America – La grave situazione dei bambini boliviani e messicani

IMG_1515Agenzia Fides del 28 e 29/4/2014 – Continua a crescere silenziosamente il traffico di bambini della regione boliviana di Potosí, la più povera del Paese. Secondo un recente rapporto pubblicato dalla stampa locale, fino al 2012, ai trafficanti di due Paesi limitrofi, ne sono stati venduti 15 mila ad un costo che va dai 3 ai 5 mila dollari. Molte delle vittime vengono vendute a partire da 500 dollari, per essere sfruttate nei campi agricoli del nord dell’Argentina. Secondo la Polizia locale il fenomeno non esiste o non è mai stato denunciato. Nel sud del Paese, tratta e traffico di persone rimangono solo un segreto tramandato a voce. Nel 2011 a Potosí i bambini venivano comprati ad un prezzo che va da tre a sette dollari e si teme che circa 15 mila minori ogni anno abbiano oltrepassato illegalmente il confine verso l’Argentina, senza alcun ostacolo da parte delle autorità. Inoltre, molti dei bambini e dei giovani fino a 15 anni di età vengono venduti non solo per sfruttamento sessuale o lavorativo ma anche per la vendita di organi. Secondo i dati dell’Onu la tratta e il traffico di persone muove circa 40 mila milioni di dollari all’anno in tutto il mondo.

Se da una parte la Bolivia vive questa grande tragedia, in Messico sono le autorità si sono impegnate a rafforzare la lotta per la difesa dei diritti dei minori. Nel Paese si registrano infatti oltre 3 milioni di piccoli lavoratori (su una popolazione di circa 120 milioni di abitanti), il 40% dei quali non frequenta la scuola. Sono anche tanti quelli che subiscono violenze e soffrono di denutrizione. Circa un milione, il 30% del totale, lavora nel settore agricolo come giornalieri. Secondo gli ultimi rapporti ufficiali, del totale dei bambini che vivono nelle zone rurali, soprattutto indigene, quasi il 27% soffre di povertà estrema. Secondo dati delle Nazioni Unite, ogni giorno in Messico muoiono due bambini minori di 14 anni a causa di violenze e maltrattamenti. (AP)

TERRA SANTA – Vandalismo e profanazioni contro luoghi cristiani in Galilea

Nazareth (Agenzia Fides del 29/4/2014) – I Vescovi cattolici di Terra Santa denunciano e condannano con inquietudine tre atti di vandalismo e profanazione che hanno colpito tre siti cristiani in Galilea nella giornata di domenica 27 aprile, proprio mentre tutte le comunità cattoliche locali vivevano il momento suggestivo della canonizzazione di San Giovanni XXIII e San Giovanni Paolo II, a meno di un mese dal pellegrinaggio in Terra Santa di Papa Francesco.
nazarethIl primo atto di profanazione ha colpito il monastero benedettino diTabgha, sul lago di Tiberiade, affidato a Benedettini tedeschi. Verso mezzogiorno, un gruppo di ragazzi abbigliati con le vesti e le acconciature tipiche degli ebrei ortodossi, hanno tirato pietre contro tre croci presenti nel sito. Lo stesso gruppo di ragazzi si è poi diretto verso il convento delle Suore Benedettine, sradicando anche lì una croce e imbrattando di fango un altare all’aperto, tracciando su banchi e sedie il segno della stella di Davide e ferendo con lanci di pietre una donna ospitata nel convento. 

Nella stessa giornata di domenica 27 aprile – informa un comunicato degli Ordinari cattolici di Terra Santa pervenuto all’Agenzia Fides – è stata recapitata al Vicariato patriarcale di Nazareth una lettera intimidatoria firmata da una rabbino della regione, in cui tra l’altro si intima a tutti i cristiani di “lasciare la terra d’Israele” minacciando gravi rappresaglie. Il rabbino che aveva inviato la lettera era stato fermato dalla polizia il giorno precedente nella città di Safed. 
Sempre domenica 27 aprile, anche la chiesa greco-ortodossa di Al-Bassah ha subito un’aggressione mentre nel luogo di culto era in corso la celebrazione di una liturgia battesimale. 
I cristiani di Galilea, e con loro l’Assemblea dei Vescovi Ordinari, “profondamente preoccupati per questi fatti chiedono con forza alle autorità civili e di polizia di reagire con sollecitudine arrestando i colpevoli, al fine di ristabilire il mutuo rispetto religioso”. Una lunga serie di profanazioni e atti intimidatori compiuti da gruppi di coloni ebrei estremisti a danno di monasteri, chiese e cimiteri cristiani è iniziata nel febbraio 2012. Da allora, siglandosi spesso con la formula “il prezzo da pagare”, militanti oltranzisti di gruppi vicini al movimento dei coloni, hanno portato attacchi anche contro moschee frequentate dagli arabi palestinesi di religione islamica. L’ultima moschea imbrattata con scritte anti-islamiche è quella della cittadina di Furdis, a sud di Haifa. (GV) 

Lettera di aprile dal Congo

“E. è diventato pazzo, E. è diventato pazzo”. Qualche giorno in Italia per questioni legate alla nostra entità di frati in Congo e alcuni ragazzi mi fanno arrivare questo messaggio. “E. è diventato pazzo al punto che lo hanno portato al manicomio, ma poi è riuscito a scappare anche da lì. Ha spaccato delle auto, ha rotto la testa ad un tipo con una bottiglia, poi lo hanno preso e pestato… adesso non ha un posto fisso dove stare e vive come un cane”.

centro congoConosco E. da tanto tempo, è un ragazzo di 19 anni ed è stato spesso con noi. Il fatto stesso di dire che è stato spesso con noi, mostra già l’altra faccia della questione: spesso non lo è stato.
Infatti è uno di quei ragazzi che non riescono a stare a lungo nel centro, ma che dopo un po’ sentono la “nostalgia” della strada e di quel libertinaggio che alla loro età li fa sentire nella capacità di poter fare tutto ciò che vogliono. Anche ciò che gli fa male.

Ultimamente lo avevo incontrato, al solito mal messo come un figliol prodigo di ritorno, e mi aveva chiesto di poter imparare il mestiere di meccanico. Ha cominciato così a frequentare l’officina del nostro meccanico di fiducia e all’inizio andava bene. Ha anche imparato discretamente il mestiere. Ma la mediocrità è sempre in agguato. Quella mediocrità che nel momento in cui hai imparato “qualcosa” ti fa credere di sapere già tutto mentre in realtà non sai che una mezza parte (giustamente medium, dunque mediocre, chi fa le cose a metà). E allora ha cominciato a non frequentare più il suo maestro ma a cercare di lavorare in proprio facendo dei piccoli lavori (“cop”, come si dice qui) per guadagnare di più. Poi allontanandosi sempre più dal suo maestro, comincia a frequentare compagnie strane (nel suo caso, ragazzi che fanno commedie e ballo da strada) facendo uso di droghe. E il fatto è compiuto. Mi hanno detto che un giorno i poliziotti lo hanno legato come un salame e portato a casa delle suore. Ma poi si è liberato ed è andato via da lì gridando frasi sconnesse e senza senso.

Tante volte lo avevo incoraggiato a fare attenzione alle “amicizie” di strada (quale genitore non lo fa con i propri figli?), che non siano una scappatoia alle responsabilità di un lavoro che a volte non dà soddisfazioni immediate. E lì non serve a niente il proverbio che cantano anche i ragazzi da queste parti: “se non hai niente da fare, fallo bene”, perché non funziona. Quando non hai niente da fare non puoi farlo bene, perché l’ozio è il padre dei vizi e prima o poi ti conduce fuori strada.

Allora a un ragazzo che mi ha mandato il messaggio dicendomi: “E. è diventato pazzo”, io ho risposto, “è colpa sua, quelle amicizie che lui ha voluto scegliere lo hanno condotto a questa situazione”… e il ragazzo dall’altra parte mi rimanda un messaggio dicendo: “si, ma è sempre tuo figlio”.

Di ritorno in Congo ho cercato di avere sue notizie senza farmi troppo notare. Pensavo a come potesse stare, alle conseguenze di quelle droghe che ne hanno fatto il pazzo del villaggio, a quante umiliazioni e bastonate ha dovuto ricevere dai poliziotti, a come scappando qua e la ha dovuto cercare ripari di fortuna mangiando ciò che poteva, quando poteva, e nascondendosi come un randagio rabbioso cacciato da tutti.

Poi stamattina qualcuno mi dice: E. è fuori, chiede di te. Me lo vedo di fronte, vicino casa. Sporco, vestito di stracci, ferito, ma sano. Mi dice che vuole parlarmi. Ci sediamo e parliamo, mi da le sue ragioni, comincia a dare la colpa di ciò che è accaduto agli altri. Lo ascolto, ma poi, di fronte alle mie obiezioni, alla fine acconsente. Assume la colpa di ciò che gli è successo. Mentre lo ascoltavo ringraziavo il Signore per avergli ridato la luce dell’intelligenza. Poi l’ho fatto lavare, ho cercato nel solito armadio qualcosa che potesse andargli bene, ha mangiato qualcosa e lo abbiamo curato (aveva delle piccole ferite ai piedi e altre ferite che erano già in via di guarigione. Sulla testa, i segni di colpi presi chissà dove).

Lo aspetto domani: insieme agli altri ragazzi del centro e agli educatori stiamo cercando di trovare per lui una soluzione temporanea, ma per ora la cosa più importante è che sia ritornato in sé. Almeno spero: qualcuno dei nostri mi dice che ha degli alti e bassi, ma non è normale… vedremo, io spero. Gli ho parlato ancora, facendolo riflettere sulla grazia che il Signore gli ha accordato: tanti, in seguito a queste droghe, si ritrovano a vivere per sempre (finché vivono) come degli zombie, vestiti di stracci, per le strade della città… e questa città ne è piena. Lui invece ha avuto la grazia di poter ritornare in sé, allora gli ho chiesto di non fare la cretinata di provarci ancora. Questa volta ti stiamo aiutando, ma cerca adesso di seguire quello che ti proponiamo. Ascoltare chi è in strada come te, non sempre è una cosa saggia. Staremo a vedere.

Ecco, credo che oggi il Signore mi abbia dato un messaggio di Pasqua. Una risurrezione, segno di quella risurrezione finale a cui ci chiama tutti. Come le risurrezioni (guarigioni) che Gesù operava come segno della dignità a cui siamo chiamati (“fatti non foste per viver come bruti”, ricordava Dante”) perché non sopportava di vedere l’opera di Dio ridotta all’opera delle nostre mani. Una risurrezione dalla bestialità a cui ci riduce il peccato. Ma che ci chiama a responsabilità finché siamo ancora in questa terra.

Come avvenne per quel cieco al tempio: “Più tardi Gesù lo trovò nel tempio e gli disse: «Ecco che sei guarito. Non peccare più, perché non ti avvenga di peggio” (Gv 5,14).

A mio avviso è lì la Parola del Signore, non tanto nello scritto quanto nel vederla di fronte agli occhi ogni giorno. Quello che avviene al cieco, o a E. è una Parola indirizzata a chi vuole leggerla nel libro della vita. Ma ci vuole umiltà, perché spesso, il male che gli altri fanno, facilmente lo chiamo vizio, peccato, ma quello che faccio io lo chiamo semplicemente abitudine, debolezza, o con una categoria teologica (densa di ambiguità) posso chiamarlo addirittura povertà! È facile giudicare gli altri. È facile giustificare il proprio comportamento. Ma il rischio mediocrità e bestialità conseguente è in agguato.

Il Signore ha cura di noi e ci dà un’altra possibilità. Ma – come dice lo stesso Signore – : “non tentare il Signore tuo Dio” (Mt 4,7). Il male della bestialità, è che quando ci arrivi, non te ne rendi neanche conto.

A tutti Buona Pasqua che sia una risurrezione per la responsabilità di vivere da figli di Dio.

fra Adolfo

Espulsioni, Brazzaville accusata di “barbarie”

Carte-Congo(Agenzia MISNA del 28/04/2014) – Alimenta “forte preoccupazione” e “sdegno” l’ondata di “espulsioni di massa, operate in condizioni disumane” ai danni di centinaia di cittadini congolesi nella confinante Repubblica del Congo. A denunciare l’operazione ‘Mbata ya Mokolo’ (“Lo schiaffo dei maggiori”) avviata da Brazzaville lo scorso 3 aprile è, tra le altre, l’organizzazione di difesa dei diritti umani Voix des sans voix (Vsv) dopo una nuova ondata di espulsioni nel fine-settimana.

“Nonostante i negoziati aperti tra Kinshasa e Brazzaville l’operazione continua, accompagnata da stupri, trattamenti crudeli e disumani che hanno causato vittime e feriti, ma anche estorsioni e offese morali” si legge nell’appello di ‘Vsv’ intitolato “stop alle espulsioni di massa barbare e selvagge”. L’operazione ‘Mbata ya Mokolo’ è stata lanciata ufficialmente per “lottare contro gli stranieri che vivono in condizioni irregolari a Brazzaville e seminano l’insicurezza in alcuni quartieri”.

Tuttavia l’ong con sede a Kinshasa riferisce dell’espulsione di alcuni cittadini congolesi che erano in possesso di regolare titolo di soggiorno. ‘Vsv’ teme che l’attuazione dell’operazione di sicurezza “senza alcun rispetto dei diritti umani e della dignità umana” possa “compromettere le relazioni di buon vicinato, di fratellanza e di consanguineità tra i popoli delle due capitali più vicine al mondo”. L’ong chiede ai due governi di impegnarsi sul piano politico e umanitario per “fare cessare immediatamente le espulsioni” e “assicurare adeguata assistenza alle vittime”.

Più duro è il tono della denuncia dell’associazione nota come ‘Nuova società civile’, il cui presidente Jonas Tshiombela ha criticato “la passività incomprensibile del governo di Kinshasa”, chiedendo alle autorità di “attuare a loro volta l’espulsione di tutti i congolesi irregolari” che vivono in Repubblica democratica del Congo. Temendo rappresaglie, un gruppo di 500 studenti congolesi è stato rimpatriato a Brazzaville lo scorso fine settimana.

In base ad un bilancio ufficiale, nelle ultime tre settimana circa 1300 cittadini congolesi sono stati espulsi da Brazzaville, causando una nuova crisi umanitaria a Kinshasa. Il governo ha allestito un sito di accoglienza nello stadio Cardinal Malula della capitale. All’emittente locale dell’Onu Radio Okapi, il ministero provinciale dell’Interno a Kinshasa ha riferito della difficoltà a identificare le persone espulse, di cui la maggior parte dice di aver perso la propria carta d’identità nelle operazioni di rimpatrio forzato, attuate tramite i battelli della Società congolese di trasporti e porti (Sctp). Brazzaville e Kinshasa, capitali ‘gemelle’ distanti soltanto 4 chilometri, sono separate dal fiume Congo. Secondo il ministero provinciale dell’Interno sarebbero 30.000 i congolesi espulsi che sono transitati nello stadio Cardinal Malula. [VV]

Progetto sostegno frati studenti [PSFES 1]

Obiettivo del progetto è quello di poter assicurare, attraverso delle singole “adozioni a distanza”, un percorso di formazione adeguato a tutti i giovani frati studenti nella Provincia Serafica di San Francesco dell’Africa Orientale. Ciascun giovane, grazie al sostegno ricevuto, potrà completare gli studi e sostenere poi operativamente le fraternità missionarie della Provincia, nell’annuncio del Vangelo e nella realizzazione di opere caritatevoli che continuino a dar prova dell’Amore incondizionato che Dio ha per tutti i suoi figli.

Scarica la scheda progetto

 

Giornata Mondiale contro la Malaria

Agenzia Fides del 25/4/2014 – Si è celebra ieri la Giornata Mondiale contro la Malaria, malattia che ogni anno uccide oltre un milione di persone, di queste ben il 75% si registra tra i bambini africani.
malariaOgni 30 secondi ne muore uno. Anche le madri sono a rischio: nella aree endemiche è la diretta o indiretta responsabile del 30% della mortalità materna, pur essendo una malattia che si può prevenire, diagnosticare e trattare con facilità. Secondo le informazioni pervenute all’Agenzia Fides, nel 2013 l’ong Medici Senza Frontiere (MSF) ha avviato in Niger la chemioprofilassi antimalarica, una efficace strategia di prevenzione grazie alla quale sono stati trattati 206 mila bambini al di sotto dei 5 anni di età in più di 1.045 villaggi dei distretti sanitari di Magaria, Madaoua, Bouza, Madarounfa e Guidam-Roumji, nelle regioni di Zinder, Tahoua e Maradi.
L’organizzazione ha impiegato più di 2 mila promotori sanitari per sensibilizzare le comunità e per incoraggiare i genitori a portare i loro figli nei 179 punti di distribuzione delle dosi mensili delle medicine, in 75 siti creati presso le case dei capi villaggio o in capanne, oltre ad essere distribuiti da 99 squadre che passavano porta a porta.
Il trattamento, raccomandato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nelle zone dell’Africa Subsahariana dove si registra un’alta incidenza della malattia, è parte di una campagna di prevenzione farmacologica della malaria stagionale (SMC) che ha fatto registrare l’83% in meno dei casi nei Paesi interessati. Sebbene la malattia sia endemica in Niger, il Paese deve fronteggiare ogni anno una forte recrudescenza di casi durante la stagione delle piogge, che va da luglio a ottobre e, non a caso, corrisponde al periodo di alta trasmissibilità della malattia. La SMC è oggi parte integrante del Programma Nazionale contro la malaria ed è particolarmente efficace in situazioni di malnutrizione e di anemia diffuse, perché permette di ridurre il numero dei casi complessi nei Paesi dove l’acceso alle cure è limitato, come il Niger. Tuttavia non previene tutti i casi di malaria. 

Le equipe della ong in Niger, e altre organizzazioni in altre aree, stanno preparando una seconda campagna di massa indirizzata a più di 400 mila bambini a cominciare dal luglio prossimo, nelle stesse regioni del 2013. MSF completerà l’intervento con l’individuazione e la presa in carico sistematica della malnutrizione infantile. Infatti ogni anno le popolazioni nigeriane si devono confrontare non soltanto con la malaria, ma anche con crisi alimentari, perché la stagione delle piogge coincide con il periodo successivo alla semina, quando il raccolto non è ancora pronto, le riserve alimentari di prima necessità finiscono e i prezzi delle derrate alimentari sono i più alti sul mercato. (AP)

PAKISTAN – Giovane cristiano ucciso perché non si converte all’islam

Lahore (Agenzia Fides del 24/4/2014) – Pasqua di lutto e dolore per la comunità cristiana di Lahore: Haroon, giovane cristiano di 22 anni, è stato ucciso da un giovane musulmano perché ha rifiutato di convertirsi all’islam. L’episodio, avvenuto il 16 aprile, solo ora è stato riferito.
Haroon, di umili origini, aveva da poco iniziato a lavorare facendo le pulizie nell’abitazione di una famiglia borghese musulmana dove lavorava accanto al musulmano Umer Farooq, guardia della casa.
Questi ha iniziato a deridere quotidianamente la fede cristiana del ragazzo, minacciandolo e invitandolo a convertirsi all’Islam. Affermava che “abbracciare l’Islam è bello” e prospettandogli una vita “nel lusso e il matrimonio con una ricca donna musulmana”. Haroon ha resistito, rifiutando di lasciare la fede cristiana.
Quando Haroon ha detto a suo padre quanto stava succedendo, questi gli ha consigliato di ignorare Farooq. Il 16 aprile Farooq ha cominciato di nuovo a parlare di religione e a fare pressioni e, innervosito, ha chiesto perché il giovane cristiano fosse irremovibile.
Haroon ha spiegato di essere “un vero seguace di Gesù Cristo”. Farooq è diventato aggressivo e ha aperto il fuoco su Haroon, uccidendolo con una pallottola alla testa.
In seguito ha cominciato a gridare che Haroon aveva tentato il suicidio.
La polizia, chiamata dalla famiglia, ha condotto la guardia in custodia ma non ha registrato una denuncia, ritenendo plausibile la versione del suicidio. I cristiani locali hanno allora inscenato una protesta davanti alla stazione di polizia.
In un messaggio inviato a Fides, Nasir Saeed, direttore dell’Ong “CLAAS” (Centre for Legal Aid Assistance & Settlement), con sedi nel Regno Unito e in Pakistan, ha condannato l’omicidio, ricordando: “Abbiamo letto in un recente Rapporto che 1.000 ragazze cristiane e indù sono forzatamente convertite all’Islam ogni anno. Casi in cui i giovani cristiani vengono costretti alla conversione sono frequenti e se rifiutano, vengono uccisi o coinvolto in falsi casi di blasfemia. In questi casi la giustizia deve assicurare le libertà individuali e punire i colpevoli: è l’unico deterrente. Alla base di questi casi vi è l’intolleranza religiosa diffusa e l’odio contro le minoranze”.

Sciaglò e Banù all’Università di Medicina di Tomsk (Russia)

Io, Sciaglò, sono al secondo anno di medicina mentre mia sorella Banù ha iniziato quest’anno il corso per caposala. Dobbiamo studiare molto visto che il livello della formazione che abbiamo ricevuto in Kazakhstan è molto più basso di quello russo.
Vi è infatti una notevole differenza nella formazione delle future generazioni di russi che, a differenza degli studenti provenienti dai paesi limitrofi, godono di molti vantaggi che facilitano loro la vita.
общ1Viviamo in un pensionato studentesco dove le condizioni di vita sono alquanto primitive (in una piccola camera viviamo in quattro con cucina, doccia e bagno in comune per tutto un intero corridoio) ma visto che non ci sono altre opportunità…ci accontentiamo.
Bisogna cercare continuamente compromessi per una quieta vita con gli altri studenti senza prestare molta attenzione alla differenza di cultura, educazione e, qualche volta, è davvero pesante.
La struttura dell’università è buona e anche i laboratori permettono di ricevere una qualificata esperienza. Anche e soprattutto la formazione intellettuale e professionale ci permette di crescere come futuri competenti professionisti.
Va da se che le pretese da parte dei professori sono molto severe e gli studenti sono spesso sotto stress. Continui esami e verifiche non rendono facile la vita degli studenti ma noi siamo comunque contenti di poter ricevere una qualificata formazione nel campo della medicina.

SIRIA – Cristiani crocefissi e chiese distrutte

(AVVENIRE e ASIANEWS del 22/04/2014) – Cristiani siriani crocefissi se rifiutano di abiurare la loro religione e di abbracciare l’islam; jihadisti che giocano a pallone con le teste delle loro vittime fra cui dei bambini: a denunciarlo è una suora siriana in un’intervista a Radio Vaticana in francese, in cui racconta di atrocità commesse dai ribelli jihadisti nelle città e nei villaggi da loro occupati nel conflitto siriano. 
map_syria_grande“Nelle città o nei villaggi occupati dagli uomini armati – si legge nell’intervista di suor Raghida -, i jihadisti e tutti i gruppi musulmani estremisti propongono ai cristiani la ‘shahada’ (la professione di fede musulmana, ndr) oppure la morte. Alcune volte chiedono solo un riscatto e in questi casi si offrono l’abiura, un riscatto o la morte. Ma è impossibile per loro rinnegare la loro fede, dunque subiscono il martirio. E si tratta di un martirio terribilmente disumano, di una violenza indicibile. Se volete degli esempi,a Maalula hanno crocefisso due ragazzi perché non hanno voluto recitare la shahada. Allora (i jihadisti) hanno detto ‘allora voi volete morire come il vostro maestro nel quale voi credete? A voi la scelta: o recitate l’abiura, oppure sarete crocefissi”.
“Uno è stato crocefisso davanti al suo papà, che poi è stato ucciso a sua volta”.
“E successo, per esempio ad Abra, nella zona industriale, alla periferia di Damasco: appena entrati in città, – aggiunge Raghida – hanno cominciato a uccidere gli uomini, le donne e i bambini. E dopo il massacro, prendevano le teste e ci giocavano a calcio. Per quanto riguarda le donne incinte, prendevano i loro feti e li impiccavano agli alberi con i cordoni ombelicali. Per fortuna la speranza e la vita sono più forti della morte: dopo che l’esercito ha ripreso la città, abbiamo celebrato messe di requiem e la preghiera si è fatta ancora più intensa”.

AsiaNews ha invece riportato le parole del Patriarca di Antiochia dei greco-melchiti cattolici, Gregorio III Laham, che ha visitato le numerose chiese distrutte a Maaloula.
“E’ il mistero dell’iniquità che si vede all’opera. E’ la devastazione del Tempio, il mistero dell’iniquità. Ci si è presentato uno spettacolo apocalittico. Altre chiese sono state distrutte in Siria, ma io non ho mai visto cose così. Ho pianto e ho cercato inutilmente un momento di solitudine per pregare. Sono affranto”, ha detto il prelato.
“Le quattro chiese storiche di Maaloula sono state colpite. La nostra chiesa parrocchiale, dedicata a san Giorgio, è crivellata di colpi. La cupola del convento è lesionata in due punti. Le mura sono sventrate dalle cannonate. Alcune parti del convento rischiano di crollare e debbono essere ricostruite. Le icone sono sparse a terra, sporcate o rubate. Attualmente è del tutto inabitabile”. “Nel convento dei santi Sarkis e Bakhos, lo storico altare pagano, convertito in altare cristiano, il solo di tale tipo, è rotto in due”.
Lo stesso spettacolo di devastazione si offre agli sguardi nelle chiese di sant’Elia e santa Tecla, del patriarcato greco-ortodosso. A giudizio di Gregorio III, la devastazione di Maaloula è “un crimine organizzato” e “un vero crimine di guerra”.
Sul piano della sicurezza, la popolazione di Maaloula può sognare di tornare, sostiene il Patriarca, malgrado l’incertezza sulla situazione delle infrastrutture (elettricità, acqua, telefoni). Egli aggiunge che alcuni giovani stanno tornando, per ispezionare le case e studiare la possibilità di rientro.
Ma Gregorio III attira l’attenzione sulla difficoltà che si avrà a “riparare il legame sociale” tra i cristiani di Maaloula e la popolazione musulmana. Alcune famiglie del villaggio si sono schierate con i ribelli islamisti e la ricostruzione della fiducia pone effettivamente dei problemi. Molti giovani non vogliono una riconciliazione superficiale, degli “abbracci ipocriti”. La Chiesa ha il dovere di impedire che tutta la popolazione musulmana dia assimilata a ciò che alcuni hanno fatto.
Gregorio III denuncia “l’indifferenza criminale con la quale il mondo occidentale, col falso pretesto della difesa della democrazia, continua ad assistere a questo spettacolo di distruzione. Bisogna assolutamente impedire che il virus dell’odio si diffonda”, conclude, dopo aver ricordato che ancora non si hanno notizie dei sei abitanti di Maaloula rapiti, come dei vescovi greco-ortodosso e siriaco-ortodosso di Aleppo, scomparsi da più di un anno.

1 cristiano ucciso ogni 5 minuti: Cristiani perseguitati nel mondo.

Carissimi amici,
Domenica 27 aprile si terrà il terzo incontro di formazione proposto dalla commissione GPIC della famiglia francescana dell’Umbria.
Affronteremo il dramma dei cristiani perseguitati nel mondo spesso da noi sconosciuto o ignorato: “ogni anno i cristiani uccisi nel mondo per la loro fede sono 105.000, uno ogni cinque minuti” (Massimo Introvigne).
L’incontro si terrà al Convento Porziuncola, Santa Maria degli Angeli -sala Refettorietto- alle ore 16:00. 

Il relatore sarà il dott. Massimo Ilardo, Presidente di ACS (Aiuto alla Chiesa che Soffre).
Aiuto alla Chiesa che Soffre è una Fondazione di diritto pontificio nata nel 1947 con sede in Vaticano e dipendente dalla Santa Sede attraverso la Congregazione per il Clero.
Oggi Aiuto alla Chiesa che Soffre, da poco elevata a Fondazione pontificia da Benedetto XVI, opera in 153 Paesi in tutto il mondo realizzando oltre 5.000 progetti ogni anno.
Ha una sede ufficiale nello Stato Vaticano, un ufficio internazionale a Königstein in Germania e 17 segretariati nazionali in: Austria, Australia, Belgio, Brasile, Canada, Cile, Francia, Germania, Gran Bretagna, Irlanda, Italia, Olanda, Polonia, Portogallo, Spagna, Stati Uniti e Svizzera.

per maggiori info: www.acs-italia.org

 

Qui tutto il percorso che stiamo facendo.