti” nel mondo, luogo teologico di salvezza e che domanda accoglienza e qualità di relazioni.

Per chi avesse perso la prima può trovarla qui.

IRAQ – Migliaia di rifugiati in fuga sulle montagne

Agenzia MISNA del 13/08/2014 – “Arrivano a migliaia, con le macchine o a piedi, bisognosi di tutto, alla disperata ricerca di un luogo sicuro”: monsignor Amel Shimon Nona, arcivescovo caldeo di Mosul, è raggiunto dalla MISNA in un villaggio cristiano dell’estremo nord dell’Iraq dove i rifugiati (cristiani, yazidi e altre minoranze componenti storiche del mosaico etnico-religioso dell’Iraq) sono accolti nelle case, nella scuola o nell’aula per il catechismo.

Monsignor Nona sta concludendo una visita dei centri abitati del governatorato di Dahuk, sulle montagne del Kurdistan iracheno che conducono alla Turchia. “Sono zone – spiega l’arcivescovo – che appaiono più sicure rispetto alla Piana di Ninive; per questo a migliaia, cristiani ma anche yazidi, si spingono fin qui. Lo Stato islamico è una minaccia per queste comunità; speriamo davvero che i bombardamenti americani cominciati la settimana scorsa possano fermarne l’avanzata”.

Una speranza condivisa dalle centinaia di yazidi che anche oggi si stanno dirigendo verso il capoluogo della regione autonoma del Kurdistan. “Sono gli ultimi – dice monsignor Nona – anche tra i profughi: non hanno dove dormire e riposano lungo la strada; noi cerchiamo di aiutarli come possiamo, accogliendoli e ospitandoli nei nostri villaggi”.

Quella irachena è un’emergenza che durerà a lungo, nonostante i bombardamenti americani a difesa degli alleati (e dei pozzi di petrolio) del Kurdistan e  nonostante la nomina di un nuovo primo ministro, avvenuta proprio ieri.

15 agosto: giornata di preghiera per i cristiani perseguitati

(Agenzia Zenit del 4/08/2014) – I vescovi italiani insorgono dinanzi alle persecuzioni dei cristiani nel mondo, lo fanno indicendo una giornata di preghiera, che si svolgerà il prossimo 15 agosto, e diramando un comunicato in cui si denunciano distrazione e indifferenza da parte dell’Europa rispetto all’autentico “Calvario” che vivono i battezzati in molti Paesi.

Tutte le comunità ecclesiali – riferisce la nota della Cei – sono invitate ad “unirsi in preghiera quale segno concreto di partecipazione con quanti sono provati dalla dura repressione”. Un invito che risponde a quanto denunciato da papa Francesco e che cioè “ci sono più cristiani perseguitati oggi che nei primi secoli”.

Il Santo Padre è citato nel testo anche in un altro passaggio, a proposito del suo imminente viaggio in Corea del Sud. “Per le nostre comunità – si legge – è un’occasione preziosa per accostare la realtà di quella Chiesa: una Chiesa giovane, la cui vicenda storica è stata attraversata da una grave persecuzione, durata quasi un secolo, nella quale circa 10.000 fedeli subirono il martirio: 103 di loro sono stati canonizzati nel 1984, in occasione del secondo centenario delle origini della comunità cattolica nel Paese”.

Il percorso della Chiesa di Corea costituisce “la forza” che “scandisce l’evento”, una forza caratterizzata dalla “gloria dei martiri”. In tal senso viene riproposto un passaggio della Lettera ai Romani, di San Paolo: “Se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con Lui” (Rm 6,8). Parole, queste, che i vescovi italiani si augurano possano “scuotere anche questa nostra Europa, distratta ed indifferente, cieca e muta davanti alle persecuzioni di cui oggi sono vittime centinaia di migliaia di cristiani”.

Parigi pro MusulIl comunicato va poi al cuore delle difficoltà che gravano sulle spalle di alcuni cristiani nel mondo. La mancanza di libertà religiosa rappresenta “un autentico Calvario” che “accomuna i battezzati in Paesi come Iraq e Nigeria, dove sono marchiati per la loro fede e fatti oggetto di attacchi continui da parte di gruppi terroristici; scacciati dalle loro case ed esposti a minacce, vessazioni e violenze, conoscono l’umiliazione gratuita dell’emarginazione e dell’esilio fino all’uccisione”. Si ricorda che “le loro chiese sono profanate: antiche reliquie, come anche statue della Madonna e dei Santi, vengono distrutte da un integralismo che, in definitiva, nulla ha di autenticamente religioso. In queste zone la presenza cristiana – la sua storia più che millenaria, la varietà delle sue tradizioni e la ricchezza della sua cultura – è in pericolo: rischia l’estinzione dagli stessi luoghi in cui è nata, a partire dalla Terra Santa”.

Il richiamo è dunque forte, nei confronti dell’Occidente, il quale “non può continuare a volgere lo sguardo altrove, illudendosi di poter ignorare una tragedia umanitaria che distrugge i valori che l’hanno forgiato e nella quale i cristiani pagano il pregiudizio che li confonde in modo indiscriminato con un preciso modello di sviluppo”. Il desiderio della Cei è che “la preoccupazione per il futuro di tanti fratelli e sorelle si traduca in impegno ad informarci sul dramma che stanno vivendo, puntualmente denunciato dal Papa”.

Il comunicato si conclude quindi con l’invito rivolto alle comunità ecclesiali “ad unirsi in preghiera in occasione della solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria (15 agosto) quale segno concreto di partecipazione con quanti sono provati dalla dura repressione. Per intercessione della Vergine Madre, il loro esempio aiuti anche tutti noi a superare l’aridità spirituale di questo nostro tempo, a riscoprire la gioia del Vangelo e il coraggio della testimonianza cristiana”.