Progetto MATERIALE PER CATECHESI [CODICE PE1]

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ORELLANA – PERÙ

Il Perù è uno stato che si trova nell’America meridionale. Esso confina a nord con Equador e Colombia, a est con il Brasile, a sud-est con la Bolivia, a sud con il Cile, e ad ovest con l’Oceano Pacifico.  La Cordigliera delle Ande corre parallela all’Oceano Pacifico e separa le tre regioni tradizionalmente utilizzate per descrivere geograficamente il paese. La Costa è una stretta pianura, in gran parte arida, ad eccezione delle valli create dai fiumi stagionali. La Sierra è la regione delle Ande, costituita da altipiani con vette che superano spesso i 6000 metri di altezza mentre la Selva è formata da un vastissimo bassopiano che è attraversato da grandi fiumi che danno origine al Rio delle Amazzoni; questa regione, dal clima caldo e umido, è ricoperta da un manto di foreste impenetrabili, ed è la zona meno abitata del Perù. Il Perù non ha un clima tropicale in tutte le sue regioni in quanto le alte montagne andine determinano una grande diversità climatica tra le diverse regioni. La costa ha un clima arido, con temperature influenzate dalle correnti oceaniche; nella sierra oltre i 1000 m, il clima è temperato mentre al di sopra dei 3000 m le temperature si abbassano ulteriormente avvicinandosi ai 0°C. Nell’Amazzonia invece il clima è generalmente più caldo e piovoso.

Il Perù ottiene l’indipendenza dalla Spagna il 28 luglio del 1821 dopo secoli di dominazione, ma diventa politicamente indipendente solo nel 1824 quando le truppe spagnole vengono definitivamente sconfitte. Quando gli spagnoli fanno il loro ingresso in Perù, nel 1532, la zona è dominata dall’Impero Inca nella sua fase di massimo splendore. Gli spagnoli s’inseriscono in una lotta fratricida per la successione al trono e, una volta eliminati i due pretendenti, incoronano un re da loro scelto per dominare l’impero. La colonizzazione muta profondamente i modelli di proprietà ed usufrutto della terra, mentre il pagamento dei tributi alla Spagna e i lavori forzati scardinano le basi della vecchia società incaica. Anche le vecchie divinità pagane sono sostituite, per lo meno ufficialmente, dalla religione cattolica. In ogni caso, alcune regioni e città che avevano fatto parte dell’antico impero incaico riescono a sopravvivere per secoli fuori dal raggio d’influenza della Corona spagnola. Dopo l’indipendenza nel XIX secolo, il Perù è coinvolto in una serie di lotte di potere e di guerre con paesi come la Bolivia, Colombia e la Spagna stessa.

Il Perù è un paese multietnico, formato dalla combinazione di diverse etnie nell’arco degli ultimi cinque secoli. Circa la metà dei peruviani è di origine quechua o aymará, le principali etnie indigene che vivono sulla sierra. Sulla costa predominano i meticci (discendenti di indigeni e spagnoli), con piccoli nuclei di discendenti di schiavi africani. Nella regione amazzonica orientale sopravvivono alcune etnie indigene. Esistono minoranze d’immigrati cinesi e giapponesi. La religione ufficiale e maggioritaria è quella cattolica con espressioni sincretistiche legate alle credenze indigene. Le lingue ufficiali sono lo spagnolo, il quechua e l’aymará.

Il contesto

La Parrocchia di Orellana, situata nella provincia di Ucayali (Dipartimento di Loreto) e appartenente al Vicariato di Requena, è creata nel 1969 e fin dall’inizio sono i frati francescani a occuparsene (per 50 anni padre José Ramón Palací Garrido). La parrocchia, oltre al centro abitato di Orellana, conta quasi 40 villaggi situati sulle rive del fiume Ucayali. Da 50 anni anche le Francescane Missionarie della Natività partecipano alla pastorale della parrocchia oltre a dirigere una scuola professionale che appartiene al Vicariato. Le attività di evangelizzazione e la pastorale sono molto impegnative, ma i mezzi a disposizione scarsi a causa dell’estrema povertà del territorio.

Attività e risultati attesi

Il progetto s’inserisce nell’ambito delle attività pastorali della Parrocchia di Orellana e riguarda l’evangelizzazione dei parrocchiani tramite dei corsi di catechismo per bambini, giovani e adulti. I corsi iniziano generalmente a marzo per poi concludersi a dicembre e sono tenuti dalle suore Francescane Missionarie della Natività di Orellana, in collaborazione con il parroco e con il coordinatore del progetto, il vescovo Juan Oliver Climent.

Obiettivi

Obiettivo del progetto è formare i parrocchiani per dare loro una maggiore consapevolezza della propria fede.

Beneficiari

I beneficiari del progetto sono gli abitanti dei vari villaggi (Hermanos, Huamantuyo, Carrión,…) e di alcune cappelle di Orellana (Paca e San Isidro). Il numero è molto difficile da precisare: i centri abitati sono piccoli (si stima che gli abitanti dei villaggi citati siano circa 800)  e un po’ di più quelli che vivono attorno alle cappelle di Orellana.

Sostenibilità

Questo progetto coinvolge non solo i destinatari delle catechesi, ma anche tutte quelle persone che collaborano aiutando i volontari della pastorale con il proprio lavoro (trasferimento materiale, apporto di legno per la fabbricazione dei mobili, ecc…).

Costi

I costi necessari al progetto sono così ripartiti:

  • acquisto dei libri (principalmente Bibbie): 2,000 Nuevos Soles
  • acquisto di catechismi e schede: 2.500 Nuevos Soles
  • costruzione di lavagne, tavoli e sedie: 6.000 Nuevos Soles

Il totale è di 10.500 Nuevos Soles circa 2730 euro (a ragione dei 3.85 Soles ogni Euro).

Responsabile del progetto è

Juan Oliver Climent

(Vescovo del vicariato apostolico di Requena).

Scarica scheda progetto

Missione è…

Un video realizzato da Stefano e Silvia per condividere cosa significa ora per loro la missione! Grazie!!!

Ero malato e mi avete visitato…

Durante le vacanze di capodanno, i bambini del catechismo hanno visitato con p. Luca e alcune mamme, le 15 nonnine che non possono più venire in chiesa a causa della salute. Hanno preparato alcune poesie e canzoni natalizie e, vestiti da angioletti e pecorelle, le hanno rallegrate (fino alle lacrime di commozione!) con la loro allegra e festosa presenza. Lo scopo è stato duplice: far sentire alle nonne l’affetto e la cura che noi abbiamo per loro (secondo le possibilità, una volta al mese, p. Luca le visita con qualche parrocchiana per portare loro la comunione e raccontare loro quello che  succede in parrocchia) e per far capire ai bambini quanto dobbiamo essere loro riconoscenti perché se oggi abbiamo una bella chiesa in cui possiamo incontrarci e pregare è solo grazie alla fedeltà di queste nonnine che, in tempi di repressione, hanno conservato e comunque divulgato, la fede anche a rischio della loro stessa vita.

Secondo l’usanza russa degli auguri, al termine della breve rappresentazione, ciascun bambino ha augurato qualcosa di bello alla nonnina che, a sua volta, ha ricambiato augurando ai bambini tutto ciò che di bello le veniva dal cuore.

Sono stati momenti veramente di Paradiso che hanno lasciato una traccia profonda nel cuore di ciascuno di noi, sia grandi che piccini.

La libertà di un SI! [prima parte]

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[Prima parte]

Alcuni giorni mi succede di fermarmi a pensare, a ricordare quanto sia stata forte per me questa lunga ma allo stesso tempo brevissima esperienza!

A distanza di ormai quasi 5 mesi, continuo a pensare costantemente al Congo…

Ogni giorno, quando sconnetto il cervello dallo studio sempre più pressante, il mio primo pensiero vola alla missione, al Cogno, al mondo che è lì che chiama ad un telefono a cui vorrei rispondere…ma per ora è meglio che continui a squillare…

PERCHE’ PARTIRE??? mah…. qualcuno pensava che vista la mia tendenza a voler vedere cosa ci sia fuori da qui, ormai volevo scoprire il mondo; qualcuno era convinto che fosse l’ennesima stravaganza…  i più avevano smesso di chiedersi quali fossero le motivazioni che mi spingessero a fare scelte così “strane” : passare un test d’ingresso all’università di architettura (e non entrare perché consapevole che dentro il cuore c’è qualcosa che va oltre la laurea) e iniziare a fare piccoli lavoretti per guadagnare qualche soldo…

PER FARE COSA?

…ciò che il Signore vorrà…..

Ecco perché in casa quasi tutti non condividevano più le mie scelte, in fraternità nessuno sapeva più cosa avrei voluto fare nella vita…e i miei ex compagni di classe, ormai tutti all’università, sgranavano gli occhi quando dicevo che avevo lasciato il percorso di studi… nessuno immaginava che io, che da anni dicevo che avrei fatto a tutti i costi l’architetto, una volta rientrata all’università, avrei rinunciato a quel tanto agognato posto per capire se davvero quella fosse la mia strada…..

Tutto colpa, o meglio merito di una conversione, che ai tempi era recentissima…. e che mi aveva portato ad ascoltare per la prima volta il mio cuore e non solo quello che nella vita mi era più semplice e spontaneo da fare… Per la prima volta scoprivo che i miei desideri non erano così grandi come pensavo, per la prima volta sentivo che potevo sognare di più, potevo fare di più…. potevo DONARE LA MIA VITA…altro che disegnare e costruire case… (lavoro che ancora oggi ritengo spettacolare e necessario!)  potevo mettere in piedi l’opera architettonica più bella… bastava spendere la propria vita!

Ma che cercavo di più?

E così ho iniziato a demolire tutte le certezze e le proiezioni che mi portavo dal passato! TUTTO significa tutto…non avevo più niente di sicuro…ero nelle mani di Dio e basta!

Era da un po’ che un mio amico fraticello mi aveva proposto un’esperienza di un mese in giro per il mondo (destinazione da non scegliere) come missionaria, ma per partire era necessario un corso che mi preparasse e verificasse quali fossero le vere motivazioni che mi spingevano a partire….contemporaneamente intorno a me stavano emergendo pressoché ovunque esperienze missionarie: frati che erano stati in missione e tornando mi avevano raccontato delle loro esperienze…. in una di queste comparve anche la figura di un frate fisioterapista che lavorava in Burundi con bambini disabili…iniziai a considerare nuovamente la possibilità di fisioterapia, abbandonata appena dopo aver visto che sarebbe stato impossibile entrare al test d’ingresso….piano piano i puntini iniziarono ad unirsi, ma non fu semplice pensare di abbandonare le mille certezze che mi ero fatta sul mio futuro da architetto per ritentare una strada così tanto trafficata ma in cui pochi arrivavano alla meta come fisioterapia…

DSC_5651Ricordo che in avvento fui colpita da una parola fortissima sulla reazione di Maria all’annuncio dell’angelo… Lei disse sì, non si chiese dove sarebbe finita con quel sì, si è fidata di Dio… per Lui nulla è impossibile…e io cosa stavo aspettando???? basta pensare…. è necessario agire!

Iniziai i corsi e mi affidai completamente….feci la spugna, ascoltai! e intanto la mia vita stava cambiando completamente…totalmente…

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la prima tappa fu il mio punto debole, una volta conclusa quella, però, le altre mi avevano fortificata e convinta sempre più che partire era la cosa giusta!

PARTIRE PERCHE’? perché dentro il cuore io sentivo questo: spendere la mia vita per gli altri…. e gli altri che sentivo di dover aiutare non parlavano nemmeno la mia lingua, quegli altri erano diversi in cultura, lingua, religione…. in tutto… per il luogo, le abitudini, lo stesso clima…TUTTO!

non volevo né la vacanza, né il viaggio stravagante…. VOLEVO LA RISPOSTA  alla domanda più grande che affiorava dal mio cuore…. perché sentivo questa fortissima attrazione, questa fortissima chiamata da un posto fuori dal mio immaginario???

non so…. DICO SI….ci penserà il Signore…..

vedi [Seconda parte]

Nonna Olia

Un giorno come tutti, entro in chiesa per la recita del Rosario, la celebrazione della s. Messa e il vespro e mi trovo una robusta nonnina seduta su una panca con diverse buste di plastica piene. Mi avvicino, la saluto e le chiedo come sta. Alla domanda se ha bisogno di qualcosa mi risponde con un sorriso:”No! Grazie”. E alla domanda se vuole fermarsi alla preghiera:”Si! Grazie”. Finita la preghiera mi avvicino e mi chiede sempre sorridente:”Dov’è il mio posto per dormire?”. Capisco che qualcosa non è chiaro. Con Nadia cerchiamo di capire da dove viene e, a fatica, dalle sue parole confuse, capiamo che viene dall’istituto psichiatrico di un paese ad un centinaio di km da Taldykorgan. Vista l’ora decidiamo di accoglierla nella piccola foresteria del convento. Nadia la aiuta a lavarsi mentre io le preparo qualcosa da mangiare. Il giorno successivo veniamo a sapere che lo stesso primario l’ha scaricata con le sue buste di plastica direttamente in chiesa così partiamo alla volta dell’istituto per incontrarci con il suddetto primario che ci accoglie e ci spiega la situazione: due anni fa la sorella e il figlio hanno deciso di andare a vivere in Russia. Venduta la casa, non volendo portare con se nonna Olia a causa dei suoi problemi psichiatrici, la lasciano alla stazione dove viene raccolta dalla polizia. Ha vissuto per due anni in una comunità protestante di accoglienza che però, a causa della nuove leggi del Kazakhstan sulle comunità religiose, ha dovuto chiudere. E’ stata accolta dal primario in reparto ma ora l’amministrazione ha posto un ultimatum. Sapendo dei nostri progetti ha pensato di lasciarla da noi e, non avendo visto nessuno in chiesa, l’ha semplicemente scaricata, sicuro che qualcuno si sarebbe preso cura di lei. Il problema fondamentale è che nonna Olia nonna Olia - Copia non ha alcun tipo di documento e quindi per lo stato non esiste. Spieghiamo al primario che noi non abbiamo una struttura di accoglienza e giungiamo con lui ad un accordo: lui riprende nonna Olia in reparto e Nadia farà tutto il possibile per ottenere i documenti. Anche se ci siamo ormai abituati alla Divina Provvidenza, ogni volta rimaniamo a bocca aperta: in pochi giorni riusciamo a trovare ed ottenere i documenti di Nonna Olia presso gli uffici anagrafici che ormai ci conoscono molto bene e con i quali è iniziata una felice collaborazione. E non basta: la pensione di nonna Olia è tutta intatta e intera pronta per essere ritirata.

Ora continuiamo a collaborare con la struttura psichiatrica anche solo andando a trovare i residenti. All’inizio dell’inverno ci avevano espresso la necessità di vestiti per la stagione fredda. Visto che all’Arca (struttura di accoglienza per bambini gestita da p. Guido Trezzani) sono stati donati anche molti vestiti per adulti (che ovviamente non servono) abbiamo chiesto la possibilità di usarli per i pazienti della struttura psichiatrica. E così è stato.

fra Luca

Solo per amore. Con tutto l’amore! [seconda parte]

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Betlemme, 16 agosto – 1 settembre 2013 [seconda parte]

Samar. Avrà almeno 30 anni, ma è costretta su una carrozzella. Non riesce a tenere fermo il collo, a muoversi, a parlare. Chissà quanto capisce… Soffre di bruxismo, e quando si agita digrigna i denti forte forte, piange e nel piangere emette dei suoni stridenti. Mi faceva pena, non sapevo come comportarmi con lei, mi sentivo totalmente impotente e anche un po’ spaventata. Poi un giorno mi hanno chiesto di cambiarla. Non era “facile” e perché no, anche divertente, come cambiare i piccoli. Per di più, mentre cercavo di cambiarle i pannolini, urlava, e io non sapevo se le facevo male, se ero io con i miei movimenti a infastidirla… L’ho cambiata e poi sono subito uscita dalla sua stanza perché mi sentivo a disagio. Una cosa era cambiare un bambino, un’altra cambiare un adulto. E’ una sensazione strana, ancora faccio fatica ad afferrarla, ma mi vergogno di non aver avuto la forza di starle più accanto.

Anche con Yahia ho familiarizzato praticamente gli ultimi due giorni, in piscina. Yahia è un bimbo molto autistico: apparentemente è tranquillo, solitario. Gioca da solo, ma tutte le sue azioni sono molto ripetitive: sale e scende dalle scalette di gomma, si siede e si dondola avanti e indietro.. spesso ha lo sguardo fisso nel nulla. Stefano dice che è un po’ come un gatto, e ha ragione: viene, prende le coccole, come e quanto vuole,e poi si allontana. Poi d’improvviso inizia a urlare, si butta a terra, piange e graffia. Molti altri bambini della Hogar portano in volto i segni delle unghiate di Yahia, hihi! Ha paura dell’acqua, tanto che in piscina rimaneva sempre seduto sugli scalini, giocando da solo con una pallina. Devo confessare che dopo che il primo giorno mi ero presa una delle sue mitiche unghiate, ero un po’ restia ad avvicinarmi a lui per paura che risuccedesse. Però quel pomeriggio, nel vederlo così isolato in piscina, mi sono riavvicinata.  All’inizio non sapevo bene come fare a farlo entrare in acqua, e ogni volta che provavo a fare un tentativo, urlava e scappava. Allora mi sono seduta vicino a lui e abbiamo iniziato a giocare con una pallina. Pian piano deve avere iniziato a fidarsi di me  e sono riuscita a portarlo in acqua, prima tenendolo in braccio, poi mettendolo a dorso e sorreggendogli sempre la schiena e la testa, poi facendolo appoggiare a una palla galleggiante e alla tavoletta. Alla fine sembrava a suo agio, e per me è stata una bella conquista! Mi manca vederlo salterellare qui e lì per la casa! Mi manca sentire che in piscina si aggrappava a me per paura dell’acqua, perché quell’aggrapparsi significava che si stava fidando di me.

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Diversa è stata invece l’esperienza con le anziane: se i bambini erano un’esplosione di vitalità, negli occhi delle nonnine si poteva leggere la stanchezza di una vita. Alle volte parevano assopite, dimenticate dal mondo e da loro stesse. Non parlavano molto tra di loro; in genere quando arrivavamo c’era silenzio totale. Chi dormicchiava, chi stava lì, con lo sguardo fisso nel nulla. Una sensazione di grande desolazione, di abbandono, di dimenticanza, di tristezza. Dai loro racconti, a tutte mancava la propria famiglia, la propria casa. Alcune avevano perso il marito nella guerra, altre erano state abbandonate dai figli, alcune non avevano più nessuno al mondo.

Arrivavamo e c’era il momento dei saluti. Alcune nonnine ti fermavano, ed avevano tanta voglia di chiacchierare; altre, invece, sorridevano, ma sembravano restie a parlare. Forse la difficoltà della lingua, forse la timidezza, forse il peso di un dolore che gli stava schiacciando l’anima. Anche all’Antonianum, abbiamo vissuto un’esperienza fatta di volti, di storie, e non si può raccontare se non parlando di ognuna di loro, tutte bellissime.

Olga ha l’Alzheimer e qualunque cosa le dicessi/chiedessi, rispondeva sempre la stessa cosa: “Look, when I met Pino CHet he asked me: Who are you, who are you? I’m in Bilain! In Bilain?! Oh, you dance like this and this and this” E ancora: “Look, the Jews is not jolie! It’s not jolie to put the stone for the Jews!”. Poi, quando andavamo via, ogni giorno ti diceva “Merci à votre visite”, e ti salutava come se fosse l’ultima volta, anche se noi il giorno dopo tornavamo. Lo diceva con la malinconia negli occhi.

In realtà, ogni giorno, quando salutavamo prima di andarcene, tutte ripetevano questa stessa domanda: “Ma domani tornate?” E se le dicevamo di sì erano felici, se le dicevamo che magari il giorno successivo andavamo a Gerusalemme, si vedeva che gli scendeva una patina di tristezza sugli occhi. Forse perché quando arrivavamo, portavamo una ventata di allegria, un po’ di attenzione, le fasciavamo chiacchierare, magari ballare (non che fossero danze scatenate, ma era bello vederle muovere: era l’unico modo per farle alzare dalle sedie, la passeggiata proprio non volevano farla!). Non facevamo grandi attività alla Società Antoniana, il nostro modo di essere presenti per le nostre nonnine era molto semplice, cercavamo solo di tenerle un po’ di compagnia, sperando che nelle nostre piccolissime attenzioni loro si sentissero un po’ più amate e un po’ meno sole. Credo che in noi vedessero una delicatezza di cui tanto avevano bisogno, ma a cui ormai non erano più abituate.

Lidia. Dormiva tutto il giorno: si addormentava persino mentre stava in piedi, mentre mangiava. Ogni giorno a pranzo mi sedevo accanto a lei e la imboccavo. Non è che non avesse fame, mangiava come un lupo; è come se non avesse la forza di portarsi la forchetta alla bocca, come se dopo uno o due bocconi si stancasse. Lidia però era contenta quando la aiutavo a mangiare: mi chiamava “Habibti” (Amore mio). Le soffiavo il riso quando era troppo caldo, le sminuzzavo la carne quando i pezzi erano troppo grandi. Mi guardava, mi parlava (anche se non capivo quasi nulla di cosa tentava di dirmi) e non si addormentava nemmeno! Avevamo instaurato questo piccolo rituale in cui i nostri occhi sorridevano. Era un tempo tutto nostro, e devo dire che faceva bene a entrambe. Lidia era un’infermiera, conosceva bene l’inglese; poi l’ Alzheimer, che ha cancellato tutto il suo passato, tranne il ricordo di avere il fratello a Ramallah. Questo amore indelebile per le loro famiglia, nonostante la malattia, nonostante magari la famiglia le abbia abbandonate, è una costante di tutte le nonnine. Tutte ti raccontano dei ricordi dei loro figli, dei loro mariti, dei loro genitori. E anche se le hanno rigettate, continuano a proteggerli. Che tenerezza!

Neli, ad esempio. Era figlia di una famiglia molto ricca, il padre lavorava in America. Aveva un problema di rachitismo, che poi all’improvviso è peggiorato diventando molto grave. La madre è morta durante l’Intifada, il padre non è mai riuscito ad ottenere il permesso per portarla con lui negli Usa. Poi si è ammalato pure lui ed è morto. E Neli è rimasta sola al mondo, senza che nessuno si prendesse cura di lei, allettata. Desidererebbe tanto che le venissero curati i denti (Neli è ancora giovane, avrà una quarantina d’anni, ma è sdentata e le gengive si vede che sono malate), ma in Palestina non esiste un servizio sanitario pubblico e lei non ha i soldi per pagarsi le cure mediche. Non dimenticherò mai i suoi occhi. Scuri e profondi come una lago. Lucidi eppure sorridenti nonostante fosse allettata, nonostante fosse sola, nonostante tutto. Mi chiamava “my sister”, e io ho sentito nel cuore che lei era davvero mia sorella. E in quei suoi occhi, ci ho visto Dio. La prima volta che mi sono chinata sul suo letto, avevo paura di fissarla negli occhi, avevo paura di guardare in quel dolore, non lo so, quasi mi sembrava di profanare un luogo sacro. Invece poi in quegli occhi mi ci sono persa. Più li guardavo e meno me ne volevo staccare. In quegli occhi c’era Dio. Ne sono sicura. E mi parlava, mi trasmetteva amore. In quegli occhi sentivo di non aver bisogno di altro, che la felicità per me era stringere la mano di Neli e sorriderle, semplicemente. Null’altro. Ero a casa. E mi sono ripromessa che anche una volta tornata in Italia mi sarei presa cura di lei. E voglio mantenere la promessa.

Poi c’era Helwa. Aveva perso il marito giovanissima, ucciso dall’IDF a Gerico: lui era comandante delle truppe palestinesi. Veniva da una famiglia benestante, e aveva pagato gli studi a tutti i nipoti, non avendo dei figli suoi. Ma il fratello l’ha lasciata alla Società Antoniana, e lei ne ha sofferto da morire: ha invitato me e Stefano a trasferirci a casa sua, e ci ha pregati di tenerla con noi. Le piaceva molto parlare con Stefano, “Stiv” lo chiamava!

Noa invece è cieca da 20 anni. “I see black, I’m afraid” ripeteva ogni giorno. Deve essere una cosa orrenda non vederci più all’improvviso. Nonostante fossero molti anni che stava alla Società Antoniana, non aveva preso confidenza con il luogo, non sapeva muovercisi autonomamente, nemmeno per raggiungere il bagno. Ce la accompagnavo io. Sembrava terrorizzata da ogni cosa: alle 10 cominciava a chiedermi di portarla alla toilette, ma non subito, alle 11.15, prima del pranzo. E quella per lei era un’ansia, anche una cosa così semplice, così scontata, diventava per lei un pensiero al buio. Non aveva molte amiche, e si sentiva sicura solo quando aveva al suo fianco Olga: le teneva la mano quasi tutto il giorno, come si fa con un bambino. Le piaceva stringere anche la mia mano, e a  me piaceva stringere la sua. Mi chiedeva spesso le stesse cose: se ero sposata, se avevo i genitori, se vivevo vicino a loro, se avevo figli. E quando le dicevo di no, mi rispondeva: “I will pray for you”. E io sapevo che l’avrebbe fatto. La ammiravo, perché nonostante stesse così male, pensava e pregava per me, mi voleva bene, semplicemente perché la mattina le stringevo per qualche minuto la mano e ci scambiavamo quattro chiacchiere. E questa è una delle più grandi dimostrazioni di amore disinteressato che io abbia mai ricevuto. Il penultimo giorno mi ha appoggiato le mani sulla testa e mi ha benedetto. Non ho ben capito le parole pronunciate in palestinese, ma quella benedizione l’ho sentita scendere nel mio cuore e credo di essermi commossa. Signore, che meraviglie compi attraverso i più umili, i più deboli! Che lezione di umiltà e di semplicità mi hanno dato! Quanto mi hanno insegnato, quanto amore mi hanno dato! Con il loro amore saggio e vissuto, maturato in una vita, hanno guarito le mie ferite; mi hanno fatto sentire importante per loro, voluta, scelta, ed è sparito in me quel senso di frustrazione, di invidia, di incapacità che mi stava divorando prima della partenza. Mi sono sentita sorella, mi sono sentita una creatura meravigliosa e privilegiata per aver potuto servire quelle anziane!

Mona invece aveva una cinquantina d’anni, ma era affetta da un Alzheimer precoce. Le piaceva studiare le lingue; aveva un quaderno su cui si annotava tutte le parole che sentiva in inglese e italiano! Era avida di conoscenze, ti cercava a ogni angolo perché le insegnassi una nuova parola. Ogni giorno, prima che ce ne andassimo, ci rincorreva: “Just one more word!” Era soprattutto Stefano che si divertiva e si cimentava a insegnarle l’italiano. Ha anche cercato di spiegarle come si coniugano i verbi J!

Purtroppo Mona non andava d’accordo con Nadia e Ranya, due sorelle, anche loro sulla quarantina, la prima con un tumore al cervello (è stata operata ma temono che si possa ripresentare). Spesso litigavano, Ranya accusava Mona di essere matta, e lei non ci vedeva più, magari le dava degli schiaffetti, così doveva intervenire suor Paola a separarle. Eppure, io sono convinta che anche Ranya dietro quella rabbia, quel voler sempre fare stare zitte tutte, ed essere un po’ comandina (la chiamavano “the director of nothing”) nascondeva solo una grande fragilità, un bisogno di attenzione. Penso che vivere all’Antoniano, avere perso i genitori e vedere la sorella in quelle condizioni, essere ancora giovane ma non potersi costruire una famiglia, sia quanto di peggio possa accadere. A volte si può pensare che sia “cattiva”, ma non si considera che vive in cattività, e che forse è meglio che si sfoghi con qualche litigata piuttosto che rimanga muta, seduta su una poltrona senza muoversi e parlare, a guardare tutta la vita che scorre davanti ai suoi occhi fissi nel nulla.

E lo capisco solo ora, ripensando alle altre anziane, che passavano la maggior parte del tempo sulla stessa sedia come morte, senza vita, forse addirittura senza più voglia di vivere. Alcune lo dicevano proprio, come Mary, che sperava che il buon Dio se la riprendesse “perché ormai era stanca”. E la stessa stanchezza di vivere si avvertiva in quasi tutte. Mi chiedo spesso, ripensandoci: ”È questo l’effetto che fa il dolore?

Tra i volti così cari, c’era pure quello di Madlaine. Ha il Parkinson; la mattina, quando arrivavo, iniziavamo a fare insieme l’elenco dei cibi italiani e palestinesi che più le piacevano! Gli ultimi giorni diceva sempre alle altre: “Adesso prendo l’aereo e torno con loro in Italia: bye bye Palestina!” Anche lei mi chiamava “Habibati”, e l’ultimo giorno le è scesa una lacrimuccia. Lei e Mary erano le due anziane più dolci, a cui forse più mi sono affezionata, che più mi ricordavano le mie nonne.

Mary era la più arzilla di tutte, 102 anni, occhioni azzurri, profondi. Dentro gli si leggeva il sapore di un’intera vita vissuta. Lei amava tantissimo la Madonna, a lei si affidava in ogni momento della giornata. La pregava intensamente, e lei la ascoltava. Mi ha raccontato che molte donne che non riuscivano ad avere figli hanno chiesto le sue preghiere, e alla fine è sempre stata esaudita. Aveva un sistema: pregava intensamente il rosario per una settimana; poi la Vergine le rispondeva. Mi ha promesso che avrebbe pregato anche per me e Stefano. Dopo una settimana, una mattina, appena arrivata, mi ha chiamata e mi ha detto: “La Vergine mi ha detto di dirvi di stare tranquilli, vi donerà un figlio”. Io lo so. So che davvero la Madonna le ha parlato. Grazie Mary, con tutto il cuore. Se avremo una bimba, la chiameremo Maria.

C’era così tanta vita in Mary, così tanta esperienza. Aveva il dono di parlare un linguaggio sublime anche con i suoi silenzi. Sarei rimasta per ore anche in silenzio accanto a lei e mi sarei arricchita più che con un anno di lavoro. L’ultimo giorno mi ha fatto piangere come una fontana. “Allora oggi è l’ultimo giorno?” “… Purtroppo sì”. Silenzio pieno di tutto. Qualche lacrima riga il volto di Mary. Si nasconde gli occhi umidi con la mano. Quanto era delicata. Lei era veramente una bellissima margherita! Poi mi ha guardata e mi ha detto: “Pourquoi vous etes venus?” Quella domanda forse è il punto da cui ripartire adesso. Mi ha regalato un rosario, e intendo pregarlo spesso. Promesso.

Poi c’era Linda. Vederla mi straziava il cuore. Cinquant’ anni, Alzheimer. Se la salutavi, se provavi a toccarla, spesso non reagiva. Bianca in viso. Capiva Linda? Non capiva? Difficile a dirsi. Anche se non capiva, sicuramente sentiva quello che le stava accadendo, ne sono sicura. Si vedeva dai suoi occhi, quelli parlavano più di qualunque parola. Chissà cosa pensava. Un tempo era a capo di una sartoria, e qualcosa del suo lavoro deve essere rimasto dentro di lei, perché ogni volta che ti avvicinavi, ti prendeva la gonna, il saio o quello che le capitava e faceva finta di cucirli, di fare l’orlo… Mary diceva spesso “Ho pietà di lei”, credo che sia esattamente la stessa sensazione che provavo io. Nella sua condizione c’era la nudità della croce. Davanti alla situazione di Linda mi sentivo tanto piccola, tanto fragile. Tanto inadeguata. Tanto impotente. A volte le stringevo la mano, ma sapevo che non era lei ad aver bisogno che gliela stringessi, ero io ad averne bisogno. Toccare la sua mano era come toccare Gesù. Avrei avuto voglia di inginocchiarmi e pregare tenendole stretta la mano, ma non l’ho mai fatto, perché stava in corridoio, in mezzo a tutti, sarebbe stato come spettacolarizzare un momento troppo intimo e privato.

Ma questi sono solo alcuni dei volti che  ci sono venuti in contro nei nostri diciassette giorni a Betlemme, accogliendoci come fratelli e facendoci sentir a casa. Fra Pierpaolo, le suore della Hogar e della Società Antoniana, i frati della Custodia, le sorelle dell’Aida Camp (uno dei campi rifugiati più grandi di tutta la Palestina), ma anche le persone di Betlemme… se ripenso a loro penso di poter solo ringraziare: sono stati un dono incredibile.

Dio toglie e poi ridà, dicevo all’inizio. Davvero se ti affidi al suo Amore, compie in te cose meravigliose. Bisogna svuotarsi completamente per poter accogliere il Signore, per permettergli di ricolmarci con la sua grazia. È questa la certezza con cui sono tornata a Roma al termine della nostra esperienza in terra di missione. Ed è una consapevolezza che mi fa sentire serena come non lo ero da tempo, fiduciosa nel futuro e affidata, protetta dall’abbraccio del Signore. Prima di partire pregavo per avere la capacità di rifugiarmi tra le ferite del costato di Cristo, se mi fossi imbattuta in una situazione dolorosa. Oggi posso dire che il Signore mi ha esaudito, ha risposto con potenza.

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È passato ormai un mese da quando siamo tornati, e le emozioni piano piano iniziano a sedimentarsi. Credo che stia iniziando un periodo di discernimento, perché sia io che Stefano sentiamo che non è un’esperienza che finisce qui, che il Signore ci sta parlando, ci sta chiedendo qualcosa. Dobbiamo solo capire cosa. Il viaggio non è finito, continua, anzi, è appena iniziato.

Vorrei condividere ancora alcune riflessioni. Una persona davvero speciale che abbiamo conosciuto a Betlemme un giorno ci ha detto: “Not human rights, but divine rights”. Credo che sia questo il motivo per cui si parte per la missione. Si parla sempre di diritti umani, ma dove sono i diritti di Dio? Quando si parte per la missione, si parte in qualche modo per affermare quei diritti di Dio, che sono così diversi da quelli della legge… il diritto di Dio di essere amato, di vedere la sua Parola diventare viva, essere ascoltata e poi messa in pratica… solo difendendo i diritti di Dio, si possono davvero proteggere e custodire i diritti degli uomini e renderli liberi. E questo è particolarmente vero in Palestina, dove ebrei, musulmani e cristiani continuano a odiarsi e distruggersi. Si parla spesso del conflitto israelo-palestinese; spesso io per prima ho preso posizione, l’ho giudicato, ho pensato di sapere cosa fosse “giusto”. In questo viaggio, ho capito che viverlo è un’altra cosa, che anche per parlarne ci vuole umiltà, perché prima bisogna sempre provare a guardare dalla parte di chi ne viene coinvolto, passando il confine. Ho scoperto che il vero confine non è il muro che divide Israele e Palestina; ho scoperto che il vero confine da attraversare è imparare a fare propria l’esperienza dell’altro, rispettandola. È nella nostra mente, nella mente di chi abita quella terra il vero confine invalicabile, e solo l’Amore di Dio, solo il Perdono può abbatterlo e rendere libera quella terra e quei Figli.

Infine, ringrazio il Signore per avermi permesso di partire con Stefano, perché è stata un’esperienza che ha rafforzato il nostro amore. L’amore cambia, cresce, diventa sempre più forte. In questa missione ci sono stati tanti momenti in cui ho guardato Stefano giocare con i bimbi e mi sono riinnamorata di lui come se fosse la prima volta, scoprendo nuove sfumature del nostro amore. Non è passato un solo momento senza che avessi la chiara percezione di essere una cosa sola con lui in Cristo. La sera, tornando a casa, sapevo di avere una persona accanto che già aveva capito quello che stavo provando, senza bisogno di parole. Con la consapevolezza di non essere mai sola, di avere una spalla, una persona pronta a sostenermi, a incoraggiarmi, a riscegliermi. Il suo Amore è per me il segno tangibile dell’Amore di Dio, perché solo Lui può guardarti mentre giochi con quei piccoli e amarti così, in quello stare lì, struccata, stanca, debole e fragile. Grazie, Stefano, perché mi fatto sentire bella anche mentre piangevo. Ho avuto almeno due o tre nuovi colpi di fulmine per mio marito in missione, gli ho detto un altro milione di volte il mio “Sì”.

Rammarici? Avremmo potuto fare di più, rimanere di più. Ma quegli amici sono non sono i nostri bambini, non sono i nostri anziani, sono i bambini e gli anziani del Signore. Ci ha fatto il dono di servirli per un po’, non dobbiamo renderli un nostro possesso.

Siamo tornati colmi. Reggendo tra le braccia le ossicine di Ibah, stringendo la mano di Linda, ho abbracciato Gesù, non ho dubbi. È una certezza. Nei loro occhi ho incontrato i miei occhi, mi ci sono vista riflessa. E sono stata guarita. Attraversando il dolore, sono stata guarita. In quel passaggio, ho scoperto la gioia della croce.

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Solo per amore. Con tutto l’amore! [prima parte]

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Betlemme, 16 agosto – 1 settembre 2013 [Prima parte]

Lo abbiamo fatto per amore. Solo per amore. Con tutto l’amore.

Ed eccoci qui, io e mio marito Stefano. Betlemme, la casa del pane, la terra di Gesù. Un respiro profondo. Nel nostro cuore un solo desiderio: lasciare gli ormeggi e prendere il largo.

Nei mesi precedenti la partenza eravamo emozionatissimi, abbiamo cercato di prepararci al meglio studiando la lingua, approfondendo la cultura e la questione del conflitto israelo-palestinese. Ci piaceva immaginare come sarebbe stato là e cosa avrebbe significato ritornare. Ma non avevamo immaginato nemmeno lontanamente quale fosse il progetto di Dio su di noi.

Non posso parlare della nostra missione senza rivivere quanto è accaduto nelle due settimane precedenti la partenza, quando ho scoperto di essere incinta e di aver perso il mio bambino prima ancora di realizzare che viveva in me. Il nostro viaggio fisico per la missione è stato posticipato di dieci giorni nel tempo, ma nello spirito è iniziato nel preciso istante in cui ho scoperto di essere incinta.

«Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto».

Ero un chicco di grano maturo, ma dovevo diventare debole attraversando il dolore per portare frutto. Sono stata svuotata, fisicamente e mentalmente. Con gli occhi fissi verso un orizzonte invisibile fuori di me, o forse nel più profondo del mio cuore. Dio dà, poi toglie… ma ancora torna a dare, ricolmandoti con doni così grandi che tu non avresti nemmeno potuto sperare.

A volte ti viene incontro nel volto di una persona, come è successo a me: appena abbiamo visto il sorriso di fra Pierpaolo all’aeroporto di Tel Aviv, ho lasciato andare quel senso di stanchezza, e la forza della fede mi ha fatto rialzare la testa: “Ok, Signore, ci sto. Sia fatta la tua volontà. Fino in fondo”. Nel cuore avevo la certezza che qualcosa stava già cambiando e il vento stava tornando a soffiare.

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Il nostro servizio in Terra Santa ci ha permesso di entrare in contatto con due differenti realtà: gli anziani della Società Antoniana e i bambini disabili della Hogar.

La Hogar è una casa famiglia che ospita all’incirca quindici bambini disabili tra i cinque e i nove anni. Le loro famiglie li hanno abbandonati subito dopo la nascita, perché per la cultura musulmana un figlio handicappato è un disonore. In alcuni casi non si sa chi siano i genitori naturali, in altri, invece, i bambini mantengono qualche legame con la madre, che va a trovarli di tanto in tanto o li porta a casa per qualche giorno in occasione delle vacanze. Alle volte questi bimbi arrivano da La Creche, l’unico orfanotrofio di tutta la Palestina; ma a differenza dei bambini di La Creche, che a sei anni vengono trasferiti nei villaggi SOS Children, i bambini della Hogar rimarranno a vita in casa famiglia, perché non esistono strutture palestinesi che offrano supporto ai disabili. Non solo, purtroppo in Palestina vige una giurisdizione islamica, che vieta le adozioni. L’unica possibilità per offrire a quei piccoli una famiglia sarebbe l’affidamento, ma essendo la Palestina territorio occupato, ciò è possibile solo all’interno dello stesso territorio, e chiaramente, sia per questioni culturali, che economiche, nessuno prende in affidamento bambini disabili.

E questa è la teoria, fatta di burocrazia, leggi, occupanti e occupatori, di mancanza di diritti e di storie che strappano il cuore. Poi c’è la pratica, in cui scorre la vita vissuta da questi bambini e dalle suore che se ne occupano h 24 con il sorriso: le suore del Verbo Incarnato.

Se oggi mi si chiede di raccontare cosa abbia significato per me vivere la terra di missione con questi bambini, la prima cosa che mi viene in mente sono i loro volti. Ognuno di loro unico e speciale. Ecco perché non potrei raccontare la mia esperienza se non ripercorrendo gli attimi vissuti con ognuno di loro.

La prima volta che abbiamo fatto visita alla casa, sulla strada che dalla Basilica della Natività conduceva alla Hogar, in qualche modo avevo paura che stando con loro avrei sentito il dolore di una ferita ancora in agguato nel profondo della mia anima, nonostante cercassi di nasconderla a me stessa. Per di più, io non avevo alcuna esperienza con i bambini, tanto meno con quelli disabili, e mi sentivo un po’ agitata, impacciata.

Appena arrivati ci hanno affidato Yahia, un bimbo autistico: dovevamo andare con altri bambini e i volontari dell’Unitalsi a prendere un gelato. Appena usciti dalla porta, Yahia si è buttato a terra e ha iniziato a urlare, con lo sguardo fisso nel vuoto. Panico. Cosa dovevo fare? Era colpa mia? D’istinto mi sono accovacciata su di lui per farlo tranquillizzare, e lui ha afferrato la pelle del mio viso e mi ha graffiata. Il cuore mi batteva forte. Avevo il viso rosso come un peperone, mi sentivo inadeguata, non sapevo come fare a calmarlo. Mi sono sentita maldestra e mi sono chiesta se non sarei stata un peso per le suore e i bambini piuttosto che un aiuto.

Il giorno seguente, all’idea di tornare alla Hogar, mi sentivo un po’ spaventata. Quando siamo arrivati non c’erano altri volontari, solo io e Stefano. La suora ci saluta e ci chiede di aiutarci a cambiare i bimbi, che si stavano appena svegliando dal sonnellino pomeridiano. Ok. A me tocca Ibah, una cucciolotta di 8 anni che a causa di una paralisi cerebrale avvenuta durante il parto è paralizzata su una sedia a rotelle, senza riuscire a controllare i muscoli del collo. Ibah non parla, forse nemmeno capisce quando gli parli, ma il suo sorriso è il più bello che io abbia mai visto. Ho sudato per cambiarla: era la prima volta che cambiavo un pannolino, non sapevo nemmeno da che parte cominciare, e per di più avevo paura di farle male, con quel corpicino così esile. Alla fine ce l’ho fatta, un sospiro di sollievo e un fremito di gioia nel cuore. Ed ecco che suor Nur mi chiede di darle la merenda: budino al cioccolato. Ogni cucchiaio lo rigettava, come se non riuscisse a deglutire nulla. E mentre le davo la merenda, mi sentivo osservare da quei grandi occhioni innocenti, mi sentivo scrutare fino nel profondo dell’anima. Avevo paura che si accorgesse che avevo paura, che mi sentivo a disagio, che avrei solo voluto che finisse in un attimo, perché vedere quella piccola bimba in quella situazione mi faceva una grande pena. Non riuscivo a guardarla negli occhi perché avevo paura di soffrire, perché avevo paura che avvertisse che provavo pietà di lei. Non riuscivo a sorriderle davvero, mi sforzavo, ma dentro di me  avrei solo voluto piangere e scappare. Di nuovo, non mi sentivo adeguata. Mi sentivo debole, indifesa di fronte a quel dolore. Poi, verso le 5:00, sono arrivati i volontari dell’Unitalsi e siamo usciti con loro a portare i bambini a fare una passeggiata. Io portavo Ibah. Appena usciti dalla porta della Hogar, ha iniziato a emettere dei piccoli suoni acuti di contentezza e il suo volto si è illuminato, sorridente… Era così felice, e io ho pensato che fosse bellissima. È stata la prima volta in cui ho davvero avuto il coraggio di guardarla negli occhi. Era incredibile, quella piccola creatura sofferente mi trasmetteva una forza e una gioia, un’innocenza e una speranza incredibili. Io ero partita per dare un po’ di amore a lei, e invece la prima a darmelo è stata lei!

Sempre quel giorno ho capito che Stefano, mio marito, il mio compagno di missione e di vita, sarà un padre fantastico:  si è messo a giocare con i lego con Yahia, Alah, Baha e Wissam, i magnifici quattro, le nostre pesti preferite. Sembrava così a suo agio. Era così tenero, protettivo, attento. È stata una sensazione bellissima e ho sentito che lo amavo ancora di più.

Col passare dei giorni le paure sono svanite. Ho iniziato a conoscere quei bambini: avevo più consapevolezza di quali fossero i loro problemi, imparavo a conoscere le loro reazioni, le loro abitudini, i loro caratteri. Ma non era solo questo, credo che stesse agendo in me l’istinto materno per cui, inconsapevolmente, mi rendevo conto di sapere perfettamente di cosa avevano bisogno, come una mamma. Iniziavo ad amarli come una mamma.

Sentivo a pelle cosa sentivano, le emozioni che vivevano, nel divertimento, nel gioco, ma anche nella paura di avvicinarsi a noi e di essere poi abbandonati, nella paura di essere accarezzati e rimanere poi feriti dalla possibile assenza di una carezza domani.

Alah, autistico, scalmanato. Sempre in movimento, cercava in ogni modo di rompere le scatole a tutti, un combina guai. Imitava qualunque cosa facessero gli altri, ma solo le marachelle! Era difficile tenerlo fermo, ma anche prenderlo in braccio, dargli una carezza. Si divincolava subito. All’inizio ho pensato che fosse un po’ “selvatico”, che non gli piacessero le effusioni di tenerezza, e evitavo di provare a dargliele. Quanto mi sbagliavo: non è che non le volesse o non ne avesse bisogno, aveva paura di affezionarsi, e forse era un po’ diffidente. Poi l’ultimo giorno siamo andati a fare una passeggiata, io tenevo per mano Alah e Baha, e Stefano Wissam, come una famiglia. Ci siamo fermati nella guardiola della basilica della Natività ad ascoltare la musica, di cui Baha è un grande appassionato. Sulle note dell’Ave Maria, Alah mi si è appoggiato al seno, io ho iniziato ad accarezzarlo in volto e a massaggiargli il pancino, e lui lasciava che io facessi, abbandonato. All’inizio avevo sbagliato approccio: non potevo dargli una carezza come volontaria, come amica, come adulta o qualunque altra cosa, ma solo come mamma, aprendogli il mio cuore, allagandolo di amore, guardando nei suoi occhi profondi con tutta la profondità dei miei, incontrando nel suo vuoto il mio vuoto. Una mamma che non ha visto nascere il suo bimbo; un bimbo che non ha visto mai la sua mamma. Ci siamo incontrati. Ci siamo toccati. E in quel momento io l’ho sentito come il mio bambino, e lui ha sentito me come la sua mamma. Avrei voluto che non finisse mai. Avrei voluto stringerlo a me per sempre, proteggerlo, riempire la sua vita con così tanto amore da farlo scoppiare di gioia.

Poi c’era Baha, il mio cucciolotto preferito. Ha 5 anni ed è down, ma è dolcissimo e coccoloso. È quello con cui da subito si è creata più empatia: appena mi vedeva entrare, se era già sveglio, mi si buttava con le braccia al collo per essere preso in braccio. Se invece era ancora nel letto mi diceva “Ciao” con il suo sorriso a mille denti e gli occhi sorridenti, e io lo prendevo, me lo sbaciucchiavo e lo cambiavo. Lui era felicissimo. È un piccolo cantante: gli piace cantare “La-la-la” sulle note di Jingle Bells, e quando sente la musica, balla! È troppo forte! Quando era ora di andare a fare la passeggiata, era emozionatissimo, mi dava la mano e partivamo. Lo affascinavano gli autobus: ogni volta che ne vedeva uno diceva: “Bas!” e lo indicava col dito, si fermava e non voleva più muoversi! Poi c’era il rituale: prendevamo l’ascensore per evitare di fare le scale e appena arrivava davanti all’acquario di Casa Nova si bloccava: “Maia, fish, bagaghè!” (Acqua, pesce e… bo’, non ho mai capito cosa significasse bagaghè, ma lo diceva spessissimo!). Poi gli compravamo un succo e lui salterellava: “Asir, asir!!” (Succo, succo!). A quel punto ci si sedeva tutti intorno al tavolo e si dava a ognuno un bicchiere di succo, ma bisognava tenerlo ben stretto, se no si sbrodolavano tutti! Era una gara a chi ne beveva di più! A Baha piace stare seduto in braccio, appena poteva ti abbracciava, ti prendeva le mani e te le faceva battere al ritmo di musica. Gli piaceva pure giocare con i penotolini, e mentre imboccava me, se stesso o l’orsacchiotto diceva: “Mmmm”!

Durante una delle nostre passeggiate abbiamo portato i bimbi alla basilica, e quel giorno Baha mi ha commossa. Era una mattina di particolare agitazione: non volevano camminare, urlavano, piangevano, in sostanza, facevano i capricci! Appena entrati in chiesa, Baha si è calmato; come per incanto, mi ha guardato e ha fatto: “Stttt”. Poi si è avvicinato alla statua della Madonna e ha iniziato a cantare l’Alleluia, lo sguardo come rapito. Col mio viso accarezzavo il suo collo, sentivo perfettamente il suo profumo così buono. L’ho affidato nelle mie preghiere a Maria. E ho chiesto di farmi capire cosa mi stava chiedendo il suo Figlio. Perché mi aveva mandata a Betlemme? Perché con quei bambini? Perché dopo quanto era successo?

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Poi siamo scesi nella grotta e Baha si è sdraiato sotto l’altare e ha iniziato a baciare la stella. Non voleva più venire via. Nei suoi occhi ho visto quelli di Gesù. Anche lui un bambino di Betlemme. Anche lui nato in una mangiatoia. Anche lui con una croce. Eppure per me era il bambino più speciale del mondo. Lasciarlo l’ultimo giorno è stata una coltellata dritta al cuore. Non mi sembrava vero, non riuscivo a staccarmi. L’ultima volta che l’ho visto, l’ho messo a letto dopo pranzo. Sembrava che lo sapesse, mi si è attaccato al collo, ascoltava ognuna delle mie carezze, i nostri cuoricini erano un solo battito. Mi ha dato tanti bacini. La sua tenerezza innocente mi disarmava, mi lasciava senza difese, totalmente persa nell’amore. Ci siamo abbracciati io, Alah e Baha, tutti e tre insieme. Che bello, non era mai successo. Loro non parlano, ma in quell’abbraccio ci siamo detti tutto. In quel linguaggio dell’amore, ci siamo detti che ci volevamo bene e che non ci dimenticheremo mai. Io credo di avergli promesso, in cuor mio, che ritornerò. Eppure oggi sento la loro mancanza da morire. Mi chiedo cosa stiano facendo, come stiano, se mi pensino… ho tanta nostalgia!

Poi c’era Wissam, il prediletto di Stefano. La sua credo sia una forma di autismo piuttosto grave e alle volte è un po’ difficile da gestire. Secondo me ha paura di tutto e di tutti, per questo alle volte ha reazioni un po’ violente, ti tira i capelli, ti prende dei pizzicotti forti, ti tira gli occhiali… avrà 7, forse 8 anni, ma a volte i suoi comportamenti sono più simili a quelli di un bambino di 2-3 anni. È molto ripetitivo e spesso si tira i capelli e le orecchie da solo, oppure si dà gli schiaffi. A volte senza ragione, altre si “autopunisce” se combina qualche marachella. Il problema è che poi, Baha e Alah lo imitano e si schiaffeggiano pure loro!

È solitario, non gli piace interagire con gli altri bambini, e il suo gioco preferito è cucinare con i pentolini. Ci avrebbe passato le giornate! Con Stefano aveva trovato una bellissima intesa, credo che in lui rivedesse qualcosa del bambino che era da piccolo. Wissam ha sempre l’occhio triste, nostalgico. Quando mangia sparge il cibo per tutta la stanza, e in passeggiata si butta a terra ogni tre per due. Una sera, prima di andare a nanna, Wissam è andato da Stefano (stavamo seduti sul divano) e ha portato il suo biberon; poi si è sdraiato sulle sue ginocchia e si è fatto dare il latte. Aveva bisogno di attenzione, di protezione, di sentire qualcuno suo …non solo per pochi giorni, per sempre.

E poi Khader. All’inizio era schivo, stava sempre per conto suo. Se provavi ad avvicinarti si allontanava, se gli davi una carezza, la rifiutava. Aveva problemi a camminare, ma grazie ai vari interventi che ha subito, ora cammina abbastanza bene da solo. Un po’ dispettoso, forse: si divertiva a buttare i padellini di Wissam dalla finestra nel giardino del vicino, e più gli dicevamo “La” (No), più lo faceva. Ci guardava e rideva, come a dire: “Te l’ho fatta”. Oppure, se lo rimproveravi, ti sputava. Era il suo modo per chiedere attenzione.

È stato il terzultimo giorno alla Hogar che c’è stato l’avvicinamento con lui. Eravamo in piscina. Khader vedeva quegli spericolati di Alah e Baha tuffarsi, ma aveva paura, forse perché non si fidava ancora completamente delle sue gambe. Stefano allora ha iniziato a incoraggiarlo in modo giocoso: “Dai, Khader, sei un ometto! Tuffati! Facci vedere un bel tuffo!” Rideva divertito, per la prima volta eravamo riusciti a stabilire un feeling con lui. Stefano l’ha preso e l’ha portato al bordo della piscina da cui avrebbe dovuto tuffarsi. Khader allora si è tuffato, ma da seduto. Che risate si è fatto mentre faceva splash nell’acqua! Allora Stefano gli ha detto: “No, Khader, vogliamo vedere un bel tuffo da in piedi, dai!” E si vedeva nei suoi occhi che un po’ aveva paura, però desiderava provare la sensazione di tuffarsi da in piedi e gli piaceva quello stare al centro delle nostre attenzioni. Alla fine, l’ha talmente incoraggiato che si è tuffato in piedi, che bello! Da quel momento, non voleva più smetterla di fare tuffi! E ogni volta chiamava: “Stefano! Stefano! Guarda!”  Avevamo rotto il ghiaccio. Khader non era solo un bimbo un po’ solitario e maleducato, era, come tutti gli altri, un bimbo in cerca d’amore. Aveva bisogno di qualcuno che lo facesse sentire importante, che gli facesse sentire che ci teneva a lui, che era suo complice, che si prendeva cura di lui.  Il giorno dopo siamo tornati in piscina, quanto si divertiva a farsi fare le foto da me mentre nuotava! Mi chiamava: “Silvia, Silvia”, e voleva che gli dicessi che era bravo, come se volesse che io partecipassi di quelle piccole conquiste che stava facendo in acqua. Aveva degli occhi luminosissimi, castani, e dei capelli riccissimi! Da grande sarà un ragazzo bellissimo! L’ultimo giorno siamo andati a prenderlo con la macchina a scuola. Stava seduto sulla gradinata insieme ad altri compagnucci. Quando ci ha visti gli si è illuminato il volto. Secondo me era felice di vedere che eravamo andati a prenderlo, che eravamo lì proprio per lui, solo per lui. Quando sono scesa dalla macchina, gli ho fatto il sorriso più grande che potevo, gli sono andata vicino, gli ho preso lo zaino, e lui è venuto con noi felicissimo! La maestra mi ha vista e mi ha detto: “Khader sta migliorando a vista d’occhio!” Non è mio figlio, eppure mi sono sentita davvero orgogliosa di lui, ho gioito di quelle parole, e ho sentito che volevo tanto bene a Khader! In macchina gli abbiamo chiesto in arabo come era andata la lezione, se aveva mangiato. E lui era felice di queste attenzioni: gli bastava così poco! Il quel momento ho capito che davvero per essere felici basta un po’ di amore, basta non dare per scontate delle piccole cose che alle volte nella quotidianità svaniscono, ma che fanno sentire l’altro importante per te. Scherzavamo facendogli il solletico: “Sei piccolo come Sabrin” (Sabrin è una piccolina di tre anni, anche lei ospite della Hogar), e lui ridendo: “Nooo!” Allora io: “ Sei un ometto, non è così?” “Siiii”. Che bello quell’attimo di normalità, come se fossimo una famiglia. Quell’attimo di normalità in una vita non normale, perché lui una famiglia non ce l’ha. Avrei voluto non lasciarlo e ripetere quella stessa scena ogni giorno, per sempre. Per vedere i suoi occhi sorridenti, e quelli di Stefano innamorati.

Poi c’era Sabrin. Lei era una bimba “normale”. Ha tre anni, ma è stata abbandonata insieme al fratellino più grande, Katcut, perché è nata da un rapporto incestuoso tra due fratelli. Sabrin alla Hogar ha tante mamme, le suore, ma non ha un papà. Ecco perché si è subito affezionata a Stefano: voleva che lo cambiasse solo lui, che solo lui la prendesse in braccio o la mettesse a letto. Solo a lui dava il bacio della buona notte. È assurdo, ma un po’ mi sono ingelosita di quella cucciolotta che voleva Stefano tutto per sé J. Allora, un giorno, mentre Stefano la stava cambiando, abbiamo fatto un esperimento: abbiamo provato ad abbracciare Sabrin, tutti e due insieme. Per tutta risposta, Sabrin si è messa in mezzo a noi, rivolta verso Stefano, come ad escludermi da quell’abbraccio. Allora, scherzando, ma con tono di rimprovero, le ho detto: “Sabrin, non si fa, sei proprio una furbetta”. Poi mi sono pentita di averlo anche solo pensato: lei non ha un papà, e chissà quanto le manca. Chissà quanto le mancano le sue attenzioni. Chissà quanto deve essere brutto per lei non aver più rivisto Stefano al suo risveglio, o forse ci è abituata a vedere volontari che vanno, a cui lei si affeziona, e che poi vanno via così come sono venuti. Una delle suore ci ha chiesto: “Perché non portate Sabrin in Italia con voi?” Noi abbiamo sorriso, pensavamo che scherzasse, anche perché non è possibile adottare bambini palestinesi in Italia. Poi la sera ci siamo chiesti: se avessimo potuto portarla con noi, l’avremmo fatto?  Da tempo io e Stefano pensiamo che oltre ad avere un figlio naturale, ci piacerebbe adottare un pulcino. Avremmo adottato Sabrin se fosse stato possibile, se magari già avessimo un figlio nostro? Penso di sì, sia lei che il fratellino Katcut.

Katcut ha sei dita in una mano, ma apparentemente non ha nessun altro problema. Ci hanno spiegato però che ha anche delle gravi malformazioni cardiache, e che la sua aspettativa di vita, purtroppo, non è molto lunga. Anche Katcut, come Khader, lo abbiamo scoperto tardi, solo due giorni prima di partire, in piscina. Un po’ anche perché nei primi giorni in cui noi stavamo a Betlemme lui era in vacanza. Katcut è un bimbo ben piazzato, pacioccone, avrà otto anni, più o meno. Ha un viso tanto dolce e, nonostante la stazza fisica, è un po’ pauroso e molto timido. Però, se lo coinvolgevi, ti sorrideva: anche dietro a quella timidezza scoprivi un bisogno incolmabile di amore. Non dimenticherò mai quando l’ultimo giorno, prima di andare, lo abbiamo messo a letto. Passando nel corridoio, ho visto che Katcut non dormiva. Allora mi sono avvicinata, lui mi ha guardato e mi ha chiesto: “State andando in Italia?” Ho sentito una lancia trafiggermi il cuore. Non sapevo cosa rispondergli, avrei voluto avere una risposta che non lo facesse soffrire, ma non potevo prenderlo in giro. Gli ho detto: “Sì, purtroppo dobbiamo tornare in Italia. Ma ti porto con me nel cuore. Ti voglio tanto bene e spero di tornare presto con voi”. Ho visto che gli venivano le lacrime agli occhi. Gli ho dato un lungo bacio, l’ho accarezzato. Non sapevo che altro fare o dire. Speravo che si addormentasse per farmi sentire un po’ meno in colpa per il fatto che me ne stavo andando. Invece i suoi occhioni continuavano a guardarmi nell’anima. E ho sentito uno stesso bisogno/desiderio affiorare in me e in lui: in lui quello di avere una mamma, in me quello di essere mamma. E in quel momento mi è venuta in mente una domanda che mi aveva fatto il giorno prima Mary, una delle anziane della Società Antoniana, anche lei con le lacrime agli occhi: “Perché siete venuti?” Lei voleva dire: “Perché siete venuti, ci avete portato gioia, se ora dovete andare e tutto tornerà come prima?” Perché siamo venuti? Lo chiedo al Signore tutti i giorni da quando siamo tornati, affinché mi sveli quali sono i suoi progetti per me e Stefano.

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Un dito dopo l’altro

un dito dopo Ksiuscia 2 - Copia

La piccola K. È nata con una malformazione genetica del ramo femminile della famiglia: le dita delle mani e dei piedi unite (così è la mamma, le zie e la nonna materna!!!). Inizialmente siamo stati contatti per un aiuto al fratello più grande per entrare e frequentare la scuola sportiva viste le sue doti e i suo successi. Ma una volta andati a casa per conoscere la famiglia ci siamo accorti del problema di K. e abbiamo chiesto se avevano già fatto qualche paso per risolvere il problema. La risposta era ovvia: noi donne della famiglia abbiamo tutti lo stesso problema e anche se volessimo risolverlo comunque non ci sarebbero le possibilità economiche.un dito dopo Ksiuscia 1 - Copia - Copia Con Nadia ci siamo subito messi alla ricerca e abbiamo scoperto che l’operazione era fattibile anche ad Almaty e che era possibile inserire la bambina nella lista delle operazioni gratuite. Restava da trovare il necessario per pagare i viaggi, i soggiorni per le varie operazioni e alcuni esami preliminari. Grazie al vostro aiuto la somma è stata trovata (almeno per quello che serviva fino ad oggi) e la prima tappa chirurgica (liberazione delle dita della mano e del piede destro) eseguita. E’ bello ora vedere K. prendere confidenza con una parte nuova del corpo, le dita, e imparare tanto in fretta ad utilizzarla. Tra un mese è prevista la seconda tappa che speriamo fortunata e veloce come la prima.

fra Luca

Non solo per noi!

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Quando si è poveri sembra normale che tutti debbano pensare a noi e, qualche volta tutto sia dovuto. Raramente qualcuno pensa che comunque, anche nell’indigenza, possa aprirmi ad altri che sono nella mia stessa situazione, magari afflitti da altre povertà come la solitudine di tanti anziani che vivono intorno alla casetta dove ogni giorno mangiamo e, visti i nostri freddi, ci riscaldiamo.lavoretti 2 - Copia Così abbiamo deciso per prima cosa di conoscere alcuni di loro e di pensare a cosa fare per loro e ci è venuto in mente di andarli a trovare con un piccolo regalino fatto dalle nostre mani, colorato e gioioso come siamo noi. Non abbiamo speso neanche una lira: pietre, pasta, addirittura oggetti che avremmo buttato nella spazzatura, con la nostra fantasia e l’aiuto dei più grandi sono diventati simpatici oggetti, qualcuno anche divertente, per fare sorridere i nostri nonnini vicini di casa.lavoretti 1 - Copia

Una cosa che mi ha sempre colpito di s. Francesco è che non ha cercato prima di tutto di alleviare le varie povertà che incontrava ma, guardando a Gesù, Verbo incarnato, si è fatto povero con i poveri per mostrare che anche da poveri si è può gioire dell’Amore dell’Altissimo.

Speriamo di aver incarnato un po’ il suo ideale e il suo carisma anche qui in Kazakhstan.

fra Luca