Beato Tito Brandsma, il martire “difensore”

La storia di un sacerdote che ha vissuto fino in fondo la sua vocazione di “difensore” (Etimologia: Tito = il difensore, dal latino).

titus-brandsmaTito Brandsma nasce in Olanda, a Bolsward, il 23 febbraio 1881 e la sua salute è così fragile che non gli permette né di lavorare nell’azienda familiare, né (come desidererebbe) di entrare tra i francescani minori. Presso di loro comunque si ferma 6 anni, dal 1892 al 1898, quando entra dai carmelitani di Boxmeer dov’è ordinato sacerdote nel giugno 1905.
Lo mandano a completare gli studi di filosofia e di teologia alla Gregoriana di Roma e poi lo rivogliono in Olanda a fare il professore, mentre lui comincia a coltivare la passione giornalistica. Anzi, il vescovo di Utrecht finisce per nominarlo anche “assistente ecclesiastico” dei 30 giornali cattolici del paese. Lo fa così bene e con tanta passione da diventare un sicuro punto di riferimento, proprio nel momento in cui cominciano ad addensarsi le cupe ombre del nazismo, verso il quale Padre Tito non è per nulla tenero e del quale denuncia a gran voce la distorsione ideologica.
I punti di forza del suo insegnamento e della sua predicazione delineano un messaggio estremamente attuale anche oggi: la persona umana rappresenta un impareggiabile valore, mentre il nazismo va contro la persona; soltanto l’amore cristiano può vincere il neopaganesimo nazista; comunque vadano le cose, Dio avrà l’ultima parola, nelle sue mani noi siamo sicuri; in questo determinato contesto storico dobbiamo trovare nuovi modi per “dire Dio” all’uomo del nostro tempo, perché “i nuovi tempi richiedono nuove forme espressive”. E così viene subito “schedato”.
Con l’invasione tedesca dell’Olanda (10 giugno 1940) i nazisti danno inizio alla vera e propria persecuzione degli ebrei ed alla repressione dei cattolici ed è ancora Padre Tito che, per incarico dei vescovi, si presenta al comando centrale nazista per vigorosamente protestare.
Il 26 gennaio 1941 i vescovi olandesi lanciano la scomunica contro i cattolici che sostengono il nazismo, mentre i tedeschi rispondono con la totale censura sui giornali. Nel clima di incertezza e di paura che si respira, è normale il disorientamento nelle redazioni delle testate cattoliche, presso ciascuna delle quali si reca Padre Tito consegnando personalmente a ciascun direttore una lettera che illustra la posizione della chiesa olandese nei confronti del nazismo e dell’ideologia che propugna. Missione delicatissima, che Padre Tito accetta ben cosciente dei rischi cui va incontro.
Infatti, non appena ritorna da questo suo “tour”, la Gestapo lo va a prelevare nel suo convento di Nimega: è il 9 gennaio 1942. Nella cella in cui lo rinchiudono ha tempo per pregare, meditare, scrivere anche (scritti tra l’altro fondamentali per la sua causa di beatificazione): a Padre Tito la solitudine non pesa e il carcere non spegne la sua vena di ottimismo e di sottile umorismo. Scrivendo ai confratelli comunica di “non aver bisogno di piangere, di mandar sospiri, persino canto un po’ qualche volta, a modo mio e, naturalmente, non troppo forte”, però confessa anche loro, candidamente, di “non riuscire a sopportare le notti. Dalle otto di sera fino alle sette del mattino non posso dormire. Così la notte sto sveglio molto tempo”.
La salute, già precaria, comincia a farne le spese e il suo indebolimento è tale da costringerlo nell’”ospedale” del campo a fare i conti non certo con le cure mediche dei nazisti ma con le torture e le sperimentazioni cruente cui i prigionieri sono sottoposti.
Il 26 luglio 1942 un’iniezione di acido fenico lo libera dalla prigionia.
All’infermiera che gliela pratica Padre Tito regala la sua corona del rosario: “Anche se non sai pregare ad ogni grano dì soltanto “prega per noi peccatori”. Sarà proprio lei a testimoniarlo.
E’ il testamento di un uomo le cui ceneri, insieme a parte dei suoi scritti, sono state disperse al vento, ma la cui testimonianza è così viva, forte e libera da candidarlo indiscutibilmente a diventare il protettore moderno dei giornalisti cattolici.

Di seguito uno dei sui scritti:

“Viviamo in un mondo dove l’amore stesso è condannato : lo si chiama debolezza, cosa da superare. Certi dicono: « L’amore non ha importanza, bisogna piuttosto sviluppare le proprie forze; ognuno diventi più forte che può; e la debolezza sparisca!»
Dicono ancora che la religione cristiana, con i suoi discorsi sull’amore, è superata… E’ così: vengono da voi con queste dottrine, e trovano anche gente che le accoglie volentieri. L’amore è misconosciuto: «L’Amore non è amato» diceva ai suoi tempi san Francesco d’Assisi; e qualche secolo dopo, a Firenze, Santa Maria Maddalena de’ Pazzi suonava le campane del monastero del suo Carmelo perché il mondo sapesse quanto è bello l’Amore!
Anch’io, vorrei suonare le campane per dire al mondo com’è bello amare! Il neo-paganesimo (del nazismo) può ripudiare l’amore, ma la storia ci insegna che, malgrado tutto, vinceremo questo neo-paganesimo con l’amore. Non abbandoneremo l’amore. L’amore ci farà riconquistare il cuore di questi pagani. La natura è più forte della filosofia. La filosofia condanni pure e rigetti l’amore chiamandolo debolezza, ma la testimonianza viva dell’amore renderà sempre nuova e potente la sua forza per conquistare ed attrarre il cuore degli uomini
.”

Globalizzazione: io che c’entro?

8840159-globalizzazione-lente-di-ingrandimento-su-sfondo-con-associazione-diversi-termini-illustrazione-vettIl termine “globalizzazione”, sempre più spesso, è utilizzato per riferirsi prevalentemente ad aspetti economici relativi alle aziende e ai mercati multinazionali, senza considerare invece che la globalizzazione riguarda in primo luogo la persona ed il rapporto che ha con la natura (inquinamento), con gli altri (migrazioni) ma anche con se stessa (aspetti psicologici).

Per alcuni “globalizzazione” è tutto ciò che siamo costretti a fare per ottenere la felicità; per altri è la causa stessa della nostra infelicità. Per tutti, comunque, significa un processo inevitabile (psico-socio-culturale) che ci coinvolge alla stessa misura.

La globalizzazione divide tanto quanto unisce poiché ciò che per alcuni è una conquista, per altri è un destino crudele e non voluto. Essa viene vissuta quindi in condizioni di continua incertezza perché non si è in grado di conservare la propria forma. Sembra che tutto dica “butta ciò che funziona per cercare qualcosa che ti emoziona di più”.Globalization1
Se tutti seguissero questo stile di vita, e quindi di produzione e di consumo tipico dell’Occidente, ci sarebbe bisogno di circa 6 pianeti per poter depositare tutta la spazzatura che 6,5 miliardi di consumatori sfrenati produrrebbero. Il fascino della crescita è che su di essa si fonda la potenza di una nazione ma non si può più continuare su questa strada.

I sostenitori dello sviluppismo considerano il divario Nord/Sud come un problema dei più deboli piuttosto che una responsabilità dei più forti e si adoperano per elevare gli standard di vita degli impoveriti, cioè, vorrebbero elevare la base mentre si tratterebbe piuttosto di abbassare il tetto. È necessario separare il concetto di giustizia dall’idea di sviluppo.
È necessario che lo stile di vita degli sviluppisti non sia preso come “modello di vita” per raggiungere uno standard ideale di giustizia mondiale. Bisogna modificare i nostri comportamenti e i nostri atteggiamenti culturali nei confronti del consumo. È importante capire che l’interesse collettivo (globale) coincide con l’interesse personale (locale).
Il primo passo da compiere è quindi quello di prendere coscienza che il nostro consumo è un fatto che riguarda tutta l’umanità perché esso ha conseguenze planetarie.

Aggiornamenti dalla Striscia di Gaza

Gaza_Strip_map1“In questa nuova fase dell’offensiva chiediamo alle due parti di fare la distinzione tra civili e combattenti. Purtroppo nelle ultime ore sono stati colpiti civili e infrastrutture civili. L’aggravarsi della crisi sta causando sempre più danni umani e materiali”: è quanto detto all’Agenzia MISNA da una portavoce del Comitato internazionale della Croce Rossa (Cicr), Nadia Dibsy, contattata a Gerusalemme proprio in queste ore.
“I bisogni umanitari sono enormi. Il settore sanitario nella Striscia di Gaza sta fronteggiando un’emergenza e le ambulanze della Mezzaluna rossa lavorano 24 ore su 24 per trasportare i feriti. Sono centinaia di palestinesi che ci contattano per ricevere anche assistenza psicologica”.
Un’altra emergenza per Gaza, sotto assedio da più di dieci giorni, riguarda l’acqua.
“Alcuni tecnici dei servizi i per l’acqua sono stati uccisi mentre cercavano di sistemare un impianto. Sono state danneggiate molte infrastrutture idriche, privando di acqua decine di migliaia di persone” denuncia ancora la Dibsy.
L’avvio dell’offensiva di terra, la notte scorsa, ha spinto alla fuga quasi 20.000 persone, che si sono rifugiate presso uno dei 34 centri dell’Agenzia Onu per l’aiuto ai rifugiati palestinesi (Unwra) a Gaza. In neanche 24 ore il numero di persone in cerca di un riparo è quasi raddoppiato, passando da 22.000 a 40.000.
Dall’inizio delle operazioni militari israeliane, 100.000 palestinesi sono scappati da casa mentre le vittime sono state finora 274 e i feriti più di 2000. Nelle prime ore dell’offensiva di terra, fonti mediche palestinesi hanno registrato almeno 35 morti.
Il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha invocato l’aiuto della Svizzera, per far rispettare le convenzioni internazionali sui diritti umani. In visita al Cairo ha anche chiesto alla Francia di contattare la Turchia e il Qatar che dovrebbero cercare di convincere Hamas ad accettare la tregua con Israele, proposta dall’Egitto. Ma non lasciano ben sperare le ultime dichiarazioni del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu che ha annunciato un’ “espansione significativa” dell’offensiva di terra.

In questo drammatico frangente, Papa Francesco ha fatto pervenire al parroco della parrocchia cattolica di Gaza un breve messaggio per testimoniare la sua vicinanza. “Sono vicino a voi, alle suore e a tutta la comunità cattolica. Vi accompagno con la mia preghiera e con la mia vicinanza. Che Gesù vi benedica e la Vergine Santa vi custodisca” si legge nel breve testo.
Il Pontefice ha anche telefonato personalmente ai presidenti di Israele e Palestina, Shimon Peres e Mahmoud Abbas.
In entrambe le conversazioni, il Vescovo di Roma – come già fatto durante il suo pellegrinaggio nella terra di Gesù e nell’invocazione di pace dell’8 giugno scorso nei Giardini Vaticani – ha assicurato la sua incessante preghiera e quella di tutta la Chiesa per la pace in Terra Santa e ha condiviso con i suoi interlocutori, che considera uomini di pace e che vogliono la pace, il bisogno di continuare a pregare.
Il Pontefice, infine, ha auspicato che “tutte le parti interessate e quanti hanno responsabilità politiche a livello locale e internazionale si impegnino per far cessare ogni ostilità, adoperandosi i in favore di una tregua, della pace e della riconciliazione dei cuori”.

GM1 si ricomincia!

Riparte il corso di formazione missionaria GM1 per giovani dai 18 ai 35 anni.

Per iscrizioni e informazioni:

fra Alfio 3385262736 info@missioniassisi.it

NOTA BENE: La prima tappa del corso è anticipata al weekend dal 14 al 16 Novembre 2014

Volantino2 Volantino2INTERNO

ROMA – “maratona” di preghiera per la pace in Terra Santa

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Saranno numerosi i gruppi giovanili che in Italia e in diverse nazioni, tra cui a Gerusalemme, si uniranno spiritualmente ai giovani di Roma che domani sera, 17 luglio, si ritroveranno nella Basilica di S. Anastasia al Palatino, per 12 ore di preghiera continua chiedendo al Signore il dono della pace in Terra Santa.
La veglia di preghiera inizierà alle ore 18, con la Celebrazione Eucaristica presieduta dal Rettore della Basilica, padre Alberto Pacini, e proseguirà ora dopo ora, fino alle 6 del mattino, con l’Adorazione eucaristica in cui si alterneranno varie realtà ecclesiali.
Domenica scorsa, 13 luglio, Papa Francesco ha rivolto a tutti “un accorato appello a continuare a pregare con insistenza per la pace in Terra Santa, alla luce dei tragici eventi degli ultimi giorni”, così le associazioni giovanili impegnate nell’intercessione per la pace accolgono questa esortazione ed invitano tutte le comunità, i gruppi, i movimenti e le altre realtà ad unirsi in questo momento di silenzio, di adorazione e di intercessione. (SL, Agenzia Fides del 16/7/2014)

1° video-lectio preparatoria al IV Convegno Missionario Nazionale

In preparazione al IV Convegno Missionario Nazionale di Novembre, Fondazione Missio ha preparato una serie di video-lectio per introdurre i partecipanti (e non solo) alle tre tematiche oggetto di riflessione: USCIRE, INCONTRARE, DONARSI.

Di seguito vi proponiamo quindi la prima video-lectio che introduce alla tematica dell’uscire, ovvero la chiamata ad andare verso le periferie geografiche ed esistenziali del nostro tempo, declinata attraverso tre figure bibliche: Mosè, Gesù e Paolo.

Le ultime notizie da Sud Sudan e Congo RD

Entrambe le notizie sono state riportate dall’Agenzia Fides

SUD SUDAN, Yuba – Muoiono una media di tre bambini al giorno, e uno su sette prima di compiere 5 anni, a causa della grave crisi umanitaria del Paese più giovane del pianeta.
A tre anni di distanza dall’indipendenza del Sud Sudan, la popolazione vive in condizioni disperate. Dallo scoppio del conflitto a dicembre 2013, 1,5 milioni di sud sudanesi hanno abbandonato le loro case.
In assenza di un immediato incremento degli aiuti umanitari, potrebbero morire 50 mila bambini a causa della malnutrizione. Attualmente sono oltre 7 milioni (due terzi della popolazione del Paese) le persone che vivono in uno stato di totale insicurezza alimentare.
Sono i dati resi noti dalla ong spagnola Acción Contra el Hambre (ACH), che da mesi è presente sul territorio per aiutare la popolazione sud sudanese.
L’Unicef ha inoltre dichiarato che le morti tra i minori di 5 anni sono aumentate da 18 a 24 alla settimana nell’accampamento dell’ONU a Bentiu, i cui servizi sanitari sono andati deteriorandosi a causa delle continue ondate di sfollati.
Per quanto riguarda l’istruzione, 9 bambini su 10 non portano a termine la scuola primaria e l’84% delle donne non sanno leggere né scrivere. Solo il 40% ha accesso ai servizi medici e il 32% non dispone di acqua potabile. Nel mese di maggio nella capitale Yuba, è stata dichiarata una epidemia di colera. L’allarme si è esteso già a 9 Stati su 10 e i casi totali, il 2 luglio, avevano superato i 2.600, con 54 morti. I risultati del sondaggio mostrano inoltre un tasso di denutrizione acuta del 34%.

CONGO RD, Kinshasa – La Caritas della Repubblica Democratica del Congo ha lanciato un appello per aiutare i congolesi espulsi dalla Repubblica del Congo (Congo Brazzaville) che si trovano in condizioni precarie in un campo di accoglienza a Maluku alla periferica orientale di Kinshasa. Si stima che almeno 2.400 persone, delle quali mille sono bambini, vivano nel campo da maggio, quando sono iniziate le operazioni di espulsione dei congolesi irregolari da Brazzaville.
Queste persone sono originarie di altre aree della RDC e non hanno i mezzi per potervi rientrare. “Che ogni persona di buona volontà possa venire in aiuto ai nostri fratelli che vivono in condizioni difficili. Ci sono molti espulsi che necessitano di rientrare nelle loro province. Se ci sono persone che pensano di poter mettere a loro disposizione i mezzi per rientrare a casa, questo le aiuterebbe a lasciare le condizioni precarie nelle quali vivono” ha affermato il coordinatore delle operazioni di emergenza e della protezione sociale di Caritas RDC.

Croce Rossa: “Fermate la strage di civili nella Striscia di Gaza”

“In soli tre giorni il bilancio è molto pesante con 76 morti e 540 feriti. I più colpiti dai raid sono purtroppo i civili, in particolare donne e bambini. Urge fermare questa strage che ha fatto ripiombare i palestinesi in un ciclo di violenza di intensità pari a quella del 2012”: è l’appello lanciato alla MISNA ieri da Christian Cardon, responsabile del Comitato internazionale della Croce Rossa (Cicr) nella Striscia di Gaza.

“Da tre giorni le bombe piovono su questa stretta striscia di terra, tra le più densamente popolate al mondo, di giorno come di notte. Le incerte condizioni di sicurezza rendono l’intervento degli operatori sanitari locali ed internazionali difficile per non dire impossibile […] Stiamo lavorando in stretta collaborazione con la Mezzaluna Rossa e le strutture sanitarie locali, rifornendole di kit di emergenza e medicinali affinché possano curare i feriti, il cui numero aumenta di ora in ora ma siamo anche impegnati nel coordinare lo spostamento di ambulanze e medici sul terreno”.

A rendere la situazione ulteriormente complicata, da un punto di vista umano e umanitario, è “la complessità del territorio, pressoché sigillato”, la cui sopravvivenza dipende dal rifornimento esterno in carburante, cibo e medicinali. “Veniamo da una situazione già problematica, a causa del deteriorarsi delle relazioni con il vicino Egitto. Da mesi le aperture del valico di Rafah sono drasticamente diminuite impedendo il passaggio di beni e persone”. Un passaggio vitale che dal 2013 consente di far affluire, ma “col contagocce”, tutte le risorse necessarie alla sopravvivenza dei palestinesi di Gaza.

“Chiaramente se i raid aerei israeliani dovessero protrarsi a lungo, peggio ancora se dovesse scattare l’operazione di terra, cibo, medicinali e carburante rischiano di scarseggiare molto presto, bloccando il funzionamento delle infrastrutture sanitarie ma anche il rifornimento in acqua e energia elettrica. Seppur abituata a sopravvivere in condizioni estremamente difficili, la popolazione prova terrore colpita da bombardamenti così intensi e con lo spettro di un’operazione terrestre che farà ulteriormente precipitare la situazione. Da una parte come dall’altra sono i civili a fare le spese dell’escalation armata e politica.”

Unica notizia ‘positiva’ degli ultimi giorni è la decisione del Cairo di aprire il terminal di Rafah, al confine con la Striscia di Gaza, per consentire l’evacuazione dei feriti. “Aprire corridoi umanitari e rispettare l’incolumità degli operatori può dare un po’ di respiro. Su questa prospettiva siamo in contatto costante con le autorità egiziane” conclude l’operatore umanitario, chiedendo alle due parti in lotta di “risparmiare i civili”. [VV]

Voglio smettere di adorare me stessa e rendermi strumento di Dio, solo lui mi renderà capace

Mi chiamo Ginevra, ho 20 anni e vengo da un paesino in provincia di Pisa.
Nonostante la mia tenera età fra meno di una settimana partirò per una esperienza missionaria in Bolivia.
Dopo aver passato un paio di anni molto faticosi, con la maturità e il primo anno di università,  mi ero adattata e sopravvivevo: ero insofferente ma non riuscivo a capire cosa mi mancasse. Così l anno scorso ho avuto la grande possibilità della ”svolta”.
In dieci giorni di cammino alla marcia francescana ho sperimentato la bellezza di mettermi al servizio dell’altro. Mi sono fatta carico (sia a livello mentale che fisico) del fratello accanto a me e ciò mi ha dato la possibilità di conoscere tante belle persone e di riscoprirmi. Ho capito che c’era qualcuno che aveva dei grandi progetti per me di felicità e quel qualcuno era Dio.
Così, sulla scia dell entusiasmo post marcia, ho scoperto l’esistenza del corso a Costano e mi sono detta: ”Quale servizio per l’altro migliore dell’essere missionaria?”
Affascinata da questo sogno ho iniziato il corso con un’altra ragazza della provincia Toscana.

Quattro incontri intensi ed estremamente ricchi di contenuti e di parole: ed ogni parola era per me. Non nascondo che ho incontrato delle difficoltà, soprattutto con la mia famiglia, nello spiegare ai miei genitori la motivazione valida e reale di ciò che facevo.

E’ stato durante il secondo week end, quando  si parlava di San Paolo, Fra Iuri disse:
”Paolo compie tre viaggi missionari. Lui nonostante venga osteggiato dai suoi connazionali compie al progetto di Dio.
Coloro che dovevano essere vicino a lui lo osteggiavano , ma nonostante tutto si è affidato ed è partito.”

Quella parola mi cambiò la vita.
Ricercavo talmente tanto l appoggio delle persone a me care che stavo perdendo la volontà dell’unica persona che senza dubbio sapeva qual’era il luogo in cui dovevo stare.

Basta fidarsi.
Così ho mollato tutte le mie prese e ho pregato.

Ho così lasciato totale carta bianca ai frati che avrebbero scelto dove andare, con chi e con quali persone sarei entrata in contatto.
Il 4 aprile ho ricevuto il mandato: andrò in un orfanotrodfio a Santa Cruz. Sono felice di come il Signore mi abbia preparato a questa esperienza. Ovviamente sono molto impaurita sia per le tante ore di volo sia per cosa farò e se ne sarò capace. In più non conosco la lingua!

Decido comunque di crederci ed essere fiduciosa perché sono sicura che negli occhi e nei sorrisi di quei bambini incontrerò il Volto di Dio.

Voglio smettere di adorare me stessa e rendermi strumento di Dio, solo lui mi renderà capace.
Sono stata chiamata, e io non potuto dire che sì.

Ginevra

Stare seduti con loro attendendo che Dio avvenga

Eccoci, reduci da uno dei più bei giorni della nostra vita, quello in cui abbiamo pronunciato il nostro Si davanti al Signore, diventando marito e moglie. Ora ci ritroviamo a vivere un altro Si, un si al trasformarsi in strumento di Dio per portare in giro il suo messaggio d’Amore.

Quando abbiamo iniziato quest’avventura, in un freddo weekend di dicembre, avevamo un cuore diverso. L’esigenza di donarci, di non chiuderci in un matrimonio sterile e fine a se stesso era forte. Ma i perché e i come erano del tutto confusi. Il nostro sogno di vivere l’esperienza del dono come viaggio di nozze era nata durante il percorso di preparazione al matrimonio e Fra Fabrizio ci aveva indirizzato al corso a Costano.

Così ci siamo tuffati in questa avventura di ascolto, condivisione, preghiera e riflessione.
Pian piano il nostro cuore ha trovato parte di quelle risposte e grazie ai momenti di condivisione abbiamo iniziato a sentirci figli amati, figli che per quanto amore ricevono devono per forza donarne una parte al prossimo.

1239502_566060326774792_108090709_nLasciamo quindi il caos di Francoforte, i mille negozi e la corsa contro il tempo verso l’Africa, verso Brazzaville, pronti a immergerci in qualcosa di totalmente diverso, in odori, colori, suoni e culture diversi.  Siamo pronti ad aprire il nostro cuore a tutto quello che verrà, pronti ad amare anche non capendo, pronti a riversare parte dell’immenso Amore di Dio sul prossimo.

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Non ci aspettiamo nulla di concreto, non ci aspettiamo di cambiare nulla. L’idea di salvare il mondo, con la quale eravamo presuntuosamente partiti si è ridimensionata. Ora ci aspettiamo solo di poter donare il nostro amore a questi ragazzi, di “stare seduti con loro attendendo che Dio avvenga”. Riceveremo sicuramente più di quanto riusciremo a donare, sicuramente torneremo arricchiti, ricchi di volti di Dio, ricchi di storie del Suo amore, ricchi di esperienze di condivisione.
Ora preghiamo, chiedendo a Dio di permetterci di vivere questa esperienza in pienezza, di aprire il nostro cuore, di lasciarci evangelizzare da questi fratelli e di far svanire dai nostri occhi i pregiudizi che tolgono chiarezza al cuore. Gli rendiamo grazie per tutti i momenti in cui potremo stare insieme con questi giovani ragazzi, momenti di ascolto momenti di gioco e momenti di canto, momenti di preghiera e momenti di silenzio e vicinanza.

Ndako ya Bandeko ci attende.

Federica