Il primo quadrimestre è finito!

1 trimestre - Copia

Non era iniziato molto bene….la ripresa dopo i mesi di vacanze estive è sempre pesante. Le molte insufficienze avevano scoraggiato un po’ tutti, sia alunni che operatori soprattutto aveva pesato la pressione degli insegnanti contenti di dimostrare che non vale la pena lavorare con bambini come i nostri.

Ma Ina e Andrej non si sono lasciati vincere e, rimboccate le maniche, hanno iniziato a lavorare duro. Siamo sicuri che ai nostri bambini non manca l’intelligenza per affrontare i normali doveri scolastici. Il lavoro più difficile e faticoso è infondere loro coraggio e confermarli nell’autostima e….i risultati non si sono fatti attendere: in un mese le insufficienze sono sparite (tranne quelle che gli insegnanti si divertono ad appioppare come punizione appena qualcuno si dimentica un libro o un quaderno a casa!) e, a chi più e a chi meno, a comparire addirittura il massimo dei voti.

Una buona mano hanno dato anche le uniformi comprate nuove di zecca così che i bambini del progetto non si possano distinguere da quelli più abbienti e i risultati dell’educazione igienica che Nadia in tutto questo tempo ha insegnato nelle varie famiglie.

Inoltre, al rientro dalle vacanze, i bambini hanno trovato le nuove aule spaziose e ben arredate del sotto chiesa 1 trimestre 2(al posto dell’angusta casetta-oratorio ora adibita a refettorio e al riposo dopo pranzo per i più piccoli) e sr. Toma e sr. Selesia che, oltre al servizio in parrocchia, ora si sono rese disponibili anche nel seguire i più piccoli.

Grazie a tutti voi per il vostro sostegno. Dio ve ne renda merito. Sappiate che con il vostro aiuto state aiutando questi bambini a costruire la speranza in un futuro che può sorridere anche a loro.

fra Luca

Partire verso la stella…per un incontro!

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Partire per Betlemme. Già dal nome è implicita la partenza per un luogo lontano ma vicino nel cuore. Il posto dove il nostro Signore ha assunto su di sé la finitudine, il luogo dell’incontro tra l’umano e Dio. Sapevo quindi che sarebbe stato un luogo di un incontro importante, un incontro che si è declinato in tanti volti differenti.

Mi rivedo ancora, l’ultimo giorno a Betlemme, seduto intorno a un tavolino di Casanova, la struttura di accoglienza dei pellegrini, con mia moglie Silvia accanto e tre bimbi magnifici seduti di fronte. Sono stati l’ultimo incontro che ho fatto, già a metà del viaggio. Sono i bambini della Hogar di Betlemme, bambini diversamente abili ed abbandonati dalle proprie famiglie, bambini accuditi con Amore dalle suore del Verbo Incarnato. DSC_0810Quel giorno Wisam, Alah e Baha erano stranamente buoni, quasi che finalmente riuscissero a percepire le mie indicazioni. O piuttosto che avessero capito che stavamo per partire? L’autismo o il ritardo non  gli impediscono, in varie forme, di mostrarci i loro sentimenti. A volte sembrano comprensibili, a volte si capisce solo il bisogno che c’è dietro alle loro richieste, ma c’è un flusso di comunicazione continua. In quel momento sapevo che quei bimbi mi sarebbero mancati. E il groppo allo stomaco che provo ora che scrivo me lo conferma.

Quei bimbi mi hanno mostrato tante mie debolezze, ma mi hanno anche permesso di stupirmi di me stesso. Perché ciò che prima mi spaventava, l’abbraccio con il diverso da me, mi è riuscito incredibilmente naturale. La distanza si è fatta subito piccola per poi abbattersi. Non lo avrei mai detto che sarebbe stato così naturale! Nella mia vita precedente, quando sono stato conteso tra essere ateo o agnostico, vedere questo mistero della vita mi atterriva. Non riuscivo a penetrare nel dolore innocente, un dolore che inevitabilmente mi allontanava dall’incontro col Signore. Non capivo. Anche oggi, che il mio percorso è cambiato, che il Signore è entrato nella mia vita, non capisco. Ma so che l’incontro e l’abbraccio di Betlemme mi hanno mostrato un’infinita complessità, anche dolorosa, che è il campo di gioco dell’Amore. Ho provato tenerezza, compassione, Amore. Ho visto in quella debolezza la fragilità del nostro Signore che nasce a Betlemme.

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Riaccompagnando i bambini alla Hogar, mi sono ritornati in mente i momenti più emozionanti: tenere tra le braccia il corpicino di Wasin, dare da mangiare ad Amani, una bimba con due occhi profondissimi, e Hiba, con i suoi riccioloni d’oro. E poi Kader con la sua astuzia e intelligenza, Catcut dolce come lo zucchero e così tenero, Sabrin, sveglia e desiderosa d’affetto. DSC_0491Per chi legge rimarranno nomi sulla carta, magari una piccola emozione strappata dalle mie parole, ma per me sono stati, sono e saranno una testimonianza viva del volto del Padre, che ci cerca nell’umiltà, nella cura del prossimo.

Una consolazione nel lasciare i bambini dell’Hogar deriva dal sapere che sono affidati alle cure amorevoli delle Suore del Verbo Incarnato. Donne dolci e forti. Mamme. Un faro di misericordia nell’accudimento di bambini che altrimenti sarebbero spacciati, visto che per i Palestinesi, in molti casi, questi bambini sono una vergogna, per non dire altro… Invece sono bambini bellissimi, che ti possono cambiare la vita. Come l’hanno cambiata a noi, e a Paolo, una delle persone più speciali che abbiamo incontrato nel nostro pellegrinaggio. Paolo era, ed è tuttora, a Betlemme per fare la fisioterapia ai bimbi dell’Hogar più gravi. L’abbiamo conosciuto nel condividere l’alloggio, nel condividere le giornate, nel condividere la messa alla mattina nella grotta della Natività. È una persona speciale che si dedica a quei bimbi con Amore. Non potete sapere che gioia ho provato, alcuni giorni fa, quando ci ha scritto che per Lui il Natale era già arrivato, con quasi un mese di anticipo: Hiba, per la prima volta nella sua vita, aveva mangiato senza ciondolare la testa! Che emozione, che gioia! Un piccolo miracolo frutto di Amore e dedizione. Quell’amore caritatevole che Paolo ha testimoniato in giro per il mondo. Una lezione, importante.

È familiare pensare di incontrare un bambino a Betlemme, è ciò che anche io mi aspettavo. Eppure in maniera inconsueta, come è tutta la vita, la nostra esperienza è iniziata con un altro incontro, quello con le “nonnine” dell’Antoniano, un istituto che si prende cura degli anziani di Betlemme attraverso l’operosità di tre piccole Suore dell’Hortus Conclusus. DSC_0555Un altro incontro, un incontro diverso. La «partenza» con le nonnine di Betlemme è stata un po’ titubante ma allo stesso tempo emozionante per entrambi: la nostra non era una visita attesa, non erano abituate ad una presenza prolungata di volontari, il che sembrava far nascere in loro una domanda: «E quindi?». Ma col passare dei giorni il ghiaccio si rompeva e anche i limiti della lingua sembravano meno severi. Silvia, in quanto donna e peraltro capace di comunicare anche con l’arabo, aveva una marcia in più, ma anche io, usando tutta la mia inadeguata capacità comunicativa, mi facevo strada. E così, in punta di piedi, sono entrato nella vita di Helwa, una signora tanto dolce quanto sola. Negli ultimi giorni ci voleva ospitare nella sua casa, una casa grande per lei che era rimasta vedova molto giovane per colpa della guerra e che poi, più avanti, era stata abbandonata dai suoi nipoti. Sentiva il bisogno di essere mamma, nonna. In poco tempo abbiamo visto risvegliarsi in lei istinti che sembravano sopiti da anni. Ma ha anche sofferto un riacutizzarsi di una ferita sempre viva. Al momento di ripartire l’abbiamo vista stanca, come se la stanchezza e il dolore di una vita fosse su di lei. L’ho vista così fragile che ho capito che già le volevo bene. E poi Mona, giovane per stare con degli anziani, così curiosa con il suo quaderno, sul quale cercava di apprendere tante lingue insieme che alla fine si riduceva in un esperanto multicolore. E poi Linda, chiusa in una malattia mentale fulminante che la chiudeva in se stessa, ma lei comunque a cercare di comunicare con strani gesti. E come dimenticare Mary? A 102 anni ancora capace di emozionarsi e di chiederci il perché della nostra andata e quindi del nostro dover tornare. E poi Neli: bloccata in un letto con un tanto sorriso malinconico quanto persistente… Così grata a Dio del piccolissimo dono ricevuto: la nostra visita! Quel sorriso non potrò dimenticarlo e spero e prego che possa illuminarsi di nuovo nel futuro!

All’Antoniano abbiamo avuto la grazia di incontrare tante persone speciali, ognuna a modo suo. E come sono sicuro che tutti questi incontri mi rimarranno dentro, so anche che alcune di queste vite, intrecciandosi con le nostre, ci hanno indicato una direzione, una vita. E così mi torna in mente Miriam, con la sua fede forte e limpida, così ispirata dal suo dialogo con Dio. Ci ha raccontato la sua incredibile storia personale. Ha pregato e prega per noi facendoci sentire davvero fratelli anche se ci sono un mare e un muro che ci separano. Qualche giorno fa ha chiamato Silvia per sentirla: è stato un intervento quasi provvidenziale!DSC_0345

Ma soprattutto Raquel, questo è uno dei doni più grandi che il Signore ci ha fatto. Per capire che l’umiltà e la povertà non devono essere confusi con l’indigenza! Perché mi ha fatto toccare con mano quanto il Signore può entrare nella tua vita se tu glielo concedi. E come, allo stesso tempo, le vie del Signore sono distanti da quelle dell’uomo. Impenetrabili a un’analisi superficiale, richiedono tanto discernimento e mansuetudine. Raquel è un dono perché ha saputo comprendere, per prima, un linguaggio segreto tra me e mia moglie. Ha saputo dargli senso, da profonda ricercatrice di senso nella sua vita. Per dirlo con le parole di Fra Pierpaolo, una persona dalla spiritualità altissima!

E qui arrivo all’incontro finale, l’incontro che precedeva la partenza e che ci ha aperto la strada: Pierpaolo. Non solo guida, non solo padre ma anche e soprattutto fratello. La conferma che partire «insieme» fa portare tanto frutto! Fra Pierpaolo era lì ad aspettarci a Tel Aviv, è stato la nostra guida in Terra Santa. Ci ha mostrato le bellezze di Betlemme, non solo quelle materiali, ma soprattutto quelle spirituali. Ha guidato la nostra riflessione e si è preso cura di noi. E non ci crederete: mi ha anche fatto cambiare abitudini: mi sono convertito al caffè d’orzo!

Da questa missione ad gentes ho imparato tanto, ma sento che oltre all’imparare della ragione, nuovi orizzonti si aprono per me e per Silvia. Ho visto, ho sentito come essere luce. Ho capito quanto è difficile esserlo. Quanto coraggio e quanta radicalità ci voglia. Un coraggio ed una radicalità che a volte danno le vertigini. Mi sento in cammino. E mi piace questo cammino perché sento che sto realizzando la mia vocazione più grande: amare e custodire Silvia. Senza di lei tutto questo non sarebbe avvenuto. Senza Silvia forse sarei ancora al buio, ancora in ricerca. Silvia una volta ha detto che attraverso i miei occhi, nel mio volto ha visto l’immagine di Dio che la ama. Vale anche per me, e prendo in prestito le sue parole non essendo altrettanto poetico!

Una piccola riflessione sulla missione ad gentes in una terra in larga parte musulmana: come diceva San Francesco ai suoi che partivano per recarsi tra gli infedeli, la prima cosa da fare per poter essere testimoni è dare testimonianza amandosi e prendendosi cura dell’altro. E più di una volta ci è stato chiesto: perché siete qui? E chi vi paga??? Domande che possono sembrare quasi ridicole, che mostrano una distanza, ma che mi dicono che una piccola provocazione è arrivata a chi la domanda ce l’ha posta. È una missione nella quotidianità, una missione in punta dei piedi.

Stefano

Da S. Maria degli angeli a Taldykorgan

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Due anni fa, p. Massimo Lelli ci aveva regalato i disegni del presepio allestito nel giardino di s. Chiara presso la basilica di s. Maria degli angeli. Lo scorso anno non siamo riusciti a realizzarlo ma quest’anno….è stata una bellissima avventura. Appena mamma Lucia presepio 1e papà Jenia hanno visto i disegni si messi in moto: lei per i disegni, lui per il materiale e l’allestimento della capanna da prepararsi nel territorio del nostro piccolo oratorio. E’ stata una collaborazione veramente riuscita che ha visto all’opera adulti, giovani, adolescenti e bambini sia della parrocchia che del progetto dopo scuola.

L’averlo poi realizzato all’aperto e illuminato di notte è un’ulteriore occasione di testimonianza: molti si fermano (soprattutto genitori con i bambini) e addirittura entrano per fotografarsi tra i personaggi o all’interno della capanna e se incontrano qualcuno di noi, non esitano a chiedere spiegazione di cosa sia questa: “bella cosa che avete fatto”.

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Grazie a p. Massimo per averci dato questa opportunità, grazie a s. Francesco per aver voluto vedere con gli occhi della carne la nascita del bambino Gesù.

P. Luca Baino

Punto i piedi e salto in acqua…seconda parte!

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Requena all’apparenza mi sembrò meglio di Iquitos: meno inquinamento, meno traffico, meno confusione. Salimmo su due motocarri e ci recammo alla Missione dei Frati del “Progetto Amazzonia”, al centro della città, proprio di fronte al grande Collegio Lopez Pardo, fondato cento anni fa dai Frati missionari poco dopo essere giunti a Requena.

Non lo avevo messo in conto ma in missione: si parla molto, si legge molto, si mangiano cose che non avresti mai mangiato (una tartaruga, per esempio), si discute di tutto e si conoscono un sacco di cose nuove. Per prima cosa la Chiesa: giunti a Requena incontrammo subito il Vescovo: padre Juan, anzi, come vuole essere chiamato: l’ermano juan. Un uomo “mite e umile di cuore”, che ci mostrò un volto di Chiesa che porterò sempre con me. Una persona unica, al servizio della Chiesa e degli ultimi. Vestito in maglietta e pantaloncini, mai distante nei modi e sempre disponibile all’ascolto, ci accolse con simpatia e… normalità, qualità che non sempre è facile intravedere nei pastori con così grandi responsabilità.

Sistemate le valigie, Pepo ci fece un quadro del programma della missione: avremmo trascorso qualche giorno a Requena e poi saremmo partiti per Sant’Elena, un piccolo paesino sul Rio Tapiche, a un giorno e mezzo di barca. Lì avremmo trascorso circa due settimane, per poi tornare in città.

Nei giorni trascorsi a Requena frequentammo la messa giornaliera, recitammo insieme la liturgia delle ore e ci recammo nelle periferie della città. Periferie segnate dalla mancanza d’igiene, dall’immondizia, dalla presenza di cani randagi malati, da fabbricati in legno, dalla scarsità di acqua potabile. Ma tutte strapiene di bambini. Bambini poverissimi e tuttavia pieni di gioia, una gioia che ti trasmetteva serenità, ma che t’interrogava nel profondo. Con loro giocammo a pallavolo (lì è lo sport nazionale), pregammo, celebrammo la messa, facemmo nuove amicizie. Ovunque andassimo finivamo sempre circondati da bambini. I più piccoli Flavia spesso se li ritrovava anche in braccio. Un pomeriggio Sara, che è medico, poté persino aiutare una donna che aveva appena partorito.

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Sempre con l’obbiettivo di accompagnare i frati nella vita ordinaria della loro missione, c’incamminammo verso San Marco, un quartiere distante poche decine di minuti dalla città. Lì trovammo una situazione decisamente più problematica: niente acqua se non quella fangosa del Rio, niente elettricità e poca, pochissima scuola. Di una cosa imparammo che la selva peruviana aveva fame: di dottori, di sacerdoti, di animatori liturgici preparati e di insegnanti. I bambini frequentavano pochissimo la scuola a causa del forte assenteismo dei docenti, molto spesso residenti in luoghi lontani.

Ma il cuore dei giorni di missione nella selva furono le due settimane a Sant’Elena, un piccolo paesino a un giorno e mezzo di lancia da Requena, sulle rive del Rio Tapiche. Partimmo con la “Perla Negra” di lunedì con l’obbiettivo di raggiungere Sant’Elena il giorno seguente. Ci arrivammo giovedì.

Dopo alcune ore di viaggio Manuel ebbe la pessima idea di vagare con la fantasia: “Immaginatevi se si rompe la barca qui…”, ci disse.

Alle cinque del mattino l’albero motore andò fuori uso. Rimanemmo quattro giorni su quella barca dividendo il nostro tempo tra chiacchierate, dormite, letture, silenzi, pensieri. Ma non fu tempo perso: chiusi in quello spazio piccolissimo ci ricordammo che non eravamo venuti fino a lì per “fare” ma per ascoltare. Ascoltare il popolo peruviano, i missionari e il Signore. Niente di più.

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Essendo circondati dall’acqua non resistemmo al richiamo di farci un bagno… anche perché l’odore cominciava a farsi sentire. Più tardi scoprimmo che non era stata un’ottima idea perché l’acqua era abitata… e non solo da delfini. Sulla barca non eravamo partiti da soli: a piano inferiore della Perla Negra si erano imbarcate diverse persone, che però, già dopo poche ore dal guasto, avevamo avuto modo di salire su alcuni peche-peche di passaggio. I peche-peche sono canoe con un piccolo motore su cui possono starci, a seconda delle dimensioni, fino a sei, sette, forse dieci persone.

I giorni passavano lenti e sempre uguali. Avevamo da mangiare in abbondanza, perché Pepo si era premurato di portare molte scorte per le due settimane, e potevamo fare una sola cosa: aspettare. Il capitano, infatti, la mattina stessa dell’incidente era uscito dalla nave e aveva cercato nelle vicinanze della foresta se ci fossero dei caserìos, cioè degli abitanti della selva. Sono uomini e donne che decidono di vivere in luoghi isolati all’interno della foresta. Evidentemente aveva trovato qualcuno perché Carpio, così si chiamava, era sparito da lunedì.

Pensarci ora mi fa venire i brividi. Eravamo in una situazione pericolosissima: soli, su una barca rotta da tre giorni, in mezzo alla foresta amazzonica e nelle mani di una persona che non conoscevamo, che avevamo già pagato per il trasporto e che non sapevamo se sarebbe mai tornata.

Eppure eravamo felici. Certo non proprio entusiasti, perché tre giorni in pochi metri quadrati con un bagno da film dell’orrore sono tanti e cominciavamo a sentirci come condannati all’ergastolo. Senza contare che il nostro desiderio era di arrivare a sant’Elena. Ma avevamo sperimentato qualcosa di straordinario: essere come bambini impotenti nelle mani di altri. Dovevamo “aiutare” e ora eravamo in cerca di aiuto. Sono i segni tipici dei “fuori schema” che tanto piacciono al Signore.

Il terzo giorno Francisco, a cui prudevano le mani da giorni non potendo lavorare o darsi da fare per gli altri, ci disse: “Andiamo a visitare i caserìos!”. Accettammo subito.

Salimmo sul peche-peche attraccato vicino alla Perla Negra e salpammo verso uno spiazzo non molto distante dalla spiaggia su cui si era fermata la barca. “Lì”, pensammo, “ci sarà sicuramente qualche casa”.

Arrivati non molto distanti dalla meta, notammo due persone che ci fissavano dall’alto della piccola collinetta che si gettava a spiovente sul Rio Tapiche. Ci accolsero un uomo e una donna: lui peruviano e lei dai lineamenti particolari, vagamente orientali. Capimmo pochi istanti dopo che non si trattava di uno stanziamento di caserìos, ma di un piccolo villaggio turistico. Ci accolsero con gioia e a noi parve di sognare: case in legno ben costruite e rialzate da terra, una pagoda, una cucina, dei bagni… se li avessimo visti solo qualche settimana fa ci sarebbero sembrati normali, ora invece sembravano il paradiso.

Era veramente la provvidenza: dopo due giorni di cibo freddo finalmente potevamo mangiare qualcosa di cucinato.

La sera tornammo alla barca e proprio quella notte Carpio si rifece vivo.

Ci mise un po’ a sistemare l’albero motore ma dopo qualche ora la Perla Negra si rimise in moto. Finalmente. Ma i guai non erano finiti.

Manuel iniziò a stare male: prima una febbre leggera, poi sempre peggio, al punto che iniziammo a pensare che fosse malaria. D’altronde tre notti arrestati sulla spiaggia del Rio avevano attirato un gran numero di moscerini, insetti e mosche tropicali. Usavamo i mosquiteros sulle amache ma non era sufficiente ad escludere la possibilità più temuta.

Fortunatamente dopo qualche giorno avemmo conferma che non si trattava di Malaria.

Quando arrivammo a Santa Elena dalla Perla Negra vedemmo per primi i bambini. Seguivano l’imbarcazione dalla strada in paese e, partiti in pochi, erano diventati sempre di più ad alzare il braccio e scuotere la mano per salutarci. Quando l’imbarcazione si fermò, la Perla Negra fu invasa. E non nascondo che ci guardammo un po’ spaventati. Dentro di noi qualcosa diceva: “Vi vogliono derubare!”, “Attenti, è pericoloso!”.

Ci portarono a terra quasi tutte le valigie, le bottiglie d’acqua potabile, i sacchi con il cibo. Volevano aiutarci, non derubarci.

Ci sistemammo nella vecchia missione di Santa Elena, a fianco della Chiesa Parrocchiale: una grande casa con tre stanze da letto, una cucina e una grande sala dove forse un tempo si tenevano gli incontri di catechesi. Eravamo privilegiati: la nostra era una delle poche strutture completamente in muratura, con i vetri alle finestre e le zanzariere. Avere le zanzariere può sembrare un lusso. In realtà in un paese dove la prima causa di morte è la malaria è un dettaglio che può fare la differenza.

L’acqua per le docce e per lavare i piatti era quella piovana, che gli abitanti della selva usavano anche per bere. Non tutti, però: un buon numero utilizzava l’acqua del Rio, che non ingeriva subito ma lasciava in secchi per permettere alla terra di cadere sul fondo.

Le settimane a Sant’Elena furono le più belle e le più intense. La mattina Sara si recava con Francisco al Centro Medico, una specie di piccolo ospedale guidato da un infermiere (dottori non ci sono), per aiutare i pazienti con problemi nella deambulazione, alle ossa o ai muscoli. Io, Sara e fra Manuel, invece, visitavamo le case delle famiglie per una preghiera, per conoscere la popolazione e per invitare tutti alla messa, che veniva celebrata ogni sera alle 18.00.

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Il pranzo era sempre nelle case del paese. Incontrammo tantissime persone, ognuna con una storia particolare e diversa. Ognuna con le sue ferite, i suoi desideri, le sue attese. Ricordo una ragazza madre di sedici anni con il suo bambino. Ricordo il suo sorriso così assurdo e spiazzante. Ricordo due anziani signori in una baracca. Ricordo l’odore. Ricordo le tante mamme con i tanti figli da crescere.

Ricordo un nonno con troppe notti alle spalle e suo figlio disabile. Ricordo quel signore muto da quando aveva avuto un ictus, curato troppo tardi per non lasciare tracce.

Ricordo i pastori protestanti, così diversi: chi improvvisava un sermone, chi si commuoveva al pensiero che qualcuno, fratello in Cristo come lui, si fermasse col sorriso sulle labbra a parlare senza pregiudizi. Ricordo una coppia felice, con i loro bambini, e la signora che ci domandava: “pensavate che nella selva si vivesse seminudi sugli alberi, con le scimmie e i coccodrilli, vero?”.

Vero.

Il pranzo era più o meno sempre uguale: riso bianco, pasta, patate e pollo. Tutto in un unico piatto, insieme a acqua e ananas o acqua e limone. Mai acqua pura, perché il sapore della pioggia non è così gustoso.

Mi sforzavo sempre di mangiare tutto, perché sapevo che per loro non era un pasto povero. Era il pasto dell’accoglienza.

Al pomeriggio si faceva oratorio: dalle tre arrivavano i bambini in missione e si cominciava a giocare. Erano bambini che non avevano mai avuto nessuno, al di là di mamma e (quando c’era) papà, che li facesse giocare, pregare e divertire. Bambini pieni di voglia di vivere, affamati di giochi nuovi. Giocavamo spesso a calcio, a piedi nudi, sul grande campo nel centro del paese. E posso dire di non aver mai visto dei bambini divertirsi così tanto a giocare a pallone. Ridevano, ridevano sempre. Mai un litigio, una parola di troppo per qualche spinta o fallo.

Si giocava veramente.

Finito il tempo dei giochi, dopo una doccia (ghiacciata se il tempo era stato brutto), c’era la messa, i vespri e la cena. Bisognava terminare di mangiare presto perché l’elettricità arrivava in casa dalle sei alle nove di sera. E se non si cucinava in tempo non si mangiava o si mangiava freddo. Dopocena, seduti intorno al tavolo, parlavamo molto, spesso accompagnati dall’immancabile “manzanlla”, la camomilla della sera. Non so quante camomille abbiamo bevuto ma devono essere state davvero tante.

A Sant’Elena vivemmo in pieno anche il tempo della festa del paese, che riempì le strade di tanti “borrachos”, ubriachi. Vedemmo uomini trasformarsi in larve senza dignità. Come una droga usata per scappare dalle sofferenze, dalle povertà, soprattutto umane, che succhiavano il sangue agli abitanti della selva, la “fiesta de la Virgen” servì da narcotizzante.

Lì scoprimmo un altro volto dei “figli della selva”.

Ci fu anche il tempo per una “pizza amazzonica” cucinata nel grande forno in terra di un panettiere di Sant’Elena e per una giornata passata a pescare.

I giorni trascorsero veloci e il tempo di tornare a Requena giunse inesorabile. Il viaggio questa volta non durò molto, o perlomeno non quanto quello d’andata. Tornati in città ci fu il tempo per una nuova piccola Missione a San Marco, dove trascorremmo gli ultimi giorni in Perù.

E fu il tempo della revisione, dell’esame di coscienza. Cosa ho lasciato e cosa mi ha lasciato questo posto? È servita tutta questa fatica?

Sono stato realmente missionario?

Abbiamo lasciato qualcosa che rimarrà qui o è stato tutto un buco nell’acqua?

Abbiamo portato Gesù alle persone che abbiamo incontrato?

Ho vissuto al meglio questa esperienza?

Di nuovo domande, e ancora domande.

Ma la verità è che il Signore ci aveva parlato in queste settimane. Aveva mostrato il suo volto attraverso tante persone. E a noi non restava che accorgercene.

Punto i piedi e salto nell’acqua.

Il colore grigio del Tapiche mi accoglie e mi abbraccia fino all’ultimo dito del piede.

L’acqua è fredda. Vedo poco o niente.

Risalgo in superficie e mi accorgo che la corrente è forte e mi sta trasportando.

Sento i vestiti che mi si sono appiccicati addosso, l’aria fredda che arriva sul volto.

Ma sono qui per una ragione: devo riprendere il pallone.

Muovo le braccia in stile libero e con mia sorpresa arrivo quasi subito alla meta.

Agguanto il pallone e mi giro verso Francisco. “L’ho preso!”

La corrente mi trasporta.

Provo a nuotare controcorrente, verso la zattera da cui ero partito. Ma resto fermo.

Allora capisco: devo nuotare a riva. Due bracciate e finalmente tocco terra.

Lancio la palla a Francisco.

“Cavolo… ce l’ho fatta!”, penso tra me.

Il sole si sta abbassando.

È tempo di tornare a casa.

Un abbraccio di pace

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Il colore della terra bruciata dal sole

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Il colore della terra bruciata dal sole, il profumo delle jacarande in fiore, uomini a piedi scalzi che camminano chilometri e chilometri ai lati della strada: è questo ciò che ho trovato all’arrivo in Malawi, terra africana di circa 12 milioni di persone, situata tra Zambia, Tanzania e Mozambico. Fin da piccola ho avuto la possibilità di vedere molti luoghi e conoscere culture diverse in paesi per lo più industrializzati, ma avevo nel cuore il sogno di andare in un paese del terzo mondo, ed è per questo che, quando mi è stato proposto il Malawi nel 2010 sono partita una prima volta, a cui è seguita una seconda e, ancora, una terza. Se la prima volta che si atterra in Malawi si comincia a tastare il terreno, a sentire profumi nuovi e a osservare gli stili di vita di una popolazione differente dalla nostra, è solo andandoci ancora che la si apprezza di più.

Uno dei motivi per cui si può partire per questo luogo è il voler aiutare gli altri, eppure si scopre come siano i Malawiani a donare molto a chi decide di fare quest’esperienza, grazie al loro stile di vita fondato su valori che la nostra ‘società del benessere’ sembra aver dimenticato. In poche parole, il Malawi è, per me, come mettersi ai piedi di una montagna e sentirsi piccoli, e poter solo stare ad osservare, rendendosi conto che esiste molto di più del nostro io.

Sono tre le realtà che questa volta, nel periodo compreso tra il 18 giugno e il 18 luglio, ho potuto conoscere: l’ospedale e gli altri progetti dell’Associazione ‘Amici del Malawi’ della diocesi di Perugia, le strutture che ospitano la missione delle Suore Sacramentine di Bergamo e ‘l’Alleluya Care Centre’, orfanotrofio realizzato da Rita Milesi, volontaria di Bergamo.

Per quanto riguarda l’associazione  “Amici del Malawi”,  essa rappresenta una onlus di estrazione cattolica iscritta nel registro delle associazioni di volontariato della Regione Umbria, operante per lo sviluppo sociale, tecnico, sanitario e scientifico del Malawi. L’associazione ha dato avvio a diversi progetti, tra cui l’ospedale di Pirimiti, ,  e le scuole e i progetti per l’emancipazione femminile di Lisanjala, uno dei luoghi più interni ed isolati del Malawi. All’interno dell’ospedale ho potuto svolgere per lo più il ruolo di ostetrica, osservando un’assistenza alla gravidanza e al parto tanto diversa da quella italiana, ma, soprattutto, un vivere in modo molto naturale la maternità da parte delle donne. Lisanjala mi ha, invece, permesso di osservare una natura  ancora incontaminata e che appare nella sua maestosità; gente che cammina tutto il giorno, da una città all’altra, con l’unico scopo di portare del cibo a casa la sera; gente che abita in case con tetti di paglia e mattoni rossi che si sbriciolano se si prova a lanciare loro un sasso; gente che nei momenti di convivialità si riempie i piatti del cibo che è cucinato per loro, perché forse quel cibo sarà ciò che mangeranno nei tre giorni successivi. Eppure, davanti a quella povertà, quella stessa gente dice ‘Palibe!’, ‘non fa niente!’, e i bambini ridono e si divertono con giochi semplici, imparando, fin da piccoli, a condividere giochi e cibo con gli altri.

Per quanto riguarda la congregazione delle Suore Sacramentine di Bergamo, essa è presente in Malawi da circa 20 anni, suddividendosi in varie strutture che occupano tutto il territorio. La struttura dove ho potuto passare la maggioranza del mio tempo è quella di Ntcheu, dove le suore si occupano della gestione della casa, dell’educazione ai bambini malawiani divisi in otto classi d’età e dell’evangelizzazione nelle prigioni. Altre strutture si occupano, invece, degli orfani, come quella di Rita Milesi, volontaria di Bergamo, che nel 1991 ha creato ‘l’Alleluya Care Centre’, il quale accoglie bambini orfani fino a 3 anni di età, alcuni dei quali malati di AIDS, che vengono affidati alla struttura da parte dei centri sociali o dei parenti che non hanno possibilità economiche per permetterne la sopravvivenza al villaggio di appartenenza. L’assistenza offerta ai bambini è continuativa durante il giorno e comprende alimentazione, igiene, giochi e attenzioni.

L’opera di evangelizzazione alle prigioni e l’orfanotrofio hanno rappresentato, per me, le esperienze più intense all’interno del mio pellegrinaggio in Malawi. La prima, per la miseria che si può osservare all’interno della prigione, ma anche il modo in cui l’annuncio della Parola permette di osservare un sorriso nel volto dei prigionieri, ancora più del pane a loro portato; la seconda, per la necessità della relazione e dell’amore che necessitano i bambini, ma, più in generale, tutti gli uomini.

IMG_3746Essendo per me la terza esperienza in questo territorio, posso dire come sia stato fondamentale il corso di preparazione alle missioni estere svolto dai Frati Minori per comprendere il vero significato dell’andare in missione, e quali siano le differenze tra un primo viaggio in cui si insegue il sogno di visitare un paese del terzo mondo, cercando di aiutare chi si crede che abbia bisogno, e un secondo o terzo, nel quale si va alla ricerca di qualcosa di ben specifico, come un pellegrino, lasciandosi, poi, travolgere da una quotidianità diversa dalla propria. Il corso aiuta il pellegrino a prepararsi alla missione non solo materialmente, ma, soprattutto, spiritualmente, in modo tale che il missionario sappia il motivo per cui si è chiamati alla missione ed il fine della presenza dei gruppi religiosi missionari all’estero.

La frase che mi è maggiormente rimasta nel cuore appartiene al Vangelo di Matteo (Mt 10, 42): ‘E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua ad uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa’. Questo perché dietro ogni sguardo, ogni gesto o gioco dei bambini malawiani è davvero possibile riconoscere un volto: quello di Gesù.

Sono partita con la valigia quasi vuota, poiché sapevo che non solo non sarebbe stato necessario gran parte del mio guardaroba, ma, soprattutto, che si sarebbe riempita di fatti, pensieri, immagini, sorrisi e pianti che necessiteranno di tanto tempo per essere elaborati ma che, mi auguro, potranno portare a dei cambiamenti nella mia vita e una piccola testimonianza per chi ne verrà a conoscenza.

Lucia

Punto i piedi e salto in acqua…prima parte!

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C’è poco da parlare. Il pallone corre veloce, molto più di me. Rotola saltando da un sasso a un tronco, supera il filo spinato, slitta sul fango. Non sudo, non penso, non parlo. Corro e basta. Se non lo prendo in tempo prima che finisca la discesa e tocchi l’acqua, il Rio Tapiche probabilmente se lo porterà via. Salto oltre la piccola ringhiera in legno, mi muovo a passi corti, tenendo i piedi storti per non scivolare.

La palla rotola. “Date prisa!”, urlano da sù. Alzo lo sguardo: il pallone è quasi a riva. Ce la faccio? Mi appoggio ad un albero e  mi lascio scivolare sulla terra bagnata. Ma è troppo tardi. La palla rimbalza sulla zattera attraccata e casca in acqua. La corrente non è fortissima ma il pallone se ne va. Sembra si sia sdraiato a prendere il sole sull’acqua fangosa del Tapiche.

Pochi secondi per pensare a cosa fare. “Mi butto?”.

Di colpo arriva Francisco, uno dei bambini che stava giocando prima che la palla cascasse nel fiume. Frangetta ben sistemata, maglietta verde, sguardo sveglio.

“Mi butto?”.

Mi guarda, io lo guardo. Egoista, un po’ infame, gli chiedo in itagnolo: “¿sabes nadar?”

Lui scuote la testa. “Nooo”, dice. Mentitore.

La palla inizia ad essere lontana.

Mi butto.

Ormai sono passati quasi due mesi dal mio ritorno in Italia, dopo un mese nell’Amazzonia peruviana. Ricordo ancora bene come tutto è iniziato.

È stato più un anno fa. Ero alla marcia francescana, un’esperienza per giovani di tutta Italia organizzata dai frati minori di Umbria e Sardegna. Sono dieci giorni in cui cammini con i frati, le suore, e giovani come te verso la Porziuncola, che è un po’ la casa della Misericordia. E ci vai con l’obbiettivo di arrivarci il 2 agosto, giorno del “perdono di assisi”, cioè un giorno particolare in cui puoi ricevere l’indulgenza plenaria. È una botta enorme, una sfida a te stesso. Con lo zaino sulle spalle pensi: dove sto andando io nella mia vita? Cosa mi porto dietro d’inutile, di schifoso, di non bello. “Tu sei bellezza” era proprio il tema di quell’anno. Dio è nella Bellezza, nelle persone Belle. Belle con la B maiuscola. Quelle che la Bellezza te la lasciano nel cuore, non nell’iride. E di persone Belle quell’anno ne incontrai molte.

Una sera, seduto con la schiena appoggiata al muro di una delle tante palestre che ci dava ospitalità per la notte, chiacchierando con il mio padre spirituale, Francesco, avevo chiesto una dritta per trovare una missione all’estero con cui collaborare. Un’Associazione di Milano di cui facevo parte cercava un nuovo progetto di solidarietà da sostenere.

“Io tiro l’acqua al mio mulino…”, mi disse. “C’è Manuel, quel frate che hai visto l’altra sera. Prova a chiedere a lui…”. Detto, fatto. Al ritorno a casa mando una mail un po’ formale e Manuel non tarda a rispondermi allegando al messaggio i progetti di solidarietà del Segretariato Missioni Estere sparsi per tutto il mondo. Ma non solo. Al termine del messaggio, mi scrive: “Ti allego anche il volantino degli incontri di formazione missionaria che facciamo per preparare i giovani a partire per un mese in missione.”

“E chi te li ha chiesti?”, si potrebbe pensare. E invece no, perché senza saperlo quel frate che non mi conosceva, aveva risposto ad un desiderio che avevo nel cuore da tanti anni e che non ero mai riuscito veramente a concretizzare. O almeno non del tutto. Qualche anno fa con una Onlus ero stato in Moldova, il paese più povero d’Europa, ma la mia era stata soprattutto un’esperienza di conoscenza di quella realtà così difficile e lontana. Conoscenza, non condivisione. In più erano stati solo pochi giorni… utili solo a rendermi conto di essere un vero privilegiato a vivere nella ricca Europa. Mancava il Vangelo: non avevo portato Gesù. Inaspettatamente ora mi si era propinata davanti la possibilità di partire per una missione. Di diventare missionario… “Missionario”, questa parola così lontana e abusata, stravolta nel suo senso originario che è quello di apostolo, inviato. Quando la sentiamo subito ci saltano alla mente le immagini del sacerdote un po’ vecchietto con la barba bianca circondato da bambini africani. E non puoi che pensare: questo non sono io. Io non posso essere così…

È un po’ come la parola “santo”, termine che per qualcuno è stato coniato solo per semidei, buoni per immaginette e calendari.  Ma davvero è così? O forse tutti siamo chiamati ad essere santi e missionari?

Dopo essermi confrontato con Francesco iniziai il corso. Ci trovavamo in una Parrocchia dei frati non molto distante da Santa Maria degli Angeli, ad Assisi, per vivere due giorni di vera fraternità. Mangiavamo (benone grazie a due volontarie di Roma stupende), pregavamo, chiacchieravamo e scavavamo nei nostri desideri. Tutti i partecipanti, giovani come me, avevano preso la macchina o il treno ed erano arrivati lì spinti da una marea di domande: che cos’è questo desiderio di missione che sento di avere? Che significa essere missionario? Quali rischi corro? Perché voglio partire? Ma soprattutto: è giusto, per me, ora, in questo momento particolare della mia vita, andare lontano per annunciare Gesù e servirlo nelle persone che incontrerò? E perché non farlo qui, a casa mia, dove vivo?

Tutte le grandi cose partono da grandi domande. Persino Maria, davanti all’angelo, “si domandava in cuor suo che senso avessero tali parole.” Per questo il corso missionario divenne un passaggio fondamentale. Prima di tutto perché invece che diminuire le tante domande, il corso le aumentò a dismisura.  E le aumentò al punto che, dopo il primo “step” (Il corso era fatto di tre momenti distinti), misi seriamente in dubbio la mia partenza. Stavo vivendo un momento particolare della mia vita e pensavo di correre il rischio di una fuga. Di scappare lontano da persone e situazioni. Ma Gesù in questi momenti non ti lascia solo e ti aiuta con le guide che ti ha messo vicino e con i fatti che ti modellano e ti aprono a nuove prospettive. Sentivo forte in me la convinzione che dovunque fossi andato, tra i poveri, il Signore mi avrebbe parlato. Ero sicuro che quello che avrei potuto fare sarebbe stato poco, molto poco, forse quasi niente. Ma che avrei ricevuto doni inaspettati. In fondo per questo partivo: per ricevere regali. Gratis e per sempre.

È questa la promessa che Gesù ci ha fatto, una promessa di amore gratuito e definitivo.

E così ad aprile, soli in una Santa Maria degli Angeli piena di sogni e desideri, raccolti nella Porziuncola, noi giovani futuri missionari francescani ricevemmo le destinazioni: alcuni vennero inviati a Betlemme, in un orfanotrofio. Altri in Congo, in una Casa di accoglienza per ragazzi di strada. E infine noi: io, Sara, Flavia e fra Manuel, in Perù. Meglio: nell’amazzonia peruviana.

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A sentire Fra Pierpaolo pronunciare proprio quella destinazione un brivido mi salì lungo la schiena. Non avevo chiesto al Signore un luogo particolare dove fare missione, ma dentro di me era grande il desiderio di partire per l’America latina…dove di preciso non lo sapevo.

I mesi passarono e il momento di partire si avvicinò sempre di più. Ma non andò tutto liscio. Partire ha un costo e bisognava mettere in conto una bella spesa. E poi c’erano le vaccinazioni da fare, con l’oratorio estivo già partito e poco tempo per prepararmi seriamente. La “marcia” l’anno prima mi aveva già allenato a portare con me solo lo stretto necessario e ad abituarmi a tempi frenetici, in cui lo spazio per fermarsi è davvero poco. In fondo la vita cristiana è questo: rimanere sempre in cammino, non fermarsi mai. Altrimenti, come direbbe Papa Fra, “la cosa non va”.

Le vaccinazioni furono un disastro (l’asl mi programmò le ultime il giorno prima di partire) e anche il viaggio in aereo non fu dei migliori. Il pomeriggio prima del volo mi chiamò fra Manuel: “Mirko c’è un problema, devi partire questa sera…”

Mi misi subito all’opera per terminare lo zaino, mentre fuori sembrava scendere il diluvio universale. Saltò anche la corrente e finii lo zaino al buio, buttandoci dentro un po’ di tutto. Dopo una notte trascorsa a Madrid, la mattina incontrai i miei compagni di viaggio. Pronti, partenza, via: trasvolata oceanica, atterraggio a Lima, poi volo per Iquitos, la città più importante e grande della selva peruviana. La preparazione al viaggio non era stata delle migliori. Non parlavo granché spagnolo e sapevo ben poco del luogo dove avrei trascorso un mese. Avevo scavato nei miei desideri, avevo cercato i perché di questa esperienza, ma avevo la sensazione di non essermi preparato al meglio. È come se di punto in bianco qualcuno mi avesse detto: “Devi partire!”.

Per questo l’accoglienza dei frati missionari ci aiutò molto: c’inserimmo in una fraternità fatta di persone provenienti dal brasile, dall’argentina, dalla Bolivia. E tuttavia, nonostante le differenze geografiche, nelle sere passate insieme seduti al tavolo della sala nella missione di Requena, si respirava un clima gioioso, famigliare.

L’obbiettivo del nostro essere missionari nella selva peruviana era quello di sostenere e accompagnare i frati missionari del posto. Il nostro gruppo si inserì nella fraternità dei frati del neonato “Progetto Amazzonia”, partito solo due anni fa e ancora in una fase di progettazione. I frati che ci accompagnarono furono fra Francisco, un frate brasiliano simpaticissimo, bravissimo a cucinare, che masticava un po’ l’italiano e sapeva tirarci sempre su di morale. Frase tipica? Tranquilo danilo! Menomale che c’era lui. Poi c’era fra Attilio, anche lui brasiliano, una specie di frate-esploratore-inventore. E poi Pepo, il frate guardiano, argentino, che rideva sempre quando parlavamo italiano e si beveva spesso il Mate della sua terra. Ci accolsero a Iquitos Pepo e Francisco all’uscita dell’aeroporto. L’impatto con la selva fu subito particolare. Sulla macchina un po’ scassata di un signore che ci aveva offerto il passaggio verso la missione dei frati di Iquitos ti ritrovavi per la prima volta avvolto da un mondo sconosciuto e sentivi che non saresti potuto più tornare indietro. La strada asfaltata divideva in due un paesaggio fatto di qualche casa in muratura e molte baracche. A Manuel ricordò subito l’Africa. Sull’asfalto strani mezzi di trasporto, quasi degli ibridi tra motociclette e macchine, che più avanti ci sarebbero diventati familiari con il nome di “motocarri”, sfrecciavano avanti e indietro insieme a qualche automobile. Le ultime auto che avremmo visto sarebbero state proprio queste. Una città insomma, di quelle densamente abitate e trafficate, difficile da immaginare negli stereotipi tipici sull’amazzonia, fatti di liane, scimmie e coccodrilli affamati. Dopo una notte passata a Iquitos e qualche disavventura alla ricerca di un passaporto smarrito, il mattino seguente ci recammo al porto per salpare verso Requena, geograficamente più a nord e raggiungibile solo in barca. Si tratta della città più importante del Rio Ucayali, in piena selva peruviana. Lì sarebbe iniziata davvero la nostra missione. C’imbarcammo al piano superiore di una lancia e dormimmo per la prima volta sulle amache. Fu anche il primo vero contatto con la gente: ci sembrò subito un popolo particolare, gentile e disponibile all’ascolto, ma non facile da comprendere.

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Una mamma ci offrì anche della frutta. Non so quanti eravamo sopra quella barca ma arrivammo per tempo a destinazione. Insieme con noi, al piano basso, c’erano mattoni, ghiaccio per conservare il pesce, galline, un bue, materiale edile, sacchi di cemento, banane… il tutto trasportato e scaricato a mano, senza l’aiuto di nessun macchinario …fine prima parte

Mirko

E’ la strada di chi parte ed arriva per partire


antonio
 
“Non è strada di chi parte
e già vuole arrivare
non la strada dei sicuri
dei sicuri di riuscire
non è fatta per chi è fermo
 per chi non vuol cambiare
E’ la strada di chi parte
ed arriva per partire.” (“è di nuovo route” canto Scout)

 

Parto con la speranza che la vera partenza, la vera missione sarà ritornare a casa e riuscire a guardare il mondo in modo diverso, di dare il giusto valore ai beni materiali ed agli eventi di ogni giorno, ringraziando il Signore  dei doni che quotidianamente mi elargisce e non vedo.

Qualche anno fa, una quindicina all’incirca, avevo lo stesso desiderio che tra venti giorni diverrà realtà, partire per una missione in paesi lontani per poter cambiare il mondo con azioni eclatanti e per dimostrare a tutti che è solo questione di volontà, ma più che altro per dimostrare di essere più bravo degli altri.

Oggi invece provo a partire senza aspettative, senza illusioni e senza progetti particolari (curioso per un ingegnere…). Vorrei essere come un bambino alla scoperta del mondo, come una spugna che assorbe tutta l’acqua che può.

Voglio partire col cuore e la mente aperti all’incontro dei fratelli Africani, per condividere un pezzettino della loro vita e sentire che siamo figli dello stesso Dio e magari capire, all’ombra di baobab, che siamo entrambi sia poveri che fortunati in maniera diversa. Oppure più semplicemente per regalare e farmi regalare un sorriso inaspettato.

Non so se sarò in grado di fare queste piccole grandi cose, o se con le mie paure rovinerò tutto, spero però con tutto il cuore di non essere per loro un mondele (l’uomo bianco) ma di essere solo un uomo.

Credo che se riuscirò a far ciò questa esperienza, la parola “missione” per ora è ancora troppo grande, mi regalerà al ritorno a casa la forza di dar voce ai ragazzi di strada di Brazzaville.

Non parto da solo ma con mia moglie, Fernanda, l’arcobaleno della mia vita. Ciò significa avere motivazioni condivise ed elevate al quadrato, a partire dalla decisione di partecipare ai tre intensissimi incontri di Costano  fino al fatidico mandato nella chiesa della Porziuncola in Santa Maria degli Angeli.

Così grazie ai tre incontri di discernimento abbiamo maturato la consapevolezza che la nostra voglia di una vita più umana e non appiattata su valori materialistici, dell’apparire, del consumismo e spesso della banalità fossero una buona motivazione per accettare l’invito, ed al tempo stesso il dono, di recarci nella chiesa che è nel Congo.

Le nostre motivazioni non sono nate con gli incontri, piuttosto durante le catechesi e gli approfondimenti ci è stata offerta l’opportunità di guardarci dentro e di fare ordine nel marasma della vita quotidiana. Dopo quest’operazione di pulizia, ancora in corso, la nostra convinzione e motivazione ha resistito dimostrandosi per noi degna della decisione di partire per terre lontane, per il continente “nero” dove il colore della nostra pelle risalterà come un puntino bianco sulla lavagna.

Non è stata una scelta programmata piuttosto la voglia di cercare la strada che il Signore ci vuole indicare nel prendere coscienza del “non senso” di una vita spesa per cose futili e banali. Con ciò voglio dire che non abbiamo fatto un’operazione del tipo “voglio fare qualcosa di più Cristianamente profondo ed importante allora parto per una missione in Africa” piuttosto del tipo “speriamo che quest’esperienza ci possa aiutare ad essere migliori”.

Tutto questo percorso è iniziato casualmente ma non per caso, quando ci siamo ritrovati a portare in visita all’eremo delle carceri, in Assisi, due amici venuti da fuori. Nel corso della visita abbiamo trovato un volantino dei Frati minori dell’Umbria e della Sardegna che proponeva un percorso di fede con la possibilità di vivere un esperienza missionaria. Tanto ha voluto il caso che solo mesi dopo abbiamo saputo da Fra Manuel che quel volantino non doveva trovarsi lì.

Da questo piccolo grande evento i tre incontri di Costano ed il “superstar” di Rieti, durante i quali siamo stati aiutati a fare un percorso di discernimento tanto bello quanto faticoso, che ci ha portato ad accettare, vedi un po’ le coincidenze, nel week end del nostro sesto anniversario di matrimonio, il mandato missionario che ci sta per portare in Congo.

Mancano pochi giorni alla partenza ed il ritmo del mio cuore aumenta, forse per la paura più che per l’emozione, è tutto troppo surreale ma bello.

A Foligno la neve cade e monta incessante il delirio del “White Christmas” e della caccia al regalo, mentre noi prepariamo i bagagli per passare il Natale con i ragazzi di “Ndako ya bandeko”.

Spero di non lasciare a casa mani forti, cuore desto ed occhi trasparenti.

Antonio

Mai avrei potuto immaginare cosa più bella!

Il 28 Luglio sono partita, ma non per una vacanza al mare con gli amici tanto agognata durante il periodo invernale! Certo sarebbe stato più normale per una ragazza della mia età, ma il mio desiderio era mettere a disposizione il mio tempo per qualcosa di più grande. Sicuramente non è stato facile rinunciare alle migliaia di altre alternative, soprattutto i giorni prima della mia partenza quando il dubbio di essermi imbarcata in una situazione più grande di me si faceva sentire.

Tuttavia una volta arrivata in Africa quella terra mi ha conquistato: così grande e così piena, la natura e le persone mi si presentavano così come erano senza abbellimenti… fin da subito ho amato la verità di quella terra e percepito di essere nel posto giusto al momento giusto.

Dopo le prime emozionanti impressioni ho comunque dovuto fare i conti con le differenze culturali che inevitabilmente mi ero portata in Africa insieme ai  miei bagagli: tutto quello che mi circondava (persone, lingua, cibo..) era diverso da quello a cui ero abituata ma ciò che mi lasciava più spiazzata era non riuscire a trovare il mio ruolo in quell’ambiente.

La mia missione mi ha portato alla casa accoglienza “Ndako Ya Bandeko” dei ragazzi di strada a Brazzaville in Congo. Nei primi giorni di missione mi resi conto che non avrei avuto un compito preciso da svolgere ma quello che mi veniva chiesto era semplicemente passare il mio tempo con i ragazzi della casa. Non era quello che immaginavo di fare quando avevo deciso di partire per una missione, in modo particolare prima dei corsi di formazione missionaria, che mi hanno preparato alla partenza, l’idea che avevo di missione era quella di una folle avventura che mi avrebbe portato a fare chissà quali grandi gesta. Grazie alla formazione missionaria e alle difficoltà incontrate nei primi giorni di missione in terra africana ho capito che la vera missione era incontrare quei ragazzi nel loro quotidiano, entrare in punta di piedi nella loro vita e farmi testimone di un incontro con il Signore che dà vita.

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I momenti che più ricordo con gioia sono quelli in cui i ragazzi mi confidavano la loro storia con racconti e foto, mentre li ascoltavo raccontarsi mi rendevo conto che loro così piccoli non possedevano nient’altro al di fuori della loro storia e quindi mi stavano affidando quello che di più grande avevano e che magari procurava loro anche più dolore.

Ora, a distanza di tre mesi dal mio rientro in Italia vi posso assicurare che quello che mi aspettava in Congo non era nemmeno una piccola parte di quello che potevo immaginare o sperare prima della partenza… il Signore riesce sempre a sorprenderci! Fraternizzare, ascoltare e condividere con le persone che il Signore mi dava la grazia di incontrare ha svuotato il mio cuore da tutte le banalità e sovrastrutture per far posto all’amore verso il prossimo. Ho conosciuto persone speciali e mi sono lasciata arricchire da una cultura verso la quale non abbiamo poi così tante cose da insegnare piuttosto dovremmo imparare la semplicità della vita, la sincerità dei rapporti e la fede senza vergogna verso il Signore.

Mi ritrovo molto nelle parole di Don Andrea Santoro: “La fede è partire. Senza la disponibilità a partire non c’è fede. E partire vuol dire mettersi in un cammino in cui Dio sempre più ti si manifesta, in cui tu sempre più lo incontri, sei da lui riempito e svuotato, e sempre di più diventi una benedizione per gli altri. La disponibilità a misurasi faccia a faccia in una relazione con Dio, dove lui prende le redini della tua vita, dove l’incertezza che viene da Dio è sempre preferibile alle certezze che vengono da te”.  Sono partita per dimostrare a me stessa che credevo in quello che mi era stato rivelato dall’incontro con Dio, ho deciso di affidarmi a Lui a scatola chiusa e mi è stato dato in dono l’esperienza di un Dio Padre che teneramente è al mio fianco e mi guida. Mai avrei potuto immaginare cosa più bella!

Marianna